LUOGO COMUNE
FERRUCCIO PARAZZOLI
“Altare
della Patria”:
il buongiorno
(alla) notte


      
L’ultimo romanzo dello scrittore romano rilegge la storia italiana attraverso il duello ultraumano dei ‘superpoteri’ che in meno di quarant’anni hanno vampirizzato il nostro paese. Il libro interconnette il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, con tutto il contorno politico (Andreotti), ecclesiastico (papa Paolo VI), spionistico-mafioso, e lo vede come l’inizio di un grande buio che ha portato poi al decennale regime berlusconiano, da poco interrottosi, ma non ancora definitivamente eclissato.
      



      

di Sarah Panatta

 

 

Nove aggressivi minuti e una spicciolata di secondi svalutati. Tanto basta all’homo novus. Doppiopetto grigio, imprenditoriale e rassicurante. Camicia azzurra ammiccante, da borghese ripulito in fretta, senza gusto, in spavalda arrampicata. Dal tubo catodico della grande Rivelazione, da lui convertito in tecno-Gabriele ostensore di verità ultrawhite, Silvio B., creatura del popolo, si getta nei salotti e nelle cucine italiane. Affogando con i suoi (da allora) sempiterni slogan, architettati con ineffabile qualunquismo, le coscienze già torpide delle genti nostrane. Il condottiero conquista la sua folla beccheggiante ri-unita. Animato da ardimentoso spirito liberatore vuole falciare la vecchia classe dirigente imbolsita. Priva di quella propensione al cambiamento, capace di far funzionare lo Stato, che solo lui, Silvio B., saprà dimostrare con intrepido equilibrismo. Marciando con fitte schiere, compattate dal sacro vincolo del ricatto, e con l’invisibile ausilio di pervasivi poteri: micro mafie ubique, piccole armate di nordisti secessionisti, “fini-ani” voltagabbana dalla raffinata verve trasformistica. Traghettando lo Stivale, col patinato successo di un Caronte incatramato/inamidato, nel più profondo antro recessivo dalla Seconda Guerra Mondiale.

 

Solo dopo, salvato il suo claudicante deretano da processi farsa e completata la gigantesca, inaudita opera della disfatta italica, Silvio B. scompare. Si annette alle retrovie e pubblicizza con propaganda appannata i suoi discepoli/delfini. Gli bastano pochi minuti. Già si sale ad altri, impervi Monti. Messia antidemocratico su treppiede (due tacchi e una dentiera), meteora meteoritica (pur)troppo longeva. Silvio B. è solo l’epilogo pronosticato del romanzo pamphlet di Ferruccio Parazzoli, Altare della Patria[1]. È la profezia sconcia e trista che un barbone gibboso, raggomitolato nella vecchiaia ai piedi del maestoso ingombro del Vittoriano, confida al condannato Aldo Moro, in “diabolica” libera uscita. Mentre Parazzoli pubblicava il suo grottesco dialogo dei minimi sistemi, gustoso e raggelante pastiche di gomorre parlamentari, con un occhio al Caino di Saramago ed uno al Canto di Natale dickensiano, Silvio B. inguainava la spada e cedeva lo scettro. L’autore racconta, tra riesumazione bellocchiana e rielaborazione dotta, il prologo assurdo, dunque verosimile, del nostro attuale imbarbarimento. La turpe, deteriorata stagione corrente degli intrighi di palazzo inaugurati dai cannoli del Divo Giulio ed evoluti nelle telemaratone dei beati sonni berlusconiani.





Come siamo arrivati all’ormai declinato (non eclissato) impero di Silvio B., Milite Noto di Milano Due? Parazzoli scartabella documenti, resoconti e filmati d’epoca, abbranca informazioni dal web e interpella fonti credibili. Dunque manipola gli ingredienti, senza alterare la ricetta. Innesta in un dittico tripartito, tra discettazioni sarcastico-filisofiche, ammonimenti onirici e voli notturni sull’Urbe, la “scommessa” e l’“incubo” di un evento scardinante che ha fatto luce sulle deviazioni irreversibili della nostra politica. Incamminandosi a brevi e intensi intervalli narrativi attraverso un flashback immaginario, Parazzoli mette in scena le maschere dell’Italia settantottina. E tira i fili della “Rappresentazione” più controversa. Rileggendo l’affaire Moro. Filtrando e schematizzando l’omicidio politico dell’uomo (e del paese) dell’impossibile compromesso nel duello emblematico, in realtà schermaglia routinaria ed ironica, tra un compassionevole seppur vendicativo Satana ed un machiavellico cattolico Dio. Intermediario e preda, obiettivo primario della scommessa di fedeltà, l’ascetico Papa Paolo VI, il pontefice con cilicio, il religioso parsimonioso e vacillante, perito nel dubbio atroce e sofferto dell’abbandono divino. Che non riuscì a consegnare alla libertà il democristiano Moro, condannato dalla cricca criminosa dei suoi laidi compari al governo. Sul tragicomico teatro delle marionette, elementari e graffianti, Parazzoli sacrifica tutti: l’agnello Moro, vittima di una fiducia cieca e mal riposta; gli ebeti brigatisti, ridotti ad assassini puerili e inani, teorici di rivoluzioni di cartapesta; il mefitico Andreotti, incarnazione ridicola e goffa del Male integrato; l’infermo, pentito Zaccagnini. Soltanto una figura viene risparmiata alla furia elegante ma corrosiva di Parazzoli. Il febbrile Paolo VI, l’“amico Montini”, la più umana, perché contraddittoria, tra le caricature stanche della recita.

 

Alla fine, nel mondo anonimo dove l’identità è interscambiabile e l’onestà uno straccio deforme; dove la lealtà è un epiteto ornante e la giustizia un vezzo accessorio, trionfa l’inevitabile, il risaputo. La natura coriacea di un’umanità che sopravvive a se stessa, scartando, calpestando ed eliminando i deboli, i caritatevoli, gli inutilmente devoti. Che pianta sulla croce sempre nuovi cristi nel ciclo noioso del suo cronico abominio. Che gode delle proprie magagne e ivi razzola giuliva, salvo battersi contrita il petto al cospetto di ritornanti (ridondanti) santoni da flash mob. Della (nella) Storia Patria – morti ammazzati, elezioni beffa, brogli aziendali, crack pilotati, ingerenze mediorientali, sputtanamenti internazionali, stragi autorizzate, manifestazioni narcotizzate – restano, come macigni renali, come balletti spastici musicati da triti jingles, come falle bancarie, come anomalie cromosomiche incurabili, personaggi di ombre e/o celluloide. Elfi occhialuti, “bokassa” da tangentop(ol)i esiliati, faziosi giocolieri partoriti da “chiacchiere da volantinaggio”, “stronzi” depositati a nauseare un apatico audience paraelettorale, ad appestare l’aria e ad inquinare già radi pensieri. Detriti autoprodotti da una società in lenta combustione neuronale/ideale, ipnotizzata da “applicazioni” one touch e da piaceri usa e getta. Gli “stronzi”, alacri fautori di una rovina culturale coatta, indugiano alla base dei nostri “edifici”, pietre angolari di un suicidio collettivo silenziato. “Che vuoi? Va così. Dio lo sa, e a un certo punto tira la catena del water”[2].

 

 

 

 

 

 



[1] Il Saggiatore, Milano 2011, pp. 192, € 14.00

 

[2] Altare della Patria. Adesso viene la notte, p. 148 (v. nota 1).




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