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PREMIO NOBEL 2011
Tomas Tranströmer,
il poeta intenso
e scarno dei Mari Baltici


      
Il massimo alloro letterario internazionale torna alla Svezia (ossia a casa) dopo quasi quarant’anni, per premiare l’ottantenne autore di una ‘poesia del silenzio’. I suoi versi sospesi tra parola e musica, tra mute immagini e assenza di suono, si possono forse realmente e profondamente comprendere, soltanto immergendosi nei paesaggi gelidi e desertici della penisola scandinava, dove i luoghi della natura assurgono a potenza geo-simbolica e a densità mitopoietica. Psicologo nella vita, lo scrittore svedese ha, non a caso, sviluppato nella sua ultima produzione una predilezione per la forma sintetica dell’haiku.
      



      


di Tiziana Colusso

 

 

Nel 2006, appena tornata da un lungo soggiorno estivo nell’isola svedese di Gotland, invitata dal “Baltic Centre for Writers and Translators”, per me la prima di una lunga serie di esperienze nelle cosiddette “Case degli Scrittori”(privilegio dei paesi del nord e dell’est d’Europa), avevo proposto a LE RETI DI DEDALUS un reportage su questo viaggio geo-poetico, poi pubblicato con il titolo Omero, il Baltico, la poesia e la natura. Ricordo che tra i “reperti” riportati con me dall’isola svedese di Gotland, insieme a conchiglie fossili, fotografie e tanti contatti con scrittori di tutto il mondo, c’era anche un libro dedicato al poeta svedese Tomas Tranströmer, che la direttrice del Baltic Centre, Lena Pasternak (discendente di cotanto scrittore russo!) mi aveva personalmente donato, raccontandomi di aver organizzato un seminario lì nel Centro per far incontrare dal vivo un gruppo di traduttori che avevano tradotto in varie lingue il loro maggiore poeta nazionale, Tranströmer stava già male, un ictus negli anni ’90 gli aveva quasi tolto la facoltà della parola, e il governo svedese aveva volentieri finanziato il viaggio dei traduttori del poeta, una rappresentanza di quelli che l’hanno fin qui tradotto in 50 lingue. In quel seminario lì i traduttori, la maggior parte  poeti essi stessi, alcuni anche molto noti, come lo slovacco Milan Richter [pubblicato in italiano tempo fa da Formafluens – International Literary Magazine], venivano dai paesi del centro e nord Europa o da paesi dell’Est, con l’eccezione di una traduttrice arrivata fin lì dal Giappone.

 

Prima ancora di immergermi a leggere alcune pagine (quelle in inglese, le uniche a me comprensibili) del volume, per capire che razza di poeta fosse questo Tranströmer per meritarsi seminari internazionali dedicati ai suoi testi, mi aveva stupita l’omaggio per così non formale ma operativo che le strutture culturali svedesi, a partire dal Baltic Centre for Writers and Translators, avevano voluto rendere a un fils du pays che aveva fatto onore al suo paese.  Pensavo per paragone alla nostra povera Italia, un paese che non si contenta di “dissipare i suoi poeti”, per utilizzare un’espressione riservata da Jakobson a Majakovskij, ma si spinge fino a prenderli a calci nel sedere in ogni modo possibile e il più possibile…





Locandina del seminario dei traduttori internazionali di Tomas Tranströmer


Tornando a Tranströmer, ricordo in quel soggiorno del 2006 di essere stata colpita – per quello che potevo capire da una lettura “straniata” dei suoi testi in inglese, non avendo  traduzioni italiane a disposizione in quella nordica biblioteca di un’isola svedese – dalla sobria densità della sua poesia.

Un giorno, alla fine di uno dei miei frequenti giri in bicicletta sul bordo del mar Baltico che circonda l’isola ho deciso di tradurre dall’inglese uno dei testi tratti dalla raccolta intitolata appunto I Baltici (Mari Baltici). In particolare, avevo ritrovato nella riva est dell’isola, un tempo brullo terreno roccioso a disposizione per gli aerei NATO da ricognizione puntati verso  “l’oltrecortina”, un’atmosfera geo-poetica del tutto compatibile e adatta alla poesia di Tranströmer. Bisognerebbe sempre leggere i poeti stando immersi nella “salamoia” poetica del loro luogo fisico o mentale. Non sempre è possibile, ma in questo caso ero stata fortunata: avevo conosciuto nello stesso tempo un nuovo poeta e i luoghi che componevano il suo orizzonte geo-simbolico.

 

Da quel pomeriggio all’aperto è nata la traduzione che qui ripropongo, senza volerla confrontare con quelle “professionali” di Maria Cristina Lombardi direttamente dallo svedese per il libro di Crocetti Poesia dal silenzio, libro che del resto allora non era ancora stato pubblicato, e anzi proprio la mancanza di un referente in lingua italiana per i testi di Tranströmer aveva fatto nascere in me l’idea di questo omaggio “da poeta a poeta”, senza pretese di oggettività o di correttezza. La ripropongo qui così come è stata poi pubblicata dentro il mio reportage da Gotland, ne le RETI DI DEDALUS.

So bene che una traduzione di una traduzione è qualcosa di  molto lontano dallo spirito originario del testo e della lingua di partenza, e che in questi doppi passaggi gli errori di un traduttore rischiano di sommarsi alle interpretazioni imprecise dell’altro. Ma è un omaggio, appunto, niente più di questo. Il brano fa parte di un lungo poemetto narrativo diviso in paragrafi, intitolato Mari Baltici (tit.or. svedese Östersjöar) del 1974..  La mia traduzione è da una versione inglese di Samuel Charters pubblicata in “Modern Swedish Poetry”- University of Minnesota Press. 

 

da Mari Baltici:

 

Era prima delle antenne radio.

 

Mio nonno era da poco diventato pilota. Annotava nel diario i nomi dei vascelli che guidava –

Nome, destinazione, pescaggio

Esempi dal 1884:

Steamer Tiger Capt Rowan 16 feet Gefle Furusund

Brig Ocean Capt Andersen 8 feet Sandöfjord Hernösand Furusund

Stemar St Peterburg Capt Libenberg 11 feet Stettin Libau Sandhamm

 

Li portava nel Baltico, attraverso quel labirinto meraviglioso di isole e acqua.

E coloro che si incontravano a bordo, e venivano trasportati dallo stesso scafo

per qualche ora o qualche giorno,

come arrivavano a conoscersi?

Parlando un inglese imperfetto, capendo e fraintendendo,

            ma quasi soprappensiero.

Come arrivavano a conoscersi?

 

Quando la nebbia era spessa: velocità dimezzata, rotta quasi alla cieca. Il promontorio

            usciva dall’invisibilità in un attimo,

            era proprio di fronte a loro.

Il corno da nebbia suonava senza riposo. I suoi occhi scavavano a fondo

            l’invisibile.

(Aveva il labirinto impresso nella testa?)

I minuti passavano.

A memoria, come versetti di Inni, scorrevano terre e rocce.

E l’essenziale sensazione del passare a filo, come portare

 un secchio riempito all’orlo senza versare gocce.

Un’occhiata nel vano motore.

La macchina a vapore, pulsante come un cuore umano, lavorava

            con movimenti ritmati a contraccolpo, acrobazie d’acciaio,

            odorosa come una cucina.

 

 

Curiosamente, la raccolta I Baltici (Mari Baltici), è del 1974, anno a cui risale l’ultimo Nobel per la Letteratura assegnato ad un autore svedese, prima di Tomas Tranströmer. Anzi, per essere precisi, nel 1974 il premio fu assegnato ex aequo a ben due poeti svedesi, Harry Martison ed Eyvind Johnson (sembrano nomi inglesi, ma sono svedesi al cento per cento). L’unico tratto che hanno in comune con Tranströmer è che il Nobel è arrivato per tutti intorno agli ottant’anni. Un estremo omaggio della Svezia ai suoi poeti, una sorta di viatico per l’eternità?





Tomas Tranströmer durante la cerimonia di consegna del Premio Nobel all'Accademia Reale di Svezia


In ogni caso la statura poetica di Tomas Tranströmer, è decisamente maggiore: è considerato il maggior poeta svedese vivente (è nato nel 1931), ha pubblicato decine di raccolte nell’arco di oltre sessant’anni di attività di scrittura, ed è tradotto in cinquanta lingue. Ciò non toglie che uno dei giornali italiani diciamo meno “versati alla cultura”, “Libero”, abbia definito questo Nobel come un Nobel del Perfetto Sconosciuto. Certo, pensando ai pronostici che avevano preceduto la proclamazione del vincitore, si ricorderà che il favorito era Bob Dylan, di certo “leggermente” più noto all’universo-mondo dello schivo Tranströmer. Ma nel mondo della poesia il poeta svedese è considerato una colonna portante, uno che ha attraversato tutto il secolo e lo ha rielaborato nei suoi testi scarni e densi.

 

È appunto questa scarna densità la caratteristica principale di Tranströmer, come ha anche sottolineato la motivazione del Nobel (“attraverso le sue immagini dense e nitide, ha dato nuovo accesso alla realtà”). Nella vita ha esercitato la professione di psicologo ma avrebbe potuto essere un botanico (come il compatriota settecentesco Carl Nilsson Linnaeus, noto come Linneo)  o un ingegnere. Invece si è occupato di ragazzi disadattati, è stato psicologo nelle carceri e negli ospedali, e lo immaginiamo elaborare in queste esperienze una sua tassonomia umana ben precisa e cadenzata. Tuttavia, la sua poesia ospita solo pochi echi di tutta questa casistica umana incontrata da Tranströmer: i suoi testi tendono piuttosto a una sorta di prosciugamento del mondo, un progressivo assottigliarsi della materia visibile e invisibile, fino al silenzio e al vuoto. Non a caso la raccolta che Crocetti ripropone ora in ristampa si intitola appunto Poesia dal silenzio, e non a caso le ultime scritture del poeta hanno la forma prosciugata dell’haiku.

 

Ma il tema del vuoto e il silenzio punteggiano con cadenza regolare tutta la sua produzione. Nella raccolta di Crocetti indichiamo soprattutto il testo Solitudine, dove si proclama il bisogno di non essere sempre visibili al mondo, e alcuni testi sul valore supremo del silenzio, tra i quali il più significativo è Breve pausa in un concerto d’organo: pur amando molto la musica ed essendo lui stesso un ottimo pianista, Tranströmer individua solo nelle pause dell’organo lo spazio per il fluire vero della vita: il brusio del traffico fuori dalla cattedrale, i battiti e le cascate del sangue all’interno del corpo, il flusso di immagini che mescola presente e ricordo. C’è un’altra brevissima poesia sullo stesso argomento del silenzio, talmente densa e breve da sembrare una sorta di haiku informale. Vorrei qui riportarla in guisa di chiusa:

 

Stanco di chi non offre che parole, parole senza lingua

Sono andato sull’isola coperta di neve.

Non ha parole il deserto.

Le pagine bianche dilagano ovunque!

Scopro orme di capriolo sulla neve.

Lingua senza parole.

 

 

 

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Nota: in italiano Tomas Tranströmer è tradotto, oltre che nel libro già citato, Poesia dal silenzio (Crocetti 2008, ristampa 2011) in altre due piccole edizioni: Sorgegondolen (La lugubre gondola), edizioni Herrenhaus 2003 (ristampato nel 2011 nella BUR-Rizzoli), e Poesie, prefazione di Stanislao Nievo e traduzione di Giacomo Oreglia, con testo originale a fronte, edito nel 1999 dal CNSL di Recanati.

Nel 2011 sono inoltre usciti, presso Crocetti, Il grande mistero (poesie in forma di haiku); e I ricordi mi guardano (Iperborea), l’unica opera narrativa pubblicata dal poeta svedese.









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