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di Eugenio Barba
Holstebro,
17 settembre 1987
Caro
Franco,
benché sia personale, diretta a te, questa non
è una lettera privata. Volevo essere presente, almeno per iscritto, ad Ivrea
dove venni vent’anni fa con Else-Marie e Torgeir a mostrare frammenti del primo spettacolo dell’Odin Teatret e gli esercizi del
training.
Tramite
te, desidero rivolgermi anche agli altri, quelli che allora c’erano e quelli
che di quel Convegno – che oggi appartiene alla Storia – hanno solo sentito
parlare.
Quando
– in gran parte per opera tua – fui invitato ad Ivrea, nel ’67, apparii – credo – come il rappresentante di un teatro
monastico soddisfatto della sua clausura, addirittura infetto da un senso di
superiorità morale. Per Else-Marie, per Torgeir, per me quell’invito fu invece uno dei primi segni
di solidarietà, di curiosità ed interesse capace di rompere un isolamento di
cui soffrivamo.
Volevamo
seguire la nostra strada, quasi rifarci il teatro dalle fondamenta, visto che
nel teatro già fatto non c’era posto per noi. Ma volevamo tutto questo per
incontrare altri, per essere accettati e per accettare, malgrado e tramite la
difficoltà a comprenderci, l’impossibilità di riconoscersi tutti in una stessa
visione teatrale.
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Torgeir Wethal, Else-Marie Laukvik e Eugenio Barba durante le prove di Min Fars Hus (1972)
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Possono
la solidarietà, il rispetto reciproco, l’affetto andar d’accordo con
l’intransigenza? A questo si riduce il problema dei rapporti fra uomini che
seguono strade diverse, che a volte non si incontreranno mai, e che pure non
possono restare soli in un ambiente che è ostile, malgrado l’accettazione o il
successo di cui, di tanto in tanto, possono godere i “teatri diversi”.
Quando
nei primi tempi della permanenza nostra in Danimarca, l’Odin
Teatret attraversò una crisi economica che ci avrebbe
costretto a chiudere, fummo salvati dalla solidarietà dei colleghi del teatro
“tradizionale”, “commerciale”, “boulevardier” che non
comprendevano il nostro lavoro, ne rifiutavano il senso sul piano teorico, ma
dettero una “beneficiata” per raccogliere fondi che ci permisero di
sopravvivere. In quella serata, per la prima ed unica volta in vita mia, ho
visto e mi sono goduta un’operetta.
A
vent’anni di distanza, quella polarità fra bisogno di isolarsi e bisogno di
sentirsi accettato non esiste più. Appartengo ad una Laputa
teatrale che è sì una piccola isola, ma ha radici in ogni continente. So che
potrebbe andare in pezzi da un mese all’altro. Ma so anche che a casa mia c’è
una stanza grande abbastanza per poter far teatro, e che in giro per il mondo
ci sono abbastanza persone – tante almeno da poterle contare sulle dita di due
mani – con cui potremmo riunirci e lavorare.
Eppure
non è vero che di quella polarità non rimane più nulla. Oggi sento il teatro
come una professione – un’azione – caratterizzata dalla tensione fra la propria
identità storica-sociale-culturale e la propria
identità professionale. L’una ci collega al nostro ambiente storico e geografico,
l’altra ci spinge a non tenere conto delle frontiere fra le culture e ci
stringe ai nostri diversi e distanti colleghi. Quanto più parlo e rifletto
sulla dimensione eurasiana del teatro tanto più ritorno a pensare alla terra in
cui sono cresciuto. Quanto più mi concentro sui livelli basilari che
determinano il bíos
teatrale, tanto più sento il fascino e l’ossessione della Storia in cui
viviamo. Lavoro a lungo sul pre-espressivo
dell’attore, ma perché a teatro mi interessano solo i significati: non quelli
ovvi, ma quelli personali che sono là dove io, l’attore, lo spettatore non li
aspettavamo.
Mentre
invecchio e si fa più impellente la responsabilità di trasmettere un’eredità
che io stesso ho ricevuto, provo la gioia di scoprire quali siano stati i miei
primi maestri che io stesso avevo a lungo ignorato. Da alcuni anni non sono più
cittadino italiano. Scrivo questa lettera da Otranto. La metto in bella copia
da Holstebro da dove te la invio. Quando la leggerai
sarò in Brasile.
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Odin Teatret: Anabasis, Ayacucho, Perù (1978)
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Spero
che ad Ivrea prendiate efficacemente posizione nei confronti di ciò che sta
accadendo nel teatro italiano, con le orecchie attente ai molti scricchiolii,
alle voci ancora troppo deboli per farsi ben sentire, ma già vive. Spero che
non ragioniate per categorie, per stili, per tendenze.
Vi
auguro anche che su Ivrea non passi solo aria italiana. Spero che l’attraversi
il vento dei viaggi che ha sempre caratterizzato i teatri la cui permanenza è
fatta da ciò che si trasmette da uomo a uomo e non dalla solidità degli
edifici.
Vi
auguro i venti dei teatri orientali, apparentemente immobili nella profondità
del loro sapere; i venti dei teatri latino-americani agitati dal rischio
continuo della perdita di identità, con l’odore acre della violenza subita, del
sacrificio, della penuria, invisibili a coloro che amano solo il velo della
Grazia e dei capolavori.
Personalmente,
senza questi venti, mi sarebbe difficile riformulare a me stesso il senso del
teatro, pensare al futuro.
Per
questo li auguro a te, Franco, nomade anche tu, e li auguro a tutti voi.
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* Else-Marie (Laukvik)
e Torgeir (Wethal), morto
nel 2010, sono attori storici dell’Odin Teatret, presenti fin dal primo spettacolo Ornitofilene
(1965).
** Laputa è un luogo fantastico immaginato
da Jonathan Swift
nel celebre romanzo I viaggi di Gulliver. È un’isola volante abitata da scienziati
pazzi, da persone di grande ingegno scientifico e artistico, ma prive di comune
senso pratico. Tale visione swiftiana verosimilmente
influenzò Barba nel suo libro Aldilà
delle isole galleggianti (Ubulibri, 1985).
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