TEATRICA
TEATRO E CRITICA (2)

Senza i venti
dei viaggi teatrali
non si può pensare
al futuro


      
Quasi un quarto di secolo fa, nel 1987, si tenne ad Ivrea il Convegno per un Nuovo Teatro intitolato “Memorie e Utopie”. Convegno che intendeva riflettere e fare un bilancio artistico a vent’anni dal precedente, storico Convegno di Ivrea del 1967 che fu la prima grande assise dell’avanguardia scenica italiana. Pubblichiamo qui la lettera che il fondatore dell’Odin Teatret, impossibilitato ad essere presente, inviò al critico Franco Quadri che la lesse in pubblico. Il grande regista italo-danese richiama la necessità di un reciproco rispetto ed accettazione tra teatri diversi e invita a non ragionare ‘per categorie, per stili, per tendenze’, ma ad aprirsi all’ascolto delle tradizioni orientali e alle esperienze difficili della scena latino-americana.
      




      

di Eugenio Barba

 

 

Holstebro, 17 settembre 1987

 

Caro Franco,

                        benché sia personale, diretta a te, questa non è una lettera privata. Volevo essere presente, almeno per iscritto, ad Ivrea dove venni vent’anni fa con Else-Marie e Torgeir a mostrare frammenti del primo spettacolo dell’Odin Teatret e gli esercizi del training.

Tramite te, desidero rivolgermi anche agli altri, quelli che allora c’erano e quelli che di quel Convegno – che oggi appartiene alla Storia – hanno solo sentito parlare.

 

Quando – in gran parte per opera tua – fui invitato ad Ivrea, nel ’67, apparii – credo – come il rappresentante di un teatro monastico soddisfatto della sua clausura, addirittura infetto da un senso di superiorità morale. Per Else-Marie, per Torgeir, per me quell’invito fu invece uno dei primi segni di solidarietà, di curiosità ed interesse capace di rompere un isolamento di cui soffrivamo.

 

Volevamo seguire la nostra strada, quasi rifarci il teatro dalle fondamenta, visto che nel teatro già fatto non c’era posto per noi. Ma volevamo tutto questo per incontrare altri, per essere accettati e per accettare, malgrado e tramite la difficoltà a comprenderci, l’impossibilità di riconoscersi tutti in una stessa visione teatrale.





Torgeir Wethal, Else-Marie Laukvik e Eugenio Barba durante le prove di Min Fars Hus (1972)


Possono la solidarietà, il rispetto reciproco, l’affetto andar d’accordo con l’intransigenza? A questo si riduce il problema dei rapporti fra uomini che seguono strade diverse, che a volte non si incontreranno mai, e che pure non possono restare soli in un ambiente che è ostile, malgrado l’accettazione o il successo di cui, di tanto in tanto, possono godere i “teatri diversi”.

 

Quando nei primi tempi della permanenza nostra in Danimarca, l’Odin Teatret attraversò una crisi economica che ci avrebbe costretto a chiudere, fummo salvati dalla solidarietà dei colleghi del teatro “tradizionale”, “commerciale”, “boulevardier” che non comprendevano il nostro lavoro, ne rifiutavano il senso sul piano teorico, ma dettero una “beneficiata” per raccogliere fondi che ci permisero di sopravvivere. In quella serata, per la prima ed unica volta in vita mia, ho visto e mi sono goduta un’operetta.

 

A vent’anni di distanza, quella polarità fra bisogno di isolarsi e bisogno di sentirsi accettato non esiste più. Appartengo ad una Laputa teatrale che è sì una piccola isola, ma ha radici in ogni continente. So che potrebbe andare in pezzi da un mese all’altro. Ma so anche che a casa mia c’è una stanza grande abbastanza per poter far teatro, e che in giro per il mondo ci sono abbastanza persone – tante almeno da poterle contare sulle dita di due mani – con cui potremmo riunirci e lavorare.

 

Eppure non è vero che di quella polarità non rimane più nulla. Oggi sento il teatro come una professione – un’azione – caratterizzata dalla tensione fra la propria identità storica-sociale-culturale e la propria identità professionale. L’una ci collega al nostro ambiente storico e geografico, l’altra ci spinge a non tenere conto delle frontiere fra le culture e ci stringe ai nostri diversi e distanti colleghi. Quanto più parlo e rifletto sulla dimensione eurasiana del teatro tanto più ritorno a pensare alla terra in cui sono cresciuto. Quanto più mi concentro sui livelli basilari che determinano il bíos teatrale, tanto più sento il fascino e l’ossessione della Storia in cui viviamo. Lavoro a lungo sul pre-espressivo dell’attore, ma perché a teatro mi interessano solo i significati: non quelli ovvi, ma quelli personali che sono là dove io, l’attore, lo spettatore non li aspettavamo.

 

Mentre invecchio e si fa più impellente la responsabilità di trasmettere un’eredità che io stesso ho ricevuto, provo la gioia di scoprire quali siano stati i miei primi maestri che io stesso avevo a lungo ignorato. Da alcuni anni non sono più cittadino italiano. Scrivo questa lettera da Otranto. La metto in bella copia da Holstebro da dove te la invio. Quando la leggerai sarò in Brasile.





Odin Teatret: Anabasis, Ayacucho, Perù (1978)


Spero che ad Ivrea prendiate efficacemente posizione nei confronti di ciò che sta accadendo nel teatro italiano, con le orecchie attente ai molti scricchiolii, alle voci ancora troppo deboli per farsi ben sentire, ma già vive. Spero che non ragioniate per categorie, per stili, per tendenze.

 

Vi auguro anche che su Ivrea non passi solo aria italiana. Spero che l’attraversi il vento dei viaggi che ha sempre caratterizzato i teatri la cui permanenza è fatta da ciò che si trasmette da uomo a uomo e non dalla solidità degli edifici.

 

Vi auguro i venti dei teatri orientali, apparentemente immobili nella profondità del loro sapere; i venti dei teatri latino-americani agitati dal rischio continuo della perdita di identità, con l’odore acre della violenza subita, del sacrificio, della penuria, invisibili a coloro che amano solo il velo della Grazia e dei capolavori.

 

Personalmente, senza questi venti, mi sarebbe difficile riformulare a me stesso il senso del teatro, pensare al futuro.

Per questo li auguro a te, Franco, nomade anche tu, e li auguro a tutti voi.

 

 

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*  Else-Marie (Laukvik) e Torgeir (Wethal), morto nel 2010, sono attori storici dell’Odin Teatret, presenti fin dal primo spettacolo Ornitofilene (1965).

 

**  Laputa è un luogo fantastico immaginato da Jonathan Swift nel celebre romanzo I viaggi di Gulliver. È un’isola volante abitata da scienziati pazzi, da persone di grande ingegno scientifico e artistico, ma prive di comune senso pratico. Tale visione swiftiana verosimilmente influenzò Barba nel suo libro Aldilà delle isole galleggianti (Ubulibri, 1985).

 

  

 




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