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da sinistra: Tommaso Ottonieri, Rocco Cesareo, Lorenzo Esposito (ph. Franco Falasca)
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Motivazione di Tommaso
Ottonieri
“ Una
percezione narrativa densa e insieme dissonante, quanto alle aperte criticità
delle sue forme così come per la sua inclassificabilità, e in linea di fuga
costante da qualsiasi incasellamento nell’ordine dei format imposti dalla grande distribuzione, è
quella attivata da Lorenzo Esposito nell'intensità delle sue forme brevi.
Visione strabica fino a una sorta di straniato magnetismo, e irrefrenabilmente
molteplice o, persino, moltitudinaria, è quella che vi si attiva: per cui ogni
tassello, ogni tangente, che la compone, diverge dagli altri che gli si
giustappongono, e insieme li sostiene e ricontestualizza.
Qui, geometrie inedite follemente già-viste si spalancano,
immediate, nelle cornici di un visionario narrare che è innanzitutto un
rinarrare visioni (cinematografiche; dove, se lo spezzone cinema è il tema, la
toccata, lo scrivere ne è il decentrarsi inconcludibile, il labirinto
ulteriore, la fuga). Questo concetto narrativo di fatto si propone come una
sorta di scomposto puzzle a effetto ballardiano, a pronunziarsi dal confine
oniroide, balbettante, di una visione di visioni. Confluenza divergente di
spezzoni come se riproiettati da pellicole percepite a contatto, dermiche; e
fasci d’ombre che si affastellino da piani di fuga di condominii alieni, dove
cristalli Cronenberg stessero a collassare su vertigini Escher, in
costellazione di schegge e scoscendimenti di mondi possibili. Tali, cioè, da
apparire teletrasportati nella finzione d’un estraneo, più intimo presente: per
il tramite di una meccanica temporale (“macchine del tempo”, vengono
dall’autore definiti i propri racconti) capace di condensare le apparenze sul
piano effettuale di un adesso/altrove.
Qui
nel costante slittare, puro effetto-Kafka (il titolo del suo esordio è Il prossimo villaggio), dei piani
temporali, nello spazio elettrificato un narrare che abbia reciso e antefatti e
postfatti, è qui che precipita una centuria di acmi, sillabe di gesti di
visione, importati dai limiti di racconti già-sempre accaduti e da compiere
ancora (ché non c’è visione che non riscriva, o lettura che non rifilmi): e si
ringhiotta nell’unico punctum di (non)focalizzazione – lì dove lo spettatore,
fattosi attore – spett’attore – di
una scrittura montata in movimento, dovrà riorientarsi per agire (per virtuale
che sia, per scivolante che sia) il suo ambiente.
In
moti di deriva, questi narranti microcosmi ci trascinano allora in
quell’interzona ove la scrittura si lievita d’immagine: ectoplasmi, che si
specchiano a tramare ombra di carne: ticchettìo di pixels nella polvere del
silenzio digitale. ”
***
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da sinistra: Rocco Cesareo, Marco Palladini, Tommaso Ottonieri, Lorenzo Esposito (ph. Franco Falasca)
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Lorenzo Esposito
Vertigo
La ragione per cui ho deciso di
viaggiare nel tempo la devo alla convinzione, che ho sempre saputo illusoria,
di dover tornare al punto d’origine dell’attuale crisi. L’illusione riguarda
sempre l’attualità: nessuno è attuale, al punto che ci si illude di vivere. E
perché vivere ora e non prima, oppure dopo? Illusoria è soprattutto la speranza
di arrivare a capire l’inizio della fine, credere di poter raggiungere il punto
esatto in cui qualcosa è cambiato. Cosa fu quell’ora? C’era il sole quel giorno
in cui l’uomo non fu più se stesso? O era notte? Era quel mondo oppure quell’altro?
Ma l’illusione è anche maggiore. Ho deciso di viaggiare nel tempo perché
quell’ora della perdita semplicemente non esiste. Non si può perdere nulla se è
sempre mancato tutto. Non si può dire patria nazione democrazia, se queste
smettono di esistere non appena pronunciate. Ho cominciato a viaggiare non per
cercare una mancanza, ma per mancarmi.
Gli spiriti più alti, forse degli angeli
che avevano dimenticato di essere angeli, scrissero e raccontarono e filmarono
tutta la storia dell’uomo che si smarriva. Forti delle loro capacità veggenti,
sapeva- no bene di essere già in ritardo. Per questo vennero isolati, derisi,
fraintesi. Raggiunsi molti di loro e ci parlai. Questo è il resoconto di alcune
di quelle lunghe discussioni sul passato del futuro.
Ho deciso di viaggiare nel tempo quando
ho letto la frase l’uomo è qualcosa che deve essere superato. Si può
dire qualcosa dell’uomo in cui si mostri all’uomo in che modo egli non si
riguardi più? Quando la mia macchina del tempo fu pronta, pensai: è questo un
superamento? O c’è qualcosa di più radicalmente insuperabile? Ma già al primo
viaggio certe stelle luminose mi confessarono: l’umanità tutta è nel suo
superamento. Umano è essere superati.
La cosa più difficile, oggi, è trovare
la concentrazione giusta. Quante volte, nel leggere un libro, si è costretti a
tornare sui propri passi, accorgendosi che questi non erano stati passi, ma
traiettorie cieche, una lettura solo per gli occhi e non per la mente, lasciata
a farsi occupare d’altro. Un distacco affascinante dalle cose: gli occhi sono
aperti, ma non vedono; la mente si muove agile, forse fissa anche un pensiero,
ma subito lo dimentica. Sotto, le righe continuano a scorrere, perché qualcosa
dell’occhio e della mente prosegue la lettura, depositandola in una zona
grigia. La mente registra entrambe le separazioni: ciò che si legge, ma che al
massimo sarà un apprendimento inconscio, e ciò che contemporaneamente si pensa,
che andrà altrettanto smarrito. Come nella maggior parte delle cose, non resta
che tornare indietro e cercare di strapparle al tempo per fornire loro uno
spazio, per fargli spazio. Il principio della mia macchina del tempo si basa su
queste riflessioni preliminari.
Negli anni successivi ho approfondito il
problema. Quale grandezza è in grado di designare il tempo? Nella vita ci sono
degli effetti, delle figure che si muovono sul piano della realtà, e ci sono
delle situazioni. Nelle figure si agitano le tracce delle situazioni. Queste
tracce a loro volta altro non sono che delle fessure, delle differenze minime,
che servono per tornare alla situazione. Il ritorno, per quanto imprevedibile,
è sempre una discesa repentina di cui non resta traccia. È un arresto di cui
non si può serbare memoria: il tempo entra nello spazio e tutto si blocca – ma
è questo un fermarsi quasi subliminale, come quando si riesce a sentire
qualcosa di irripetibile, che è lì per spiegare tutto e già non è più, è tutto
perché non è.
Per viaggiare nel tempo bisogna
scivolare in questa fessura. Le prove sono ovunque. Mi trovavo in una casa conosciuta
con delle persone a me familiari. D’un tratto la stanza girò in tondo, ma come
se il cerchio conquistasse una flessibilità, come se nella rotazione si
procurasse delle falle nello scafo.
La musica alle spalle vibrava un’aria
liscia e piatta. Dal fondo una voce di donna che parlava in inglese con
pronunciato accento francese. Fuori il sole toccava i tetti di lamiera e li
accendeva a macchie. Mi guardai intorno e non riconobbi più nulla, cioè vidi il
conosciuto allontanarsi al fondo di un binocolo, mentre sentivo di affondare in
un terreno di cui non ero pratico abbastanza. Ebbi paura. Non degli spigoli
incrostati del mercato straniero in cui stavo passeggiando, non della lingua
incomprensibile e delle tuniche bianche (seguitai anzi a guardare il frutto che
rotolò da una cassa ballonzolando fra i miei piedi e infilandosi nei sentieri
laterali). No, fui terrorizzato dal tempo minimo che mi era concesso. Le
immagini che si formavano compivano una metamorfosi parallela retroattiva,
cercavano di tornare al punto di partenza, alla casa dei miei amici. Provai
allora una nostalgia insaziabile: mentre partivo ero già di ritorno, ero in
viaggio perché tornavo, viaggiavo per dare un senso al ritorno. Compresi che se
è possibile dare una definizione del presente, essa è: cercare un altro momento
così in un altro tempo e, necessariamente, arrivare a patti col già visto, precederlo.
Col tempo imparai a guadagnare tempo.
Per far questo imparai a conquistare spazio. Se un posto mi avvertiva con un
colore, senza indietreggiare prendevo il colore e lo posavo su ogni cosa, lo
diluivo, lo diffondevo. Se incontravo qualcuno che cominciava a parlarmi in una
lingua sconosciuta, prendevo le parole e ne facevo un’esperienza vocale, facevo
della comunicazione una passeggiata acustica. Molti mondi impararono a
conoscermi. Ero il loro pittore. Ero il loro linguista. Ero il loro misterioso
animale alato.
Una volta, nel trambusto di una città
straniera, sorpresi una fessura e mi ci allargai con semplicità. Il varco
sottile si mostrò nella scia di un mezzo di trasporto che faticosamente si
inerpicava curvo fra le case. Come un rettile perplesso trascinava la coda
lasciandola sospesa una frazione in più, quasi fosse il resto di un corpo non
suo. Arrancava quel tanto che bastò a produrre l’ondulazione necessaria al mio
viaggio. L’angolo della strada sembrò rattrappirsi, eppure, calamitato dalle
facciate spigolose degli edifici, sembrò anche spalancarsi. Un minuscolo nucleo
di tempo conteneva tutto lo spazio.
La maggior parte delle persone è
convinta che sia sufficiente essere stanziali per sconfiggere il tempo. Ma è
quando si è fermi che si è in moto. Io chiudo gli occhi e sfrutto la stasi per
apparire altrove. I tetti si piegano uno verso l’altro e io mi lascio scivolare
nel cuneo, la cui acutezza sta appunto nel non terminare in una strettoia, ma
in una vallata. Giunto nella grande spianata faccio ciò che farebbe chiunque:
raccolgo fiori.
Signori, il tempo è alla portata di
tutti. Non ci sono limiti finché c’è spazio. Nell’aria brucia un germe liquido
che acceca e dona la vista. Siete voi i padroni del tempo. Concentratevi.
Osservate svitarsi i bulloni dell’aereo, piegarsi le paratie verso la curva del
sole, brulicare via i passeggeri in una fuga di voci, sfrigolare l’inchiostro
delle pagine del libro ancora aperto sulle gambe. Non perdete altro tempo.
Sfruttate i palazzi a picco sulle strade, cavalcate l’ombra che avanza, usate i
riflessi dei finestrini delle automobili, seguite la luce trattenuta dalle
vetrate, mettete i fari luminosi al passo con le marce e i giri del motore. Una
volta una donna mi vide d’improvviso nel suo mondo e mi disse: “È stato come
scendere sotto il livello delle lacrime”, aggiungendo di aver provato una
sensazione simile, un misto insospettabile di dolcezza e dolore, alla morte del
padre.
È come vedere con i propri occhi le
proprie pupille. Come governare direttamente il centro dell’iride, modificarne
il diametro, regolarne il flusso dei raggi. Il mondo non è altro che
l’alterazione impercettibile di un’angolazione del diaframma. Viaggiare nel
tempo significa responsabilità nella scelta delle focali. Sostenere il
contrario significa rifiutarsi di vedere. Questo vi dico, questo vi lascio in
dono, prima di partire per sempre.
Lorenzo
Esposito (Roma, 1974) fa parte della redazione di “Fuori
Orario-RaiTre” e del direttivo di “Filmcritica”. Si è subito occupato di
cinema, sperando che la scrittura lo aiutasse a disoccuparsene. Con questa
speranza, fra molte singolarità e svariate presenze collettanee, ha negli anni pubblicato
il saggio Carpenter Romero Cronenberg –
Discorso sulla cosa (Editori Riuniti, 2004) e la raccolta di aforismi Il digitale non esiste – Verità e menzogna dell’immagine
(Liguori, 2009). Del 2011 è il suo esordio narrativo con Il prossimo villaggio. Racconti e macchine del tempo (Caratteri
Mobili, 2011).
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