LETTURE
CARLO CUPPINI, EDUARDO OLMI, TOMMASO MEOZZI, DAVIDE VALECCHI
      

Militanza del fiore

Firenze, Maschietto Editore, 2011, pp. 159,
€ 15.00


Il porcospino in Pegaso

Pisa, Felici Editore, 2010, pp. 80, € 8.00


La superficie del giorno

Firenze, Le Càriti Editore, 2010, pp. 78, € 10.00


Magari in un’ora del pomeriggio

Rimini, Fara Editore, 2011, pp. 66, € 11.00

    

      


di Simone Rebora

 

 

Firenze 2012: quattro poeti esordienti

 

Si avvale di un prefatore d’eccezione, la raccolta Militanza del fiore di Carlo Cuppini. E le parole di Adriano Sofri – certo non un letterato di professione, ma “scomoda presenza” della militanza tout court – possono essere scelte come epigrafe per questa breve rassegna: «Di tutti gli estremismi giovanili, la poesia è il più rischioso» (p. 5).

Quattro giovani poeti: tutti esordienti (almeno in ambito editoriale) e tutti in vario modo legati al capoluogo toscano. Sono voci già affermate o ancora in cerca di una sicura identità, germogliate su terreni diversi e spesso non comunicanti, ma tutte accomunate da questo “estremismo”, dalla scelta della poesia come tramite per rapportarsi con la cultura e la società dell’oggi.

 

Prima di Militanza del fiore, Carlo Cuppini si era già fatto conoscere su blog letterari come “Nazione Indiana” e “Absolute Ville”, pubblicando anche articoli e poesie sul “Nuovo Corriere di Firenze”. Non si tratta quindi di un esordiente a tutti gli effetti: e la sua prima raccolta dimostra da subito una marcata maturità – sia nella scelta dei temi che negli usi linguistici. Prima e più evidente cifra stilistica è la totale assenza di segni di punteggiatura (cui fanno eccezione un buon numero di slash), che esalta la costruzione ritmica del verso, spesso breve e frammentato – e la barra obliqua, in tal senso, diviene strumento per segmentare ulteriormente la versificazione. Parrebbe quasi giocare con il lettore, Cuppini, confondendo l’individuazione dei nuclei semantici e suggerendo al contempo diverse interpretazioni – o modi di lettura:

 

[…]
mi stendo nella pozzanghera nel corridoio / vedo

scendere fiocchi di cemento / armato

lievi sul corpo si sciolgono / cenere

cammino tra la città e il bordo / del mare

                         (p. 15)

 

[…]
ruotare
agevolmente
rosa dei venti / disfatta

la festa / petrolio nel mare

cavare / dagli occhi la testa

                        (p. 149)

 

Questa difficoltà di lettura testimonia la forte componente performativa di testi scritti appositamente per la recitazione, in un esercizio giocato sulla corporalità del lettore. A confermarlo, giungono anche le scelte tematiche, che pongono spesso il corpo al centro del discorso, dalla prima sezione intitolata «La funzione del corpo» (pp. 13-51), fino all’ultima, «Disorgana» (pp. 137-49), che descrive «11 coreografie» – memoria evidente della formazione teatrale del poeta, con il coreografo Virgilio Sieni.

L’esercizio “corporale” della poesia conduce spesso a costruzioni sintattiche volutamente farraginose, al ripetersi ossessivo di formule e intercalari, non di rado sfocianti in vere e proprie nenie:

 

nel buio del prima che

la luce sia prima del

prima del nome di

ascolto esplosione

                (p. 94)

 

[…]
spegnere i riflettori / eccetera / le cose

corona di denti sul cranio no / noi / guantanamo / noi

eccetera / ci guardiamo negli occhi le cavità

resti di civiltà / eccetera / fortificazione

di denti a difesa dell’ultimo / eccetera

sgomento possibile / eccetera

salvo cambiare idea

            (p. 23)

 

[…]
angelo nebbia

angelo col fanale

angelo sminuzzato nel catrame

angelo grana grossa dell’asfalto

            (p. 103)

 

Nenia che scandisce una postmoderna preghiera, ma forse non così ferma e sicura, quando si spinge lo sguardo un poco più innanzi:

 

[…]

santa ogni pietruzza sotto il sole

santa ogni pietra incarnata

per essere qui in questo istante

e sacro il silenzio e il rumore

sacro il diradarsi della nube

sacro il non colpire del proiettile

destinato al petto di Bassem

sacro il rallentare del cuore

alla fine della corsa in fuga –

invece
dolore
            (p. 120)

 

Perché la poesia di Carlo Cuppini (e torniamo qui al titolo e alla prefazione di Sofri) è poesia dell’impegno, poesia che non nasconde l’indignazione, che sceglie un confronto immediato con la cronaca e la storia – dalle dediche a Vittorio Arrigoni («Irreparabilmente») e Bassem Abu Rahme («zittito da un proiettile di gomma mentre a mani alzate parlava e sorrideva», p. 153), fino alla sezione – un poco discutibile, ma pur sempre godibile – dal titolo «Mameli Machine» (pp. 123-34), che servendosi di molteplici passaggi attraverso il filtro di “Google Translate”, realizza le sue «operazioni di disinnesco di un ordigno bellico»: l’inno nazionale italiano. Ma come già ampiamente notato, questo deciso impegno si accompagna a una ricerca poetica sempre libera e aperta, stemperandosi assai volentieri (ma non senza cognizione di causa) in una tagliente ironia. Ed è così che

 

[…] l’ulivo va tagliato

potrebbe servire al terrorista

per nascondere l’arsenale

per lanciare granate granaglie

o grandi frittate

            (p. 108)

 

***





Secondo titolo in rassegna è Il porcospino in Pegaso di Eduardo Olmi. Una poesia certo più “facile”, giocata su un rapporto di maggiore confidenza con il lettore, ma che da subito scopre le sue carte, impiantandosi sulla linea dei «poeti e cantori della beat generation» (Alessandro Scarpellini, Prefazione). È questo un percorso stimolante quanto insidioso: sulla strada di Allen Ginsberg e Lawrence Ferlinghetti (ma anche di Jim Morrison e Tom Waits) il pericolo di lasciarsi condurre dalle proprie “allucinazioni uditive” su terreni impervi è assai alto, mentre l’ingenuità dell’approccio resta una marca stilistica irrinunciabile.

Occorre chiarirlo da subito: la raccolta di Olmi non può dirsi del tutto riuscita, spesso dominata da passaggi facili o prevedibili, o anche da una certa sentenziosità. Ma attraverso queste striscianti incertezze emerge pur sempre una voce sicura, capace a tratti di far vibrare le corde più inattese. Ed è così che al termine di sviluppi tra i più “preconfezionati” possiamo scorgere lo scatto di un’illuminazione, un finale che non è solo il fiocco per chiudere l’imballo:

 

[…]
so solo che io

faccio fatica a capirti

e che per questo siamo ancora

l’un per l’altra

inarrivabili.

 

Mi hai regalato

il rumore del vento.

            (p. 35)

 

Ma anche nell’ambito della ricerca linguistica, pur restando per molti versi estraneo alla tecnica di Cuppini, Olmi sceglie un approccio critico, frammentando il discorso per il tramite del verso e di una serie di segni grafici (di preferenza, il trattino orizzontale). Tra i risultati più stimolanti, possiamo trovare arbitrarie decostruzioni del parlato comune:

 

Il mio problema – è che ho intuizioni

geniali,
ma poi me le –

scordo.
            (p. 44)

 

Oppure discordanti accostamenti grammaticali:

 

[…]
in italiano viene bene

più aulico

simmetrico sonora

necessità.
            (p. 52, mio il corsivo)

 

L’operazione s’inserisce in un più generale tentativo di recupero dei valori poetici del parlato comune – un recupero che però avviene spesso a posteriori, riducendo al minimo il lavoro di elaborazione formale. Cifra distintiva di questa poesia sono quindi le espressioni gergali, il linguaggio della strada, che portano a non disdegnare l’utilizzo di versi decisamente “sgraziati” – come il dodecasillabo: «Gli altri facciano un po’ quello che gli pare» (p. 24), presentato così, spurio, senza riduzione alcuna entro forme più eleganti o canoniche.

Dal punto di vista dei contenuti, anche Olmi privilegia la critica sociale, che procede in parallelo (e spesso s’interseca) con un discorso più intimistico, legato al rapporto con una figura femminile. Bersagli privilegiati sono la società del consumo, la “borghesia” del nuovo millennio e (con dente particolarmente avvelenato) la Chiesa Cattolica.

 

***





Questi stessi elementi della cultura contemporanea e del mondo “giovane” sono filtrati anche dalla poesia di Tommaso Meozzi, giungendo però a risultati sostanzialmente opposti. La superficie del giorno si apre infatti con un componimento dal titolo già in sé eloquente, «Vado su You tube»:

 

Ora tocco lo schermo

piatto del mio computer Apple, mi sento

un portento, ma col labbro gonfio

e un poco pendulo di un primitivo

[…]

Questa superficie impenetrabile di alluminio

sembra una lapide, che mi vomita innumerevoli

vite, sfide che non mi appartengono.

            (p. 14)

 

Ma la critica sociale non è l’interesse primario del poeta, che pur citando fatti di cronaca e attualità preferisce cercare in essi lo spunto per un discorso più diffuso. Ed è così che in «Pza San Marco 08:00-… …» lo sguardo sulle vicende umane nel centro di Firenze, filtrato attraverso il riso di una donna «con una gonna color della cenere e il viso rosso» (p. 19), culmina contro i pilastri di Ponte Vecchio:

 

Dove non c’è traffico, è lì che c’è il vero semaforo,

perché talvolta l’acqua è solo acqua, come una minaccia

che non usa violenza.

            (p. 21)

 

La poesia di Tommaso Meozzi pone al suo centro l’uomo: e lo fa privilegiando ancora una volta la fisicità dell’individuo. Culmine del suo percorso è quindi la sezione «Il corpo e la luce» (pp. 43-68), descritta dal poeta come una raccolta di bozzetti dal vivo, in cui dominano i movimenti e i rapporti tra i corpi. E si passa così dalla voce di baritono del «Maestro» (p. 45) alle morbide curve di «Scrigno di profumi» (p. 47), per poi ampliare gradualmente le prospettive, dai ricordi di un’estate passata in campeggio con gli amici («L’ultimo mare», p. 60), fino all’invito rivolto alla ragazza svegliatasi «con un paio d’ali / nell’incavo tra il sonno e le scapole» («Il giardino», p. 66). Come in Cuppini, questo interesse per la dimensione corporale si lega alla formazione teatrale del poeta: solo che qui non è tanto il ritmo a guidarne l’interpretazione, quanto l’intensa carica emotiva. Per questo motivo, la poesia di Meozzi è costruita appositamente per un’esperienza partecipata, che trova nel reading (affidato necessariamente alla viva voce del poeta) la sua massima realizzazione.

Il potere evocativo della sua parola dipende da una straordinaria felicità immaginativa, dall’istinto (più che abilità) nell’accostare le immagini e farle a loro volta parlare, compensando così certe ingenuità nelle scelte formali. Il verso appare raramente “limato”, e quasi mai contrasta il procedere (ana)logico del discorso, scandendo ordinatamente sul foglio quel ricco profluvio d’immagini:

 

Le stelle bruciano di notte, di giorno

il sole splende, e si spalma come grasso

sopra un palmo di pannelli solari. A tratti

cani passano, nei quartieri divelti dal caldo.

Hanno preso ad annusare sempre meno

gli scoli dei quartieri industriali. Ormai

leccano avidi, ogni traccia che resta di umido.

            (p. 35)

 

***





L’ultimo titolo in rassegna si distanzia notevolmente da tutti i precedenti. Magari in un’ora del pomeriggio di Davide Valecchi mantiene forse qualche affinità tematica con la raccolta di Meozzi, ma la grande uniformità metrica e la forte patina arcaizzante ne fanno un lavoro decisamente a parte, quasi anacronistico esempio di un petrarchismo post litteram, eppure profondamente innestato nel mondo attuale, con tutte le sue più recenti acquisizioni scientifiche e tecnologiche. Il che non si direbbe, scorrendone rapidamente le pagine, dominate da una natura sovrana e incontaminata, come già ben dimostra la cornice grafica della foto di copertina. Eppure, in quest’ambientazione calma e idealizzata fanno capolino diversi elementi della moderna tecnologia («sei solo un’immagine che si sfalda / in grani di pixel», p. 34), se non vere e proprie dissertazioni teorico-scientifiche (come quella sulla «luce corpuscolare» sviluppata a p. 47).

Viene quindi naturale parlare di petrarchismo, sia per l’attento controllo del linguaggio e della metrica (dominata – anche se non assolutamente – dall’endecasillabo), sia per le scelte tematiche, che pongono al centro una figura femminile “in assenza” e la natura riletta attraverso i segni del suo passaggio, ma anche inaspettate apparizioni notturne, che hanno tutto il sapore di post mortem della seconda parte dei Fragmenta:

 

A volte la tua ombra

mi visita nei sogni

lasciandomi frammenti

di vita immaginaria

che attraversano il giorno.

            (p. 25)

 

Già questa breve lirica dimostra il forte controllo metrico imposto da Valecchi sull’intera silloge: cinque settenari (alternativa “canonica” dell’endecasillabo) la cui accentazione uniforme subisce solo nel finale una leggera variazione.

È tutto un gioco di strutture che si ripetono senza mai tornare identiche, questo Magari in un’ora del pomeriggio. Un gioco che può forse infastidire il lettore più bramoso di emozioni, nella constatazione della sua artificiosità – asservita, poi, a forme che hanno ben poco di sperimentale. Ma rileggerlo con ben fermi nella mente i cardini attorno a cui ruota, può aiutarci ad apprezzarne il movimento concentrico e sempre variato. Tre elementi tornano in tutte le liriche, oltre la costante presenza di “Lei” e del suo paesaggio: la luce intensa e pomeridiana, ma anche effimera, sul punto di spegnersi; le parole, o meglio l’assenza e incomprensibilità delle parole, espresse in «una lingua / di cui non possiedo nessuna nozione» (p. 18); e infine i frammenti, la polvere a cui tutto questo, inevitabilmente, si riduce.

 

Infine, quando la luce del giorno

scompare e anche la cera quotidiana

può essere smessa, resta delle ore

alle spalle una polvere sparuta

di pertinenza incerta, annidata

ai margini di ogni percezione,

senza nessuna parola possibile.

            (p. 46)

 

Ma pur nel graduale “spegnimento” di questi ultimi versi, l’auspicio della presente rassegna resta quello di segnalare un momento di apertura. Per una poesia che forse manca ancora di una sicura identità generazionale, ma che conferma la sua vitalità attraverso queste voci, in attesa della convalida di un ascolto finalmente interessato.




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