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di Alfio Petrini
Prima parte
1. Il drammaturgo non si rivolge allo spettatore, ma all’attore/danzatore.
Il suo referente non è il pubblico, ma l’artista che occuperà lo spazio
scenico. Scrive, pensando a lui. Gli mette a disposizione una tessitura di
azioni fisiche organizzate in strutture, suggerendogli come i personaggi
possano autodeterminarsi attraverso il loro comportamenti. Se il drammaturgo
scrive per l’attore/danzatore, non può ignorare né i segreti né i problemi
relativi alla sua arte.
Le
patologie di cui si carica nel corso della vita il corpo umano mettono in
discussione la sua interezza, la combinazione materiale e immateriale dell’uomo
a due dimensioni. Alzano muri. Generano le resistenze di cui ha parlato Grotowski,
indicando la strada per eliminarle. Producono sofferenza e, come si sa, quando il
corpo soffre anche l’anima soffre, e spesso muore. Il corpo/mente da amico
diventa nemico e l’attore/danzatore perde primariamente la capacità di produrre
ritmo ed energia. L’uomo fatto a pezzi non è in grado di compiere l’atto
totale della creazione artistica
attraverso l’accensione delle pareti interne del corpo e paga di conseguenza un
prezzo altissimo sul versante della credibilità delle forme.
La
presenza di centinaia di scuole di teatro e di danza imporrebbe una riflessione
sulla qualità delle azioni formative in campo. Una cosa è certa: il teatro non
ha bisogno di attori, registi o drammaturghi, ma di uomini. Invece di formare
gli artisti, bisognerebbe formare gli uomini.
La
rivoluzione teatrale del Novecento, eliminando la pedagogia diffusa tipica
dell’Ottocento secondo la quale l’attore apprende per contatto, ha reso
impraticabile la formazione articolata per materie e per generi, sulla quale
tuttavia si attarda la maggior parte delle scuole pubbliche e private del terzo
millennio. I motivi d’impraticabilità sono fondamentalmente due. Primo, se
manca l’ambiente di riferimento delle famiglie d’arte, le materie non trovano
più una organica integrazione. Secondo, la pratica ignora l’uomo totale: in
altri termini, separa ciò che invece dovrebbe essere considerato in modo
organico e unitario.
I contenuti e le metodiche riguardanti l’arte dell’attore
del Novecento non sono entrati nei programmi didattici delle scuole di teatro.
Al cadere delle prime foglie autunnali sui muri delle città appaiono manifesti che mettono in fila una serie di
paroline magiche, specchietti per le allodole che garantiscono la risoluzione
di ogni tipo di problema. Le direzioni didattiche reclutano insegnanti tra
attori e registi che, non trovando lavoro, si riciclano come sedicenti maestri
di impostazione della voce, comportamento scenico, movimento
ritmico, psicotecniche, e
tendono verso un’offerta abbondante di materie d’insegnamento, puntando sulla
quantità piuttosto che sulla qualità del progetto formativo. Mi pare di poter dire che la formazione si
muova, in generale, verso un sistema frantumato d’insegnamento. Tanti
insegnanti per tante lezioni separate e distinte. La formazione che fa a pezzi
la didattica, fa a pezzi anche l’uomo. Quando si tengono separate cose che
invece dovrebbero essere affrontate in modo unitario, s’ignora, come ho già detto,
l’uomo nella sua interezza. Non ci vogliono dieci o venti insegnanti per
lavorare con un gruppo di
attori/danzatori, i quali hanno poco da imparare e molto da disimparare.
Ci vuole un maestro. Un maestro, coadiuvato da un paio di collaboratori, che –
tanto per fare un esempio banale –, non insegnerebbe mai la danza fondata sugli
stilemi coreografici, quando il discente sta lavorando sulle azioni fisiche e
sull’autogestione dei processi organici.
Non insegnerebbe al giovane attore/danzatore a guardarsi fuori, quando
sta imparando a guardarsi dentro. Non
favorirebbe l’esteriorità della forma alla organicità delle forme.
Giorgio Taffon (nella Rubrica che tiene su Dramma.it) ha scritto che “I maestri
del Novecento teatrale, i Padri fondatori, ci hanno insegnato che in scena
occorrono assolutamente due condizioni dell’agire: la precisione e il
controllo, e assieme la capacità di essere autonomi e originali e inventivi, pur
nell’ambito predeterminato della partitura”. Precisa inoltre che “non c’è
separazione tra teatro agito e teatro danzato” e che nel teatro danzato “è la
tecnica delle azioni fisiche a primeggiare”.
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Jerzy Grotowski (a destra) a Wroclaw negli anni '70 (ph. A. Paluchiewicz)
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La scelta della scuola, del maestro, della metodologia di
lavoro non è né neutra né indifferenziata. Una scuola di teatro non è uguale ad
un’altra scuola, un maestro ad un altro maestro, tanto meno un maestro ad un
insegnante. Uno stage sulla mimesi
non equivale a uno stage sulla biomeccanica
o sui processi organici. Bisogna
saper distinguere: individuare le differenze in base alle strategie che si
vogliono mettere in atto e ai risultati che si vogliono ottenere. Il trucco –
ha raccontato Grotowski –, non è necessario per recitare. Se un attore vuole
usarlo, nessuna norma può impedirglielo e nessuno può dare per scontato il
crollo dell’architettura su cui si regge il punto di vista che l’ha indicato
come superfluo. Va bene il viso truccato, il viso non truccato o la maschera, a
condizione che si comprenda la relazione tra scelta e risultati conseguibili.
La pratica corrente tende a far passare il valore di una formazione buona per
ogni tipo di teatro, che non tiene conto di un dato di fatto fondamentale, e
cioè che ci sono contenuti e approcci metodologici diversi per diverse proposte
formative in funzione di diversi tipi di teatro destinati a diversi pubblici. È
importante allora che il giovane attore/danzatore non solo goda della libertà
di scelta, ma sia consapevole della opportunità e della finalità della scelta.
Quanti sono, oggi, i maestri riconosciuti dell’arte
dell’attore? Esiste un’offerta pubblica differenziata di formazione
professionale, consapevole dei problemi relativi alla trasmissione del sapere?
Perché la formazione dell’attore guarda soprattutto verso lo spettacolo d’intrattenimento, contravvenendo
al principio fondamentale del pluralismo fattuale che dovrebbe tenere in buona
considerazione anche altre forme di teatro?
La quantità corrisponde alla qualità? Guardando verso oriente si continua a
citare Stanislawskij come maestro di psicotecnica
e del lavoro sulla memoria emotiva,
trascurando l’intuizione finale relativa alle azioni fisiche, raccolta e perfezionata da Grotowski, che ha sempre riconosciuto il
suo debito nei confronti del maestro russo. Sul
versante occidentale si continua a citare Strasberg o a rilanciare in termini
antagonistici Meisner senza dire che la formazione americana è un ritorno rimasticato
della psicotecnica stanislavskiana. E’
difficile disegnare un quadro nazionale della proposta formativa. Mi limito a guardare
la formazione attraverso alcuni libri di recente pubblicazione, cercando di
ricavarne alcune linee di tendenza e alcuni significati.
2. Meisner è
stato, assieme a Lee Strasberg e a Stella Adler, uno dei fondatori del Group
Theatre che ha poi abbandonato per fondare una nuova scuola e praticare un
nuovo metodo. “Ai tempi del Group
Theatre – scrive Meisner –, gli attori facevano quelle che venivano chiamate
improvvisazioni. Erano delle descrizioni verbali e generiche di quella che ci sembrava più o meno la
nostra situazione nella commedia. In pratica, raccontavamo quel che ci ricordavamo
della storia usando parole nostre. Alla fine decisi che erano un’assurdità
originata solo dall’intelletto” (Sulla
recitazione, Dino Audino Editore, 1994). Intuizione giusta, che tuttavia
non trovò un’adeguata soluzione operativa. Dopo l’uscita dal Group Theatre,
Meisner decise di creare un esercizio per gli attori in cui non ci fosse nulla
d’intellettuale: “Volevo eliminare tutto il lavoro di testa, togliere la
manipolazione mentale per accedere al nucleo da cui partono gli impulsi”. Le
fondamenta dell’insegnamento sono date dalla realtà della ripetizione. Secondo
Meisner è questo il senso della realtà che genera la verità scenica. E quale
sia questo senso lo spiega chiedendo agli allievi se lo stanno ascoltando.
Figuriamoci! Un coro di risposte affermative. Certo che ascoltano
il maestro, il quale insiste per sapere se fingono, oppure se ascoltano
veramente. La rassicurazione è fuori discussione, ma l’affermazione secondo la
quale la realtà dell’azione stia in quel ‘veramente’ suscita forti perplessità.
Sento, quindi ascolto? Purtroppo non è così. Chi ci assicura che gli
allievi ascoltino veramente e dicano la
verità? Non nego che abbiano sentito le sue parole, ma non sono certo che le
abbiano ascoltate. E come si fa ad ascoltare veramente? Questa è la vera
questione. Gli allievi, invitati ad ascoltare quante automobili passano per la
strada, rispondono: ‘nessuna’, ‘ho sentito un aereo’, ‘non riuscivo a sentire
le macchine’, ‘i rumori erano confusi, non sono riuscita a distinguere i rumori
delle macchine’. È evidente che prima hanno fatto finta di ascoltare il
maestro. Quella che era stata indicata come realtà dell’azione era in realtà un
guscio vuoto, una piaggeria, un atto di volontà, una parola che mente. Se non
sono stati in grado di ascoltare veramente un’automobile, quante parole del maestro
avranno veramente ascoltato sulla questione della realtà dell’azione? Poche o
nessuna. In un caso e nell’altro la realtà dell’azione risulta decisamente
inafferrabile.
Ripetere, ecco
la seconda regola sulla quale Meisner sposta l’insegnamento: “Ripetere ciò che
sento dire m’impedisce di lavorare con la testa” . Se ripeto, il cervello non
funziona. Se ripeto, compio un atto che non ha niente d’intellettuale. Hai i
capelli lucidi, hai i capelli lucidi, hai i capelli lucidi, hai i capelli lucidi…. “No, grida il maestro, non
dovete aggiungere inflessioni. È meccanico, è inumano, ma è la base per
qualcosa, commenta all’indirizzo di una coppia di attori. È vuoto, è inumano,
vero? Eppure c’è qualcosa: c’è una connessione. Si stanno ascoltando a vicenda,
giusto? Questa è la connessione. È una
connessione generata dal reciproco ascolto, ma che non ha nessuna qualità
umana – non ancora”. Dicendo “non ancora”, Meisner mi pare che rinvii al
dialogo emotivo come effetto del contatto verbale. Se ripeto, non lavoro con la
testa. E va bene, non uso la ragione. Però, se non lavoro con la testa, con che
cosa lavoro? Dovrei lavorare con il corpo, con il corpo/mente, partendo dalle
azioni fisiche, ma Meisner non è in grado di apprezzare il valore della lezione
finale stanislawskiana. Non lavoro con la testa, non lavoro con il corpo:
allora, con che cosa lavoro? Ripeto le frasi perché lo ha stabilito il
direttore della scuola? Meisner, con la tecnica del ripetere senza inflessioni coglie l’importanza dello stimolo, ma
si arena sul terreno dell’attività fisica (non dell’azione fisica) quale è la meccanica ripetizione della frase ‘Hai i
capelli lucidi’. La tecnica della ripetizione
è dunque inumana e inorganica a tutti gli effetti.
Meisner è ancora insoddisfatto. Apporta un’altra
variazione al metodo di lavoro. Passa dal ripetere
ciò che sento al ripetere ciò che
dico, ed esemplifica il passaggio con un esercizio in cui chiede soldi in
prestito ad un allievo. Ripete la richiesta cinque o sei volte. Poi,
all’interlocutore muto grida in faccia ‘Sei uno spilorcio’. Spiega che il
rifiuto ha innescato un impulso che proviene direttamente dalla ripetizione e
che la frase ‘Sei uno spilorcio’ è stata generata da questo impulso. Il dato
importante è la scoperta dell’impulso. Ma invece di soffermarsi sul valore di
questo dato, rivolge attenzione alla reazione verbale. Chiede un prestito e
critica il silenzio dell’interlocutore attribuendogli un significato negativo.
Chi tace acconsente, si dice, oppure chi tace non dice niente, ma entrambe le
affermazioni non sono vere. L’attore che
tace, che sa tacere, comunica con il corpo. Quindi, il problema è che
Meisner non ha ascoltato il silenzio dell’interlocutore. Lo ha ignorato,
concentrando l’interesse sul passaggio da una battuta (‘Mi fai un prestito?’) a un’altra battuta
(‘Sei uno spilorcio’) e restando prigioniero
della parola.
In altri termini, l’interpretazione
del silenzio come rifiuto comunicato attraverso la battuta dipende dal
condizionamento del teatro dialogico, che cerca solo la parola per dire la
battuta, pur non essendo scontato che il silenzio debba essere interpretato
come rifiuto del prestito e che questo rifiuto (cioè il significato) debba
essere trasmesso con la parola. Il silenzio potrebbe produrre un gesto o un
suono inarticolato, oppure un altro silenzio, riempito per esempio dalla
diffidenza suscitata dalla insicurezza per la restituzione del denaro o dalla
valutazione delle disponibilità finanziarie o dalla sorpresa generata dalla
richiesta improvvisa del prestito. Insomma, i significati del silenzio che
parla potrebbero essere tanti e tante potrebbero essere le successive risposte
verbali o non verbali da mettere in relazione alla necessità della
comunicazione, a condizione che si comprenda, primo, che stare in silenzio è
un’azione fisica; secondo, che l’azione fisica debba essere opportunamente
specificata e circostanziata; terzo, che lo stimolo è esterno e produce un
impulso. Da questo fatto nasce un interrogativo che Meisner ha lasciato senza
risposta. Se per dire il dicibile basta dire una parola o una frase
esplicita, come si fa a comunicare l’indicibile? Se per il dicibile
la tecnica del dialogo emotivo può essere
applicabile, per l’indicibile, l’invisibile e l’impalpabile
appare decisamente inadeguata. In sostanza Stanislawski si poneva la stessa
domanda quando dichiarava la propria insoddisfazione per i risultati che il
metodo produceva sui testi linguistici complessi che chiamava di poesia. Oggi
sappiamo che la centralità dell’azione fisica posta alla base del processo
organico è determinante ai fini della comunicazione dell’indicibile.
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Alessandro Fersen
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3. In Italia
una linea di ricerca simile a quella del maestro americano è stata portata
avanti per molto tempo da Alessandro Fersen: uomo di cultura, regista
apprezzato, autore di scritti pregnanti sulle questioni scottanti del suo
tempo, al quale è stata dedicata di recente Una
giornata di studio e un libro. (Ora
fluente – Del teatro e del non teatro,
Paola Bertolone, Titivillus 2009). Come
Meisner, il maestro italiano fonda l’attività formativa sulla psicotecnica
stanislawskiana. Più tardi l’abbandona, teorizzando una terza via che sta tra
Brecht e Stanislawskij e mettendo in pratica tecniche del controllo e tecniche
dell’abbandono che hanno rappresentato un passo avanti rispetto alla
psicotecnica, ma che lo hanno tenuto legato – come Meisner – al teatro di
parola e all’area psicologica della ricerca. Fersen ha dedicato l’ultima parte
della sua vita al mnemodramma e ai processi di trance che si sono rivelati più
adatti alla performance che al teatro. In questo ambito la sua ricerca si
radica nello psichismo, non in contrapposizione al corporeo, ma piuttosto al
suo confine, cioè nelle manifestazioni pulsionali e nelle immagini emotive del
corporeo, dove nasce l’elaborazione della cultura, dove ha sede il laboratorio
della memoria.
4. Un po’ di
oriente psicotecnico, un pizzico di tradizione occidentale, una citazione del
Dalai Lama mescolata a alcuni riferimenti a Fromm, Freud e Lacan, un po’ di
Ginger, qualche esercizio, molta psicologia, e la scuola è fatta. In un altro
libro di recente pubblicazione l’attore finisce sul lettino dello psicanalista
(L’arte dell’attore, Mariagiovanna
Hansen, Edizioni EDUP, Roma 2008), creando un pasticcio che suscita un indomito
stupore. Nella prefazione si teorizza la “assunzione di moduli operativi che
devono necessariamente integrarsi con la struttura di base psicologica dell’allievo” e si aggiunge che
“le improvvisazioni possono in alcuni casi investire in modo distruttivo
meccanismi di difesa eretti talvolta a protezione di un Io fragile”, il che
vuol dire che necessitano di “una guida psicologica affidata a mani esperte”. Nel corpo del libro la responsabile
della Scuola di teatro si affretta a dichiarare la propria fede nella
psicoterapia come percorso da consigliare a chiunque senta l’esigenza di
conoscersi per evolversi e per esprimere la propria creatività. Con i richiami
alla psicotecnica e alla memoria emotiva siamo nella migliore
delle ipotesi al primo Stanislawski mal digerito. Che la maggior parte dei corpi degli
aspiranti attori siano gravati da patologie più o meno gravi è vero; che i
giovani abbiano bisogno di un maestro riconosciuto per superare le ben note resistenze è altrettanto vero; ma che le
patologie debbano essere risolte con l’acquisizione di una “abitudine
all’analisi” non è suffragato dalle tesi sperimentali di uno solo dei grandi
maestri del ’900. Al contrario è stata accertata la centralità del lavoro sulle
azioni fisiche. Certo, il teatro può
avere anche una funzione terapeutica, ma che c’entra il teatro terapeutico per
gruppi di laureandi in psicologia o per
persone con disturbi di personalità con l’arte dell’attore? E perché mettere
insieme arte e psicologia, chiamando in causa Grotowski e Brook che non hanno
mai fatto uso di pratiche psicologiche o psicanalitiche?
5. Anche la
formazione propinata ai ragazzi delle scuole di danza appare falsa, fuorviante
e inorganica. La maggior parte degli insegnanti fonda
l’azione formativa sulla centralità degli arti e sul gesto mimetico. Tutti gli
esercizi prevedono una regola tassativa: tenere il busto eretto. Finalità: la sensibilizzazione dei diversi punti
articolati delle braccia. Stesso ragionamento per gli arti inferiori. Povero
Decroux! La scoperta della centralità del tronco
è finita sotto il carro armato di una ricerca indirizzata verso i livelli alto,
laterale, basso degli arti superiori, fondata sull’esperienza del movimento
alternato delle braccia. Una pratica che prepara all’uso degli arti in funzione
di un’arte imitativa. Le braccia cadono
dall’alto verso il basso come le foglie d’autunno, le braccia si alzano e si
abbassano ripetutamente per indicare il volo degli uccellini, le mani e i piedi
spingono per far saltare le rane: e così tutti i bambini ripetono gli stessi gesti e gli stessi
movimenti. Il culmine dello stereotipo, legato allo stilema coreografico, è
raggiunto con ‘i passi degli animali’ (Insegnare
danza ai bambini, Silvia Perelli, Dino Audino Editore, Roma, 2007). Passo
della tigre: un passo ogni due tempi: un
passo elegante (che vuol dire elegante?) e cauto (che vuol dire cauto?), meno
pesante dell’elefante, ma ugualmente
deciso (che vuol dire deciso?). E
per l’incedere del cacciatore della
tigre si suggerisce l’appoggio prima dell’avampiede e poi del tallone. E così
di questo passo con i passi del cavallo e delle formiche. Tali gli adulti, tali
i bambini.
Nell’ottocento
si teorizzava la poesia delle braccia e delle gambe. Oggi, dopo Decroux,
Grotowski, Jooss e Bausch, tanto per citare alcuni grandi maestri, si dovrebbe
insegnare a tenere dritta la spina dorsale e rilassati i muscoli laterali che
la sostengono; a considerare il tronco come centro del corpo e della produzione
di energia; a lavorare sulle azioni fisiche e sui processi associativi per sviluppare
veramente la creatività individuale e di gruppo, la organicità, la differenza e
l’originalità. Si dovrebbe insegnare che non c’è un modo, ma mille modi di
essere elegante, cauto, deciso; che prima di stabilire come si cammina bisogna stabilire perché si cammina e dove si
cammina, ovvero individuare la necessità
che spinge l’essere umano a camminare,
il bisogno che ha di muoversi e di agire. La barbarie culturale galoppante ha
bisogno di bambini che scimmiottano gli adulti; di adolescenti pronti a praticare l’edonismo in età adulta;
di giovani legati alle convenzioni e
agli stereotipi.
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Pina Bausch
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6. “Teoria e
tecniche per vincere il blocco dell’attore e risolvere i problemi della
recitazione” è il sottotitolo rassicurante del libro del regista inglese Declan
Donnellan (L’attore e il bersaglio,
Dino Audino Editore, Roma 2007). Il blocco, si sa, impedisce al talento di
manifestarsi: “Il talento circola in modo naturale, come il sangue. Dobbiamo
solo rimuovere il grumo che lo ostruisce”, scrive Donnellan. Ciò che è facile a
dirsi non è altrettanto facile a farsi, anche in considerazione del fatto che
più si cerca di “uscire dall’impasse, più si peggiorano le cose” e anche perché
nella situazione di blocco si prova un profondo senso d’isolamento. Tra le
cause del blocco, si sa, ci sono il luogo in cui si lavora, l’atmosfera
difficile nel gruppo, il cattivo rapporto con il regista o l’autore, ma anche
quelle resistenze sulle quali
Grotowski ha pronunciato parole inequivocabili, provocate dai traumi o dalle
lacerazioni della vita quotidiana. Donnellan premette che bisogna “distinguere
tra ciò che possiamo cambiare e ciò che non possiamo cambiare”, precisa che
l’attore ha uno scarso controllo su ciò che viene da fuori di lui, mentre su
ciò che proviene da lui stesso “può avere un controllo sempre maggiore” e
conferma la tesi, ormai consolidata, secondo la quale si debba lavorare
dall’interno verso l’esterno, e non fare nulla per l’esterno.
È possibile
insegnare a recitare? La recitazione è un mistero. Nessuno ha la bacchetta
magica per risolvere i problemi relativi all’arte dell’attore. Forse ai giovani
in formazione bisognerebbe dire che il migliore maestro è colui che non ha
niente da insegnargli, ma che ha la capacità di metterlo nelle condizioni
d’imparare a disimparare. Obiettivo strategico fondamentale: non pompare i
sentimenti. E per non pompare sentimenti è essenziale non trattare il
personaggio come organismo vivo, ma come un lessema, quale è effettivamente.
Purtroppo, la formazione per generi, la santificazione delle tecniche che
implicano la dipendenza del soggetto attore/danzatore dal soggetto regista, la
pratica mortale della trasformazione della parola scritta in parola parlata, la
tendenza alla mimesi, sono le cause che determinano il fenomeno di contiguità
tra la “prima natura” (l’imitazione degli adulti) e la “seconda natura”
(l’imitazione della realtà). Su questo versante si finisce per “sentire”
il personaggio, appiccicandogli addosso sentimenti e psicologie.
Al lavoro sui sentimenti Donnellan
dedica un capitoletto intitolato “Cosa prova il mio personaggio”. La risposta rivolta
all’attrice che deve interpretare Giulietta è la seguente: “è pericoloso per Irina chiedersi cosa
sta provando Giulietta. La domanda appare ovvia e anche generosa, ma non fa che
soffocare lo spirito. La domanda è contaminata dalla sottile vanità di poter
essere totalmente sicuri di ciò che proviamo. Ma se non posso essere certo di
cosa provo io, come posso essere certo di cosa Giulietta potrebbe provare?”
Conclusione: la domanda “non ha alcuna risposta pratica”, perciò è inutile che
Irina se la ponga. E allora, cosa deve fare l’attrice? Deve ricorrere al
“bersaglio”.
Dopo
aver dichiarato che “l’impulso dell’attore è legato a due specifiche funzioni
del corpo: i sensi e l’immaginazione”, e chiarito che “sono la prima antenna
per esplorare il mondo esterno”, Donnellan introduce il tema del “bersaglio”,
precisando prima di tutto quello che non è. “Il bersaglio non è né un
obiettivo, né un desiderio, né un progetto, né una ragione, né un’intenzione,
né uno scopo, né un punto di focalizzazione,
né una motivazione”, essendo le motivazioni derivazioni del “bersaglio”.
“Il bersaglio può essere reale o immaginario, concreto o astratto, ma la prima
regola infrangibile è che, sempre e senza eccezione, ci deve essere un
bersaglio”. E fa alcuni esempi: Metto in guardia Romeo – Prendo in
giro la Balia – Apro la finestra. La
natura del bersaglio cambierà di
volta in volta. La scelta è enorme. Ma senza il bersaglio, l’attore non può
fare assolutamente nulla, in quanto il bersaglio è per l’attore fonte di vita”.
Ciò che dà lo riceve in cambio, come l’amore, che è energia. Il bersaglio dove
sta? Sta all’esterno. Quand’è che esiste? Esiste prima ancora che l’attore ne
abbia bisogno. Invece di sentire, cosa deve fare l’attore? Deve vedere
il bersaglio. Come? In modo specifico e dettagliato. Non una volta per tutte, e
sempre allo stesso modo. Il bersaglio è mobile e modificabile, è in continua
trasformazione, sempre in azione. Il bersaglio è come il cibo, nutre l’attore e
lo carica di energia. Non esiste “una risorsa interna di energia”, perché
“tutta l’energia deriva dal bersaglio”, ripete Donnellan. L’energia dipende
dall’attenzione rivolta al bersaglio. Tanto più vediamo in palcoscenico, tanto
più vedono gli spettatori. Contrariamente: “tanto più sentiamo, tanto
più inutili risulteranno le parole e tanto più descrittivamente sentimentale e
psicologica risulterà l’interpretazione”.
Donnellan
prende le distanze dai santoni americani (Strasberg, Meisner e Hagen) che hanno
fondato l’insegnamento sul trasferimento dei sentimenti e colloca il bersaglio
al centro dell’arte della recitazione, precisando che “l’attore non può
recitare un verbo senza il complemento oggetto”. Prendi il verbo essere, ci
dice: “Irina non può recitare il fatto di essere felice, triste o arrabbiata”,
se non a rischio di produrre forme morte, algide e respingenti. “L’attore può
recitare soltanto i verbi –aggiunge –, a condizione che questi dipendano da un
bersaglio, che è una sorta di complemento oggetto, una cosa specifica, vista o
percepita, e in qualche misura desiderata”, che spinge l’attore a partire da se
stesso: non per se stesso, non per l’esterno.
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Declan Donnellan
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Sulla
questione della divisione del tempo – determinata dalla Paura che assale
l’attore bloccato –, Donnellan dice che la Paura divide il tempo presente in
“due falsi livelli temporali” che si chiamano passato e futuro. È in questi luoghi che si rifugia e
prospera la Paura: “governa il futuro in forma di ansia e il passato in forma
di senso di colpa”. Ne consegue che la Paura si cura soltanto con il presente.
E il migliore presente è ovviamente il bersaglio, il complemento
oggetto, non il verbo, che indica l’azione fisica. Sempre sul tema del blocco Donnellan dedica un
capitolo molto interessante alla “posta in gioco” che “serve a offrire la
migliore via di fuga liberatoria”. Dopo
aver precisato che “le poste in gioco non sono qualcosa di vago e di confuso,
anzi sono specifiche e sempre appaiate”, prefigura – prendendo in esame Giulietta
– la necessità della divisione di “uno” (scapperò con Romeo) in “due” (scapperò
con Romeo, non scapperò con Romeo), cioè in una coppia di valori opposti e
contrari. Si tratta di una regola di rilevante interesse che libera energia
vitale, aiuta l’attore ad uscire dal blocco, incide favorevolmente sulla
credibilità e sulla imprevedibilità delle forme.
Con
le modalità di lavoro sulla recitazione che hanno come protagonista assoluto il
bersaglio Donnellan dice che l’attore è quello che “interpreta”. Con le
modalità di lavoro sull’arte dell’attore fondata sul metodo delle azioni
fisiche si può dire che l’attore è quello che fa e che il personaggio è quello
che gli fa fare l’attore e il regista. C’è una differenza tra le due metodiche
di lavoro? Credo di sì. La prima mi sembra soprattutto funzionale alle forme di
teatro fondate sul principio di discorsività, mentre la seconda alle
esigenze del teatro che s’ispira al principio della totalità, cioè all’atto totale
dell’attore. Un atto che è un evento. Un evento che regala lo stupore della
trasformazione del corpo. Un corpo che produce pensiero e afferma la dualità della natura e della cultura
umana. Una dualità che riconosce valore al sapere e al non sapere, che trova
sostanza nella miscela linguistica eterogenea, che si manifesta attraverso la
pluralità del linguaggio, che intreccia comunicazione chiara e comunicazione
oscura per generare mistero e poesia.
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