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di Domenico Donatone
«E questa è la forza che mi conserva,
destino
di chiodi e tiranti stesi
sul
marmo dove mio padre riposa.»
(A. Ponso, “I ferri del mestiere”)
Con una copertina molto
semplice, di colore unico, con un piccolo logo floreale e due punti metallici
che tengono unite le pagine, si presenta così la collana di poesia «Lo
Specchio: i poeti del nostro tempo» edita da Mondadori. Brossure che si
prestano ad una lettura immediata, rapida, come altrettanto immediata è la nota
critica presente nella quarta di copertina. Questa collana in formato quaderno
è un continuum delle antologie
poetiche sempre de Lo Specchio, di
cui, però, questa in esame è una elaborazione in chiave decisamente economica, che
ha l’obbiettivo di divulgare alcuni giovani poeti sotto i quarant’anni,
indicati, nella vastità poliedrica dell’universo letterario, in quanto esponenti
di una linea stilistica che abbraccia la poesia attraverso un meccanismo di
volontario adeguamento all’urgenza di comunicazione. Poeti, dunque, di emergente
generazione. L’attenzione in questo senso è caduta su due nomi: Andrea Ponso e
Carlo Carabba. Il primo è un poeta sconosciuto, l’altro, invece, non alla prima
esperienza, è, per chi non lo sapesse, autore già di un altro testo poetico, Gli anni della pioggia (Rive, 2008)
nonché capo redattore della rivista Nuovi Argomenti[i]. Ma
procediamo con ordine.
Il primo testo su cui
ci soffermiamo ‒ I ferri del
mestiere (pp. 31, € 5,00, Milano 2011) ‒ è di Andrea Ponso (nato a
Noventa Vicentina nel 1975). All’attivo ha anch’egli una pubblicazione, La casa (Stampa, 2003). Nella prefazione
a questa sua prima opera poetica Maurizio Cucchi scrive: «Andrea Ponso ha solo
ventotto anni, eppure possiede una già compiutissima maturità espressiva, e una
fitta trama di ossessioni strutturali che rendono questo suo libro
sorprendentemente concluso e originale»[ii]. Si può
affermare, infatti, che è apprezzabile e del tutto dignitosa anche questa
seconda raccolta di poesie, dal titolo I
ferri del mestiere. Il titolo che Andrea Ponso ha scelto centra in maniera
dichiaratamente naturale sia il concetto di poesia, che si adopera unicamente attraverso
l’utilizzo dei suoi strumenti retorici e metrici (che sono i ferri del mestiere
del poeta), e sia un aspetto antropologico, specifico, che inquadra la figura
del contadino, dell’agricoltore, che vive operando attivamente sulla terra con
particolari arnesi e utensili che sono propri del suo lavoro. La peculiarità di
quest’opera consiste in una lucida affermazione, non solo sul piano stilistico
(decisamente ricco di elementi naturalistici, di tipi specifici di luoghi e di
figure animali), ma anche sul piano della rivelazione semantica e filosofica di
una vita, a torto, considerata ai margini della verità umana: la vita nei campi.
Proprio questo elemento così fortemente culturale, antropologico, Ponso lo
utilizza per mettere in evidenza ciò che è rimosso dalla essenzialità della
vita moderna per indicare in essa una totalità che è ancora importante. Dal
nucleo della famiglia, dal suo cuore emotivo, pulsante, aggregante, ma soprattutto
dalla centralità della figura paterna, il poeta estrae una serie di moniti, di
avvertimenti, di situazioni di scena che potremmo meglio definire «imperativi
poetici», dietro cui si palesa un’esistenza dolorosa, piena di sacrificio e mai
così opportunamente analizzata, perché questa raccolta di versi è dedicata,
oltre che ad un mondo contadino svanito, anche ai suoi artefici, ovvero al
padre dello scrittore, purtroppo, scomparso.
Da una dimensione
privata, familiare, si approda ad una lettura esemplare della vita, al tema che
più di tutti la rende fonte di incessante riflessione, cioè la morte. Un
motivo, questo, tanto elementare quanto necessario a rivelare capacità poetiche
spesso in ombra o decisamente omologate ad aspetti meno invasivi, per quanto
anch’essi importanti, e a cui, però, si è decisamente più abituati a reagire, che
sono l’amore e il tempo. Un libro, questo di Ponso, che risponde con energia al
tentativo di effrazione, di vero e proprio furto che la morte compie, perché
sottrae per sempre una persona cara all’affetto dei suoi familiari. Questo
testo, infatti, è in sintonia con quello di un altro poeta, anch’egli toccato
dal medesimo dramma, che si chiama Paolo Ruffini, autore di Lèmma. Spargimento di cenere (Zona,
2009). I due libri, se per un attimo fossero messi a confronto, ci svelerebbero
come il desiderio di colmare il vuoto in entrambi i poeti produce una
incessante versificazione che si impone metricamente come dominio semantico, come
controllo verbo-sintattico che chiede di far cessare il dolore. Un po’ come
accade in Dylan Thomas in cui la poesia infuria
contro il morire della luce.
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Maurizio Cattelan, INRI, 2010
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Il libro di Andrea Ponso
è suddiviso in nove micro-sezioni dove, in ognuna di esse, si riproduce con
forza verbale e con esatta qualità lessicale (che ci rimanda al Pascoli di Myricae) una serie di situazioni
antropologico-culturali e ambientali della campagna, del suo mestiere, dei suoi
riti che vanno dalla caccia alla maggese. Ovviamente da Ponso è lontano il
Pascoli più banalmente scolastico, ma gli è vicino nella nomenclatura,
nell’onomastica funzionale alla rappresentazione di scene d’interno (luoghi
come le cantine e i fienili), quanto d’esterno (l’erba, i cani, le pianure). Si
hanno nomi che identificano chiari elementi di appartenenza: c’è l’ortica,
l’acero, l’avena, il grano, l’edera, la lavanda, i rovi, il fieno, i tralci, i
bulbi con gli annessi animali, come il merlo, la lucertola, il topo, la biscia
e soprattutto il cane, tanti cani, magri, affamati, fedeli. Ci sono ambienti,
tra cui le rimesse, le cantine, i cortili, le cucine, e ci sono gli arnesi e
gli indumenti come il fucile, i pallettoni, gli stivali che mostrano il volto
concreto della vita contadina. Ed è interessante questo tipo di esperimento,
non solo per la funzionalità poetica che molti di questi elementi assumono, ma
quanto per il gioco asimmetrico che il poeta riconduce a sé, facendo egli parte
di un mondo da cui per “altra” vocazione si estranea in maniera altrettanto volontaria,
se non addirittura irragionevole, rispetto ai contorni assunti dalla sua casa,
dei sui stessi «ferri del mestiere».
In questo modo Andrea
Ponso diventa figlio-poeta di un padre contadino. Egli non è solo scrittore che
guarda alla campagna, alla sua storia familiare ed epica, dando così al lettore
ampia esperienza ed utile conoscenza della stessa, ma è anche poeta dei più attenti,
per non dire dei più classici, ovvero poeta della metafora, della sinestesia,
della paronomasia, perché del mestiere che meglio conosce ne fa uno specchio
per riflettere situazioni, condizioni, sentimenti, che si possono esprimere
solo con accorgimenti che vanno oltre una poesia di genere. Sentimenti che si
chiamano a sé attraverso l’utilizzo di pale, di vanghe, di pietre, di sassi, ma
soprattutto con l’utilizzo delle mani. Parlare della vita condivisa col padre
attraverso la poesia diventa un modo per sconfiggere la scomparsa del genitore.
Il poeta, assorbendo la morte del padre, facendola propria, diventa un
diaframma su cui far vibrare una quantità di sensazioni, ma soprattutto di
certezze poetico-funzionali proprie di una intensa e corposa riflessione sull’accaduto,
così da condurre ad un convincimento, ad un assunto di verità mai nostalgico.
In questa raccolta di poesia niente è astratto, ma è tutto concreto, tutto
vissuto per davvero, con un piglio d’indagine fortemente oggettivo e
materialistico (asse, chiodi, tasselli, cardini, rami, alberi, inferriate, ecc)
che non intendono riprodurre altro che l’incombenza di una esacerbata
situazione di dolore, di sofferenza. Diamo alcuni esempi per capire il livello
di qualità poetica del nostro Andrea Ponso.
[…]
Questo mestiere brucia
con rabbia primavere, tenerezze,
rifugi. Ciò che spargi è cenere:
guardo ora il viso di mia madre
seppellire quello assorto e
immobile
di mio padre, senza cedere luce,
senza perderne traccia.
*
Per dirti
ora, questa metrica che
misura
l’arsura. È come stare in
piedi
nella morte, tra i cardini
di una
porta;
e questa
è la forza che mi conserva,
destino
di chiodi e tiranti stesi
sul marmo
dove mio padre riposa.
*
Dove più
fresca bacia
i
cancelli la luce
è solo
acciaio e lance
affilate.
Brusio
di vespe
tra le siepi,
miele
nero nelle tasche.
*
Instancabile fame di esprimersi,
è questo che connota i versi di Andrea Ponso. I testi sono tutti metricamente concisi,
assunti con un ruolo convulsivo quanto apodittico: la brevità di molte poesie
unita ad una scrittura essenziale, aforistica, oggettiva, («la malattia ci
rende simili | ai legni strappati dagli edifici ||») martella sulla pagina gli
imperativi che si prefigge lo scrittore. Buono è lo stile, ma soprattutto
efficaci sono le soluzioni retorico-lessicali che formano la sintassi, forse,
fredda, ricca di anacoluto, di asindeto, capaci di diramarsi dentro la
struttura del verso con pronta incisione: «Le bisce si fanno grumo di calce |
smossa sotto le assi ||», «lenzuola ruvide dove | generare e morire senza | un
riverbero. ||», «Rimane | un’arcata di sasso da stringere | con le mani – un
destino. ||», «E noi siamo mani che | scrivono, tirate dalla ruggine. ||», «lasciano
senza | timore depositare la morte | nei ventri elastici, [riferito ai cani ndr]», «E si rimane con la fame | che decima la
dentatura: così | l’organismo, dalla sua notte buia, si nutre di se stesso. ||»,
«Quello che vedi scava negli occhi | doveri di fondamenta e cantieri.||» La
poesia che ci pare più rappresentativa di tutta la raccolta si trova nella
sezione numero VII. La riportiamo qui per intero per
indicare la validità del passo, del ritmo e della efficacia, a questo punto,
generazionale, di questi scrittori che si affacciano con coraggio, con
decisione, al panorama della poesia niente affatto digiuno di sperimentazioni.
Torneremo sui cumuli muti
a farci calce. Qui, sotto
all’edera,
ci sono le pietre bianche
prelevate dal muro per aprire
una porta alla casa nuova dove
sei morto: c’è tanta luce,
e un’aria fresca, immobile. Ho
preso
sulle spalle le incombenze, i
silenzi,
la voglia di dormire, il mutuo.
Ora
lavoro ogni giorno, vengo da solo
a mettere una mano sopra i sassi
mentre mancano le parole giuste.
Sento i nervi e i denti tirarsi
piano
nella loro posizione, rientrare
negli alvei come un ordine,
una
correzione.
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«Non è dolce pensare che la morte
muterà
il cerchio in linea,
bloccando
i movimenti
come
il collasso d’un sistema in fuga»
(C. Carabba, “Canti dell’abbandono”)
Il secondo nome su cui
è caduta la nostra attenzione è quello di Carlo Carabba. Anch’egli giovane
poeta al suo secondo libro di versi dal titolo «Canti dell’abbandono», edito
sempre dalla collana Lo Specchio per
i tipi Mondadori (pp. 30, € 5,00, Milano 2011). È utile, però, fare subito un
chiarimento. Benché la poesia raccolta in questo libro si prodighi in
particolari dell’Io a scoprirsi sempre in un non-luogo e in un non-stare,
i versi che convincono di questo giovane scrittore sono pochi e assai
frammentari, sparsi sulla pagina come briciole di qualcosa che lo dilania, che
lo divora. Questi canti dell’abbandono, parafrasando il titolo dell’opera in
qualche modo improprio, perché elevato in aspettativa rispetto alla profondità
poetica, appaiono, e così sono, consumati da un fuoco che non restituisce la
sua fiamma, bensì il suo tepore, un timido tepore che sarebbe naturale alla
poetica crepuscolare (il poeta-fanciullo di Sergio Corazzini antologizzato con
estremo distacco!), mentre qui è tutto poco esaustivo, come se l’incontro tra l’Io
del poeta e il lettore fosse coordinato su un’esigenza di comunicazione ancora
poco chiara, fragile. Non è un rimprovero e una critica che tende ad escludere
questo tipo di poesia lirica, ma è un giudizio che vuole stimolare Carabba,
affinché egli infittisca situazioni e ricordi con una tessitura lessicale e
sintattica corrispondente alla natura di ciò che dal titolo pare doversi
sprigionare. Carabba fa molta poesia sull’ovvio in questa raccolta di Canti, con una struttura semantica del
verso quasi lapalissiana che non sorprende («Un giorno sarò morto e intanto
vivo ||»). Perché il tutto dovrebbe ridursi ad un esercizio di flebile stile? Eppure
molto il nostro poeta riesce a comunicarlo quando attraverso il giusto incastro
delle parole e della metrica, che agevola lo scorrere delle stesse, egli, come
d’incanto, si esprime con un ritmo che lascia fluire i versi come se fossero
una pagina di racconto.
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Cesare Viel, Azioni (1996-2007)
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Le poesie di Carlo
Carabba riproducono una continua condizione di stallo emotivo, un continuo
interrogarsi come verifica di sé, per cogliere definitivamente l’essenza dell’essere.
Egli si esprime spesso formulando cogenti reiterazioni riguardanti la posizione
del poeta, il suo stare nella società («conosco solo il qui e non il là | e
ogni distanza coperta vuol dire | nuove distanze da coprire. | E sono sempre
dove | sono e mai altrove, | e porto ogni mio bene | e porto ogni mio male. ||»,
«Non so calibrare i miei moti | su quelli regolari della terra | e il ritmo
stagionale dei miei umori. | […] e io | faccio quello che ho da fare - ||», «Ma
un luogo vale l’altro, | capisco che non sono dove devo, | sempre un mentre e
un altrove | desiderati sempre | lontani dai miei occhi e dalla pelle. ||»,
«Dovrei sapere | che a un giorno meno lieto | ne succede uno lieto, | e
viceversa. […] ||»), che stabiliscono un andamento attraverso cui interrogarsi,
senza giungere ad una soluzione, significa indicare uno spaesamento, un
bagaglio di espressioni culturali proprie di una generazione che non riesce ad
avere speranze, ad avere un futuro senza piangere. Nel libro ci sono alcuni
precisi rimandi al passato, a momenti familiari, al vissuto meno lieto, fatto
anche di un incidente stradale («Eppure c’è stata una notte | quando col corpo
mi hai spezzato il vetro | e sulla strada poco illuminata | pezzi di ferro, ||»),
ma c’e soprattutto questo stare in stallo, questo evidenziare con gli interrogativi
della mente e del pensiero il resoconto dubitativo delle fasi di una vita
futura, da cui il poeta lascia emergere il timore spontaneo di non essere
all’altezza di poterla affrontare:
[…]
Mostrati
deciso
e
forte nelle angustie,
ammaina
la
vela se c’è vento.
Come la mosca della frutta
annego quando piove
e i momenti di gioia li divoro.
Non è dolce pensare che la morte
muterà il cerchio in linea,
bloccando i movimenti
come il collasso d’un sistema in
fuga.
*
Ecco, questo ci pare
essere il Carabba migliore. Un giovane poeta che vuole con sincerità esprimere
tutto il suo stato di abbandono, di sofferenza, il senso stesso di una
inutilità, di una vacuità sorprendente, il senso di un mero e freddo
susseguirsi di schemi, di pagelle, su cui il passato pone il peso della
irrefrenabile disillusione. Come se fosse una pagina di romanzo, lasciamo fruire
il testo poetico migliore, dal titolo “Discendenza”[iii], in
quanto summa ansiosa, viscerale, di questi Canti
dell’abbandono.
Quel che rimane della vita sono
i fatti, eventi registrati
se importanti.
Quel che non resta sono i sensi
esterni e interni
nascosti dai sepolcri e
dall’oblio
di quanti non conosco,
perché lontani morti o nascituri.
E anche dei miei cari non
immagino
l’infanzia quando non l’ho conosciuta,
non penserà a mio nonno mio
nipote,
se mai ne avrò, che io
non ho pensato al nonno di mio
nonno.
Se vivo è per amori
dimenticati e amplessi ripetuti –
risplensero davvero bianchi i
soli
sopra i miei cari estinti.
Da un lato di ospedale
mia nonna ha chiamato sua madre
nel sonno e mi ha svegliato.
(Le sono andato accanto
non ce l’ho fatta a dirle
“tutto va bene, nonna,
guarirai”.)
Di me resterà traccia
a lungo nei registri
delle burocrazie statali,
lascerò un segno quasi eterno
nel ciclo dell’azoto. Ma quanto
avrò provato
andrà perduto quando
non ci saranno quelli
che su di me hanno pianto – e io
su loro.
Succederà lo stesso
ai frutti smemorati del mio seme
e ai loro frutti e ancora
la notte il buio e il freddo
e il sole
di giorno ancora il sole.
Un giorno sarò morto e intanto
vivo.
*
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