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DISCUSSIONI
Il ‘caso
Lucio Magri’
e l’interrogazione etica e giuridica sulla libertà
di morire


      
Il suicidio ‘assistito’ in Svizzera di uno dei fondatori del gruppo “Il Manifesto” ha riaperto sia a sinistra, sia nel mondo cattolico una vasta e non sempre equilibrata riflessione sulla questione dell’eutanasia e delle odierne tecniche medico-farmacologiche ad essa connesse. Al di là delle posizioni religiose o laiciste polemicamente divaricate e contrapposte, non si può non affrontare un tema, in Occidente tabù, come la morte, non contemplando il rispetto di una molteplicità di visioni ed opinioni. Ed è questa pluralità di pensieri e di sensibilità che va salvaguardata dallo Stato e dal quadro legislativo. Dando per scontato che è impossibile raggiungere su un simile argomento un pronunciamento unanime.
      



      


di Domenico Donatone

 

 

«Lottiamo tutti per la stessa libertà, non per la stessa intelligenza.»

(Voltaire)

 

La decisione di Lucio Magri, giornalista e politico italiano, fondatore storico nel 1969 della rivista “Il manifesto”, (poi diventata quotidiano, insieme a Rossana Rossanda e Luigi Pintor), di scegliere il suicidio assistito, ha fatto riaprire la mai chiusa questione che investe il tema del “fine vita”.

Nel novembre 2011, esattamente il 28 novembre, Magri si reca a Bellinzona in Svizzera e sceglie di morire in una clinica privata specializzata nell’applicazione dell’eutanasia. Le cause che hanno generato questa decisione rimangono private, e, in quanto tali, da rispettare; mentre la scelta è pubblica. È pubblica perché, contrariamente da quanto si ritiene, ciò che ci appare estremamente individuale e personale è, nella sostanza, perfettamente collettivo. Riguarda sì il singolo, ma può riguardare chiunque un domani. Per questo è importante che ci si interroghi in maniera serena di questioni che riguardano il testamento biologico e l’eutanasia.

In Occidente si fa ancora fatica ad elaborare in maniera costruttiva la morte, il lutto. La morte è vissuta come perdita e non come liberazione o comunione con qualcosa. Tanti sono i rituali, ma scarsa è l’empatia, tranne nei casi di persone note: attori, cantanti, artisti, sportivi, politici. La recente scomparsa del motociclista Marco Simoncelli, di soli ventiquattro anni, è la dimostrazione che il lutto è sentito soprattutto quando a cadere è la vita che non è pronta o che decide di lasciare spontaneamente il mondo. Accade che la morte di qualcuno esorcizzi quella delle masse. La morte comune, invece, normale, beduina, come avrebbe detto Ungaretti, non fa commuovere nessuno perché non comunica passione, perché quella vita non ne ha, non la produce.

 

Discriminazione anche nella morte? Può darsi, ma ognuno ha in mente un funerale, il proprio come quello di una persona cara o di un artista. Pensare alla morte è parte integrante dell’inevitabilità della vita: non si può sfuggire! All’interno del nucleo familiare la morte è ancora un tabù, le resistenze a parlarne sono decisamente monolitiche, ogni tentativo di argomentazione cede ai ricatti della religione cattolica oppure del laicismo nichilista. Noi desideriamo interrogarci sulla vicenda di Lucio Magri non dal punto di vista umano, ma dal punto di vista dei diritti. Ovvero è lecito aprirsi ad una riflessione che più che coinvolgere le singole posizioni politiche culturali e religiose o anche non religiose di ognuno, coinvolga piuttosto la possibilità di accedere ad una “tecnica” che possa garantire il fine vita? Se si sta male può essere riconosciuto all’individuo di decidere come morire? Questo è il punto.





Lucio Magri (1932-2011)


Premettendo che l’argomento è scivoloso, ostico, morale, etico e tutto quello che ne consegue, e sapendo che è impossibile mettere d’accordo una nazione, per non dire tutti, nell’emergenza di questo avvenimento ci sono due orologi che corrono: uno è quello della scienza, della tecnica, della fattualità sanitaria e ospedaliera; l’altro è quello del diritto, della legge, quindi di una interrogazione parlamentare. Così come è consentito l’aborto, si può consentire l’eutanasia? La risposta dovrebbe essere . Siccome le resistenze sono moltissime (vaticane e non) ed è indicativo di un’apertura (sia pur discutibile) che uno stato federale come la Svizzera possa consentire azioni che in Italia appaiono impensabili e impossibili (mica la libertà può esistere solo in Svizzera!), il tema dell’eutanasia diventa squallidamente politico per cecità dei partiti e decisamente snervante per ingerenza della Chiesa, mentre ad accedere con subdolo privilegio finanche alla morte sono i ricchi, i benestanti, la borghesia più potente. Non ci si dovrebbe dividere, ma è inevitabile che accada.

Così, il punto fermo e “inattaccabile” è la riflessione sugli strumenti scientifici, arrivare cioè a possedere per diritto l’accesso ad una tecnica che possa agevolare il passaggio dalla vita alla morte indipendentemente dalle questioni religiose e laiche. Il tema non è che la vita è sacra, ma che il diritto è sacro, che i diritti sono sacri, tanto più in una società dominata dalla tecnica e forse ossessionata dalla scienza, in cui la finalità della ricerca medico-scientifica è quella di consentire di conciliare il conflitto tra gli universali contrapposti dell’etica, del diritto e della laicità, per offrire soluzioni in grado di soddisfare e contemperare gli interessi contrastanti.

 

Se l’aborto non è un delitto entro i limiti imposti dalla legge, perché dovrebbe esserlo l’eutanasia? Qualcuno muore, sempre e in entrambi i casi. Per i cattolici rimane omicidio tanto l’aborto quanto l’eutanasia, mentre per i laici si aprirebbe la possibilità ulteriore di comprendere che la «terribilità del bios», come diceva Mario Luzi, qualora ci si senta costretti a vivere per forza, non sia a danno così esclusivo dell’uomo, nonostante l’uomo rimanga intrinsecamente attaccato al bìos, alla vita. Ciò che è possibile con la tecnica dev’essere altrettanto garantito attraverso il diritto, bisogna necessariamente che si apra una riflessione che induca i governi a ritenere indispensabile non l’accesso indiscriminato ad un istituto di legge che prevede liceità, ma che sia riconosciuto e lecito che dinanzi alla morte-vita ogni cittadino elabori per cultura e per formazione non solo il suo concetto di vita e di morte, ma anche l’urgenza di sapere che è possibile accettare soluzioni per la propria esistenza senza che la stessa debba essere tacciata di illiberalità, di assassinio, di omicidio, di becero moralismo.

L’eutanasia potrebbe essere una forma di emancipazione, cioè a dire sei tu che decidi di morire, non sei costretto, e quando lo decidi, una tecnica ti consente di esercitare un tuo diritto. Il tema è la tecnica perché essa consente ad ognuno di confrontarsi con una soluzione ulteriore, e se può esistere una soluzione ulteriore vuol dire che si può agire in difesa degli spazi concordatari, senza accanimento e senza eresia. Da questo punto di vista la letteratura anticipa tutto. Emily Dickinson, in una sua poesia scritta per l’argomento in questione, dice: «Il cuore prima chiede gioia | poi assenza di dolore, | poi gli scialbi anodini | che attenuano il soffrire, | poi chiede il sonno, e infine | se a tanto consentisse | il suo tremendo Giudice | libertà di morire. ||[1]»





Un'immagine del film La camera verde (1978) di e con François Truffaut


Sul tema non specifico, ma comunque legato alla morte e al culto dei morti, per cui da come si muore si deduce anche come si è vissuto, Henry James scrisse L’altare dei morti nel 1885, da cui nel 1978 François Truffaut trasse ispirazione per dirigere il film La camera verde, in cui i morti appaiono straordinariamente vivi, vivi per ciò che in vita essi hanno rappresentato. Ma è seguendo la scienza che si scommette sulla riuscita non del culto dei morti, ovviamente, ma sulla possibilità di conciliare la vita con la morte. Quello che il pensiero elabora deve incontrarsi con la fattualità dello stesso se non vi vuole essere astratti. Al “possibile” della scienza va auspicato il consenso della politica, della cultura.

Apparirà sterile, ma possedere per diritto la tecnica è indispensabile (che sia essa fatta di un sondino, di una flebo, di una siringa o di un macchinario). Indispensabile significa che consente di liberarci dall’accusa di omicidio (tragicamente paventata da Marco Travaglio in un suo editoriale[2]). Se posso usufruire di strumenti medico-sanitari vuol dire che mi si dà la possibilità di scegliere per la mia vita. Posso fare la dialisi perché una macchina al posto dei miei reni purifica il sangue. Questa è la tecnica, indispensabile! In questo modo l’eutanasia si libera di gran parte delle faziosità intellettuali nel momento in cui il diritto a morire del malato-morituro o anche della persona fortemente depressa (e questo è stato il caso di Magri, ammalatosi di depressione a seguito della scomparsa della moglie) viene sancito per diritto da una tecnica scientifica che libera soprattutto chi effettua l’iniezione dall’accusa di omicidio.

Un conto è fare il boia, un conto è essere medico e sapere che un accanimento terapeutico non conduce a nulla. In questo caso la libertà si sposa con la coscienza del medico che rispetta la volontà di chi vuole morire e accoglie la sua specifica richiesta perché il titolare della tecnica che conduce al trapasso è anzitutto il paziente. Sono io che consento al medico di operarmi, mica frottole! Sono io che in ospedale devo firmare delle carte prima di un intervento chirurgico: se le firmo è perché da quel momento in poi paziente e medico sono d’accordo e co-responsabili.

Allo stesso modo posso dare il mio consenso a che un medico mi consenta di non soffrire più, senza che egli incorra in sanzioni disciplinari o rischi, come in Italia, il carcere.

 

Qui Paolo Flores d’Arcais è impeccabile in un suo editoriale sul tema: «Se la tua vita non appartiene a te, amico lettore, ne sarà padrone un altro essere umano, finito e fallibile non meno di te. […] Quando si vuole porre fine alla tortura che ormai ha saturato la propria esistenza, si ha sempre bisogno di assistenza: il pentobarbital sodium non si trova dal droghiere, solo un medico lo può procurare. L’alternativa è appunto l’esilio o lo strazio estremo dell’angoscia aggiuntiva: gettarsi sotto un treno o nel vuoto o nella morte per acqua. Le anime “virili” che si sono concesse perfino l’ironia (“se uno vuol farla finita ha mille modi, senza piagnistei di ‘aiuto’”: i blog ne sono pieni), hanno davvero oltrepassato la soglia del vomitevole.[3]»

Quindi, senza un diritto che tutela le scelte individuali e del personale medico si può continuare ad elargire solo retorica, ad essere non plus ultra del cattolicesimo e della religione laica nichilista. Per di più senza una “tecnica” consentita, il cui accesso è indispensabile, si creano solo discriminazioni e fastidiose élite. Sapere che in Svizzera si può e in Italia no, sapere che chi è ricco può e chi è povero no, getta ulteriore benzina sul fuoco su un argomento etico/morale/filosofico/scientifico che non può essere liquidato con spicciola nonchalance.

Siamo tutti coinvolti!, ed è per questo “sacro” motivo che è giusto interrogarci, parlarne e trovare una soluzione dirimente, etica quanto giuridica. L’eutanasia, come il testamento biologico, è una questione che non può non riguardarci. Il caso di Lucio Magri (ma tantissimi altri possono essere citati, da Terry Schiavo a Mario Monicelli) serve a favorire una conciliazione, una risoluzione, non ad accrescere una diatriba. Solamente questa può essere la lezione, anche umana, di un uomo che decide liberamente di morire.

 



[1] E. Dickinson, Poesie, M. Guidacci, Rizzoli, 2000.

[2] Vedi Ilfattoquotidiano.it: «Il medico salva, non uccide», di M. Travaglio, 2 dicembre 2011

[3] Vedi Ilfattoquotidiano.it: «Io “tifo” per la libertà», di P. F. d’Arcais, 2 dicembre 2011




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