LETTURE
PAOLO RUFFILLI
      

Affari di cuore

 

Einaudi, Torino 2011, pp. 140, € 12,00

    

      


di Enrico Pietrangeli

 

 

Affari di cuore è l’impietosa indagine di un tracciato cardiaco, un “corpo a corpo” delle emozioni che passano attraverso la carne e a cui, un poeta che possa definirsi tale, non può sottrarsi. Ruffilli lo fa e nel migliore dei modi, solcando il tracciato di un’inesorabile e convincente analisi che coinvolge profondamente nel sedimento che resta. Lo spunto nasce da una puntuale ed inflessibile esplorazione della fenomenologia amorosa, ma va ben oltre ed è, a tutti gli effetti, capacità di maturazione tanto letteraria quanto sentimentale. Affari di cuore è, infatti, un punto di alta levatura poetica, coraggioso e raffinato nel suo farsi sigillo di crescita interiore attraverso l’esperienza. Leggerlo è delizia nel supplizio, diretta percezione del giardino in versi tra spinosi rovi di rose nella rugiada ancora imbevuti. Se ne esce comunque fioriti, vividi nel cuore, nonostante tutto, perché è l’amore a uscirne risolto, compiuto, sia pure in una forma di approccio strettamente laica e poco incline ad un’interazione spirituale se non nel piano più panteistico dello stesso fenomeno anatomizzato. Se è “per amore” che stiamo parlando quel che ne emerge è un altalenante squilibrio che, fin dai primi versi, addita risvolti carnali piuttosto che un amore accertato.

Quelli di un amore di fondo incompiuto e controproducente, epilogo di una vicenda già scandito a partire dall’incipit. Se sui sensi, che riportano a un “retaggio / cannibalesco, / quello di mangiarsi”, si apre la storia amorosa del Ruffilli, è per indurre a una ben più profonda osservazione su quelle che sono le stesse conseguenze dell’amore. Un “amore” che poi “impedisce / di dormire”, “toglie l’appetito”, così come scandisce la prima anamnesi riportata in versi. “Sto sulla traccia / del tuo fantasma / e, nell’assenza, / vivo amplificato” sono i primi segni di consapevolezza seminati nel dolore che, a tutti gli effetti, da qui prende coraggio ad esporsi, avviando un ineluttabile processo di metabolizzazione proprio di chi ha capacità intellettuali sulla sfera emotiva. Il qualcosa che già demarca la differenza e che va oltre una mera strumentalizzazione dell’amore finalizzata ad uso e consumo dell’altro, avvia, quindi, il suo corso. Ruffilli non indugia e si contrappone “beato” (“restando/a cuocermi nel forno”) al cinismo dissociato di chi lascia “il vuoto / senza una risposta”; poiché “è l’amore / la sola chiave / che aprendo i cuori / dilata i pori / e le fessure” interponendo, tra cotanta sensualità, quell’unicum che è anima e corpo, mentre il silenzio, lo spegnere il sentire è la condanna eterna che permane. L’autore, dunque, vive e fino in fondo il dilaniarsi di un corpo che s’identifica con l’anima: “è come se / mi avessero strappato / una parte di me / e senza più una gamba / o un occhio / o un braccio / avanzo nella nebbia”. Una nebbia da cui già s’intravede la premessa di un futuro, unica via accessibile per una resurrezione profetizzata a partire dal “dentro di te, sono già morto”. E allora ecco l’“amerò finalmente / solo per amare”, libero del “tuo starmi sotto” e che “mi ha sedotto”, tipico delle dinamiche passive amorose, le più pericolose, quelle che inchiodano alla “sacra / sindone del letto”, ma anche quelle che, al contempo, sono le più rivelatrici. “Ho cominciato / a amarti appena / mi hai lasciato”, “del suo arreso amore / mi sono innamorato” è, in questo senso, quanto meglio si esplicita lasciando adeguato margine di contemplazione che, oltre la stessa poesia, è condizione di introiezione ed evoluzione.

Un primo senso di distacco fuoriesce nel “ti guardo / che mi guardi / ridendo”, mentre la presa di distanza è proiezione della “frenesia / che avevi / tu di me / prima di saziarti”. Affari di cuore è dunque porta d’accesso all’oltre dell’amore incompiuto e rincorso, configurando più livelli che, sfiorandosi, delineano il mancato amore finalizzato ad altro. Amare la persona sbagliata, la meno adeguata, andare contro il proprio istinto riequilibrando poi il tutto nel moto dissociato sollevato diviene dunque strumento di mutamenti e palingenesi dell’essere finalmente consapevole ed elevato. Ruffilli ne traccia abilmente il percorso, fatto tanto di un continuum tessuto attraverso una sensitiva percezione coniugata alla speculazione razionale, quanto di un divenire proiettato ad incubare un futuro amore, il germe di un qualcosa che, in realtà, ancora non c’è, ma già dà tutta la dimensione di essere assai più grande nella stessa portata d’imponenti rovine incombenti. Un’archeologia dell’anima dove la poesia già lascia intravedere quel che, nei fatti, più che la descrizione di un solenne amore inesistente è viaggio tra scavi in atto, “affari di cuore” quale premessa per un divenire. La traccia di tutto questo è ben insita a partire dalla sezione delle Canzonette della passione amara : “che io le piaccia / senza amore / è una ferita secca / con minimo dolore / nella mia vita / ma a tratti dilagante / ed infinita”. “Il massimo / che si poteva fare / io l’ho fatto”. “Dici di volere / solo la mia pelle / e che a tirarti / è la mia carne”, “di te, io prendo tutto: / anima e corpo”.

Appare nitido il distinguo fra il concedersi di un’amante adagiata in ambigua sorte (“la verità è che / non ti piace / rinunciare / né a me né agli altri / compreso tuo marito / e ci pretendi / in proprietà / del tuo destino”) e la forza del poeta che ne divelga zolle d’amore segnando un solco profondo: “ho cominciato / già a dimenticarti / con un’altra / che mi è piaciuta / e mi si è data / generosa / tutta quanta”, “l’ho chiamata / con il tuo nome / e lei ridendo / mi ha detto / di sentirsi amata” e “allora l’ho voluta / per davvero”. Un “davvero” che va oltre ogni frase di rito ed è di già capace d’imprimere un’ipoteca di verità accertata sul futuro. Dal “mi ti concedi a rate” stillato sull’altrui pazienza e sofferenza affiora infine l’amore come esigenza non più contingente: “mio volere solo / l’assoluto”, “spinta urgente / a resuscitare / da questo mio morire”, perché “con te ho sempre perso / appena cominciato” e, “perdendo, mi sono ritrovato”. Dalle porte sbattute in faccia emerge puntuale una sconfitta che, se si è in grado di abbracciarla con autentica dignità e ponderazione, è catarsi e apertura al ritrovarsi che conduce alla verità ultima delle cose senza decadere in anestetiche forme di nichilismo. “Sei tu che / mi hai cacciato / fingendo / di essere la preda / e nel mio prenderti / mi hai catturato”. “Sei tu / che mi hai voluto / e mi hai lasciato”, “confessa / che nell’amare me / ami te stessa” sono inequivocabili sequenze che schiodano infine i sensi di colpa abbandonandoli incustoditi sull’altra sponda.

 “Sapevo tutto / già in partenza” è un riesumare, per ultimo, il primigenio istinto, quel che spesso a un primo approccio rimane inascoltato. Chi ama, dunque, “è coraggioso: / esce allo scoperto / in pieno giorno, / rinuncia alle difese”, s’evolve quindi il cosiddetto “gioco amoroso” da “guerra di posizione” in un sapere più consapevole e profondo, “riconsegnando al tatto / tutta la sorpresa della vita”. Quel che è stato prende forma per quel che è: una tappa di vita, necessario incidente di percorso, strumento per andare oltre. “Era destino / che mi piacesse / un’arrivista / un po’ borghese”. Ora è finalmente chiaro che “c’è chi trova / ogni volta ragioni / per ricominciare / e chi invece, sospinto / vede a ogni svolta / tutto inutile / e uguale”. Ne consegue che ognuno sceglie e sviluppa il proprio destino oppure lo sospende e demanda. L’amore è parola che resta e talune frasi, talvolta, non a caso restano incise sulla pietra resistendo a intemperie e millenni, come questo epigramma inciso su un muro a Pompei: “Quisquis amat valeat. / Pereat qui nescit amare, / bis tanto pereat quisquis amare vetat” (“Stia bene chiunque ami, / muoia chi non è capace di amare, / due volte muoia chi vieta d’amare”).

Non è pertanto una semplice coincidenza che l’ultima sezione di questa raccolta sia quella del “mercato dell’amor perduto”. “Così mi è stato chiaro / finalmente / che anche di più / ho amato / proprio chi amando / ha rinunciato” è la riflessione postuma sull’amor perdente e mai perduto, quello che ci insegna l’amore vero e ultimo nella tangibile prova di chi, finalmente, all’amore e al suo trionfo è pronto.

 

 

 

 

 




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