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di Enzo Natta
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The artist (2011), regia di Michel Hazanavicius
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Due le grandi crisi del 1929. Quella finanziaria che portò alla caduta
della Borsa di Wall Street e alla “grande recessione”, ma anche quella che
segnò il passaggio dal muto al sonoro. Basterebbe ricordare, o rivedere, Cantando
sotto la pioggia per rivivere i drammi di molti divi di Hollywood, e non
soltanto di Hollywood, le cui carriere furono stroncate dall’oggi al domani,
spazzate via da un tipo di recitazione che non concedeva scappatoie o deroghe
di sorta.
Con il precedente di un film di culto come quello di Gene Kelly e Stanley
Donen ci voleva già una buona dose di coraggio a impelagarsi nella
realizzazione di un’opera che ne ricalcasse le orme; se poi si pensa che il
progetto di cui stiamo parlando prevedeva un look del tutto simile a quelli
dell’epoca, ovvero scena muta e bianco e nero, allora di sicuro la dose di
coraggio esigeva almeno il raddoppio. Dopo Avatar, dopo il
trionfo degli effetti speciali, del digitale e del 3D le proporzioni di rischio
crescevano addirittura in modo esponenziale, ma Michel Hazanavicius, francese
di origini baltiche non si è tirato indietro. Nella sua filmografia ci sono un
paio di OSS 117, due “pastiche” (termine con cui i francesi indicano il
prodotto d’imitazione, in questo caso film di spionaggio alla André Hunebelle,
ambientati negli anni ’50 e ’60), entrambi di successo, dove si era formata una
squadra, composta, oltre che da Hazanavicius, dagli attori Jean Dujardin e
Berenice Bejo. Per non restare intrappolato negli schematismi del genere,
Hazanavicius pensava da qualche tempo a un salto di qualità che soltanto forme
e contenuto di The Artist gli avrebbero consentito.
Ecco dunque, come accade parzialmente anche in Midnight in Paris
di Woody Allen, una macchina del tempo che ci riporta negli anni ’20,
immergendoci totalmente nel cinema di quel tempo, muto e in bianco e nero.
Siamo nel bel mezzo del cinema nel cinema, con George Valentin, divo impomatato
che vive trionfalmente i suoi successi, quando improvvisamente arriva il
sonoro. E con lui la rovina, soprattutto per chi, come la star Valentin, si
incaponisce a non arrendersi alla novità.
In un susseguirsi di tracce filologiche i cinefili avranno modo di
sbizzarrirsi a rinvenire omaggi e citazioni in larga scala. A cominciare dal
modello di avventuriero reso celebre da Douglas Fairbanks, interpretato da Jean
Dujardin (discendente di quell’Edouard Dujardin che con Gli allori sono
tagliati anticipò di quindici anni
il monologo interiore dell’Ulisse di Joyce, il famoso “flusso di
coscienza”) che per la sua maiuscola performance scandita da momenti magistrali
(fra tutti l’esibizione nel tip-tap al fianco di Berenice Bejo e l’arrivo del
sonoro che invade letteralmente la sua vita infrangendo la barriera del
silenzio imposto dal muto) ha vinto il premio per il miglior attore al Festival
di Cannes. Divo sulla cresta dell'onda, il personaggio di George Valentin è
l'acrobatico protagonista di rocamboleschi “action-movie”, elegante, raffinato,
dotato di un sorriso impertinente e di un paio di baffetti spavaldi, donnaiolo
galante e impenitente, travolto dal maremoto del sonoro e salvato in extremis
da una stellina emergente che ricorda l’astro nascente di Eva contro Eva e
le tre diverse edizioni è nata
una stella.
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Jean Dujardin e Berenice Bejo, protagonisti di The Artist
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Il riconoscimento a Jean Dujardin corona un’operazione-nostalgia di squisita
fattura in cui si respira aria di Murnau (Aurora) e di Frank Borzage (Settimo
cielo), ma anche di William Powell e Myrna Loy nella serie L’uomo ombra,
dei fumetti di Hergé e del cagnolino Milou, il fedele compagno di Tintin; in
cui si gustano sapori intensi che sanno di vecchio melodramma hollywoodiano e
di cronache rosa del tempo (come quelle di Greta Garbo e John Gilbert). Il
tutto in una splendida cornice “vintage” e in un profumo di magia ambientato
nel cuore stesso di Hollywood, nelle strade in cui sorgono gli studi della
Warner e della Paramount, in luoghi mitici come la casa che fu di Mary Pickford
e negli uffici usati da Chaplin per La febbre dell'oro e Luci della
città.
Film d’autore (scritto dallo stesso Hazanavicius), ma anche film in cui
trionfa il gioco di squadra, quadrato e compatto grazie a una linea mediana che vede schierati
il direttore di fotografia Guillaume Schiffman (che non ha esitato a usare il
classico formato 1,33:1, quello inventato dai Lumière), il costumista Mark Bridges,
lo scenografo Laurence Bennett. Un altro gioiello di quest’opera spumeggiante e
luminosa è la colonna-musica di Ludovic Bourge, che ha rivisitato gli spartiti
dei compositori hollywoodiani anni ’40 e ’50. Primo fra tutti Bernard Herrmann,
con un finale tutto all’insegna delle note che hanno accompagnato La donna che visse due volte. Fra tante
celebrità si poteva escludere Hitchcock, che attraversò tutto il periodo del
muto nel primo dopoguerra e che con Blackmail firmò il primo film
inglese parlato?
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