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di
Enrico Pietrangeli
Anche quest’anno,
nonostante l’imperversante crisi, non mancano i mille luccichii a ricordare le
imminenti festività natalizie. Illuminazioni che ricorrono “tra un cielo
sgombro / e l’uniforme, conforme grigio / all’ultimo orizzonte percepito”, luci
che, a dire il vero, mi abbagliano e affaticano la vista.
Anche quest’anno, come
da diversi anni addietro, ci sarà una famiglia dimentica della mia persona e il
Natale, grazie a Dio, lo passerò vicino alla mia anziana madre, rifuggendo da
vetrine e dalle tante luci colorate; ma frequenterò più chiese, cercandone di sempre
più essenziali e scarsamente illuminate. Ricorderò ancora e sarò vicino nelle
mie preghiere a quei morti a me più cari, a partire da quella dolce figura
paterna perduta nel lontano ’77, anno di rivoluzioni e lutti. Sarà un ulteriore
solstizio superato a fianco di una brillante novantenne che, con amore e
dedizione, seguo da tempo.
Anche quest’anno,
nonostante le tante goliardie che girano con Facebook su fame e carestie a
seguito dei provvedimenti salva-Italia del governo Monti, giochi di parole che
non esitano a presagire presenze di massa nelle mense Caritas anche da parte di
chi un lavoro già ce l’ha senza una famiglia da mantenere, permane, di fatto,
quella cruda realtà per cui già molti italiani sono costretti a frequentarle
per concrete necessità, a partire da quei tanti padri separati ridotti sul
lastrico.
Anche quest’anno passerò
il mio Natale povero ma sincero, come quello tra i tanti bimbi incontrati quest’oggi,
sabato 17 dicembre, alla Casa del Povero, presso la struttura sita alla
Borghesiana (Roma) in Via Grammichele, 8. L’appuntamento per raggiungerli è con
l’energica suor Marta che ci attende nei pressi di Santa Croce in Gerusalemme per
condurci a vivere un’esperienza del tutto singolare, di quelle che segnano il
cuore per semplicità e immediatezza. A gestire la struttura dove ci rechiamo in
visita per portare doni e dolciumi ai bimbi bisognosi che vi risiedono c’è
padre Serafino, subito distinguibile dalla tunica bianca e guarnita di macchie
che, a guardarlo negli occhi, si percepisce che sono tutt’altro che un segno di
trasandatezza, bensì di passione e amore che lo coinvolge a tempo pieno su più
fronti e continenti, avendo da gestire altre due case di accoglienza del tutto
simili nella stessa capitale ed altrettante comunità nel lontano Perù. Porta
sandali francescani, anch’essi bianchi ed altrettanto tinteggiati da chiazze di
chi si sporca non solo le mani ma anche i piedi per tenere in piedi tutto
questo senza troppi giochi di parole. E del lontano paese andino e le sue
mitiche alture si scorge immediato il gusto dell’essenzialità e dei colori che
vivificano la piccola cappella adibita in seno alla comunità. Ci parla subito
di Madre Teresa di Calcutta e, da lì, si evidenziano nitidi quei riferimenti a
cui si è ispirato: accogliere, accogliere tutti pur di non lasciare alcuno
sulla strada. Davvero ispirato è il suo rosario come pure la partecipazione dei
suoi vivaci bimbi che scorrazzano all’interno del luogo sacro. Ispirata è pure
la sua Via Crucis dei Bambini, che ci
propone in un libricino che lui stesso ha curato. È proprio con l’umiltà dei bambini che bisogna avvicinarsi al mistero
commenta Antonino Bambara che ne ha curato una breve ma significativa
prefazione. Ma il momento più commovente, dove a stento ho trattenuto lacrime,
è stata la recita del Natale di quei piccoli salvati da indubbia pessima fine e
assai lontani dai nostri sempre meno quantitativamente ma nondimeno sempre più
viziati e corrotti figli naturali. Per la cronaca, chiunque volesse, può
inviare un’offerta di sostentamento alla struttura sul CCP 70781000 intestato alla
Casa dei Poveri ma, a dire il vero, quel che penso è che la cosa migliore da
farsi sia recarsi lì, rendersi conto di persona di certe situazioni e mai
lavarsi le mani elargendo a distanza: amare è presenza e mai assenza.
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Nicholas (ph. E. Pietrangeli)
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Ho gli occhi di Nicholas
che mi sbirciano lanciando lunghi sorrisi da un lato, non resisto a
fotografarlo per capire, in un solo istante, che il mio Natale è tutto lì, in
quel momento, vicino a lui, a quel gioioso bimbo nero che mi riempie il cuore.
Caro Gesù, vorrei poter tornare un infante anch’io e scriverti che, da grande,
quel che desidero è avere un bimbo come lui da condividere con una sincera e
leale compagna. (“Nacqui un dì d’agosto, / non privo di calore, / rosseggiando
il sole / avvampava il crepuscolo. / Nacqui scarno, cianotico / di dirompente,
disperato pianto / venni al mondo pressoché morto. / Nacqui un dì d’agosto, /
nell’oblio d’un cassonetto, / laddove il gemito si fece cupo / allertando i passanti
di turno”). Poi torno al presente, al mio essere adulto e mi dico che, anche se
la mia compagna indugia opererò con pazienza, fede e cristiana rassegnazione
sopperiranno.
So di averla tanto
amata e attesa, giorno e notte, arrivando a sommare cinque lunghi mesi di
assenza ad altrettanti anteposti di scandito allontanamento terapeutico per un
venerdì santificato da farmaci e carenze d’affetto. So di averla amata forse
più della mia stessa vita, volendo parafrasare il grande Catullo, certamente
come non ho mai fatto, ma so anche che, se alla lunga persevererà tenendomi in sospeso,
senza assumersi le dovute responsabilità, vuol dire che il suo amore non era
poi così profondo e maturo, bensì più un ludico piacere a rincorrermi fin tanto
da sapermi conquistato.
So che l’amore è coerenza
e ben altro che uno stato di guerra. L’amore è perdono, “valore aggiunto”,
“viatico per l’altro” e, al contrario di Catullo, non formulo invettive bensì
persevero pregando affinché il Signore le illumini il cuore, se non più per me
sarà per farle trovare un’autentica fede fondata sull’amore migliorando taluni suoi
stadi infantili, “amazzoni ascendenti” e il suo “sorriso”, poiché avrei voluto
amare e proteggere per sempre il suo lucente bel volto da bambina intimorita.
Ho scritto per lei un
libro, un mezzogiorno dell’animo che
comunque mi ha traghettato altrove. Un libro che, nei variegati e multiformi
registri proposti sul dolore, non conosce acredini o rancori, neppure nella
sezione dedicata al contrappunto,
limitandosi a qualche giocosa ironia nella sezione degli scherzi interposta agli inevitabili e prevalenti toni elegiaci. Comunque
e ovunque sono sempre versificazioni e prose vincolate a una volontà di
crescere e maturare, laddove possibile, ancora insieme, ma anche saldamente
ferme nel prendere opportune distanze da ogni possibile forma d’ambiguità che
rimanda risposte per fare scelte, prendere posizioni.
Continuo a interpretare
i miei versi, quasi mi fossero ancora ignoti mentre li scrivevo, ed ora meglio
intendo quel “tramite te, / riconducendomi a Dio” per cui nulla è invano e ogni
cosa è strumento del divino. I progetti di Dio non si comprendono subito, anzi
talvolta lasciano nel dubbio, ma a Lui bisogna affidarsi, ritrovando quella
chiave esegetica che, nello stesso Natale, riconduce all’uomo, ai suoi limiti, per
attraversarli con umiltà e amore. Ed è così che, tornando ancora su altri versi
del mio libro, quelli di “epica è l’anima, eroe colui / che la percorre
concludendo / un ciclo, l’esistenziale / ragione d’essere celata”, finalmente comprendo
di essere rinato una volta ancora risanando ogni ferita e debito in sospeso e,
dunque, di essere pronto a nuova vita.
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Padre Serafino (ph. E. Pietrangeli)
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Si conclude così un
ciclo iniziandone un altro, che parte dall’epilogo di un ulteriore ancora
divenendo pressoché escatologico. È quello di CicloInVersoRoMagna 2011, una manifestazione di poesia e bicicletta
che, nel corso degli anni, insieme a Gloria Scarperia ha visto alternarsi anche
Ugo Magnanti, Daniela Fargione, Andrea Ingemi, Vittoria Arena e Andrea Bisighin
tra gli altri. Li ringrazio tutti e, con loro, ringrazio tutti gli amici, di
ieri e di oggi, poiché è grazie anche a loro, alla loro presenza nelle
difficoltà attraversate nonché al loro partecipe affetto se sono ancora vivo. Amici
diversi, pluralisti nella loro espressioni di pensiero, sia di destra che di
sinistra, ma anche laici, ebrei, musulmani, cristiani e induisti. Amici che non
hanno mai intaccato le mie capacità critiche. Amici che mi consentono di
continuare a pensare con la mia testa, per quanto, a tutti gli effetti, questo
risulta essere il peccato più grave nel nostro gerontocratico paese, poco
incline al ricambio e assecondante di yesman, dove merito e creatività
permangono in una lunga tradizione di esili oppure emarginazione.
È il nostro un paese
dove arrivare al mezzo secolo pieni di risorse e volontà significa essere
scartati a priori da un mercato del lavoro che poi pretende di mandarci in
pensione poco prima di una presunta morte e, perché no, con tanto di badante
pronta a cambiarci il pannolone nelle restanti pause produttive. Di fatto,
nella mia memoria adolescenziale, resta ancora traccia di quella bonaria coppia
che risponde ai nomi di Peppone e Don Camillo. Due agguerriti amici-nemici, ma
probi e onesti, sempre pronti a collaborare in nome degli interessi dei loro
paesani come fine ultimo pur restando fedeli a un loro punto di vista
divergente, da un lato social-cattolico e dall’altro laico-socialista. Ho
nostalgia di quei tempi e di quell’Italia, poco incline all’esotismo e alle degenerazioni
di un capitalismo senza più frontiere ed eticità, pronto a divorare tutto e
tutti, anche mascherandosi di spiritualità alla moda teatralizzate in nome del
successo e dell’affermazione. Forse è andata per sempre perduta non solo una certa
tradizione politica ma anche la conoscenza storica di grandi statisti del
calibro di Turati e di Sturzo, che tanto hanno concretamente operato per i più
deboli sia pure partendo da diverse concezioni e riferimenti.
Ringrazio, quindi, soprattutto
i poveri, quelli che quest’oggi ho incontrato e che mi hanno sorriso, poiché è
nella comune memoria di una condivisione, sincera e disinteressata, che l’amore
trionfa scalzando le tenebre. Bisogna sempre ben renderci conto della
spontaneità di un sorriso e della luce negli occhi di chi ci è vicino, perché è
lì che si ravvisa l’anima, tutto lo spessore di un essere naturalmente umano. Il
prossimo 24, dopo tanti anni, finalmente parteciperò a una Messa di mezzanotte
e, ne sono certo, sarà un ulteriore appuntamento per un mezzogiorno dell’animo. Un appuntamento che non mi ha trasformato,
ma semmai rigenerato. Permango nella mia veste di laico credente, nel solco di
una tradizione cristiana della mia famiglia, dialogante di un socialismo
liberale, rispettoso dell’individuo e coerentemente impegnato sul sociale,
lontano da ogni egoistica realizzazione del sé e di una circoscritta elite
comunitaria, da contesti religiosi o
presunti tali che, in realtà, celano specchi di un cinico capitalismo rielaborato
in congregazioni. Alla stessa stregua ma per altri versi, si potrebbe parlare
di uno scientismo empirico rielaborato verso un presunto traguardo metafisico,
fino a volerne assumere le veci.
C’è sempre un filo
sottile tra il bene e il male come tra il giorno e la notte. C’è un’alba che
deve essere svelata per distinguerla dal tramonto e troppe volte il male si
traveste da bene nonché confondiamo il bene con il male. L’amore e la tendenza
al bello e all’ideale restano comunque un retroterra imprescindibile che, nella
salvaguardia del sentire, ci predispongono in percezioni attive e protese verso
l’altro. La conoscenza impura è alienazione e lusinga, affermazione di un
demiurgico mondo fisico e panteistico sulla trascendenza del metafisico. Ogni
presunto stato di atarassia raggiunto su questa terra è antitesi di santità,
che è espressione tanto di gioia quanto di dolore nel vissuto. La rinuncia
dissennata, come l’ignavia, sono le forme più sibilline e sinistre di ogni
manifestazione del male travestite di distacco e beatitudine.
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Rappresentazione natalizia (ph. E. Pietrangeli)
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Il Cristo è
rappresentazione di conoscenza purificata attraversando il mondo fisico, la
passione, e non la sua negazione, nel sacrificio di un percorso assegnato da
compiere e affrontare in nome di una salvezza che conduce ad altro attraverso
l’altro. L’eden è la perdita della conoscenza primordiale nella genesi di una
conoscenza impura e il Cristo è la salvezza pervenuta nel perdono incarnando
l’umana natura che, inevitabilmente, deve passare attraverso la consapevolezza
del peccato per redimersi in nome dell’amore.
La fede non è mai un
rifugio, un ripiego alla morte, tantomeno uno psicologo o sciamanico mantra
guaritore. La fede è esperienza di Dio in primo luogo, quell’opportunità che
transita, prima o poi, nella vita di ognuno di noi se siamo attenti a
coglierla. La fede va mantenuta e continuamente elevata per mezzo di una
coscienza critica e, al contempo, pura, fatta cogliendo equilibri che nascono
dal cuore. La fede è quindi alimentata da studi e approfondimenti estesi,
diffidando sempre da chiunque voglia farci adepti a senso unico. La fede si
basa anche e soprattutto sulla ragione e il confronto senza mai scinderne
l’apertura del cuore. Quando la fede diviene più inossidabile e meno compulsiva
è frutto di studi comparati ed attenti. Occorrerebbe la fortuna di avere
un’intera biblioteca laica di storia delle religioni a disposizione e, se
possibile, non accontentarsi e andare oltre, nella filosofia, la psicologia e
inoltre le lingue e le letterature. È necessario infine prendere coscienza che
la religione può basarsi solo su principi etici che riconducono ai fondamenti
del pensiero umano, che sono amore e logica. La fede è quell’edificio in grado
di accogliere quanto unisce questi due elementi, quanto, allo stato involuto,
nella natura delle cose si coglie in contrapposizione. La fede è una
consapevolezza che, ne sono certo, sta già dando un profondo senso alla mia
vita e ne darà altro, di “valore aggiunto”, su semplici e determinanti scelte
fatte di famiglia, lavoro e preghiera per una serena e partecipata preparazione
all’oltre, alla salvezza.
Buon Natale e un
abbraccio, che è e resta sempre il più grande gesto d’amore.
Itaca
“un
sentimento fermo guida il
tuo spirito e il tuo corpo”
C. Kavafis
Compiuto
è un ciclo e attendo,
di
virtù nel senno, altri frutti,
la
sintonia di un moto perfetto.
Itaca
non è utopia del sogno
bensì
origine per un ritorno.
Poco
importa cosa m’aspetta,
dell’isola
riprenderò possesso
con
chi, nell’attesa, l’opera
accoglie
preservando amore.
* Nota
al testo: la poesia Itaca e quanto
riportato all’interno dell’articolo tra virgolette è tratto dal libro Mezzogiorno dell’animo.
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