SPAZIO LIBERO
MARIO LA CARRUBBA
Pittura
per diagonali d’aria
e triangolazioni
di cielo


      
Si è tenuta lo scorso dicembre a Roma, presso il centro Polmone Pulsante, la mostra “Cromatismi”, in cui il 67enne artista capitolino ha esposto dipinti degli ultimi anni. Un insieme di quadri che catturano una seducente gamma di colori che dalla sinfonia dei blu svisa nel verde-azzurro e nell’evaporazione di un giallo che si fa essenza di luce. Un ‘formattazione cromatica’ che non rinuncia a geometrie dissestate e a una profusione di visioni dove la significazione ascende nel suo stesso silenzio, nel respiro muto dello sguardo.
      



      

di Plinio Perilli       

 

 

Mario La Carrubba traccia le diagonali anche all’aria o al cielo, e geometrizza i simboli – l’archetipo dell’archetipo, il mare anche dentro uno sguardo… E poi li sgeometrizza, questi simboli di ieri perché identici al domani: li scompone, e ancora irradia, ab antiquo, in nuovi peritissimi archetipi…

Già L’Esodo fu certo (nel 2006-2007) un esito coraggioso, un golfo amplissimo di significanza spirituale ed esemplarità biblica… Ma è il colore poi il suo vero punto d’arrivo – di ripartenza. Già in Visioni cromatiche (opere del 2008-2010), il comun denominatore della rifrangenza cristallizzava tutte le forme come in una stessa architettura o destino di sublimità planetaria, e insieme eco o abbaglio ancestrale…

 

Prendiamo ad esempio un piccolo quadro del 2008, “Ritmi in blu”… Nel piccolo spazio e immenso destino minimale di un 30x40, la tela cattura onde e albe senza tempo, suona tutta la sinfonia del blu, del verde-azzurro, fino all’evaporazione di quella stessa liquida parvenza in essenza di luce, mera significazione di un giallo che ascende se stesso, forse evapora in nuvola, si riaggrega in sfumato rosseggiante, cristallizza come l’ombra d’un’Idea che si fa globo di vetro, cristallino triangolo, pannello e tempio illusorio del colore contrapposto al muro lieve del cielo, ad una linea fulminea affranta e infranta nel bianco…

Schizza e sfumeggia, il verde, ad inseguirsi il proprio azzurro, corteggiare in tenue il blu, dire amore alla luce prima che scoppi in sogno, o si svegli geometrica come un progetto di futuro abitabile in sogno, e appaltato, affittato dall’arte per i suoi studi, le proprie malinconie che si esercitano a confessarsi, rinnegarsi o immolarsi nello stesso turbamento impassibile, ed immobile immaginato turbinìo…





Mario La Carrubba, La danza del blu cobalto, olio su tela, cm 40x60, 2011


“Formattazione cromatica”, ci spiegherebbe Mario, “Primordiale ricordo” che vademecum si fa oltre l’Oltre che si aspetta, si coniuga all’indomani e intona un futuro anteriore che inscena radici, risorge memoriale, ma mai più utopico… Sottile la melodia s’irradia e spande totalizzante, sinestetica. Ma quella musica, al contempo, si riappropria, esige il puro, più struggente silenzio… Ce lo spiegava, rivelava il primo (e miglior) De Chirico, sacerdote laico di Metafisica:

«La musica non può esprimere il non plus ultra di una sensazione. Dopo tutto non si sa mai a cosa la musica si riferisca. Dopo aver udito qualsiasi brano musicale, l’ascoltatore ha il diritto di dire “Che cosa significa?”. Con un dipinto di profonda qualità ciò è impossibile, invece: si deve rimanere in silenzio, dopo averlo penetrato in tutta la sua profondità. Allora luce ed ombra, linee ed angoli e tutto il mistero del volume cominciano a parlare.»

Il ’900 già chiedeva alla categoria del Moderno di infibrare di carne ogni idea per disseccarsi pensiero, tavolozza anzitutto filosofica… I colori cangiano – si perdono e si temprano in una nuova riconquista, misurazione/apposizione di confini: ed è l’eterno Pragma del Sogno, “Il dato oggettivo” polverizzato a giostra emotiva di una verità mentalmente acquisita ma irrivelabile per algebricità di ragione.

Occorre, occorrerebbero gli eterni, umorosi e umorali strumenti della poesia – per risolvere l’enigma, celebrare assodato il rito dell’arcano…

 

Non esistono cose lontane,

tutto è racchiuso nei globi degli occhi.

La lontananza carezza le ciglia

come una piuma di pavone.

 

 Ed è uno stralcio d’una lirica di Angelo Maria Ripellino (da Non un giorno ma adesso, opera del ’60) che evoca e affabula “Il principe Abchazi” – forse vero, testimoniato dalla storia, forse distillato dagli alchemici fumi dell’arte: ma fa lo stesso. Non chiediamo la verità alla fantasia; o meglio non la verità del vero ma il suo splendore onirico, non una formula d’esattezza, ma un’architettura esausta (ed esaustiva) di implosa, destinata impermanenza… Non esistono cose lontane perché tutto è lontano e vicinissimo, tutto abita e avviene nei globi degli occhi,  terracquei come il più grande e orbitante miracolo terrestre, inclinato sul suo asse come la poesia meravigliosamente è in bilico, resta e regna sbilenca sui circonfusi circuiti di ogni rivoluzione spaziale, di ogni evento od avvento ultra-meta-temporale…

Brilla e persiste Ripellino:

 

Si levarono due bianche colombe

dalla terra opaca e triste.

Il principe Abchazi toccò il mappamondo,

fermando il dito sui monti della Georgia.

Come un lùbrico verme la piccola luna

strisciava nelle pianure infinite,

come piccoli pesci le gelide stelle

guizzavano nell’acquario del cielo.

Come due zolfanelli il principe Abchazi

faceva luce a una terra lontana,

dal cui dorso scendevano guerrieri

con scudi variopinti. E pianse.





Mario La Carrubba, Il viaggio di Ulisse, olio su tela, cm 80x120, 2011


Mario La Carubba (Roma, 1944) divina insomma il futuro rinvigorendolo, nonché dissipandolo, verso le prove e i calchi del passato. Tanto il futuro nasce quale punto di domanda, e poi cresce e si sublima come esclamazione redenta, gesto ispirato che guida e riassomma al cuore…

 

Non esistono cose lontane:

basta alzare una fila di sipari,

di drappi, di tende, di coltri, di veli.

Poi sul tuo palmo apparirà il teatro

di giorni lontani, di paesi remoti,

di antichi affetti che ti fanno piangere.

 

Si piange più per la gioia – si dice a volte – che per il dolore.

Comunque tutte queste lacrime tornano anch’esse colore.

Irradiano, approvano, semplificano equazioni ed incognite d’amore. Chiedono insomma all’arte (anche a quella di La Carrubba) di non farsi, di non perdersi mai in calcolo – ma, questo sì, di calcolare la luce che le appartiene, ci abita e ci trasogna, ci tradisce o ci delude; ritorna a ridonarsi, per spiegarci il dono. Barocco di precisione, profuso di visioni… 

E come ogni dono, scartare, sorprendere stupefatto ancora e ancora lo Sguardo. Fare i quadri come si fa all’amore: penetrando, sommuovendo in sogno il desiderio che non si rassegnava a confinarsi, recludersi al corpo, allo spazio, al tempo.

Non esistono cose lontane – se ancora e sempre l’Arte ce le avvicina, ce le inquadra, ce le appende (estende) in gioco, in pegno, in mostra di speranza…

Torniamo dunque con gioia al suo e nostro più bel silenzio – prima che luce ed ombra, linee ed angoli comincino a parlare…

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario
Spazio Libero

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006