di Tiziana Colusso
Nel 2006, appena
tornata da un lungo soggiorno estivo nell’isola svedese di Gotland, invitata
dal “Baltic Centre for Writers and Translators”, per me la prima di una lunga
serie di esperienze nelle cosiddette “Case degli Scrittori”(privilegio dei
paesi del nord e dell’est d’Europa), avevo proposto a LE RETI DI DEDALUS un
reportage su questo viaggio geo-poetico, poi pubblicato con il titolo Omero, il Baltico, la poesia e la natura. Ricordo
che tra i “reperti” riportati con me dall’isola svedese di Gotland, insieme a conchiglie
fossili, fotografie e tanti contatti con scrittori di tutto il mondo, c’era
anche un libro dedicato al poeta svedese Tomas Tranströmer, che la direttrice del Baltic Centre, Lena Pasternak (discendente
di cotanto scrittore russo!) mi aveva personalmente donato, raccontandomi di
aver organizzato un seminario lì nel Centro per far incontrare dal vivo un
gruppo di traduttori che avevano tradotto in varie lingue il loro maggiore
poeta nazionale, Tranströmer stava già male, un ictus negli anni ’90 gli aveva quasi tolto la
facoltà della parola, e il governo svedese aveva volentieri finanziato il
viaggio dei traduttori del poeta, una rappresentanza di quelli che l’hanno fin
qui tradotto in 50 lingue. In quel seminario lì i traduttori, la maggior
parte poeti essi stessi, alcuni anche
molto noti, come lo slovacco Milan Richter [pubblicato in italiano tempo fa da Formafluens – International Literary
Magazine], venivano dai paesi del centro e nord Europa o da paesi dell’Est,
con l’eccezione di una traduttrice arrivata fin lì dal Giappone.
Prima ancora di
immergermi a leggere alcune pagine (quelle in inglese, le uniche a me
comprensibili) del volume, per capire che razza di poeta fosse questo Tranströmer
per meritarsi seminari internazionali dedicati ai suoi testi, mi aveva stupita
l’omaggio per così non formale ma operativo che le strutture culturali svedesi,
a partire dal Baltic Centre for Writers and Translators, avevano voluto rendere
a un fils du pays che aveva fatto
onore al suo paese. Pensavo per paragone
alla nostra povera Italia, un paese che non si contenta di “dissipare i suoi
poeti”, per utilizzare un’espressione riservata da Jakobson a Majakovskij,
ma si spinge fino a prenderli a calci nel sedere in ogni modo possibile e il
più possibile…
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Locandina del seminario dei traduttori internazionali di Tomas Tranströmer
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Tornando
a Tranströmer, ricordo in quel soggiorno del 2006 di essere stata
colpita – per quello che potevo capire da una lettura “straniata” dei suoi
testi in inglese, non avendo traduzioni
italiane a disposizione in quella nordica biblioteca di un’isola svedese –
dalla sobria densità della sua poesia.
Un giorno, alla
fine di uno dei miei frequenti giri in bicicletta sul bordo del mar Baltico che
circonda l’isola ho deciso di tradurre dall’inglese uno dei testi tratti dalla
raccolta intitolata appunto I Baltici
(Mari Baltici). In particolare, avevo ritrovato nella riva est dell’isola,
un tempo brullo terreno roccioso a disposizione per gli aerei NATO da
ricognizione puntati verso “l’oltrecortina”, un’atmosfera geo-poetica del
tutto compatibile e adatta alla poesia di Tranströmer. Bisognerebbe sempre
leggere i poeti stando immersi nella “salamoia” poetica del loro luogo fisico o
mentale. Non sempre è possibile, ma in questo caso ero stata fortunata: avevo
conosciuto nello stesso tempo un nuovo poeta e i luoghi che componevano il suo
orizzonte geo-simbolico.
Da quel
pomeriggio all’aperto è nata la traduzione che qui ripropongo, senza volerla
confrontare con quelle “professionali” di Maria Cristina Lombardi direttamente dallo
svedese per il libro di Crocetti Poesia
dal silenzio, libro che del resto allora non era ancora stato pubblicato, e
anzi proprio la mancanza di un referente in lingua italiana per i testi di
Tranströmer aveva fatto nascere in me l’idea di questo omaggio “da poeta a
poeta”, senza pretese di oggettività o di correttezza. La ripropongo qui così
come è stata poi pubblicata dentro il mio reportage da Gotland, ne le RETI DI
DEDALUS.
So bene che una
traduzione di una traduzione è qualcosa di molto lontano dallo spirito originario del testo
e della lingua di partenza, e che in questi doppi passaggi gli errori di un
traduttore rischiano di sommarsi alle interpretazioni imprecise dell’altro. Ma
è un omaggio, appunto, niente più di questo. Il brano fa parte di un lungo
poemetto narrativo diviso in paragrafi, intitolato Mari Baltici (tit.or. svedese Östersjöar)
del 1974.. La mia traduzione è da una
versione inglese di Samuel Charters pubblicata in “Modern Swedish Poetry”- University of Minnesota Press.
da Mari Baltici:
Era prima delle antenne radio.
Mio nonno era da poco diventato pilota.
Annotava nel diario i nomi dei vascelli che guidava –
Nome, destinazione, pescaggio
Esempi dal 1884:
Steamer Tiger Capt Rowan 16
feet Gefle Furusund
Brig Ocean Capt Andersen 8
feet Sandöfjord Hernösand Furusund
Stemar St Peterburg Capt Libenberg 11 feet Stettin Libau
Sandhamm
Li portava nel Baltico, attraverso quel
labirinto meraviglioso di isole e acqua.
E coloro che si incontravano a bordo, e
venivano trasportati dallo stesso scafo
per qualche ora o qualche giorno,
come arrivavano a conoscersi?
Parlando un inglese imperfetto, capendo e
fraintendendo,
ma
quasi soprappensiero.
Come arrivavano a conoscersi?
Quando la nebbia era spessa: velocità
dimezzata, rotta quasi alla cieca. Il promontorio
usciva
dall’invisibilità in un attimo,
era
proprio di fronte a loro.
Il corno da nebbia suonava senza riposo. I
suoi occhi scavavano a fondo
l’invisibile.
(Aveva il labirinto impresso nella testa?)
I minuti passavano.
A memoria, come versetti di Inni, scorrevano
terre e rocce.
E l’essenziale sensazione del passare a
filo, come portare
un secchio riempito all’orlo senza versare
gocce.
Un’occhiata nel vano motore.
La macchina a vapore, pulsante come un cuore
umano, lavorava
con
movimenti ritmati a contraccolpo, acrobazie d’acciaio,
odorosa
come una cucina.
Curiosamente, la
raccolta I Baltici (Mari Baltici), è
del 1974, anno a cui risale l’ultimo Nobel per la Letteratura assegnato ad un
autore svedese, prima di Tomas Tranströmer. Anzi, per essere precisi, nel 1974
il premio fu assegnato ex aequo a ben due poeti svedesi, Harry Martison ed
Eyvind Johnson (sembrano nomi inglesi, ma sono svedesi al cento per cento). L’unico
tratto che hanno in comune con Tranströmer è che il Nobel è arrivato per tutti
intorno agli ottant’anni. Un estremo omaggio della Svezia ai suoi poeti, una
sorta di viatico per l’eternità?
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Tomas Tranströmer durante la cerimonia di consegna del Premio Nobel all'Accademia Reale di Svezia
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In ogni caso la
statura poetica di Tomas Tranströmer, è decisamente maggiore: è considerato il
maggior poeta svedese vivente (è nato nel 1931), ha pubblicato decine di
raccolte nell’arco di oltre sessant’anni di attività di scrittura, ed è
tradotto in cinquanta lingue. Ciò non toglie che uno dei giornali italiani
diciamo meno “versati alla cultura”, “Libero”, abbia definito questo Nobel come
un Nobel del Perfetto Sconosciuto. Certo, pensando ai pronostici che avevano
preceduto la proclamazione del vincitore, si ricorderà che il favorito era Bob
Dylan, di certo “leggermente” più noto all’universo-mondo dello schivo
Tranströmer. Ma nel mondo della poesia il poeta svedese è considerato una
colonna portante, uno che ha attraversato tutto il secolo e lo ha rielaborato
nei suoi testi scarni e densi.
È appunto questa
scarna densità la caratteristica principale di Tranströmer, come ha anche
sottolineato la motivazione del Nobel (“attraverso
le sue immagini dense e nitide, ha dato nuovo accesso alla realtà”). Nella
vita ha esercitato la professione di psicologo ma avrebbe potuto essere un
botanico (come il compatriota settecentesco Carl Nilsson Linnaeus, noto come Linneo) o un ingegnere. Invece si è occupato di
ragazzi disadattati, è stato psicologo nelle carceri e negli ospedali, e lo
immaginiamo elaborare in queste esperienze una sua tassonomia umana ben precisa
e cadenzata. Tuttavia, la sua poesia ospita solo pochi echi di tutta questa casistica
umana incontrata da Tranströmer: i suoi testi tendono piuttosto a una sorta di
prosciugamento del mondo, un progressivo assottigliarsi della materia visibile
e invisibile, fino al silenzio e al vuoto. Non a caso la raccolta che Crocetti
ripropone ora in ristampa si intitola appunto Poesia dal silenzio, e non a caso le ultime scritture del poeta
hanno la forma prosciugata dell’haiku.
Ma il tema del vuoto
e il silenzio punteggiano con cadenza regolare tutta la sua produzione. Nella
raccolta di Crocetti indichiamo soprattutto il testo Solitudine, dove si proclama il bisogno di non essere sempre
visibili al mondo, e alcuni testi sul valore supremo del silenzio, tra i quali
il più significativo è Breve pausa in un
concerto d’organo: pur amando molto la musica ed essendo lui stesso un
ottimo pianista, Tranströmer individua solo nelle pause dell’organo lo spazio
per il fluire vero della vita: il brusio del traffico fuori dalla cattedrale, i
battiti e le cascate del sangue all’interno del corpo, il flusso di immagini
che mescola presente e ricordo. C’è un’altra brevissima poesia sullo stesso
argomento del silenzio, talmente densa e breve da sembrare una sorta di haiku
informale. Vorrei qui riportarla in guisa di chiusa:
Stanco di chi non offre che parole, parole
senza lingua
Sono andato sull’isola coperta di neve.
Non ha parole il deserto.
Le pagine bianche dilagano ovunque!
Scopro orme di capriolo sulla neve.
Lingua senza parole.
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Nota:
in italiano Tomas Tranströmer è tradotto, oltre che nel libro già citato, Poesia dal silenzio (Crocetti 2008,
ristampa 2011) in altre due piccole edizioni:
Sorgegondolen (La lugubre gondola), edizioni Herrenhaus 2003 (ristampato
nel 2011 nella BUR-Rizzoli), e Poesie, prefazione di
Stanislao Nievo e traduzione di Giacomo Oreglia, con testo originale a fronte,
edito nel 1999 dal CNSL di Recanati.
Nel
2011 sono inoltre usciti, presso Crocetti, Il
grande mistero (poesie in forma di haiku); e I ricordi mi guardano (Iperborea), l’unica opera narrativa
pubblicata dal poeta svedese.