di
Fabio Mercanti
Le finestre sono
oscurate con due strati di coperte di lana. Da fuori si sentono tuonare le
bombe e le urla «che squarciano il mondo» sopra le sgommate dei camion e il
rumore dei vetri che vanno in frantumi. Non si è totalmente al sicuro nemmeno
nella propria casa e tanto meno fuori, perché la gente muore mentre va a
riempire i bidoni d’acqua potabile. Non
ci si abbraccia più come si è soliti fare nei Balcani, con profonda enfasi per
evitare che quel saluto possa essere un addio. Rimandando l’abbraccio si spera
che ci si possa salutare di nuovo.
Elvira Dones, come
racconta nella pagina dei “Ringraziamenti” del suo ultimo romanzo Piccola guerra perfetta,[i]
è andata a Pristina nel dicembre 1999, sei mesi dopo la fine della guerra. Da
quel momento è tornata più volte nella capitale del Kosovo a farsi raccontare
quella guerra che lei, albanese di Durazzo vissuta in Svizzera e Usa, non ha
vissuto sulla sua pelle: la “guerra perfetta” della Nato contro la follia dei
serbi seguaci di Milošević.
L’autrice, con questo romanzo non vuole fare una ricostruzione storica dei
fatti, attribuire colpe, condannare, ma raccontarci le storie delle persone
comuni senza troppi sentimentalismi e senza chiedersi le ragioni di così tanti
morti e dell’odio di chi quando uccide usa «troppo piombo».
Il desiderio di
indipendenza del Kosovo non piace al leader del Partito Socialista serbo Slobodan Milošević che dopo la
dissoluzione della ex-Jugoslavia si era già duramente opposto all’indipendenza
di Croazia e Bosnia, rivendicandone dei territori nei quali vivevano
consistenti minoranze serbe. L’intento di pulizia etnica è feroce, con massacri
e deportazioni che fanno tornare alla mente il periodo più oscuro del ’900. Con l’intervento aereo dell’Alleanza
atlantica e gli accordi di Dayton mediati dagli Usa – che vedono il
riconoscimento di una entità croato-musulmana e una repubblica serba in Bosnia
– i combattimenti si fermano, ma non le tensioni tra gli stati. Infatti in
Kosovo è sempre più vivo il desiderio di autonomia della popolazione di origine
albanese. Una lotta condotta anche dal gruppo armato indipendentista per la
liberazione del Kosovo (Uck). Gli scontri tra serbi e albanesi kosovari si
fanno sempre più violenti tanto da ritenersi necessario l’intervento della Nato
per via aerea. Una “guerra lampo” come si dice ai tg, e come dice Art,
giornalista del quotidiano di Pristina “Koha Ditore” e fidanzato di Rea, una
delle donne qualsiasi, protagoniste del romanzo di Elvira Dones. Una guerra
“chirurgica” che dovrebbe intervenire rapidamente, estirpare il male mentre si
è anestetizzati per poi, seppur lentamente, potersi rimettere in forze. Le
“donne dei Balcani” che incontriamo in questo romanzo sono invece perfettamente
coscienti e vivono quei giorni di paura da marzo a giugno 1999 quando la Nato
inizia i bombardamenti e i serbi intensificano le violenze e i massacri.
C’è Besa, maestosa, «la
trasposizione umana della Torre Eiffel» oppure la «versione femminile di un
ipotetico incrocio tra Buddha, Gandhi e Churchill», professoressa di inglese di
Rea all’Università di Pristina, sposata con uno storico della stessa
università. C’è la stessa Rea che ama «quell’arrogante di Art» e che mentre le
bombe cadono dal cielo si chiede perché Art non fosse riuscito a fare l’amore
con lei, pochi giorni prima. E ironicamente, dato il contesto, conclude che
forse sarebbe stato «poco nobile» fare l’amore lo stesso giorno degli accordi
falliti di Rambouillet.[ii]
Nita, amica di vecchia data di Besa, insegnante di lingua e letteratura
albanese all’Università di Belgrado, Serbia. In quell’università dove «non è
rimasto molto da dire» con i colleghi serbi che schivano gli sguardi diretti e
che lei non saluta più come al solito per non metterli a disagio. E poi c’è la
sorella di Nita, Hana, sposata con Bexhet, che ha il cuore malato da quando era
una ragazzina tanto che non avrebbe dovuto avere figli altrimenti sarebbe morta
e che invece ha messo al mondo Fatmir e Blerime. E proprio la giovane Blerime a
cui è stato affidato suo fratello minore Fatmir (dato che le donne dei Balcani,
come lei sa, si prendono cura dei loro mariti e dato che lei non ha marito si
prende cura del fratello) con il quale tenta di salvarsi dalla deportazione e
al quale continuerà a stringere forte la mano anche quando lui non ha più un
corpo e mentre lei, sola, subisce violenze tanto assurde quanto quotidiane. È
proprio Blerime che ci dona le riflessioni più forti del romanzo, forse perché
più giovane, perché questo è il momento in cui nella sua mente si forma l’idea
della vita da grande ed è certa che sarà una traduttrice come zia Nita.
«Dopo un paio di minuti
si sentono le urla della ragazza [Bukurije, ragazza in fuga e che si nasconde
insieme a Blerime, suo fratello e alte persone] nel cortile, urla da squarciare
il mondo. Ma gli uomini proprio non lo capiscono che se una donna urla così
allora è meglio lasciarla in pace? Se lo ascolti, quell’urlo, magari ti viene
una risposta dalla fine della notte, delle notti. E ti fermi. Molli le armi nel
bel mezzo della strada e te ne torni a casa tua a fare altro, forse a guardare
un film, o mangiare un piatto caldo, oppure sederti fuori della porta di casa
ad ascoltare il silenzio scendere in santa pace, pensa Blerime».[iii]
È in questo frangente di crescita e maturazione che Blerime vive l’orrore della
guerra e delle violenze, soprattutto quelle contro le donne e contro di lei che
sta diventando donna. Vede i camion fermarsi, le donne che vengono fatte
scendere e spinte verso gli alberi e sente gli alberi urlare mentre sua zia
Dardana implora i ragazzi di tenere gli occhi chiusi, anche e soprattutto,
quando è lei a essere portata via: «Non guardate, non guardate! Se mi portano
via non guardate e non urlate il mio nome, così non vi sparano e andrà tutto
bene […]».[iv]
Dardana è brava a lanciare urla mute, interne, quelle preferite da Blerime
«sicura che entro la fine della guerra le donne del Kosovo avrebbero imparato a
non usare più la voce, come stava facendo adesso zia Dardana, mancava poco e ci
sarebbero arrivate, ancora un po’ e tante cose sarebbero state diverse».[v]
Durante i quasi quattro
mesi di bombardamenti Blerime ha due nomi: il nome della guerra, il diminutivo
Bler, ironico accostamento al Primo Ministro britannico e Fatmir, il nome di suo
fratello. Ridotta in fin di vita, la ragazzina scampata alla morte, racconta la
sua storia alle decine di giornalisti internazionali che le hanno dedicato le
prime pagine dei giornali: L’angelo che
si rifiuta di morire, con tanto di foto. Lei parla di suo fratello Fatmir,
ma i giornalisti non sanno che è un nome da maschio e così lo attribuiscono a
lei. La cosa la fa un po’ ridere e pensa che dovrà “femminilizzarlo” in Fatmira:
«sembra normale, una ragazzina qualsiasi» ma sta per iniziare una nuova vita, con
una storia da raccontare, perché ora non le basta più fare la traduttrice come
zia Nita, ma vuole scrivere, ricordare e raccontare. Ed è il lavoro che ha
fatto Elvira Dones, grazie a questi ricordi.
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Giornata internazionale delle persone dichiarate "missing": sono quasi duemila le persone in Kosovo rapite e fatte sparire sia dai miliziani serbi sia dai reparti dell'Uck
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Quella che è una
pulizia etnica assume le caratteristiche di un genocidio incontrollabile, non
programmato e terribilmente furioso. Elvira Dones, scandisce il tempo per
giorni e con degli spaccati dedicati ad alcuni personaggi. Non c’è solo la
“guerra perfetta” vissuta, ma anche quella dei kosovari che vivono all’estero,
negli Usa, in Svizzera, a Londra che la guerra la vedono alla tv. Chi vive in
Kosovo la tv non riesce a guardarla perché significherebbe sorbirsi la
propaganda serba, anti-Nato e anti-albanese. O restare indignati nel vedere il
presidente kosovaro Ibrahim Rugova, con
la sua immancabile sciarpa di seta al collo nonostante la cravatta, che stringe
la mano a Milošević e non crederci, pensare che sia solo una
«diavoleria elettronica» messa su dai serbi. Rugova, che aveva studiato a
Parigi, è stato professore di Rea e lei, a differenza del suo ragazzo Art, che
lo ritiene una figura superata, crede ancora nella politica di Rugova. Ma se
ora, l’uomo che aveva portato avanti un’«estetica della pace», il “Gandhi dei
Balcani”, stringe la mano al “pazzo di Belgrado” niente sembra avere più senso.
Era l’aprile 1999 e sì, come saremo venuti a sapere con il processo Onu del
2002, quel giorno Ibrahim Rugova venne
costretto con le minacce ad apparire alla tv insieme a Milošević.
In uno stile secco e
diretto, che lascia poco spazio alle considerazioni della scrittrice,
concentrandosi sui personaggi, le loro parole e paure e la loro, a volte,
ironia («Su ragazze, un brindisi: evviva Milo e Mirjana che ci hanno regalato il
lusso di starcene in casa a non far niente!») e sui suoni, il fracasso, le urla,
le risate, i rumori che traumatizzano. E come colonna sonora le bombe, i Kalashnikov, e il turbo-folk di Svetlana
Ceca vedova del comandante Arkan.
È nei momenti più
dolorosi, quelli degli stupri e delle carneficine, che la Dones offre la
migliore prosa asciutta e salda, che non perde mai il controllo. Come le sue
donne che escono di casa con addosso, cuciti nelle spalline della giacca, «tanti
di quei soldi da comprare un’auto accessoriata» perché possono servire per
comprarsi la vita, quando invece si è usciti solo per comprare il pane. Ma un
forno serbo non vende pane agli albanesi. Oppure bisogna non farsi riconoscere
come tali, ascoltare in silenzio gli insulti verso i ministri delle nazioni
Nato e verso gli albanesi e non aver paura nemmeno quando nella panetteria
entrano militari armati per controllare che non ci siano «sporchi albanesi». Si
tengono i denti stretti, fino a quando non arriva il momento di sbarazzarsi
delle coperte alle finestre ed essere liberi di guardare il mondo senza doverlo
spiare.