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ELVIRA DONES
Una sporca, raccapricciante “Piccola guerra perfetta”

      
L’ultimo romanzo dell’autrice albanese che scrive in italiano rievoca il sanguinoso conflitto che si svolse in Kosovo da marzo a giugno 1999, quasi come coda del processo bellico di dissoluzione della ex-Jugoslavia, contrassegnato dalla ‘pulizia etnica’ e da terribili massacri. Qui il violento scontro tra serbi e albanesi kosovari, con susseguente intervento di bombardamenti aerei della Nato, rivive dalla parte delle donne che affrontano la contingenza guerresca e i giorni della paura con piena coscienza. La visione in tv del leader kosovaro Ibrahim Rugova costretto con le minacce a stringere la mano a Miloševic, resta una ferita ancora aperta.
      




   

di Fabio Mercanti

 

 

Le finestre sono oscurate con due strati di coperte di lana. Da fuori si sentono tuonare le bombe e le urla «che squarciano il mondo» sopra le sgommate dei camion e il rumore dei vetri che vanno in frantumi. Non si è totalmente al sicuro nemmeno nella propria casa e tanto meno fuori, perché la gente muore mentre va a riempire i bidoni d’acqua potabile.  Non ci si abbraccia più come si è soliti fare nei Balcani, con profonda enfasi per evitare che quel saluto possa essere un addio. Rimandando l’abbraccio si spera che ci si possa salutare di nuovo.

Elvira Dones, come racconta nella pagina dei “Ringraziamenti” del suo ultimo romanzo Piccola guerra perfetta,[i] è andata a Pristina nel dicembre 1999, sei mesi dopo la fine della guerra. Da quel momento è tornata più volte nella capitale del Kosovo a farsi raccontare quella guerra che lei, albanese di Durazzo vissuta in Svizzera e Usa, non ha vissuto sulla sua pelle: la “guerra perfetta” della Nato contro la follia dei serbi seguaci di Milošević. L’autrice, con questo romanzo non vuole fare una ricostruzione storica dei fatti, attribuire colpe, condannare, ma raccontarci le storie delle persone comuni senza troppi sentimentalismi e senza chiedersi le ragioni di così tanti morti e dell’odio di chi quando uccide usa «troppo piombo».

 

Il desiderio di indipendenza del Kosovo non piace al leader del Partito Socialista serbo Slobodan Milošević che dopo la dissoluzione della ex-Jugoslavia si era già duramente opposto all’indipendenza di Croazia e Bosnia, rivendicandone dei territori nei quali vivevano consistenti minoranze serbe. L’intento di pulizia etnica è feroce, con massacri e deportazioni che fanno tornare alla mente il periodo più oscuro del ’900.  Con l’intervento aereo dell’Alleanza atlantica e gli accordi di Dayton mediati dagli Usa – che vedono il riconoscimento di una entità croato-musulmana e una repubblica serba in Bosnia – i combattimenti si fermano, ma non le tensioni tra gli stati. Infatti in Kosovo è sempre più vivo il desiderio di autonomia della popolazione di origine albanese. Una lotta condotta anche dal gruppo armato indipendentista per la liberazione del Kosovo (Uck). Gli scontri tra serbi e albanesi kosovari si fanno sempre più violenti tanto da ritenersi necessario l’intervento della Nato per via aerea. Una “guerra lampo” come si dice ai tg, e come dice Art, giornalista del quotidiano di Pristina “Koha Ditore” e fidanzato di Rea, una delle donne qualsiasi, protagoniste del romanzo di Elvira Dones. Una guerra “chirurgica” che dovrebbe intervenire rapidamente, estirpare il male mentre si è anestetizzati per poi, seppur lentamente, potersi rimettere in forze. Le “donne dei Balcani” che incontriamo in questo romanzo sono invece perfettamente coscienti e vivono quei giorni di paura da marzo a giugno 1999 quando la Nato inizia i bombardamenti e i serbi intensificano le violenze e i massacri.





C’è Besa, maestosa, «la trasposizione umana della Torre Eiffel» oppure la «versione femminile di un ipotetico incrocio tra Buddha, Gandhi e Churchill», professoressa di inglese di Rea all’Università di Pristina, sposata con uno storico della stessa università. C’è la stessa Rea che ama «quell’arrogante di Art» e che mentre le bombe cadono dal cielo si chiede perché Art non fosse riuscito a fare l’amore con lei, pochi giorni prima. E ironicamente, dato il contesto, conclude che forse sarebbe stato «poco nobile» fare l’amore lo stesso giorno degli accordi falliti di Rambouillet.[ii] Nita, amica di vecchia data di Besa, insegnante di lingua e letteratura albanese all’Università di Belgrado, Serbia. In quell’università dove «non è rimasto molto da dire» con i colleghi serbi che schivano gli sguardi diretti e che lei non saluta più come al solito per non metterli a disagio. E poi c’è la sorella di Nita, Hana, sposata con Bexhet, che ha il cuore malato da quando era una ragazzina tanto che non avrebbe dovuto avere figli altrimenti sarebbe morta e che invece ha messo al mondo Fatmir e Blerime. E proprio la giovane Blerime a cui è stato affidato suo fratello minore Fatmir (dato che le donne dei Balcani, come lei sa, si prendono cura dei loro mariti e dato che lei non ha marito si prende cura del fratello) con il quale tenta di salvarsi dalla deportazione e al quale continuerà a stringere forte la mano anche quando lui non ha più un corpo e mentre lei, sola, subisce violenze tanto assurde quanto quotidiane. È proprio Blerime che ci dona le riflessioni più forti del romanzo, forse perché più giovane, perché questo è il momento in cui nella sua mente si forma l’idea della vita da grande ed è certa che sarà una traduttrice come zia Nita. 

 

«Dopo un paio di minuti si sentono le urla della ragazza [Bukurije, ragazza in fuga e che si nasconde insieme a Blerime, suo fratello e alte persone] nel cortile, urla da squarciare il mondo. Ma gli uomini proprio non lo capiscono che se una donna urla così allora è meglio lasciarla in pace? Se lo ascolti, quell’urlo, magari ti viene una risposta dalla fine della notte, delle notti. E ti fermi. Molli le armi nel bel mezzo della strada e te ne torni a casa tua a fare altro, forse a guardare un film, o mangiare un piatto caldo, oppure sederti fuori della porta di casa ad ascoltare il silenzio scendere in santa pace, pensa Blerime».[iii] È in questo frangente di crescita e maturazione che Blerime vive l’orrore della guerra e delle violenze, soprattutto quelle contro le donne e contro di lei che sta diventando donna. Vede i camion fermarsi, le donne che vengono fatte scendere e spinte verso gli alberi e sente gli alberi urlare mentre sua zia Dardana implora i ragazzi di tenere gli occhi chiusi, anche e soprattutto, quando è lei a essere portata via: «Non guardate, non guardate! Se mi portano via non guardate e non urlate il mio nome, così non vi sparano e andrà tutto bene […]».[iv] Dardana è brava a lanciare urla mute, interne, quelle preferite da Blerime «sicura che entro la fine della guerra le donne del Kosovo avrebbero imparato a non usare più la voce, come stava facendo adesso zia Dardana, mancava poco e ci sarebbero arrivate, ancora un po’ e tante cose sarebbero state diverse».[v]

 

Durante i quasi quattro mesi di bombardamenti Blerime ha due nomi: il nome della guerra, il diminutivo Bler, ironico accostamento al Primo Ministro britannico e Fatmir, il nome di suo fratello. Ridotta in fin di vita, la ragazzina scampata alla morte, racconta la sua storia alle decine di giornalisti internazionali che le hanno dedicato le prime pagine dei giornali: L’angelo che si rifiuta di morire, con tanto di foto. Lei parla di suo fratello Fatmir, ma i giornalisti non sanno che è un nome da maschio e così lo attribuiscono a lei. La cosa la fa un po’ ridere e pensa che dovrà “femminilizzarlo” in Fatmira: «sembra normale, una ragazzina qualsiasi» ma sta per iniziare una nuova vita, con una storia da raccontare, perché ora non le basta più fare la traduttrice come zia Nita, ma vuole scrivere, ricordare e raccontare. Ed è il lavoro che ha fatto Elvira Dones, grazie a questi ricordi.





Giornata internazionale delle persone dichiarate "missing": sono quasi duemila le persone in Kosovo rapite e fatte sparire sia dai miliziani serbi sia dai reparti dell'Uck


Quella che è una pulizia etnica assume le caratteristiche di un genocidio incontrollabile, non programmato e terribilmente furioso. Elvira Dones, scandisce il tempo per giorni e con degli spaccati dedicati ad alcuni personaggi. Non c’è solo la “guerra perfetta” vissuta, ma anche quella dei kosovari che vivono all’estero, negli Usa, in Svizzera, a Londra che la guerra la vedono alla tv. Chi vive in Kosovo la tv non riesce a guardarla perché significherebbe sorbirsi la propaganda serba, anti-Nato e anti-albanese. O restare indignati nel vedere il presidente kosovaro Ibrahim Rugova, con la sua immancabile sciarpa di seta al collo nonostante la cravatta, che stringe la mano a Milošević e non crederci, pensare che sia solo una «diavoleria elettronica» messa su dai serbi. Rugova, che aveva studiato a Parigi, è stato professore di Rea e lei, a differenza del suo ragazzo Art, che lo ritiene una figura superata, crede ancora nella politica di Rugova. Ma se ora, l’uomo che aveva portato avanti un’«estetica della pace», il “Gandhi dei Balcani”, stringe la mano al “pazzo di Belgrado” niente sembra avere più senso. Era l’aprile 1999 e sì, come saremo venuti a sapere con il processo Onu del 2002, quel giorno Ibrahim Rugova venne costretto con le minacce ad apparire alla tv insieme a Milošević.

 

In uno stile secco e diretto, che lascia poco spazio alle considerazioni della scrittrice, concentrandosi sui personaggi, le loro parole e paure e la loro, a volte, ironia («Su ragazze, un brindisi: evviva Milo e Mirjana che ci hanno regalato il lusso di starcene in casa a non far niente!») e sui suoni, il fracasso, le urla, le risate, i rumori che traumatizzano. E come colonna sonora le bombe, i Kalashnikov, e il turbo-folk di Svetlana Ceca vedova del comandante Arkan.

È nei momenti più dolorosi, quelli degli stupri e delle carneficine, che la Dones offre la migliore prosa asciutta e salda, che non perde mai il controllo. Come le sue donne che escono di casa con addosso, cuciti nelle spalline della giacca, «tanti di quei soldi da comprare un’auto accessoriata» perché possono servire per comprarsi la vita, quando invece si è usciti solo per comprare il pane. Ma un forno serbo non vende pane agli albanesi. Oppure bisogna non farsi riconoscere come tali, ascoltare in silenzio gli insulti verso i ministri delle nazioni Nato e verso gli albanesi e non aver paura nemmeno quando nella panetteria entrano militari armati per controllare che non ci siano «sporchi albanesi». Si tengono i denti stretti, fino a quando non arriva il momento di sbarazzarsi delle coperte alle finestre ed essere liberi di guardare il mondo senza doverlo spiare.



[i] Elvira Dones, Piccola guerra perfetta, Torino, Einaudi, 2011, pp. 172, € 17,00.

[ii] Inizialmente gli accordi tra Serbia e Kosovo sembravano concludersi con il riconoscimento dell’autonomia del Kosovo e non la sua piena indipendenza. Ma Milošević finirà per non accettare quella che ritiene una indipendenza mascherata da autonomia. Testo integrale http://www.repubblica.it/online/dossier/rambou/rambou/rambou1.html

 

[iii] Elvira Dones, cit., pagg. 95-96.

[iv] Elvira Dones, cit., pag. 75.

[v] Elvira Dones, cit., pag. 79.

 




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