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CINEPRIME - 2
“The Artist”: un’operazione-nostalgia in squisito bianco & nero d’epoca


      
Con questo film il regista franco-baltico Michel Hazanavicius sfida un’opera-culto come “Cantando sotto la pioggia”, affrontando lui pure il tema del passaggio dal muto al sonoro con le modalità del cinema anni ’20. Scommessa vinta brillantemente grazie al devoto e ironico rifacimento di modelli che vanno da Murnau a Frank Borzage, da William Powell e Myrna Loy (“L’uomo ombra”) a Hitchcock. Bravissimo il protagonista Jean Dujardin, premiato come migliore attore all’ultimo Festival di Cannes, che assomiglia al seduttore Douglas Fairbanks e balla il tip-tap come Fred Astaire.
      



      

di Enzo Natta





The artist (2011), regia di Michel Hazanavicius


Due le grandi crisi del 1929. Quella finanziaria che portò alla caduta della Borsa di Wall Street e alla “grande recessione”, ma anche quella che segnò il passaggio dal muto al sonoro. Basterebbe ricordare, o rivedere, Cantando sotto la pioggia per rivivere i drammi di molti divi di Hollywood, e non soltanto di Hollywood, le cui carriere furono stroncate dall’oggi al domani, spazzate via da un tipo di recitazione che non concedeva scappatoie o deroghe di sorta.

Con il precedente di un film di culto come quello di Gene Kelly e Stanley Donen ci voleva già una buona dose di coraggio a impelagarsi nella realizzazione di un’opera che ne ricalcasse le orme; se poi si pensa che il progetto di cui stiamo parlando prevedeva un look del tutto simile a quelli dell’epoca, ovvero scena muta e bianco e nero, allora di sicuro la dose di coraggio esigeva almeno il raddoppio. Dopo Avatar, dopo il trionfo degli effetti speciali, del digitale e del 3D le proporzioni di rischio crescevano addirittura in modo esponenziale, ma Michel Hazanavicius, francese di origini baltiche non si è tirato indietro. Nella sua filmografia ci sono un paio di OSS 117, due “pastiche” (termine con cui i francesi indicano il prodotto d’imitazione, in questo caso film di spionaggio alla André Hunebelle, ambientati negli anni ’50 e ’60), entrambi di successo, dove si era formata una squadra, composta, oltre che da Hazanavicius, dagli attori Jean Dujardin e Berenice Bejo. Per non restare intrappolato negli schematismi del genere, Hazanavicius pensava da qualche tempo a un salto di qualità che soltanto forme e contenuto di The Artist gli avrebbero consentito.

Ecco dunque, come accade parzialmente anche in Midnight in Paris di Woody Allen, una macchina del tempo che ci riporta negli anni ’20, immergendoci totalmente nel cinema di quel tempo, muto e in bianco e nero. Siamo nel bel mezzo del cinema nel cinema, con George Valentin, divo impomatato che vive trionfalmente i suoi successi, quando improvvisamente arriva il sonoro. E con lui la rovina, soprattutto per chi, come la star Valentin, si incaponisce a non arrendersi alla novità.

In un susseguirsi di tracce filologiche i cinefili avranno modo di sbizzarrirsi a rinvenire omaggi e citazioni in larga scala. A cominciare dal modello di avventuriero reso celebre da Douglas Fairbanks, interpretato da Jean Dujardin (discendente di quell’Edouard Dujardin che con Gli allori sono tagliati  anticipò di quindici anni il monologo interiore dell’Ulisse di Joyce, il famoso “flusso di coscienza”) che per la sua maiuscola performance scandita da momenti magistrali (fra tutti l’esibizione nel tip-tap al fianco di Berenice Bejo e l’arrivo del sonoro che invade letteralmente la sua vita infrangendo la barriera del silenzio imposto dal muto) ha vinto il premio per il miglior attore al Festival di Cannes. Divo sulla cresta dell'onda, il personaggio di George Valentin è l'acrobatico protagonista di rocamboleschi “action-movie”, elegante, raffinato, dotato di un sorriso impertinente e di un paio di baffetti spavaldi, donnaiolo galante e impenitente, travolto dal maremoto del sonoro e salvato in extremis da una stellina emergente che ricorda l’astro nascente di Eva contro Eva e le tre diverse edizioni è nata una stella. 





Jean Dujardin e Berenice Bejo, protagonisti di The Artist


Il riconoscimento a Jean Dujardin corona un’operazione-nostalgia di squisita fattura in cui si respira aria di Murnau (Aurora) e di Frank Borzage (Settimo cielo), ma anche di William Powell e Myrna Loy nella serie L’uomo ombra, dei fumetti di Hergé e del cagnolino Milou, il fedele compagno di Tintin; in cui si gustano sapori intensi che sanno di vecchio melodramma hollywoodiano e di cronache rosa del tempo (come quelle di Greta Garbo e John Gilbert). Il tutto in una splendida cornice “vintage” e in un profumo di magia ambientato nel cuore stesso di Hollywood, nelle strade in cui sorgono gli studi della Warner e della Paramount, in luoghi mitici come la casa che fu di Mary Pickford e negli uffici usati da Chaplin per La febbre dell'oro e Luci della città. 

Film d’autore (scritto dallo stesso Hazanavicius), ma anche film in cui trionfa il gioco di squadra, quadrato e compatto  grazie a una linea mediana che vede schierati il direttore di fotografia Guillaume Schiffman (che non ha esitato a usare il classico formato 1,33:1, quello inventato dai Lumière), il costumista Mark Bridges, lo scenografo Laurence Bennett. Un altro gioiello di quest’opera spumeggiante e luminosa è la colonna-musica di Ludovic Bourge, che ha rivisitato gli spartiti dei compositori hollywoodiani anni ’40 e ’50. Primo fra tutti Bernard Herrmann, con un finale tutto all’insegna delle note che hanno accompagnato La  donna che visse due volte. Fra tante celebrità si poteva escludere Hitchcock, che attraversò tutto il periodo del muto nel primo dopoguerra e che con Blackmail firmò il primo film inglese parlato?

 




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