LUOGO COMUNE
NUOVI POETI
L’elegia paterna
di Andrea Ponso
e lo stallo emotivo di Carlo Carabba


      
Si apre, presso Mondadori, con “I ferri del mestiere” e “Canti dell’abbandono”, una collana di quaderni di poesia in continuità con le famose antologie de ‘Lo Specchio’ e orientata a presentare autori sotto i quarant’anni. Il primo, veneto, gioca sull’anfibologia tra gli strumenti retorico-metrici della scrittura e la cognizione esatta degli arnesi e utensili del lavoro contadino, lungo una deriva di elaborazione di un lutto familiare. Il secondo, romano, sprofonda in una interrogazione dell’io, in una verifica di sé che enuncia e denuncia tutta la vacuità, l’insussistenza della propria condizione esistenziale.
      



      

di Domenico Donatone

 

 

«E questa è la forza che mi conserva,

destino di chiodi e tiranti stesi

sul marmo dove mio padre riposa.»

(A. Ponso, “I ferri del mestiere”)

 

 

Con una copertina molto semplice, di colore unico, con un piccolo logo floreale e due punti metallici che tengono unite le pagine, si presenta così la collana di poesia «Lo Specchio: i poeti del nostro tempo» edita da Mondadori. Brossure che si prestano ad una lettura immediata, rapida, come altrettanto immediata è la nota critica presente nella quarta di copertina. Questa collana in formato quaderno è un continuum delle antologie poetiche sempre de Lo Specchio, di cui, però, questa in esame è una elaborazione in chiave decisamente economica, che ha l’obbiettivo di divulgare alcuni giovani poeti sotto i quarant’anni, indicati, nella vastità poliedrica dell’universo letterario, in quanto esponenti di una linea stilistica che abbraccia la poesia attraverso un meccanismo di volontario adeguamento all’urgenza di comunicazione. Poeti, dunque, di emergente generazione. L’attenzione in questo senso è caduta su due nomi: Andrea Ponso e Carlo Carabba. Il primo è un poeta sconosciuto, l’altro, invece, non alla prima esperienza, è, per chi non lo sapesse, autore già di un altro testo poetico, Gli anni della pioggia (Rive, 2008) nonché capo redattore della rivista Nuovi Argomenti[i]. Ma procediamo con ordine.

 

Il primo testo su cui ci soffermiamo ‒ I ferri del mestiere (pp. 31, € 5,00, Milano 2011) ‒ è di Andrea Ponso (nato a Noventa Vicentina nel 1975). All’attivo ha anch’egli una pubblicazione, La casa (Stampa, 2003). Nella prefazione a questa sua prima opera poetica Maurizio Cucchi scrive: «Andrea Ponso ha solo ventotto anni, eppure possiede una già compiutissima maturità espressiva, e una fitta trama di ossessioni strutturali che rendono questo suo libro sorprendentemente concluso e originale»[ii]. Si può affermare, infatti, che è apprezzabile e del tutto dignitosa anche questa seconda raccolta di poesie, dal titolo I ferri del mestiere. Il titolo che Andrea Ponso ha scelto centra in maniera dichiaratamente naturale sia il concetto di poesia, che si adopera unicamente attraverso l’utilizzo dei suoi strumenti retorici e metrici (che sono i ferri del mestiere del poeta), e sia un aspetto antropologico, specifico, che inquadra la figura del contadino, dell’agricoltore, che vive operando attivamente sulla terra con particolari arnesi e utensili che sono propri del suo lavoro. La peculiarità di quest’opera consiste in una lucida affermazione, non solo sul piano stilistico (decisamente ricco di elementi naturalistici, di tipi specifici di luoghi e di figure animali), ma anche sul piano della rivelazione semantica e filosofica di una vita, a torto, considerata ai margini della verità umana: la vita nei campi. Proprio questo elemento così fortemente culturale, antropologico, Ponso lo utilizza per mettere in evidenza ciò che è rimosso dalla essenzialità della vita moderna per indicare in essa una totalità che è ancora importante. Dal nucleo della famiglia, dal suo cuore  emotivo, pulsante, aggregante, ma soprattutto dalla centralità della figura paterna, il poeta estrae una serie di moniti, di avvertimenti, di situazioni di scena che potremmo meglio definire «imperativi poetici», dietro cui si palesa un’esistenza dolorosa, piena di sacrificio e mai così opportunamente analizzata, perché questa raccolta di versi è dedicata, oltre che ad un mondo contadino svanito, anche ai suoi artefici, ovvero al padre dello scrittore, purtroppo, scomparso.

Da una dimensione privata, familiare, si approda ad una lettura esemplare della vita, al tema che più di tutti la rende fonte di incessante riflessione, cioè la morte. Un motivo, questo, tanto elementare quanto necessario a rivelare capacità poetiche spesso in ombra o decisamente omologate ad aspetti meno invasivi, per quanto anch’essi importanti, e a cui, però, si è decisamente più abituati a reagire, che sono l’amore e il tempo. Un libro, questo di Ponso, che risponde con energia al tentativo di effrazione, di vero e proprio furto che la morte compie, perché sottrae per sempre una persona cara all’affetto dei suoi familiari. Questo testo, infatti, è in sintonia con quello di un altro poeta, anch’egli toccato dal medesimo dramma, che si chiama Paolo Ruffini, autore di Lèmma. Spargimento di cenere (Zona, 2009). I due libri, se per un attimo fossero messi a confronto, ci svelerebbero come il desiderio di colmare il vuoto in entrambi i poeti produce una incessante versificazione che si impone metricamente come dominio semantico, come controllo verbo-sintattico che chiede di far cessare il dolore. Un po’ come accade in Dylan Thomas in cui la poesia infuria contro il morire della luce.





Maurizio Cattelan, INRI, 2010


Il libro di Andrea Ponso è suddiviso in nove micro-sezioni dove, in ognuna di esse, si riproduce con forza verbale e con esatta qualità lessicale (che ci rimanda al Pascoli di Myricae) una serie di situazioni antropologico-culturali e ambientali della campagna, del suo mestiere, dei suoi riti che vanno dalla caccia alla maggese. Ovviamente da Ponso è lontano il Pascoli più banalmente scolastico, ma gli è vicino nella nomenclatura, nell’onomastica funzionale alla rappresentazione di scene d’interno (luoghi come le cantine e i fienili), quanto d’esterno (l’erba, i cani, le pianure). Si hanno nomi che identificano chiari elementi di appartenenza: c’è l’ortica, l’acero, l’avena, il grano, l’edera, la lavanda, i rovi, il fieno, i tralci, i bulbi con gli annessi animali, come il merlo, la lucertola, il topo, la biscia e soprattutto il cane, tanti cani, magri, affamati, fedeli. Ci sono ambienti, tra cui le rimesse, le cantine, i cortili, le cucine, e ci sono gli arnesi e gli indumenti come il fucile, i pallettoni, gli stivali che mostrano il volto concreto della vita contadina. Ed è interessante questo tipo di esperimento, non solo per la funzionalità poetica che molti di questi elementi assumono, ma quanto per il gioco asimmetrico che il poeta riconduce a sé, facendo egli parte di un mondo da cui per “altra” vocazione si estranea in maniera altrettanto volontaria, se non addirittura irragionevole, rispetto ai contorni assunti dalla sua casa, dei sui stessi «ferri del mestiere».

In questo modo Andrea Ponso diventa figlio-poeta di un padre contadino. Egli non è solo scrittore che guarda alla campagna, alla sua storia familiare ed epica, dando così al lettore ampia esperienza ed utile conoscenza della stessa, ma è anche poeta dei più attenti, per non dire dei più classici, ovvero poeta della metafora, della sinestesia, della paronomasia, perché del mestiere che meglio conosce ne fa uno specchio per riflettere situazioni, condizioni, sentimenti, che si possono esprimere solo con accorgimenti che vanno oltre una poesia di genere. Sentimenti che si chiamano a sé attraverso l’utilizzo di pale, di vanghe, di pietre, di sassi, ma soprattutto con l’utilizzo delle mani.  Parlare della vita condivisa col padre attraverso la poesia diventa un modo per sconfiggere la scomparsa del genitore. Il poeta, assorbendo la morte del padre, facendola propria, diventa un diaframma su cui far vibrare una quantità di sensazioni, ma soprattutto di certezze poetico-funzionali proprie di una intensa e corposa riflessione sull’accaduto, così da condurre ad un convincimento, ad un assunto di verità mai nostalgico. In questa raccolta di poesia niente è astratto, ma è tutto concreto, tutto vissuto per davvero, con un piglio d’indagine fortemente oggettivo e materialistico (asse, chiodi, tasselli, cardini, rami, alberi, inferriate, ecc) che non intendono riprodurre altro che l’incombenza di una esacerbata situazione di dolore, di sofferenza. Diamo alcuni esempi per capire il livello di qualità poetica del nostro Andrea Ponso.

 

[…]

Questo mestiere brucia

con rabbia primavere, tenerezze,

rifugi. Ciò che spargi è cenere:

 

guardo ora il viso di mia madre

seppellire quello assorto e immobile

di mio padre, senza cedere luce,

senza perderne traccia.

 

                                *

 

Per dirti ora, questa metrica che

misura l’arsura. È come stare in

piedi nella morte, tra i cardini

di una porta;

 

e questa è la forza che mi conserva,

destino di chiodi e tiranti stesi

sul marmo dove mio padre riposa.

 

                                *

 

Dove più fresca bacia

i cancelli la luce

è solo acciaio e lance

affilate. Brusio

di vespe tra le siepi,

miele nero nelle tasche.

 

                                *

 

Instancabile fame di esprimersi, è questo che connota i versi di Andrea Ponso. I testi sono tutti metricamente concisi, assunti con un ruolo convulsivo quanto apodittico: la brevità di molte poesie unita ad una scrittura essenziale, aforistica, oggettiva, («la malattia ci rende simili | ai legni strappati dagli edifici ||») martella sulla pagina gli imperativi che si prefigge lo scrittore. Buono è lo stile, ma soprattutto efficaci sono le soluzioni retorico-lessicali che formano la sintassi, forse, fredda, ricca di anacoluto, di asindeto, capaci di diramarsi dentro la struttura del verso con pronta incisione: «Le bisce si fanno grumo di calce | smossa sotto le assi ||», «lenzuola ruvide dove | generare e morire senza | un riverbero. ||», «Rimane | un’arcata di sasso da stringere | con le mani – un destino. ||», «E noi siamo mani che | scrivono, tirate dalla ruggine. ||», «lasciano senza | timore depositare la morte | nei ventri elastici, [riferito ai cani ndr]», «E si rimane con la fame | che decima la dentatura: così | l’organismo, dalla sua notte buia, si nutre di se stesso. ||», «Quello che vedi scava negli occhi | doveri di fondamenta e cantieri.||» La poesia che ci pare più rappresentativa di tutta la raccolta si trova nella sezione numero VII. La riportiamo qui per intero per indicare la validità del passo, del ritmo e della efficacia, a questo punto, generazionale, di questi scrittori che si affacciano con coraggio, con decisione, al panorama della poesia niente affatto digiuno di sperimentazioni.

 

Torneremo sui cumuli muti

a farci calce. Qui, sotto all’edera,

ci sono le pietre bianche

prelevate dal muro per aprire

una porta alla casa nuova dove

sei morto: c’è tanta luce,

e un’aria fresca, immobile. Ho preso

sulle spalle le incombenze, i silenzi,

la voglia di dormire, il mutuo. Ora

lavoro ogni giorno, vengo da solo

a mettere una mano sopra i sassi

mentre mancano le parole giuste.

Sento i nervi e i denti tirarsi piano

nella loro posizione, rientrare

negli alvei come un ordine,

                                             una correzione.

 

 

******

 

 

«Non è dolce pensare che la morte

muterà il cerchio in linea,

bloccando i movimenti

come il collasso d’un sistema in fuga»

(C. Carabba, “Canti dell’abbandono”)

 

 

Il secondo nome su cui è caduta la nostra attenzione è quello di Carlo Carabba. Anch’egli giovane poeta al suo secondo libro di versi dal titolo «Canti dell’abbandono», edito sempre dalla collana Lo Specchio per i tipi Mondadori (pp. 30, € 5,00, Milano 2011). È utile, però, fare subito un chiarimento. Benché la poesia raccolta in questo libro si prodighi in particolari dell’Io a scoprirsi sempre in un non-luogo e in un non-stare, i versi che convincono di questo giovane scrittore sono pochi e assai frammentari, sparsi sulla pagina come briciole di qualcosa che lo dilania, che lo divora. Questi canti dell’abbandono, parafrasando il titolo dell’opera in qualche modo improprio, perché elevato in aspettativa rispetto alla profondità poetica, appaiono, e così sono, consumati da un fuoco che non restituisce la sua fiamma, bensì il suo tepore, un timido tepore che sarebbe naturale alla poetica crepuscolare (il poeta-fanciullo di Sergio Corazzini antologizzato con estremo distacco!), mentre qui è tutto poco esaustivo, come se l’incontro tra l’Io del poeta e il lettore fosse coordinato su un’esigenza di comunicazione ancora poco chiara, fragile. Non è un rimprovero e una critica che tende ad escludere questo tipo di poesia lirica, ma è un giudizio che vuole stimolare Carabba, affinché egli infittisca situazioni e ricordi con una tessitura lessicale e sintattica corrispondente alla natura di ciò che dal titolo pare doversi sprigionare. Carabba fa molta poesia sull’ovvio in questa raccolta di Canti, con una struttura semantica del verso quasi lapalissiana che non sorprende («Un giorno sarò morto e intanto vivo ||»). Perché il tutto dovrebbe ridursi ad un esercizio di flebile stile? Eppure molto il nostro poeta riesce a comunicarlo quando attraverso il giusto incastro delle parole e della metrica, che agevola lo scorrere delle stesse, egli, come d’incanto, si esprime con un ritmo che lascia fluire i versi come se fossero una pagina di racconto.





Cesare Viel, Azioni (1996-2007)


Le poesie di Carlo Carabba riproducono una continua condizione di stallo emotivo, un continuo interrogarsi come verifica di sé, per cogliere definitivamente l’essenza dell’essere. Egli si esprime spesso formulando cogenti reiterazioni riguardanti la posizione del poeta, il suo stare nella società («conosco solo il qui e non il là | e ogni distanza coperta vuol dire | nuove distanze da coprire. | E sono sempre dove | sono e mai altrove, | e porto ogni mio bene | e porto ogni mio male. ||», «Non so calibrare i miei moti | su quelli regolari della terra | e il ritmo stagionale dei miei umori. | […] e io | faccio quello che ho da fare - ||», «Ma un luogo vale l’altro, | capisco che non sono dove devo, | sempre un mentre e un altrove | desiderati sempre | lontani dai miei occhi e dalla pelle. ||», «Dovrei sapere | che a un giorno meno lieto | ne succede uno lieto, | e viceversa. […] ||»), che stabiliscono un andamento attraverso cui interrogarsi, senza giungere ad una soluzione, significa indicare uno spaesamento, un bagaglio di espressioni culturali proprie di una generazione che non riesce ad avere speranze, ad avere un futuro senza piangere. Nel libro ci sono alcuni precisi rimandi al passato, a momenti familiari, al vissuto meno lieto, fatto anche di un incidente stradale («Eppure c’è stata una notte | quando col corpo mi hai spezzato il vetro | e sulla strada poco illuminata | pezzi di ferro, ||»), ma c’e soprattutto questo stare in stallo, questo evidenziare con gli interrogativi della mente e del pensiero il resoconto dubitativo delle fasi di una vita futura, da cui il poeta lascia emergere il timore spontaneo di non essere all’altezza di poterla affrontare:

 

[…]

Mostrati deciso

e forte nelle angustie, ammaina

la vela se c’è vento.

Come la mosca della frutta

annego quando piove

e i momenti di gioia li divoro.

Non è dolce pensare che la morte

muterà il cerchio in linea,

bloccando i movimenti

come il collasso d’un sistema in fuga.

 

                                 *

 

Ecco, questo ci pare essere il Carabba migliore. Un giovane poeta che vuole con sincerità esprimere tutto il suo stato di abbandono, di sofferenza, il senso stesso di una inutilità, di una vacuità sorprendente, il senso di un mero e freddo susseguirsi di schemi, di pagelle, su cui il passato pone il peso della irrefrenabile disillusione. Come se fosse una pagina di romanzo, lasciamo fruire il testo poetico migliore, dal titolo “Discendenza”[iii], in quanto summa ansiosa, viscerale, di questi Canti dell’abbandono.

 

Quel che rimane della vita sono

i fatti, eventi registrati

se importanti.

Quel che non resta sono i sensi

esterni e interni

nascosti dai sepolcri e dall’oblio

di quanti non conosco,

perché lontani morti o nascituri.

E anche dei miei cari non immagino

l’infanzia quando non l’ho conosciuta,

non penserà a mio nonno mio nipote,

se mai ne avrò, che io

non ho pensato al nonno di mio nonno.

Se vivo è per amori

dimenticati e amplessi ripetuti –

risplensero davvero bianchi i soli

sopra i miei cari estinti.

Da un lato di ospedale

mia nonna ha chiamato sua madre

nel sonno e mi ha svegliato.

(Le sono andato accanto

non ce l’ho fatta a dirle

“tutto va bene, nonna, guarirai”.)

Di me resterà traccia

a lungo nei registri

delle burocrazie statali,

lascerò un segno quasi eterno

nel ciclo dell’azoto. Ma quanto avrò provato

andrà perduto quando

non ci saranno quelli

che su di me hanno pianto – e io su loro.

Succederà lo stesso

ai frutti smemorati del mio seme

e ai loro frutti e ancora

la notte il buio e il freddo

e il sole

di giorno ancora il sole.

Un giorno sarò morto e intanto vivo.

 

                                 *

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[i] www.uniroma1.it

[ii] http://eternosplendore.blogsport.con (I ferri del mestiere di A. Ponso, di F. Giaretta)

[iii] Vedi Canti dell’abbandono, di C. Carabba, Mondadori-Lo Specchio, p 29, 2011.




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