LETTERATURE MONDO
GEORGE PLIMPTON
Ma qui chi
è lo scrittore?

      
“Il curioso caso di Sidd Finch” è un brillantissimo esempio di meta fiction ideato dall’autore americano, inventore del giornalismo ‘partecipativo’ nonché direttore della ‘Paris Review’ e pregiato corrispondente di ‘Sports Illustrated’. Nell’architettare la vicenda pseudo-autobiografica di un leggendario e insieme fallito campione di baseball, si produce la cronaca estrema e dissociata di un mondo yankee variopinto, grottesco e labirintico che assomiglia ad un interattivo carnevale pop, attraversato da ironici sofismi zen.
      




   

di Sarah Panatta

 

 

Le focene i giocatori / le fastball l’amor. La distrazione vitale del paradosso.

Un lanciatore alto, dalle spalle troppo strette, erge il piede scalzo in ascetica asimmetria. Una palla di cuoio, mentina lunare di futura eco planetaria, viola il “campo” visivo stracciando ogni record, allestendo epocale illusione. Un anomalo complementare duetto maschile, protogiocatore in erba e scrittore alienato in scaduta coltura, vezzeggia una ventenne venere del lido, salmastra inebriante apparizione su surf. Nido di protetta condivisione, una capanna lussuosa brevetta tedio rilassante fuori dal controllo della civiltà incalzante mafiosa. Un gracidante ensemble dentro notti di ricordo himalayano. Eremiti lung-gom-pa[1], padroni delle forze del pensiero, e zanzare che picchiano indefesse su tori d’acciaio. Discepoli orfani sulla scia dell’om ristoratore.

Un mantra comicamente  ineffabile. Riesumato gioiellino, Il curioso caso di Sidd Finch[2], di George Plimpton[3], tra le rivelazioni editoriali dell’anno, diteggia scaltro già nel titolo la menzogna totalizzante e performativa del romanzo, prole biografica di un articolo-esca firmato dallo stesso Plimpton due anni prima. Peripezia bislacca di un’immagine della mente, audace imbroglio mediatico-sportivo, indovinello mistico che dipana senza decifrare la logica dell’umana variabilità. Sofisticata bugia di bugia, il romanzo del leggendario iniziatore del giornalismo partecipativo si aggomitola nelle maglie duttili e scivolose, nella levità seducente di un intrattenimento stratificato, puntellato da una millimetrica farsesca allegoria. L’intera opera un convulso eppur disteso, sospeso koan[4], che nell’ironica perfezione della sua circo-scritta assurda vicenda crocifigge, andante con brio, l’incompletezza della vita e dei suoi programmati gesti. Finch, promessa disorganica del baseball. Finch, romantico smarrito antieroe, succosa sfrangiata cornice di educativi aneddoti zen e di acuminati cruciverba irrisolti, di memorie lampo adagiate in scarpini solitari, di corno-melodie increspate dai paradossi del reale. Finch, “raggiro da poco”, non trascurabile pretesto per indagare crisi identitarie in vitro, reiterati traumi bellico-generazionali metabolizzati in anestetizzate periferie atemporali, borghesi inette riabilitazioni in abitabili bozzoli di penombra sociale.

Per rispolverare le inossidabili tracce di una perduta epopea sportiva sul sentiero delle speculazioni del (quarto) potere e della grettezza calcolata di mestieranti e mercenari. Per incapsulare in una filosofica insospettabile mappa di scatole cinesi, o meglio tibetane, i meccanismi della narrazione e dei suoi generi, commisti e sbeffeggiati – dal reportage adulterato al diario posticcio alla parabola americana naif. Nella simulazione traboccante del meta-scoop battezzato Sidd(hārtah) Finch. Capace di lanciare una palla veloce (killer del “diamante” nonché bacchetta magica della partita perfetta, ulteriore miraggio (ir)raggiungibile) a 261 km/h, Sidd, allampanato monaco parziale, goffo atleta dalle mille e una veglia, rumorista vocale dal passo intangibile, è fenomeno incontaminato e insieme minaccia al sistema. Prediletto asso nella manica e instabile ferinità che non tollera gabbie. La sintetica “traiettoria” di Finch, taroccata figurina da asta, ombra autoriale illuminante, è un ghiotto rebus, affresco pop affastellato ed ipercinetico, che divora e rigetta con calorosa burlona gioia modelli e modi di un’era al suo carminio tramonto.





Cottage di specchi, disseminato di trappole probatorie, di indizi linguistici e di metafore sonanti come campane ammonitorie sulle vette ventose di imperscrutabili monti (di lancio). Il romanzo di Temple/Plimpton è carnevale interattivo, ininterrotto sovvertimento della nozione di verosimiglianza, in cui i rituali-regole-contratti letterari, sessuali, sportivi, sociali, societari e mercantili, divengono teatro della stravaganza umana, in un’articolata trascinante contro retorica del “Vuoto”.

Dune meditative e farfalle dalla femminilità inavvedutamente disinibita e rapinatrice; fuochi interiori e santoni eterei della concentrazione; figli adottivi dalla dinoccolata inesperienza teneramente abbarbicati ad una eterna ricerca per altre dimensioni del Sé, unica arma di quieta sopravvivenza nel trincerato abulico melting-pot; reporter in ritiro coatto tra gli isterici residui pseudo umani del post Vietnam; imprudenti cinefili gangster obesi e contorsionisti rachitici dello scassinamento; terapeuti senza diploma, ladri di “casi” bizzarri collazionabili; ex elicotteristi di guerra che “domano” ammansiti giganteschi dirigibili pubblicitari, garbati mostri swiftiani; scrittori free lance di rinomata freschezza rintanati nella monotonia marcita di eluse tabelle di “cartone”. Un esilarante ritratto corale, che alla caricatura sostituisce massicce iniezioni di sarcasmo sotto pelle. Avanguardista direttore della celebre “Paris Review”, Plimpton, scrittore tempestivo e sottile, flâneur trasformista del moderno giornalismo (sportivo), denuda con oliata facilità i soggetti e gli orpelli del jet set intellettuale come della middle class nord americana, malata di rimozioni e felicemente annegata in occupazioni aristocraticamente evasive.

Se Faulkner, derisorio milite della “crisi”, amava distorcere e deprezzare come scartafacci svendibili i suoi lavori “minori” nelle caustiche ribelli captatio benevolentiae in altrettanto camuffate postfazioni. Plimpton, lucidissimo narratore della mimesi, acconcia, con la sfavillante trattenuta modestia di uno smaliziato prestigiatore della parola e della tradizione culturale americana, una prefazione in cui similmente riduce il proprio apporto (ed espone la propria inventiva anti-convenzionale). Annunciandosi indirettamente mero inadeguato alter ego-ancella del vero artefice del testo, a sua volta plimptoniana abbreviazione anagrammata. L’incompiuta, lacunosa, strenua, impacciata tensione alla realizzazione individuale (agita internamente dall’Io narrante che si discioglie/espone nei propri manifesti duplicati) e la tentacolare attrazione del gioco letterario come campo di allenamento allucinatorio e infinitamente replicabile, sono le cifre ermeneutiche del testo. Navigando, fantasma a scena aperta, su una rotta deliberatamente sbilenca, lo scrittore incrocia ombelicali, transitori fallimenti autoriali[5], impossibili interpretazioni freudiane di oniriche trasfigurazioni quotidiane, e cimeli del museo della gloria made in USA.

Mentre “due scimmie cercano di afferrare la luna riflessa nell’acqua”[6].

 

 

 



[1] Pg. 67, vedi nota 2.

[2] T.O. The Curious Case of  Sidd Finch (1987), 66THAND2ND editrice, Roma 2012, traduzione di Michele Martino, pp. 317, € 17,00.

[3] New York 1927 – 2003. Talento ambivalente, icona rivoluzionaria e indelebilmente glamour negli USA, fu pioniere del giornalismo “partecipativo” (impersonava le storie che raccontava, cimentandosi personalmente nelle più svariate discipline, dal football al baseball al golf alla musica) e sprone della migliore critica letteraria. Direttore  della “Paris Review”, bibbia della letteratura (non solo) americana. Ma anche famoso corrispondente di riviste sportive alla moda, come la solida “Sports Illustrated”, per la quale nel 1985, due anni prima del libro (che ne racconta collaterale la falsa “vera” storia) Plimpton inventò la propria “guerra dei mondi”, ideando il caso di Sidd Finch, autoctono bastardo, lanciatore in bilico tra esilio himalayano e carriera da star insuperata nelle Major Leagues.

[4] Sofismo zen che contiene in sé domanda e replica, tessuto su un esempio astratto e dalla logica apparentemente truccata, dunque irrisolvibile. La natura che ispira e respira l’opera di Plimpton.

[5] Tra le “pastorali” sovrabbondanti dell’ectoplasma Philip Roth e la nuova aggressiva, vivace narrativa “giovane” USA.

[6] Pg. 60, ne Il curioso caso di Sidd Finch, vedi nota 2.




Scarica in formato pdf  


   
Sommario
Letterature Mondo

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006