TEATRICA
MUTA IMAGO

Chi chiuderà
la forbice tra dire
e fare, tra essere
e sembrare?


      
“Displace”, l’ultimo lavoro dell’ensemble romano, punto d’arrivo dopo i due precedenti studi scenici “La rabbia rossa” e “Rovine”, è uno spettacolo sul crollo di un muro, sulle macerie e sulla voglia di reazione che nel finale fa apparire un’arca della salvezza possibile. Un allestimento di evidente impatto metaforico rispetto al presente, che si mostra semplice e pregnante allo stesso tempo, e induce domande sulla nostra barbarie e sulla necessità morale di superarla.
      




      

di Alfio Petrini

 

 

Ci sono spettacoli che mi fanno sentire utile e spettacoli che mi fanno sentire inutile. I primi mi stimolano, mi coinvolgono, mi consentono di percorrere le strade dei significati di rimbalzo, di assecondare la soggettività vagabonda che concede – e non è cosa di poco conto – il piacere dell’elaborazione di una drammaturgia dello spettatore accorto. I secondi invece mi respingono, m’inducono a essere sempre presente a me stesso, mi spingono verso la passività, l’inazione drammaturgica, e dunque mi annoiano.

 

 Displace della Compagnia Muta Imago appartiene alla prima tipologia di spettacoli e si caratterizza per la combinazione sapiente di codici espressivi di diversa natura: soprattutto visivi, sonori, luminosi e oggettuali. Quelli verbali sono preventivati nella misura minima, strettamente necessaria alla comunicazione.  In sostanza si tratta di uno spettacolo di teatro totale che si fonda sulla rottura del patto mimetico. In tal senso va dato atto a Claudia Sorace – che ha curato regia, scena e luci –, e a Riccardo Fazi – che si è occupato di drammaturgia e suono – di aver favorito un proficuo rapporto di collaborazione tra testo e scena, realizzando una sintesi teatrale fondata su un’efficace miscela linguistica. 

 

Lo spettacolo è passato attraverso due precedenti studi o, meglio, stadi della scrittura scenica: La rabbia rossa e Rovine. Potrebbe essere raccontato – ammesso e non concesso che uno spettacolo possa essere raccontato – con cinque sostantivi: muro, crollo, rovine, rabbia, arca. A prima vista potrebbe sembrare privo di complessità, ma non è così. È semplice e pregnante allo stesso tempo. Il crollo metaforico del muro e tutto quello che ne consegue rinvia continuamente a ciò che è altro e che sta altrove, offrendo, come ho detto, allo spettatore libertà di lettura della visione scenica.





Compagnia Muta Imago: Displace (2011), regia di Claudia Sorace (ph. Luigi Angelucci)


 Displace  è luogo di desolazione e di desertificazione. È il bubbone del nostro male di vivere. È il crollo di un muro che, forse, una volta, illusoriamente ci proteggeva e che, dopo convulsioni irrefrenabili, sconquassi e urla implode, solleva nuvole di polvere e lascia a terra soltanto rovine. Il cuore s’incendia e la mente vola a dritta e a manca resuscitando paure dell’infanzia, memorie di avi, frammenti di sogni infranti, cadute di valori su una crosta di terra che non ha cielo. Fantasie, fisime, manie di persecuzione? No, il crollo, le macerie e le urla intrise di rabbia non sono deliri notturni: ci riguardano: mi appartengono. Sono i segni di un’epoca felice che non è esistita, ancorché propagandata da un cavaliere errante e dai suoi miserabili servitori. Italo Svevo pensava che potesse restare felice quell’epoca solo finché fosse durato lo sforzo di uscirne, ma il superuomo dei tempi recenti, invece di allungare lo sforzo a favore di tutti, ha esaltato l’epoca felice nel convincimento che fosse la felicità dei pochi a rendere felice tutti. Insomma, ci ha detto che eravamo usciti dalla dittatura con la guerra di liberazione e con la carta costituzionale, e che eravamo entrati nell’era di una felicità epocale, che tutto andava bene, che il paese era ricco, che i ristoranti erano pieni e che gli aerei trasportavano frotte di vacanzieri e di uomini d’affari. Poi, un giorno, a contraddire il grande seminatore di speranza, abbiamo assistito al crollo, con il suo corredo di gemiti, polvere e sangue.  

 

Displace è l’orrore dell’assoluto ideologico. È la barbarie dilagante. È la politica che insegue i problemi, incapace di prevederli e di risolverli. È la critica che non critica. È parlare dell’uomo e del mondo con il teatro: di una rete di fatti, eventi e situazioni che rimandano al contesto in cui il lavoro si svolge. Vuol dire fare un’esperienza, parlare della capacità o incapacità a fare scelte in base a ciò che siamo, a ciò che vogliamo e che sappiamo fare. Già, ma è un problema sapere chi siamo, cosa facciamo e cosa siamo in grado di fare.

 

Mentre la politica annaspa intrecciando fatti pubblici e privati, siamo afferrati dall’orrore delle grandi tragedie quotidiane e mentre crollano case, dighe e ponti, crolla anche la prospettiva di un futuro decente. Nell’era delle grandi tragedie umane non esiste più il teatro tragico e nel trionfo della vivacità satirica è scomparso anche quello comico. Alcuni eventi tragici – a distanza di poco tempo –, si trasformano, secondo Marx, in farse. Il ridicolo non è un eccesso quotidiano: è la normalità dello spettacolo della vita che entra mimeticamente nello spettacolo dal vivo. Il troppo umano diventa disumano. Il bello è ciò che appare. E conta solo ciò che appare. Lo spettacolo dal vivo, si dice, deve salvarsi nel mercato, ma chi salverà il mercato dal dirigismo congenito? Chi lo salverà dalla rete di complicità, dalle rendite di posizione, dalla cultura del successo ad ogni costo? Chi lo salverà dalla tensione verso il pensiero unico dello spettacolo d’intrattenimento e dal gancio dei vecchi modelli di riferimento?

 

 Parlare di teatro vuol dire parlare del mondo, ma parlare del mondo vuol dire parlare di un mondo che entra in se stesso, affermando l’angustia della propria totalità, rendendo l’uomo vittima dell’assoluto ideologico, inducendolo a trasformare il gusto individuale in marchio, spingendo la dispotica e contraddittoria economia di mercato verso la perpetuazione di se stessa. L’entropia esclude ogni possibilità di cercare (e di trovare) un’uscita che non somigli a un’entrata. Displace è questo mondo, che ansima, esplode e crolla, lasciando l’uomo senza protezione. Catastrofismo? No. Displace è la storia implicita di uomini e donne senza casa, senza patria, senza lavoro, senza certezze, che dopo l’urlo cercano un cambiamento. Crollo, rovine e urla non sono gli strumenti linguistici per la descrizione degli errori e degli orrori umani, ma la spinta per andare oltre, per cercare oltre il male e la disperazione. Displace  è questo, ma è anche tante altre cose. È questo per me, non per gli altri spettatori. La metafora rende possibili variegati apporti interpretativi e questo mi sembra che sia il maggior pregio dello spettacolo. 





Compagnia Muta Imago: Displace (2011), regia di Claudia Sorace (ph. Luigi Angelucci)


 Alla fine appare un’arca. Un oggetto che dice quello che nessuna parola potrebbe dire meglio. Sollecita alcune domande. Vale la pena di salvare ciò che resta e che ancora ci appartiene? Chi chiuderà la forbice abissale tra dire e fare, tra essere e sembrare? Quale mondo possiamo raccontare, se accogliamo e nutriamo un mondo di morte? Chi ci condurrà con coraggio e con paura attraverso i luoghi di senso? Chi ci tirerà fuori dalla barbarie, soddisfacendo il bisogno diffuso di nuovi sguardi e di nuovi orizzonti? Insomma, chi ci salverà?

 

 Nessuno potrà salvarci. Non dobbiamo attendere l’aiuto di un angelo benedicente o di un principe azzurro. Ne consegue che ciascuno di noi deve contare su se stesso. Guai a isolarmi o a sentirmi migliore degli altri. Guai a desiderare di vincere sull’altro. Dopo il crollo, qualunque sia la natura del crollo, posso andare oltre la perdita e il dolore della perdita a condizione che non rinunci alla parola – detta e non detta –, perché mi consente di ascoltare la vita. Sì, come mi è capitato di dire in altra occasione, dalle domande posso ricominciare. Ma non basta. Per andare oltre la barbarie devo riconoscere di essere barbarico, anche se non ho mai compiuto atti barbarici. Sono immorale, e lo accetto, ma non sono a-morale.

 

 

 




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