LUOGO COMUNE
IL 4° PREMIO
DI LETTERATURA ON-LINE
“LE RETI DI DEDALUS”
A LORENZO ESPOSITO

      
Venerdì 16 dicembre 2011, a Roma, presso la Sala Convegni della Biblioteca Teatrale SIAE del Burcardo si è svolta la manifestazione di consegna del 4° Premio di Letteratura on-line “Le reti di Dedalus”, promosso e sostenuto dalla SIAE, dall’Ass. Cult. Reprò e dal Sindacato Nazionale Scrittori.
Quest’anno il Premio è stato assegnato (giurato unico il critico e scrittore Tommaso Ottonieri, docente all’Università La Sapienza di Roma) a un giovane narratore: il romano Lorenzo Esposito, che ha per l’occasione letto alcuni racconti dal suo apprezzato libro d’esordio “Il prossimo villaggio” (2011), prefato da Enrico Ghezzi.
Durante l’incontro sono intervenuti Rocco Cesareo, presidente di Reprò, e Marco Palladini, direttore della web-review “Le reti di Dedalus”. Il prof. Ottonieri ha tracciato un profilo critico del vincitore e ha letto la motivazione del Premio.
      



      



da sinistra: Tommaso Ottonieri, Rocco Cesareo, Lorenzo Esposito (ph. Franco Falasca)


Motivazione di Tommaso Ottonieri

 

“ Una percezione narrativa densa e insieme dissonante, quanto alle aperte criticità delle sue forme così come per la sua inclassificabilità, e in linea di fuga costante da qualsiasi incasellamento nell’ordine dei  format imposti dalla grande distribuzione, è quella attivata da Lorenzo Esposito nell'intensità delle sue forme brevi. Visione strabica fino a una sorta di straniato magnetismo, e irrefrenabilmente molteplice o, persino, moltitudinaria, è quella che vi si attiva: per cui ogni tassello, ogni tangente, che la compone, diverge dagli altri che gli si giustappongono, e insieme li sostiene e ricontestualizza.

 

Qui, geometrie inedite follemente già-viste si spalancano, immediate, nelle cornici di un visionario narrare che è innanzitutto un rinarrare visioni (cinematografiche; dove, se lo spezzone cinema è il tema, la toccata, lo scrivere ne è il decentrarsi inconcludibile, il labirinto ulteriore, la fuga). Questo concetto narrativo di fatto si propone come una sorta di scomposto puzzle a effetto ballardiano, a pronunziarsi dal confine oniroide, balbettante, di una visione di visioni. Confluenza divergente di spezzoni come se riproiettati da pellicole percepite a contatto, dermiche; e fasci d’ombre che si affastellino da piani di fuga di condominii alieni, dove cristalli Cronenberg stessero a collassare su vertigini Escher, in costellazione di schegge e scoscendimenti di mondi possibili. Tali, cioè, da apparire teletrasportati nella finzione d’un estraneo, più intimo presente: per il tramite di una meccanica temporale (“macchine del tempo”, vengono dall’autore definiti i propri racconti) capace di condensare le apparenze sul piano effettuale di un adesso/altrove.

           

Qui nel costante slittare, puro effetto-Kafka (il titolo del suo esordio è Il prossimo villaggio), dei piani temporali, nello spazio elettrificato un narrare che abbia reciso e antefatti e postfatti, è qui che precipita una centuria di acmi, sillabe di gesti di visione, importati dai limiti di racconti già-sempre accaduti e da compiere ancora (ché non c’è visione che non riscriva, o lettura che non rifilmi): e si ringhiotta nell’unico punctum di (non)focalizzazione – lì dove lo spettatore, fattosi attore – spett’attore – di una scrittura montata in movimento, dovrà riorientarsi per agire (per virtuale che sia, per scivolante che sia) il suo ambiente.

In moti di deriva, questi narranti microcosmi ci trascinano allora in quell’interzona ove la scrittura si lievita d’immagine: ectoplasmi, che si specchiano a tramare ombra di carne: ticchettìo di pixels nella polvere del silenzio digitale. ”

 

 

***





da sinistra: Rocco Cesareo, Marco Palladini, Tommaso Ottonieri, Lorenzo Esposito
(ph. Franco Falasca)


Lorenzo Esposito

 

Vertigo

 

La ragione per cui ho deciso di viaggiare nel tempo la devo alla convinzione, che ho sempre saputo illusoria, di dover tornare al punto d’origine dell’attuale crisi. L’illusione riguarda sempre l’attualità: nessuno è attuale, al punto che ci si illude di vivere. E perché vivere ora e non prima, oppure dopo? Illusoria è soprattutto la speranza di arrivare a capire l’inizio della fine, credere di poter raggiungere il punto esatto in cui qualcosa è cambiato. Cosa fu quell’ora? C’era il sole quel giorno in cui l’uomo non fu più se stesso? O era notte? Era quel mondo oppure quell’altro? Ma l’illusione è anche maggiore. Ho deciso di viaggiare nel tempo perché quell’ora della perdita semplicemente non esiste. Non si può perdere nulla se è sempre mancato tutto. Non si può dire patria nazione democrazia, se queste smettono di esistere non appena pronunciate. Ho cominciato a viaggiare non per cercare una mancanza, ma per mancarmi.

 

Gli spiriti più alti, forse degli angeli che avevano dimenticato di essere angeli, scrissero e raccontarono e filmarono tutta la storia dell’uomo che si smarriva. Forti delle loro capacità veggenti, sapeva- no bene di essere già in ritardo. Per questo vennero isolati, derisi, fraintesi. Raggiunsi molti di loro e ci parlai. Questo è il resoconto di alcune di quelle lunghe discussioni sul passato del futuro.

 

Ho deciso di viaggiare nel tempo quando ho letto la frase l’uomo è qualcosa che deve essere superato. Si può dire qualcosa dell’uomo in cui si mostri all’uomo in che modo egli non si riguardi più? Quando la mia macchina del tempo fu pronta, pensai: è questo un superamento? O c’è qualcosa di più radicalmente insuperabile? Ma già al primo viaggio certe stelle luminose mi confessarono: l’umanità tutta è nel suo superamento. Umano è essere superati.

 

La cosa più difficile, oggi, è trovare la concentrazione giusta. Quante volte, nel leggere un libro, si è costretti a tornare sui propri passi, accorgendosi che questi non erano stati passi, ma traiettorie cieche, una lettura solo per gli occhi e non per la mente, lasciata a farsi occupare d’altro. Un distacco affascinante dalle cose: gli occhi sono aperti, ma non vedono; la mente si muove agile, forse fissa anche un pensiero, ma subito lo dimentica. Sotto, le righe continuano a scorrere, perché qualcosa dell’occhio e della mente prosegue la lettura, depositandola in una zona grigia. La mente registra entrambe le separazioni: ciò che si legge, ma che al massimo sarà un apprendimento inconscio, e ciò che contemporaneamente si pensa, che andrà altrettanto smarrito. Come nella maggior parte delle cose, non resta che tornare indietro e cercare di strapparle al tempo per fornire loro uno spazio, per fargli spazio. Il principio della mia macchina del tempo si basa su queste riflessioni preliminari.

 

Negli anni successivi ho approfondito il problema. Quale grandezza è in grado di designare il tempo? Nella vita ci sono degli effetti, delle figure che si muovono sul piano della realtà, e ci sono delle situazioni. Nelle figure si agitano le tracce delle situazioni. Queste tracce a loro volta altro non sono che delle fessure, delle differenze minime, che servono per tornare alla situazione. Il ritorno, per quanto imprevedibile, è sempre una discesa repentina di cui non resta traccia. È un arresto di cui non si può serbare memoria: il tempo entra nello spazio e tutto si blocca – ma è questo un fermarsi quasi subliminale, come quando si riesce a sentire qualcosa di irripetibile, che è lì per spiegare tutto e già non è più, è tutto perché non è.

 

Per viaggiare nel tempo bisogna scivolare in questa fessura. Le prove sono ovunque. Mi trovavo in una casa conosciuta con delle persone a me familiari. D’un tratto la stanza girò in tondo, ma come se il cerchio conquistasse una flessibilità, come se nella rotazione si procurasse delle falle nello scafo.

 

La musica alle spalle vibrava un’aria liscia e piatta. Dal fondo una voce di donna che parlava in inglese con pronunciato accento francese. Fuori il sole toccava i tetti di lamiera e li accendeva a macchie. Mi guardai intorno e non riconobbi più nulla, cioè vidi il conosciuto allontanarsi al fondo di un binocolo, mentre sentivo di affondare in un terreno di cui non ero pratico abbastanza. Ebbi paura. Non degli spigoli incrostati del mercato straniero in cui stavo passeggiando, non della lingua incomprensibile e delle tuniche bianche (seguitai anzi a guardare il frutto che rotolò da una cassa ballonzolando fra i miei piedi e infilandosi nei sentieri laterali). No, fui terrorizzato dal tempo minimo che mi era concesso. Le immagini che si formavano compivano una metamorfosi parallela retroattiva, cercavano di tornare al punto di partenza, alla casa dei miei amici. Provai allora una nostalgia insaziabile: mentre partivo ero già di ritorno, ero in viaggio perché tornavo, viaggiavo per dare un senso al ritorno. Compresi che se è possibile dare una definizione del presente, essa è: cercare un altro momento così in un altro tempo e, necessariamente, arrivare a patti col già visto, precederlo.

 

Col tempo imparai a guadagnare tempo. Per far questo imparai a conquistare spazio. Se un posto mi avvertiva con un colore, senza indietreggiare prendevo il colore e lo posavo su ogni cosa, lo diluivo, lo diffondevo. Se incontravo qualcuno che cominciava a parlarmi in una lingua sconosciuta, prendevo le parole e ne facevo un’esperienza vocale, facevo della comunicazione una passeggiata acustica. Molti mondi impararono a conoscermi. Ero il loro pittore. Ero il loro linguista. Ero il loro misterioso animale alato.

 

Una volta, nel trambusto di una città straniera, sorpresi una fessura e mi ci allargai con semplicità. Il varco sottile si mostrò nella scia di un mezzo di trasporto che faticosamente si inerpicava curvo fra le case. Come un rettile perplesso trascinava la coda lasciandola sospesa una frazione in più, quasi fosse il resto di un corpo non suo. Arrancava quel tanto che bastò a produrre l’ondulazione necessaria al mio viaggio. L’angolo della strada sembrò rattrappirsi, eppure, calamitato dalle facciate spigolose degli edifici, sembrò anche spalancarsi. Un minuscolo nucleo di tempo conteneva tutto lo spazio.

 

La maggior parte delle persone è convinta che sia sufficiente essere stanziali per sconfiggere il tempo. Ma è quando si è fermi che si è in moto. Io chiudo gli occhi e sfrutto la stasi per apparire altrove. I tetti si piegano uno verso l’altro e io mi lascio scivolare nel cuneo, la cui acutezza sta appunto nel non terminare in una strettoia, ma in una vallata. Giunto nella grande spianata faccio ciò che farebbe chiunque: raccolgo fiori.

Signori, il tempo è alla portata di tutti. Non ci sono limiti finché c’è spazio. Nell’aria brucia un germe liquido che acceca e dona la vista. Siete voi i padroni del tempo. Concentratevi. Osservate svitarsi i bulloni dell’aereo, piegarsi le paratie verso la curva del sole, brulicare via i passeggeri in una fuga di voci, sfrigolare l’inchiostro delle pagine del libro ancora aperto sulle gambe. Non perdete altro tempo. Sfruttate i palazzi a picco sulle strade, cavalcate l’ombra che avanza, usate i riflessi dei finestrini delle automobili, seguite la luce trattenuta dalle vetrate, mettete i fari luminosi al passo con le marce e i giri del motore. Una volta una donna mi vide d’improvviso nel suo mondo e mi disse: “È stato come scendere sotto il livello delle lacrime”, aggiungendo di aver provato una sensazione simile, un misto insospettabile di dolcezza e dolore, alla morte del padre.

 

È come vedere con i propri occhi le proprie pupille. Come governare direttamente il centro dell’iride, modificarne il diametro, regolarne il flusso dei raggi. Il mondo non è altro che l’alterazione impercettibile di un’angolazione del diaframma. Viaggiare nel tempo significa responsabilità nella scelta delle focali. Sostenere il contrario significa rifiutarsi di vedere. Questo vi dico, questo vi lascio in dono, prima di partire per sempre.

 

 

Lorenzo Esposito (Roma, 1974) fa parte della redazione di “Fuori Orario-RaiTre” e del direttivo di “Filmcritica”. Si è subito occupato di cinema, sperando che la scrittura lo aiutasse a disoccuparsene. Con questa speranza, fra molte singolarità e svariate presenze collettanee, ha negli anni pubblicato il saggio Carpenter Romero Cronenberg – Discorso sulla cosa (Editori Riuniti, 2004) e la raccolta di aforismi Il digitale non esisteVerità e menzogna dell’immagine (Liguori, 2009). Del 2011 è il suo esordio narrativo con Il prossimo villaggio. Racconti e macchine del tempo (Caratteri Mobili, 2011).








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