di Plinio Perilli
Mario La Carrubba traccia le
diagonali anche all’aria o al cielo, e geometrizza i simboli – l’archetipo
dell’archetipo, il mare anche dentro uno sguardo… E poi li sgeometrizza, questi
simboli di ieri perché identici al domani: li scompone, e ancora irradia, ab
antiquo, in nuovi peritissimi archetipi…
Già L’Esodo fu
certo (nel 2006-2007) un esito coraggioso, un golfo amplissimo di significanza
spirituale ed esemplarità biblica… Ma è il colore poi il suo vero punto
d’arrivo – di ripartenza. Già in Visioni cromatiche (opere del
2008-2010), il comun denominatore della rifrangenza cristallizzava tutte le
forme come in una stessa architettura o destino di sublimità planetaria, e
insieme eco o abbaglio ancestrale…
Prendiamo ad esempio un
piccolo quadro del 2008, “Ritmi in blu”… Nel piccolo spazio e immenso destino
minimale di un 30x40, la tela cattura onde e albe senza tempo, suona tutta la
sinfonia del blu, del verde-azzurro, fino all’evaporazione di quella stessa
liquida parvenza in essenza di luce, mera significazione di un giallo che
ascende se stesso, forse evapora in nuvola, si riaggrega in sfumato
rosseggiante, cristallizza come l’ombra d’un’Idea che si fa globo di vetro,
cristallino triangolo, pannello e tempio illusorio del colore contrapposto al
muro lieve del cielo, ad una linea fulminea affranta e infranta nel bianco…
Schizza e sfumeggia, il
verde, ad inseguirsi il proprio azzurro, corteggiare in tenue il blu, dire
amore alla luce prima che scoppi in sogno, o si svegli geometrica come un
progetto di futuro abitabile in sogno, e appaltato, affittato dall’arte per i
suoi studi, le proprie malinconie che si esercitano a confessarsi, rinnegarsi o
immolarsi nello stesso turbamento impassibile, ed immobile immaginato turbinìo…
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Mario La Carrubba, La danza del blu cobalto, olio su tela, cm 40x60, 2011
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“Formattazione
cromatica”, ci spiegherebbe Mario, “Primordiale ricordo” che vademecum
si fa oltre l’Oltre che si aspetta, si coniuga all’indomani e intona un futuro
anteriore che inscena radici, risorge memoriale, ma mai più utopico… Sottile la
melodia s’irradia e spande totalizzante, sinestetica. Ma quella musica, al
contempo, si riappropria, esige il puro, più struggente silenzio… Ce lo
spiegava, rivelava il primo (e miglior) De Chirico, sacerdote laico di
Metafisica:
«La musica non può
esprimere il non plus ultra di una sensazione. Dopo tutto non si sa mai
a cosa la musica si riferisca. Dopo aver udito qualsiasi brano musicale,
l’ascoltatore ha il diritto di dire “Che cosa significa?”. Con un dipinto di
profonda qualità ciò è impossibile, invece: si deve rimanere in silenzio, dopo
averlo penetrato in tutta la sua profondità. Allora luce ed ombra, linee ed
angoli e tutto il mistero del volume cominciano a parlare.»
Il ’900 già chiedeva alla
categoria del Moderno di infibrare di carne ogni idea per disseccarsi pensiero,
tavolozza anzitutto filosofica… I colori cangiano – si perdono e si temprano in
una nuova riconquista, misurazione/apposizione di confini: ed è l’eterno Pragma
del Sogno, “Il dato oggettivo” polverizzato a giostra emotiva di una verità
mentalmente acquisita ma irrivelabile per algebricità di ragione.
Occorre, occorrerebbero
gli eterni, umorosi e umorali strumenti della poesia – per risolvere l’enigma,
celebrare assodato il rito dell’arcano…
Non
esistono cose lontane,
tutto è
racchiuso nei globi degli occhi.
La
lontananza carezza le ciglia
come una
piuma di pavone.
Ed è uno stralcio d’una lirica di Angelo Maria
Ripellino (da Non un giorno ma adesso, opera del ’60) che evoca e
affabula “Il principe Abchazi” – forse vero, testimoniato dalla storia, forse
distillato dagli alchemici fumi dell’arte: ma fa lo stesso. Non chiediamo la
verità alla fantasia; o meglio non la verità del vero ma il suo splendore
onirico, non una formula d’esattezza, ma un’architettura esausta (ed esaustiva)
di implosa, destinata impermanenza… Non esistono cose lontane perché
tutto è lontano e vicinissimo, tutto abita e avviene nei globi degli occhi, terracquei come il più grande e orbitante
miracolo terrestre, inclinato sul suo asse come la poesia meravigliosamente è
in bilico, resta e regna sbilenca sui circonfusi circuiti di ogni rivoluzione
spaziale, di ogni evento od avvento ultra-meta-temporale…
Brilla e persiste
Ripellino:
Si
levarono due bianche colombe
dalla
terra opaca e triste.
Il
principe Abchazi toccò il mappamondo,
fermando
il dito sui monti della Georgia.
Come un
lùbrico verme la piccola luna
strisciava
nelle pianure infinite,
come
piccoli pesci le gelide stelle
guizzavano
nell’acquario del cielo.
Come due
zolfanelli il principe Abchazi
faceva
luce a una terra lontana,
dal cui
dorso scendevano guerrieri
con scudi
variopinti. E pianse.
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Mario La Carrubba, Il viaggio di Ulisse, olio su tela, cm 80x120, 2011
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Mario La Carubba (Roma, 1944)
divina insomma il futuro rinvigorendolo, nonché dissipandolo, verso le prove e
i calchi del passato. Tanto il futuro nasce quale punto di domanda, e poi
cresce e si sublima come esclamazione redenta, gesto ispirato che guida
e riassomma al cuore…
Non
esistono cose lontane:
basta
alzare una fila di sipari,
di drappi,
di tende, di coltri, di veli.
Poi sul
tuo palmo apparirà il teatro
di giorni
lontani, di paesi remoti,
di antichi
affetti che ti fanno piangere.
Si piange più per la
gioia – si dice a volte – che per il dolore.
Comunque tutte queste
lacrime tornano anch’esse colore.
Irradiano, approvano,
semplificano equazioni ed incognite d’amore. Chiedono insomma all’arte (anche a
quella di La Carrubba)
di non farsi, di non perdersi mai in calcolo – ma, questo sì, di calcolare la
luce che le appartiene, ci abita e ci trasogna, ci tradisce o ci delude;
ritorna a ridonarsi, per spiegarci il dono. Barocco di precisione, profuso di
visioni…
E come ogni dono,
scartare, sorprendere stupefatto ancora e ancora lo Sguardo. Fare i quadri come
si fa all’amore: penetrando, sommuovendo in sogno il desiderio che non si
rassegnava a confinarsi, recludersi al corpo, allo spazio, al tempo.
Non esistono cose
lontane – se ancora
e sempre l’Arte ce le avvicina, ce le inquadra, ce le appende (estende) in
gioco, in pegno, in mostra di speranza…
Torniamo dunque con gioia
al suo e nostro più bel silenzio – prima che luce ed ombra, linee ed angoli comincino
a parlare…
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