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di Sarah Panatta
Nove aggressivi
minuti e una spicciolata di secondi svalutati. Tanto basta all’homo novus. Doppiopetto grigio,
imprenditoriale e rassicurante. Camicia azzurra ammiccante, da borghese
ripulito in fretta, senza gusto, in spavalda arrampicata. Dal tubo catodico della
grande Rivelazione, da lui convertito in tecno-Gabriele ostensore di verità
ultrawhite, Silvio B., creatura del popolo, si getta nei salotti e nelle cucine
italiane. Affogando con i suoi (da allora) sempiterni slogan, architettati con
ineffabile qualunquismo, le coscienze già torpide delle genti nostrane. Il
condottiero conquista la sua folla beccheggiante ri-unita. Animato da
ardimentoso spirito liberatore vuole falciare la vecchia classe dirigente
imbolsita. Priva di quella propensione al cambiamento, capace di far funzionare
lo Stato, che solo lui, Silvio B., saprà dimostrare con intrepido equilibrismo.
Marciando con fitte schiere, compattate dal sacro vincolo del ricatto, e con
l’invisibile ausilio di pervasivi poteri: micro mafie ubique, piccole armate di
nordisti secessionisti, “fini-ani” voltagabbana dalla raffinata verve
trasformistica. Traghettando lo Stivale, col patinato successo di un Caronte
incatramato/inamidato, nel più profondo antro recessivo dalla Seconda Guerra
Mondiale.
Solo dopo,
salvato il suo claudicante deretano da processi farsa e completata la
gigantesca, inaudita opera della disfatta italica, Silvio B. scompare. Si
annette alle retrovie e pubblicizza con propaganda appannata i suoi
discepoli/delfini. Gli bastano pochi minuti. Già si sale ad altri, impervi
Monti. Messia antidemocratico su treppiede (due tacchi e una dentiera), meteora
meteoritica (pur)troppo longeva. Silvio B. è solo l’epilogo pronosticato del
romanzo pamphlet di Ferruccio Parazzoli, Altare
della Patria[1].
È la profezia sconcia e trista che un barbone gibboso, raggomitolato nella vecchiaia
ai piedi del maestoso ingombro del Vittoriano, confida al condannato Aldo Moro,
in “diabolica” libera uscita. Mentre Parazzoli pubblicava il suo grottesco
dialogo dei minimi sistemi, gustoso e raggelante pastiche di gomorre parlamentari,
con un occhio al Caino di Saramago ed
uno al Canto di Natale dickensiano,
Silvio B. inguainava la spada e cedeva lo scettro. L’autore racconta, tra
riesumazione bellocchiana e rielaborazione dotta, il prologo assurdo, dunque
verosimile, del nostro attuale imbarbarimento. La turpe, deteriorata stagione
corrente degli intrighi di palazzo inaugurati dai cannoli del Divo Giulio ed
evoluti nelle telemaratone dei beati sonni berlusconiani.
Come siamo
arrivati all’ormai declinato (non eclissato) impero di Silvio B., Milite Noto
di Milano Due? Parazzoli scartabella documenti, resoconti e filmati d’epoca,
abbranca informazioni dal web e interpella fonti credibili. Dunque manipola gli
ingredienti, senza alterare la ricetta. Innesta in un dittico tripartito, tra discettazioni
sarcastico-filisofiche, ammonimenti onirici e voli notturni sull’Urbe, la
“scommessa” e l’“incubo” di un evento scardinante che ha fatto luce sulle deviazioni
irreversibili della nostra politica. Incamminandosi a brevi e intensi
intervalli narrativi attraverso un flashback immaginario, Parazzoli mette in
scena le maschere dell’Italia settantottina. E tira i fili della
“Rappresentazione” più controversa. Rileggendo l’affaire Moro. Filtrando e schematizzando l’omicidio politico
dell’uomo (e del paese) dell’impossibile compromesso nel duello emblematico, in
realtà schermaglia routinaria ed ironica, tra un compassionevole seppur
vendicativo Satana ed un machiavellico cattolico Dio. Intermediario e preda,
obiettivo primario della scommessa di fedeltà, l’ascetico Papa Paolo VI, il
pontefice con cilicio, il religioso parsimonioso e vacillante, perito nel
dubbio atroce e sofferto dell’abbandono divino. Che non riuscì a consegnare
alla libertà il democristiano Moro, condannato dalla cricca criminosa dei suoi
laidi compari al governo. Sul tragicomico teatro delle marionette, elementari e
graffianti, Parazzoli sacrifica tutti: l’agnello Moro, vittima di una fiducia
cieca e mal riposta; gli ebeti brigatisti, ridotti ad assassini puerili e
inani, teorici di rivoluzioni di cartapesta; il mefitico Andreotti,
incarnazione ridicola e goffa del Male integrato; l’infermo, pentito
Zaccagnini. Soltanto una figura viene risparmiata alla furia elegante ma
corrosiva di Parazzoli. Il febbrile Paolo VI, l’“amico Montini”, la più umana,
perché contraddittoria, tra le caricature stanche della recita.
Alla fine, nel
mondo anonimo dove l’identità è interscambiabile e l’onestà uno straccio
deforme; dove la lealtà è un epiteto ornante e la giustizia un vezzo
accessorio, trionfa l’inevitabile, il risaputo. La natura coriacea di
un’umanità che sopravvive a se stessa, scartando, calpestando ed eliminando i
deboli, i caritatevoli, gli inutilmente devoti. Che pianta sulla croce sempre
nuovi cristi nel ciclo noioso del suo cronico abominio. Che gode delle proprie
magagne e ivi razzola giuliva, salvo battersi contrita il petto al cospetto di
ritornanti (ridondanti) santoni da flash mob. Della (nella) Storia Patria – morti ammazzati, elezioni
beffa, brogli aziendali, crack pilotati, ingerenze mediorientali, sputtanamenti
internazionali, stragi autorizzate, manifestazioni narcotizzate – restano, come
macigni renali, come balletti spastici musicati da triti jingles, come falle
bancarie, come anomalie cromosomiche incurabili, personaggi di ombre e/o
celluloide. Elfi occhialuti, “bokassa” da tangentop(ol)i esiliati, faziosi
giocolieri partoriti da “chiacchiere da volantinaggio”, “stronzi” depositati a
nauseare un apatico audience paraelettorale, ad appestare l’aria e ad inquinare
già radi pensieri. Detriti autoprodotti da una società in lenta combustione
neuronale/ideale, ipnotizzata da “applicazioni” one touch e da piaceri usa e
getta. Gli “stronzi”, alacri fautori di una rovina culturale coatta, indugiano
alla base dei nostri “edifici”, pietre angolari di un suicidio collettivo
silenziato. “Che vuoi? Va così. Dio lo sa, e a un certo punto tira la catena
del water”[2].
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