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di Mario Lunetta
Appare ormai
definitivamente chiaro come il volo frenato dell’odierna cultura letteraria
d’Occidente non sia un dato solo accidentale, un elemento di congiuntura fra i
tanti della cosiddetta globalizzazione (peraltro sempre più innegabilmente strutturale quanto al modo di
produzione-distribuzione ipermonopolistico), ma al
contrario una delle conseguenze organiche
delle dinamiche multipervasive di un sistema fondato
su quel duro gioco delle illusioni che si chiama Pubblicità (un’autentica fiera
della manipolazione permanente, detta alla grossa), che investe – come tutto il
resto – quel comparto che un tempo si definiva Letteratura, e che oggi, ormai,
viene più sbrigativamente registrato sotto l’etichetta di fiction, apparentemente neutrale e apparentemente nativa: come dire, depurata di tutti
quegli elementi di complessità che a parere dei poteri forti della
produzione-distribuzione letterario-mediatica ne
inquinerebbero la purezza: come dire, lo spirito di evasione. Una strategia
dell’irrealtà e niente di più. Una pianificazione che prevede un principio di
basso profilo, uno skyline privo di creste che non rispondano a un orizzonte
d’attesa predisposto. Un trucco organizzato, insomma, secondo i modi
dell’immane feticcio pubblicitario che ci avvolge dall’alba alla notte senza
soluzione di continuità.
La situazione dell’attuale cultura (o
sottocultura) letteraria italiana, data la fragilità storica del nostro
istituto specifico, è – in ordine allo charme
della cultura letteraria appunto (e della cultura in generale) – tra le
meno reattive del continente. Il fatto è che, tra l’altro, vi è pressoché
assente uno dei protagonisti chiave di questa guerra non dichiarata tra produzione
e consumo: il pubblico dei fruitori. L’Italia non ha mai avuto una platea
consistente di destinatari attivi di Letteratura e di Informazione: e oggi, in
un mondo delle pure apparenze e della virtualità fatta carne, questa storica
fragilità la espone più di altri (anche in ragione di una scarsa coscienza
critica diffusa e malgrado, credo, l’egemonia che rispetto ai vecchi strumenti
hanno progressivamente assunto le nuove tecnologie) a vedere l’universo come un
susseguirsi di puri accadimenti privi di nessi, di rapporti, di dialettiche
causa-effetto). Un’infinita, stupida avventura dentro il niente.
È da dire
peraltro che la fase più acuta di questa beata incoscienza, come dire di questa
paralisi, data dai tardi Ottanta: quando, insomma, la globalizzazione
economico-distributiva e la new economy non
reale (fondata sul lavoro) ma finanziaria (fondata sulla pura speculazione)
iniziò ad esercitare un predominio sempre più forte e privo di fessure
sull’intero pianeta. In ordine alla letteratura l’Italia rispose a queste voci sireniche con esili balbettii, puntando in modi
assolutamente subalterni sul “genere”, che sempre più monocraticamente si è
dispiegato come thriller, giallo, grossolanamente poliziesco, e via e via: e in questa
strategia coloniale l’appiattimento sulla filosofia nazional-popolare della
televisione è stato pressoché assoluto.
Sono lontani, e
certo non meccanicamente ripetibili, i tempi in cui le avanguardie europee (a
partire da quella raccolta intorno a “Tel Quel”), rifiutavano il termine
“letteratura” contrapponendogli quelli di “scrittura” e di “pratica testuale”,
scorgendo nel primo dei tre un approccio retorico e linguistico, subordinato e
servile, alle necessità spirituali del senso comune della borghesia. In realtà,
come voleva Bataille, “scrivere è cercare la
possibilità La possibilità anima le più piccole parti dell’universo”: e la
scrittura consapevole è ben più che un elegante décor o una vacanza
dell’immaginazione svincolata da qualsiasi responsabilità. Ecco perché, alla
fine, la “letteratura” significa intrattenimento, pacificazione; la “scrittura”
significa dialettica, il “testo” che è sempre contesto di un dibattito che lo
travalica, significa conflitto: ancora una volta, in un settore particolare che
ha perso progressivamente incidenza e potere spirituale, lo scontro è tra
idealismo e materialismo, questo enorme rimosso della storia del pensiero
occidentale.
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Stefano Cagol, Concilio, 54ma Biennale d'Arte di Venezia, 2011
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Anche la grossa
editoria oggi annaspa, guardando a una possibile fase del post-libro. E nel
frattempo si arrocca su modelli omologati di scrittura “per tutti”
(mistificazione ulteriore): 1) profilo basso; 2) drammatizzazione di un vissuto
in realtà trascurabile; 3) ostilità assoluta a ricerca e sperimentazione; 4)
linguaggio pre-digerito dal senso comune: insomma, imposizione di un’ottica piccoloborghese, acritica e aproblematica,
che col suo microrealismo di facciata si rivolga
illusoriamente a un pubblico il quale, allevato a dosi massicce di sceneggiati,
quiz e giochini variamente idioti, si suppone
disposto a trangugiare tutto. In questa strategia il supporto della pubblicità
è fondamentale, e negli ultimi due decenni la stessa si è impadronita di uno
spazio che ha tolto senso e funzione alla produzione di teoria e di critica. Alle
centrali della sottoletteratura di massa è più che sufficiente il servizio
passivo dei settori commerciali, al punto che teoria e critica letterarie
costituiscono ormai, per certe finalità egemoniche di puro profitto, due
fastidiosi interlocutori. Meglio farne a meno: magari con la connivenza della
stampa quotidiana e periodica, quasi completamente ridotta a parte di
macroproprietà titolari di enormi fette di editoria libraria e insieme di
grandi aree più largamente mediatiche.
In quella lucida
analisi che Francesco Muzzioli ha articolato in un
pamphlet sull’esercizio della critica come Quelli
a cui non piace (Meltemi, 2008) si legge:
“Secondo la ragione cinica la critica non
serve, ed è chiaro perché. In una
letteratura interamente gestita in termini di mercato, la critica altroché non
serve, ma non ha senso neppure: per le esigenze promozionali serve piuttosto la
pubblicità, e la pubblicità non può mai essere ‘negativa’ (non può neppure
prevedere di esserlo), né prendere alcuna distanza. È discorso o
immagine-discorso tutto interno al suo prodotto. Neanche spiegazione e neppure
curatela, ma iperbolizzazione e teofania della merce,
questo l’unico discorso sul testo che interessa alla logica imperante; tanto
meglio quando evita di entrare nel vivo, anzi, quando non sa neppure di cosa
parla e si presenta come puro richiamo, buono à tout faire. Nella prospettiva del
commercio, la critica non serve, questa è la verità: non serve nel merito, in
quanto l’industria culturale non abbisogna di conoscere il valore (l’unica vera
valutazione – ritiene la mens utilitaria – la dà il pubblico, e prima
ancora di leggere: la classifica valida per i suoi rendiconti è quella delle
vendite), semmai deve prevedere l’accoglienza subitanea e lo scalpore
repentino, avendo l’assillo di smerciare al più presto possibile, non restino i
prodotti a pesare per inerzia d’immagazzinaggio. E non serve nella sostanza: il
mercato non ha bisogno di trovare dall’altra parte ‘spiriti critici’, cerca
consumatori di bocca buona che si entusiasmino a comando di fronte ai fenomeni
del momento (e debbono avere, perciò,
scarsi strumenti di decodifica e la memoria più corta che mai, per non addurre
inopinati paragoni). Allora precisiamo: la critica non serve, ma serve, eccome,
la diminuzione della criticità”.
Ecco quindi che,
in questo quadro intellettualmente depresso, ogni tentativo da parte di alcuni
pochi autori di dire cose altre in modi altri per non sottostare all’universale
omologazione è tranciato in radice da un sistema di produzione macroeditoriale
che vede come protagonisti i responsabili del settore commerciale e la figura
(equivoca, e non di rado bieca) dell’editor, invenzione importata da noi dagli Stati Uniti
attorno agli Ottanta del secolo scorso, con un ritardo di oltre sessant’anni.
Il risultato è la mediocrità (non solo diffusa, alimentata e imposta al
pubblico; ma addirittura spacciata come unico vero animus della letteratura, anzi della fiction alle platee di ingenui
consumatori di “contenuti”, di “fatti”, di “storie”). Di fronte all’evento, il
dato formale non ha corso. Ciò che non provoca immediatamente reazioni emotive
e induce a interrogazioni o dubbi è da subito brutalmente espulso (meglio,
neppure considerato) dallo scorrimento privo di ostacoli di un nastro che
(magari con l’intervento di una normalizzazione anche pesante esercitato sul
manoscritto in casa editrice) determina il processo di produzione-distribuzione-battage:
il tutto, all’interno di una condizione mortificata del prodotto, che ormai – a
meno di un “successo” di straordinaria consistenza - dura sugli scaffali della
libreria dalle due alle tre settimane, per poi essere avviato al macero, dal
momento che si è estinto (per le solite ragioni di costi eccessivi-ricavi
insuffficienti) anche il provvidenziale istituto
delle catene Remainders, che per decenni hanno
costituito importanti momenti di alimento culturale non solo strettamente
letterario per una quantità di fruitori appassionati.
Proviamo allora
a fare un passo indietro, arretrando appunto a quegli anni Ottanta cui abbiamo
poco sopra accennato. E serviamoci di una simpatica, chiaroveggente catena di
paradossi non di un sociologo della letteratura, ma di uno scrittore:
“William Randolph Hearst aveva due regole per
gli ospiti a San Simeon: uno, chiunque stia in casa
di Mr. Hearst deve comparire per cena, non importa in quali condizioni egli o
essa sia. Questo è molto comprensibile – se no la gente starebbe a sbronzarsi
in camera sua o a imitare i suoi modi, e lui perderebbe il controllo della
situazione. È il vecchio gioco dell’esercito del Fare l’Appello. E regola
numero due: nessuno può pronunciare la parola MORTE in presenza di Mr. Hearst.
C’è una ragione magica molto buona per questa regola; Mr. Hearst stava giocando
la parte della Morte. Giocare la parte della Morte significa che dovete sempre
essere in grado di influire sugli altri, ma agli altri non deve mai esser
consentito di influire su di voi. Uno viene giù a cena in abito da scheletro, e
il vecchio potrebbe perdere la sua posizione.
Allora qual è la
differenza tra Hearst e uno scrittore di romanzi? Intendo uno scrittore vero,
come Beckett, Genet, Joyce, Hemingway, Conrad,
Fitzgerald, Kafka… Immediatamente abbiamo una
distinzione: riuscite a immaginare uno scrittore o un artista che avrebbe paura
di sentire la parola MORTE? Certo io non ci riesco. Uno scrittore che non può
sentire quella parola non è uno scrittore. Questo può significare solo una
cosa: che vuole la parte e non è sicuro delle sue credenziali, così come un
finto poliziotto non ha voglia di vederne uno vero. Un’altra distinzione è la
responsabilità. Genet dice che uno scrittore assume
il terribile fardello della responsabilità per
i personaggi che crea. Sono le sue creazioni e lui ne è responsabile. I
giornalisti invece non hanno responsabilità di nessun genere. Lasciate pure che
vadano a dirottare un aereo, a uccidere cinque donne in Arizona, ad assassinare
il Presidente, e dopo cosa gli capita? Chi se ne frega? Una fondamentale
differenza di atteggiamento”.
Ancora:
“L’influenza dello scrittore non è immediata
come quella del giornalista, ma forse va più
lontano. Non si considera che gli scrittori possano produrre eventi in
modo altrettanto diretto di quanto fanno i giornalisti. Quando i giornali si
mettono a parlare di dirottamenti aerei, scatenano un’epidemia di dirottamenti
aerei. Logicamente, è con il giornalismo che la censura dovrebbe cominciare,
perché ci si può accorgere regolarmente che qualcuno ha avuto l’idea per il suo
delitto leggendo i giornali. Un tizio ha ucciso otto infermiere; se ne parla e,
qualche tempo dopo, un ragazzo in Arizona si è detto: ‘Ecco la soluzione!’ ed è
andato immediatamente ad assassinare sei donne. Succede in continuazione. Ma è
raro che l’idea di un delitto venga leggendo dei romanzi perché si sa che è
invenzione. Non si va in giro a sgozzare la gente perché si è letto L’isola del tesoro di Stevenson”.
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Tomaso Binga, Back to the Future, 2011
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Ancora:
“La mia teoria generale fin dal 1971 è
stata che la Parola
è letteralmente un virus, e che non è stata riconosciuta come tale perché ha
raggiunto uno stato di relativamente stabile simbiosi con il suo ospite umano;
vale a dire, il virus Parola (l’altra Metà) si è imposto così saldamente come
parte accettata dall’organismo umano da poter adesso sghignazzare dietro ai
virus gangster come la varicella e spedirli all’Istituto Pasteur. Ma la Parola porta chiaramente
l’unica caratteristica di identità del virus: è un organismo senza altra
funzione interna che quella di replicare se stesso”.
Si tratta di
riflessioni, mi pare tanto pertinenti quanto sarcasticamente pragmatiche, di
William Burroughs (La scrittura creativa,
Sugarco, Milano 1981). Potremmo, volendo, servircene
come macroesergo a un discorso qual è quello attorno al quale queste note
ronzano, davvero a mo’ di sciame tutt’altro che disposto in formazione chiusa e
duramente disciplinata. Sarcasticamente
pragmatiche, ho detto: già, perché esse sono concepite e pronunciate entro
un orizzonte che in via sociologica non possiamo che definire “americano” anche
nel senso del rapporto dello scrittore con la propria espressività (e mestiere)
– e questo è pure un limite geo-culturale oggettivo e
innegabile; eppure pertinenti, ripeto: perché alla fine in buona misura valide
per un’analisi della condizione dello scrittore e della scrittura oggi, certo
non circoscrivibile alla situazione USA, ma per lo meno nei grandi tratti
estensibile a una parte assai larga della civiltà letteraria occidentale, e
italiana in specie.
Ora, se la Parola è un virus, una
pratica critica che abbia un onesto senso analitico-conoscitivo
non può porsi come attività notarile (e ambiguamente notarile, in quanto
subalterna alle grandi centrali del consenso culturale-editoriale
all’interno del magma mediatico: quindi, oggettivamente di parte; quindi, gesto non più critico ma per molti circonlocutori
modi, “pubblicitario”). Personalmente, sono dell’idea che la critica debba
sempre trovarsi per così dire in stato di guerra, disposta a battersi per
affermare certi princìpi e certe predilezioni,
mettendo ovviamente nel conto la propria precarietà e il proprio rischio di
errore. Ma proprio in questo riposa la sua nobiltà, proprio questa è la ragione
principe del suo essere e del suo fare.
In un giro di
riflessioni intitolato Un’idea di critica
(“Testuale”, 1996) uno studioso acuto e scrupoloso come Giuliano Gramigna
osserva: “Il discorso critico, con il suo giudizio, non sarà più duraturo del
bronzo. Ipotizziamo allora che il proprio della critica (solo quella
letteraria?) sia di scoprirsi, non dico sbagliata, ma fuori segno, un attimo o
un secolo dopo essere stata articolata. Dunque, il critico si troverebbe
invariabilmente in ritardo rispetto al proprio oggetto e al proprio giudizio; e
dovrebbe prendere/rendere atto degli scarti e degli errori. (…) Mi piace questo
statuto precario della critica, che si fa proprio au jour le jour, nel senso che ogni sua scoperta o trouvaille si autoliquida e si
autoriforma magari sull’attimo (se è seria), per ricominciarsi testardamente da
capo. Così i minimi consuntivi, come quello che avete fra le mani, si
giustificano come presa di coscienza che il vero lavoro, il lavoro che sta
sotto, è per così dire a fondo perduto”.
Che a me pare,
francamente, un eccesso di umiltà da parte di uno studioso come Gramigna (il
quale è stato al tempo stesso un interessante poeta e un notevolissimo
narratore): perché, in realtà, qualsiasi proposizione critica dotata di
spessore, a dispetto della propria “precarietà” (che tocca tra l’altro
qualsiasi testualità anche “creativa” in quanto prodotto storicamente
determinato) lascia in tutti i casi un’eredità che può essere fruita o
trascurata, assimilata o respinta – sempre – dai famosi posteri ai quali spetta
l’ardua sentenza.
Tra il 1929 e il
1930 del secolo scorso Walter Benjamin, in una serie di appunti destinati a
essere elaborati per un’analisi della Situazione
della critica in Germania (e oggi compresi a cura di Giorgio Agamben in quel libro straordinario che è Ombre corte, Einaudi 1993), annotava:
“La critica
distruttiva deve riconquistarsi la sua buona coscienza. A tale scopo la
funzione della critica in generale deve venire riportata, e in modo affatto
nuovo, alla consapevolezza di sé. A poco a poco si è giunti al punto che essa è
divenuta nient’altro che debolezza e innocuità. In queste condizioni perfino la
corruzione ha il suo lato positivo: per lo meno, essa ha ora un volto, una
fisionomia nettamente riconoscibile”.
“Una critica onesta, basata su un giudizio di
gusto imparziale, non è interessante, ed è in fondo priva di oggetto. Il fatto
decisivo in un’attività critica è se essa ha alla base un disegno obbiettivo
(un piano strategico), che ha quindi in se stesso una sua propria logica e una
sua propria onestà”.
La prima
tentazione è di osservare: ma allora non ha senso avanzare alcune iniziative in
controtendenza, se dai primi decenni del XX secolo ad oggi praticamente non è
cambiato nulla, in ambito di critica letteraria, di editoria ecc.
Errore. In
realtà è cambiato tutto. è cambiata
la composizione sociale dei fruitori, imbevuti comunque tutti di un mood elettronico che ai tempi di
Benjamin era ancora in mente Dei. È
cambiato il modo di produzione delle case editrici, che a causa di una
concorrenza che deve passare sotto le forche caudine della grossa editoria
commerciale sono costrette a tempi produttivi infinitamente più veloci, quindi
meno attenti, più sommari. S’è instaurato l’oligopolio produttivo-distributivo-pubblicitario
delle major, che impongono moduli di
scrittura impoverita, il più possibile elementare, di primo grado, buona a
soddisfare l’istintuale fame di sottocultura delle masse sempre più
addomesticate e acritiche, che leggono sempre meno nel senso tradizionale per
rivolgersi preferibilmente a nuove medialità di
immagine-scrittura, dentro o fuori dello sconfinato mare del web.
Si possono
aggiungere altri elementi che la postmodernità ha
affermato brutalmente, appunto mediante il postmoderno
come cultura della globalizzazione semplificatoria,
in contrapposizione ai princìpi dialettici e al
“rigorismo” perfino “calvinistico” della ricerca nella modernità segnata
dall’esperienza delle avanguardie. È, credo, una problematica che merita un
approfondimento molto articolato.
Ecco perché
appare sempre più necessaria una risposta dell’intelligenza letteraria non
rinunciataria né asservita, pur se avviata con forze in tutti i sensi limitate.
Proprio in questa direzione è indispensabile cominciare (continuare) a lavorare
sul terreno della scrittura e della pratica testuale “creativa” e
“critico-teorica”, con un massimo di attenzione e un massimo di intransigenza.
In tutto ciò, la riaffermazione della tendenzialità delle scritture assume un ruolo fondamentale.
Se negli anni Trenta del secolo scorso Benjamin propugnava l’ipotesi di una
“critica materialistica”, non si dimentichi che negli Ottanta dello stesso
secolo un gruppo di intellettuali romani (alcuni dei quali sono presenti
nell’iniziativa di un foglio ancora in gestazione come in bozze e hanno sempre coerentemente contrastato la musica delle
sirene postmoderne) hanno elaborato in varie sedi un’ipotesi di “scrittura
materialistica”.
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Gabriella Di Trani, Pagine e nuvole, 2011
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La Depressione Italiana
dell’ultimo trentennio ha avuto nel qualunquismo culturale (guidato e
teleguidato) la propria facies più
ipocrita. Le menzogne sull’asfissia economica hanno avuto nell’umiliazione
della ricerca intellettuale il necessario supporto. A questo livido gioco
neppure ciò che ancora si chiama Sinistra, Fronte progressista, Linea di
opposizione radicale ha avuto la voglia e la capacità di produrre un contrasto
visibile. C’è stato, a dispetto delle infinite dichiarazioni di condanna dei
sistematici episodi di censura o di rimozione effettuati dai grandi
manovratori, un’assenza di strategia davvero contro. Perfino un organo come “il manifesto”, che dovrebbe avere
per vocazione il compito di contribuire a elaborare un possibile percorso
alternativo alla miseria culturale esistente, sostanzialmente si adegua. Basti
considerare – ultimo, clamoroso episodio – lo spazio dedicato dal giornale in
una decina di puntate ai responsabili di molte case editrici (dalle più
commercialmente attardate alle più furbastre): una passerella di padroni del
vapore che si arrogano tutti i diritti di confezione del testo, col testo
appunto e l’autore visti come meri incidenti di percorso, variabili assolutamente
dipendenti.
È necessario
fare qualcosa, non illudendosi di invertire in tempi rapidi una tendenza
duramente consolidata (anche nella mentalità dei fruitori, e nel loro common sense);
ma almeno di affermare una possibilità di igiene mentale da riconquistare.
Stiamo vedendo
una notevole confusione anche in situazioni di buona volontà rinnovatrice
(l’esperienza dell’occupazione del teatro Valle di Roma; l’escamotage
generazionale dei TQ, che sa tanto di riduzione del fare letterario “nuovo” a
pura territorialità anagrafica, alla Matteo Renzi).
La
macro-omologazione dei profili stilistici è figlia della massificazione
neoliberistica in campo economico, e ad essa comunque si accompagna. Il
pubblico meno esigente si annoia consumando prodotti mediocri clamorosamente
confezionati, ma resta incapace di fare il salto di qualità – un vero salto
politico – che gli faccia scoprire territori inesplorati. Il fatto è, anche,
che, rebus sic stantibus,
le capacità di penetrazione di un testo consapevole che voglia esistere
extra-format sono estremamente limitate. Il sistema rimane decisamente blindato
nelle sue finalità commerciali – e davvero pochi sono i fruitori che abbiano
coscienza di quanto strettamente si tengano queste finalità con l’ideologia di
un consumo/asservimento di specie intellettualmente schiavistica.
La media e
piccola editoria, nata negli anni Settanta come fronte alternativo alla grossa
editoria commerciale purtroppo sfaldatosi dopo pochi anni, con le sue Fiere
anche ammirevoli nella magna palus della macro-produzione di scritture precotte, può
oggi allestire al massimo gesti e manifestazioni di nobile resistenza. Di
fronte alla ristrettezza delle risorse ogni eroismo trova difficoltà
insormontabili. Le leggi del capitale in ordine alla produzione-distribuzione
culturale sono le stesse che regolano (o meglio, de-regolano) le dinamiche più
immediatamente economiche.
Ciò che lascia
terribilmente a desiderare è una costante preoccupazione e un serio sostegno di
ciò che potremmo chiamare igiene mentale da
parte delle istituzioni, scuola e università in primis. La cultura considerata un semplice passatempo che metta
in freezer l’intelligenza in quanto coscienza critica, maturità, capacità di
divertimento non banale, ha sempre avuto in questo paese vita troppo facile.
Ciò che è stato particolarmente a cuore alle centrali del consenso è sempre
stato il controllo (immediato o circonlocutorio) del tradizionale e diffuso
conformismo nazionale: con la pratica del privilegio ad personam o la durezza tranciante, a
seconda del grado di coerenza e di pervicacia dei vari prestatori d’opera. In
più, oggi assistiamo pressoché impotenti a un costante incremento
dell’indifferenza nei confronti di tutto ciò che è legato a un pensiero “non
autorizzato”. Si tratta di un’indifferenza pianificata dalle centrali
dell’informazione e della pubblicità, che in forte misura chi la esercita si
illude di scambiare – in assenza di altri e più attivi stimoli che pretendano
una fatica e un impegno individuali - per un possibile stato di forza e di
sicurezza. È insomma più comodo essere
pensati piuttosto che pensare.
Non siamo né i primi né gli ultimi a saperlo: e proprio sul filo di questa
consapevolezza sappiamo anche che la guerra continua, e che la nostra militanza
intellettuale non verrà mai meno.
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