LE VIE DEL RACCONTO
MILENA MASSALONGO
 


La porta ad occidente

 

Fu costruita, sembra, soltanto di recente. Prima non vi era che uno scoglio bianco, nudo, protruso sul mare senz’anima. Ma di essa narravano già leggende antiche, molto prima che venisse eretta. Nessuno ha mai saputo bene dove collocarla e questo rendeva più difficile la ricerca, e fatale spesso. Innumerevoli, infatti, sono i corpi che il mare ha seppellito, da sempre, stremati da tentativi falliti se non inutili. Ma ora che finalmente è stata costruita, non ci saranno più dubbi, e nemmeno più fallimenti: è da lì che bisogna passare. Da questa cruna gigante che vista da vicino può sembrare fin troppo piccola per un essere umano; ma da cui potrebbe passare e oggi a dire il vero passa, se non senza difficoltà almeno senza fare tante difficoltà, il globo intero.

Chi ha osato salire fino a toccarla e attraversarla sostiene che non ci sia niente dall’altra parte: di nuovo acqua da navigare, spesso cattive acque, e mal di mare anche sulla terra ferma. Cosa che in realtà non ci sorprende nemmeno così tanto, noi che sappiamo la vita dura. La cosa per noi davvero sorprendente è altro. Sembra, infatti, che lo scoglio non sia uno scoglio, ma una spiaggia piana, lunghissima, sulla quale la porta si erge come il resto di una muraglia sprofondata nella sabbia e corrosa dal vento, eppure in qualche modo ancora in piedi in tutta la sua funzione anche se di essa non v’è più traccia. Impossibile non chiedersi perché mai bisogna passare sotto quell’architrave che costringe a disporci tutti in fila indiana e a capo chino, qualcuno persino a quattro zampe o strisciando per terra, quando tutto attorno lo spazio è sgombro e si potrebbe riversarci in massa e correre a perdifiato sulla spiaggia in tutta la nostra statura eretta, e forse non avere nemmeno bisogno di case, ma solo di ripari fino al prossimo sole e di quel che basta fino alla prossima fame. D’altra parte c’è chi dice che tutto questo spazio non è poi così spazioso come sembra, alla fine si tratta di una striscia di sabbia in mezzo all’oceano, che case ce ne sono fin troppe perché si possa trovare anche solo un metro libero da qualche parte dove stendersi per una notte, e che non c’è modo di farsi bastare quello di cui si ha bisogno senza, alla lunga, affamare anche chi fame, adesso, non ne ha più.

Eppure nessuno si chiede perché mai bisogna passare proprio di qui, oppure alcuni, o anche tutti, se lo chiedono e basta. Quel che è certo è che dall’altra parte del varco ti rimpinzano di cibo. C’è chi in questo vede un segno, ma qualcuno, che le onde e le leggende hanno reso scettico (ancora si parla di sirene da questa parte del mare), sostiene che sia solo un trucco per indurci a rimanere qui, addossati a questa porta, e forse alla fine persino a reggerla, senza più osare andare oltre. Allora si sparge la voce che la vera meta non sia qui, non può essere qui, che bisogna riprendere il mare, salire più in alto, cercare altra terra. Qualche volta nascono sommosse e gruppi di spiaggiati tentano di passare tutti insieme dalla cruna della porta. È quando da lontano la si vede ondeggiare da entrambi i lati del globo, e quelli che non sono ancora partiti temono per la salvezza della porta tanto quanto quelli che da tempo immemore sono arrivati. Ecco allora come d’incanto arrivare navi e carri e rotte certe, a trasportarci in mandria senza più bisogno di bussole e coraggio, lì dove si è diretti. O quasi.

Sembra che qualcuno, soprattutto la gente che vive al di là, la chiami la “porta dei migranti”. Nomadi, mitici viandanti, gente che non parte per arrivare, una specie che parte per non arrivare mai, per circolare sempre; navigatori, migratori, passeggeri, passanti, passeri: è così che dobbiamo apparire, e l’accento cadrà su quel dobbiamo. Pirati, o aspiranti mercanti, migranti economici, future merci, e non: il punto cieco della legge, immobile, sempre lo stesso, sempre nello stesso punto. Sebbene le nostre immagini ci mostrino in fuga, loro sanno che non abbiamo niente da fuggire. È vero, in effetti, che quasi mai qualcuno ci perseguita. Semmai ci risucchia, ci attira, o ci respinge, come ci attira e ci respinge questa porta. La nostra libertà è nel non dover fuggire, e non anche nel poter andare. Liberi, sembra, sono tutti coloro che non sono costretti a fuggire dalla loro terra. Che la loro terra assorbe con una resa infinita, come un muro di gomma accoglie qualsiasi mossa. E questa libertà, non l’altra, è più importante del benessere, pare. E la mancanza di benessere non è oppressione. Su questo siamo d’accordo, forse più noi che loro. Per quanto ci riguarda non stiamo parlando davvero di fame. O forse sì, anche se qualcosa si trova sempre. In realtà stiamo parlando di certezza. Che si mangerà non solo oggi, ma anche domani e dopodomani, più altre sicurezze per adesso impensate. Quello che intanto ci muove è più simile a un sogno, ma senza contenuto, uno di quei sogni infidi che quando ci si sveglia al mattino è come se nemmeno si fosse sognato, ma continua a gravare dentro le faccende del giorno come un debito non estinto, un torto che si è fatto, qualcosa che si è dimenticato e che non bisognava dimenticare. Guardi fuori dal buco di un muro e vedi: un albero secco sotto un sole eterno che svela ogni anfratto, e niente rimane non visto, il muricciolo stentato che ci distingue dal deserto, qualche vecchio accartocciato in un angolo con bambini che girano in tondo mordendosi la coda, e non capisci più perché mai abbiamo scelto un tempo un posto così impervio con tutti i luoghi dove si poteva più facilmente prosperare, e sai che tu devi ancora fare qualcosa, e subito sai anche l’opposto, che non è tutto qui quello che c’è. E parti. Certo, se fosse così semplice. Ma devi prima trovare i mezzi di attraversare il deserto, e per molti il viaggio finirebbe già qui. Perché non è semplice trovare i mezzi, mezzi resistenti, che non siano di fortuna, che non si trovino per caso e su cui poter contare in ogni caso, che non ti piantino in asso o che nessuno ti possa sottrarre ovunque tu vada, mezzi, insomma, che vengano da te e che non puoi in alcun modo produrre. E quand’anche li trovassi, questi non basterebbero nemmeno per farti superare un metro di sabbia, figurarsi il deserto intero, e poi, il mare! Espedienti ci vogliono comunque, o non c'è modo, né ragione, di muoversi da un posto all'altro.

Se dunque trovi gli espedienti, e attraversi il deserto, devi trovare il modo di non farti rubare gli espedienti per attraversare il mare; e una volta arrivato al mare devi trovare i mezzi per attraversare il mare che ti sono stati alla fine comunque rubati, come del resto tu stesso li avevi rubati, o che hai scoperto essere scaduti durante il viaggio. Perché il tempo, nel deserto, scorre diverso e la sabbia spunta le armi, tutte. Non sono pochi quelli che arrivati al molo non hanno più mezzi per affrontare il mare e devono tornare indietro. Per molti il sogno si avvera in un viaggio di andata e ritorno attraverso le distese di sabbia. E non è detto che questo sia inutile. Pure qui, dove non si vede niente, o meglio, dove si vede tutto, niente confini, niente porte, niente mura a sbarrare l’occhio e il passo, può accadere qualcosa di fondamentale. Capita di incontrare di questi illuminati dal deserto sulla via del ritorno. Hanno occhi che sembrano vedere solo quello che incontrano e nessuna fretta di arrivare (non sembra nemmeno che stiano più tornando). Ma più spesso, a guardar bene, sono pellegrini del deserto, genti provenienti dalla porta, nate dall’altra parte, che arrivano qui insieme ad altri pacchi calate dall’alto o scivolando sull’acqua, senza conoscere il mare, e qui camminano per giorni con l’aria di un cane che per i campi distanzia il padrone col guinzaglio stretto al collo, ispirati, perché possono sapere, loro, che questa non è solo sabbia, che il deserto è una metafora da cui entrare e uscire a piacimento finché ci guardano arrancare in senso inverso a cercare luscita reale. Non sarebbe difficile scambiarli per miraggi, una delle tante fonti d'acqua scavate dalla sete che capita di immaginare lungo il cammino; non sarebbe difficile, se non fosse che l’acqua che si portano nelle borracce è vera. Quando le nostre fila si sfiorano nel deserto, tutti abbassiamo il capo. Potrebbe sembrare un cenno di saluto, ma è più una sorta di resistenza. È evidente che noi siamo per loro una sorta di visione, facente parte del deserto come la sabbia, la sete e il niente. Non possono credere alla nostra realtà, sebbene sappiano della nostra esistenza come cosa certa. E noi, del resto, non possiamo credere alla loro realtà, anche se quello che in fondo ci muove è la loro visione. Così sfiliamo a capo chino, animali di specie diverse e tutti di allevamento, annusando gli uni la sabbia attorno alle orme degli altri, negli occhi di ognuno non si sa bene se pena o colpa.

Ma anche molti di quelli che ce la fanno e prendono il largo, finiscono i mezzi in mare prima che l’ombra della porta sia comparsa all’orizzonte. Allora devono tornare indietro o colare a picco, e spesso fare entrambe le cose. E ancor più sono quelli che, arrivati alla porta, stremati, passato il varco a capo chino e passo lentissimo, spesso impiegando giorni e giorni per mettere un piede di là dalla soglia, vengono respinti con un cenno. Con lo sgomento in volto e la fatica in corpo che ormai è divenuta la sola realtà, l’unica testimonianza a loro favore, fanno il giro della porta, docili, e docili sono scortati in mare a disfare la via che hanno fatto venendo.

Non si può fare altrimenti, sembra: siamo in troppi, tutti insieme non si può passare dalla porta, e a metterci tutti in fila indiana la coda si allungherebbe sul mare per chilometri e chilometri, e innumerevoli resterebbero in ammollo per giorni e giorni.

Insomma, una decisione va pur presa, e quelli che sono arrivati prima decidono. Ogni giorno vengono aggiornate le leggi, ogni giorno viene deciso il numero di quelli che ce l’hanno fatta. Non potendo stabilire nessun criterio di scelta che non comporti discriminazioni feroci, si estrae a sorte, e le leggi non hanno altro scopo che questo sommario e sommo insieme, perché che altro possono fare se non regolare l'estrazione? Tutti i numeri, infatti, sono uguali davanti al caso, e pazienza se i casi degli uomini sono diversi uno dall’altro; con tutte queste differenze incomparabili come si può sperare di ottenere mai un’uguaglianza vera! Quel che non entra in conto si butta ai pesci, al resto penserà il mare, lì solo c’è di nuovo spazio per tutti. Benché  questo possa apparire non così vero. Succede, infatti, anche se non così spesso, che persino branchi di balene vengano a spiaggiare davanti alla porta. Nessuno capisce perché, è risaputo che il mare è grande, e ovunque, lontano da qui, c’è acqua abbastanza per loro e per tutti; ma per quanto si tenti di rifargli prendere il largo, quelle puntano con ostinazione il muso contro la porta. Si parla di un problema di orientamento o di vista, si dice che questi animali non percepiscano l’ostacolo, per loro la porta semplicemente non è, si chiamano medici a soccorrerle, gli si dà cibo per tenerli in vita e secchiate d’acqua perché la pelle non asciughi. Per giorni e giorni questi corpi lucidi e immensi dall’occhio che saprebbe se non sembrasse soltanto sapere, si accalcano sulla spiaggia alzando barricate di carne davanti alla porta, senza causare alcun intoppo reale nei movimenti attorno, anzi: si direbbe quasi che grazie a questo imprevisto tutto possa ora procedere con più certezza e più ragione del solito, ora è come se si fosse trovata la chiave, e con lo stesso riguardo ecologico per uomini e bestie si lavora a liberarli ciascuno al proprio ambiente. Se possibile, in queste occasioni gli uomini si lasciano trasportare ancora più docili, quasi vuoti di forze. Ammansiti o persuasi dalla vista di quei corpi pesanti, se ne stanno fermi lì, insistendo sul loro peso, tanto che molti devono essere caricati a forza. 

Quelli che rimangono, vengono fatti rimanere. Da questo momento in poi lavorano a ristrutturare la porta. Alcuni, che approfittando della calca riescono a passare oltre, fuggono a nascondersi più o meno lontano. Perché qui, a differenza del deserto da dove veniamo, ci sono buchi che il sole non raggiunge, qui ci si può nascondere in piena vista, e non venir trovati. Qui è tutto un unico, immenso, inapparente nascondiglio. E tutti i lavori, anche i più lontani, anche quelli che meno assomigliano a un lavoro, conducono alla manutenzione della porta.

Può succedere talvolta che uno faccia la cosa che sembra più ovvia, o come si dice tra quelli che sono giunti fin lì, tenti di fare il furbo e passarle accanto invece che sotto. Allora tutti gli si riversano contro, non solo quelli che erano già lì, ma anche quelli che sono venuti con lui, perché non rispetta le regole, e la fila indiana.

Solo una volta uno a cui la rabbia ha inventato un resto di forze, si arrampica sulla porta per protesta e da lì getta i suoi vestiti sconci finché non si alza in bilico sull’architrave, nudo, con gli occhi chiusi e uno straccio in mano, e caccia un grido. Sotto, davvero solo poco più in basso, gli altri guardano quel corpo inutile e assoluto, vero e ridicolo insieme, che non sta nemmeno abbastanza in alto da poter diventare un simbolo. Qualcuno comincia a urlare con lui e molti a scuotere la porta, ma quando questa oscilla sotto gli scrolloni, tutti gli urlano di smettere, e quello non smette. Allora lo prendono per i piedi, e una volta caduto si avventano su di lui e, siccome non smette di gridare (ogni ferita aperta caccia un urlo, ogni colpo inferto apre un’altra bocca da cui urlare), lo appendono alla porta coi suoi stracci a braccia spalancate, a espiare il sole che tramonta un'altra volta sullo stesso posto. Da lontano la vista è portentosa. Da una parte si vede una figura umana ingigantita dalla luce rifratta del crepuscolo accogliere a braccia aperte tutti coloro che ancora non sono partiti. “Fu preso come un segno”. Dall’altra si diffonde la voce che sia stato impiccato per zittire la protesta, e accorre gente che abita al di là della porta, gente indignata, a vederlo pendere. Ma subito sfollano sputando per terra non appena si accorgono che è ancora vivo. E quando questi fa segno che lo tirino giù, che non ne può più, che gli dolgono i polsi e la gola è arsa, quelli mica ci cascano, sanno bene che è vero, certo, tra le altre cose, ma è anche un modo per attirare alla scena, e magari fare qualcosa. Ben presto, molto presto, penzolerà per davvero, allora la voce correrà di nuovo di bocca in bocca, di nuovo tutti lo verranno a sapere, lo immagineranno e ci crederanno anche, ma nessuno abboccherà più. E il corpo nudo marcisce sulla porta, e lì lo guardano marcire. Ma da lontano, chi sente mai la speranza puzzare.

Ogni tanto, dopo una di quelle sommosse in cui si rischia di tirare giù la porta a forza di voler passare in massa, si sparge la notizia che la vogliano chiudere, e insieme sale il timore che l’abbiano già fatto da tempo, ecco il motivo per cui si girerebbe per lo più a vuoto. Questo non può essere! Allora sì che la porta sarebbe solo quello che alcuni pensano sia, nient’altro che opera dell’uomo. Si dice, in effetti, ma sono voci a cui non possiamo credere, che uno scultore, o forse un ingegnere, impietosito dal numero dei caduti in mare in cerca di un varco, abbia voluto un giorno dare un luogo alla leggenda. Sicché tutto l'equivoco potrebbe nascere da qui, dal fatto di considerare una porta quella che alla fine ne è solo l’immagine. Noi cerchiamo di attraversare quello che al massimo è solo un cartello che indica il valico altrove, e dove? C’è chi tra noi vede in questo un depistaggio che ci riporta sempre al punto di partenza e non vorrebbe farci partire mai, e sputa sugli scultori e su chi fa come loro; ma qualcuno che ricorda ancora le leggende più antiche (pochi in verità, e nessuno dà loro retta da quando una porta è stata trovata), non esclude che l’immagine della porta possa invece essere un indizio prezioso, che toglie realtà a tutte le porte reali e ci ricorda che, mentre noi si cerca di attraversare in un punto preciso e solo in quello, ovunque potrebbe divenire un varco, schiudendosi per subito chiudersi in ogni onda dell'oceano. Non un’onda qualsiasi però. Non un’onda qualsiasi. Ma a trovare quella giusta, o meglio, a trovare il momento giusto, di nuovo, ci vorrebbero vite intere, una ad una; e allora saremmo al punto di partenza, quello davvero originario, quando la porta ancora non era stata eretta e la si cercava ovunque, talvolta senza nemmeno muoversi, perché non aveva luogo ed era solo voci, portate e sovrapposte dai venti.

Si dice però che lo stesso scultore sia parte della leggenda, e che in realtà la porta sia il lavoro di intere generazioni. Anche se unico sarebbe stato e tuttora sarebbe lo scopo: stabilire, finalmente, un luogo certo, e solo quello. Nessun’altra via, nessun altro modo, nessuna possibilità di sbagliarsi. Se si manca questo buco, non ce n’è un altro. Niente più tentativi incerti, niente esperimenti, niente azzardi. Questo è un progresso, un grande passo avanti, senz’altro. O è qui, o non è. O si è dentro, o si è fuori. O si è da una parte, o si è dall’altra. O si è al di là della porta o deserto mare.

E allora, adesso che abbiamo fatto tutta questa strada e siamo giunti fino a questo punto, pensare, adesso, di chiudere la porta! Tra l’altro come se la porta, una qualsiasi porta, una volta aperta potesse essere chiusa! Cosa che deve intuire persino il mio gatto restato a fare la guardia ai miei muri al di là del deserto, se davanti a ogni buco chiuso miagola senza tregua. Non sopporta gli accessi sbarrati, anche se sa che dall’altra parte non c’è per lui più niente di ignoto. Forse non sa che non c’è modo di sbarrare alcunché, e perde tempo a miagolare anziché passare e basta. O forse miagola proprio per questo: “mondo cane, che ci fa qui una porta?”

Intanto, da tempo siamo su questa zattera e galleggiamo a vista. La barca su cui stavamo ci ha calato in mare, una nave crociera-mercantile, carica di visitatori e mercanti venuti a comprarci a prezzo stracciato, emozioni e mercanzia. Siamo saliti come clandestini di notte e camerieri dai mille e un servigio di giorno, qualcuno si è infilato anche nella sala-macchine dove ci si può nascondere a tempo pieno e lavorare senza esistere. Per giorni abbiamo viaggiato in mezzo al frastuono costante, non dei motori però. Sono riusciti, infatti, a rendere le loro macchine talmente silenziose da essere dimenticabili. Così si può avere la certezza sensibile che si va avanti comunque, come non potesse essere altrimenti, quasi che anche le correnti marine seguissero adesso binari infallibili, ugualmente silenziosi. Eppure il fragore assordava, identico il giorno e la notte. Veniva dal ponte però, dove tutti quelli che potevano si raccoglievano dandosi il cambio a cantare e applaudire. Difficile dire se si tratti davvero di un canto. Assomiglia più a un gigantesco ronzio, e fa pensare ad insetti altrettanto sproporzionati. È un rumore astratto, certo senza traccia di armonia, che però riescono a produrre all’unisono senza alcuna difformità o interferenza. Sentito da fuori, ma davvero da fuori, dall'acqua e dai pesci, deve sembrare il fantasma di un rumore. Come tutti i fantasmi, non è che non sia reale: è solo impermeabile a tutto il resto. Quando passiamo irradiando questo frastuono le onde si aprono in due e lo lasciano passare, tutti i viventi in mare e in cielo rallentano o accelerano trafitti dal suono indecifrabile, perfino gli scogli si lasciano penetrare dalle vibrazioni. Solo questo rumore rimane impenetrabile. Per questo quando l’acqua ha cominciato a entrare col suo fragore, nessuno ha dato l’allarme. Non sappiamo se qualcuno laggiù nello scafo se ne sia accorto, forse sì, forse è stato colto nel sonno e non ha fatto in tempo ad urlare, ma quand’anche urlasse, in questo strepito, chi potrebbe sentirlo. E quandanche qualcuno l’avesse sentito, chi avrebbe voglia di credergli? Credergli significa interrompere il canto e vedere la falla e, soprattutto, dover pensare seduta stante che fare. E chi ne ha voglia? E soprattutto, come si fa? Lascia stare, torna a dormire, affoga nel sonno o spostati un po’ più sopra, e a mano a mano che l’acqua sale, tu falle strada. Quando ormai se ne sono accorti, della nave c’era solo il ponte a scivolare a livello del mare. E tutti noi che eravamo rimasti, nel buio camminavamo sull’acqua. Senza paura, perché vicino c’era già un’altra nave che nessuno aveva sentito arrivare, più piccola, o meglio, più leggera, sottile come una filigrana, un gioco di luci sull’acqua, un ologramma su cui gli ospiti già salivano cantando in fila indiana il ponte luminoso che quella aveva gettato. Ci hanno raccolti uno dopo l’altro finché non si è stati troppo stretti per cantare (non hanno mai smesso, a dire il vero), e soprattutto finché non si sono accorti che noi non sappiamo cantare: non conosciamo le canzoni, di fatto, e molti non ne capiscono nemmeno le parole, se di parole si tratta. Tentiamo di imitarne il rumore gutturale, ma non è facile produrre suoni così indistinti dando l’aria di intendere qualcosa di ben distinto: la nostra bocca, i nostri polmoni, la nostra pancia sono ancora troppo organici; e se non si è altrettanto disinvolti nell’emettere questi suoni, è quasi impossibile dare almeno l’aria di intendersela con gli altri così come quelli si intendono fra loro senza bisogno né volontà di capire, anzi quasi col divieto tacito di farlo,. Qualcuno in realtà sembra farcela, qualcuno con un talento per l’imitazione riesce ad essere integrato nel rumore generale e a salire per un soffio sulla nave, ma per gli altri il ponte luminoso è già scomparso così come era apparso. Dobbiamo ammettere però che non hanno davvero perso tempo, subito ci hanno aiutato a farci una zattera di fortuna con quello che si trovava lì attorno e che le onde non avevano ancora trascinato lontano. Hanno anche legato la zattera alla poppa della nave, non potendo certo abbandonarci lì. Di camerieri, infatti, c’è sempre bisogno, sicché, per alcuni mesi ancora, una schiera ha fatto la spola tra zattera e nave arrampicandosi avanti e indietro lungo la fune sottile e scivolosa che ci lega. Ovvio che spesso qualcuno sia finito in mare, ma il frastuono è sempre così forte che nemmeno noi ce ne siamo accorti, e se non si è salvato da solo, a quest'ora dev'essere a moltiplicare i pesci.

Per mesi abbiamo navigato così, ogni tanto vedendo affiorare a distanza di tempo qualcuno di quelli che erano andati a fondo di tutto, la faccia liscia come una spalla. Finché un’alba, quando anche quella nave troppo astratta, ha cominciato a subire la concretezza dell’acqua, la corda quasi immateriale che ci univa, logorata dagli urti del mare e dal peso degli uomini sempre aggrappati, all’improvviso è saltata o, altrimenti detto, qualcuno ha tagliato gli ormeggi.

Da quel momento ci fuggono quasi, ma il mare, e soprattutto il loro motore che nessuno sa davvero guidare, ci porta di continuo vicini, pericolosamente vicini, e non c’è modo di allentare questa prossimità. Da anni ormai galleggiamo fianco a fianco quasi ci tenga un guinzaglio che nessuno di noi sospetta. Talvolta nelle lunghe ore di galleggiamento sembra che il mare sia ancora lontano, di là da venire, e noi si sia ancora nel deserto, ad arrancare su un tappeto di sabbia che si srotola davanti a noi e avanza col nostro avanzare allontanando il mare.  Lontano si vede la sagoma della porta, certe volte nemmeno da lontano. Più spesso, soprattutto la notte quando è palese che non sappiamo dove siamo né dove siamo davvero diretti, all’improvviso si innalza sopra di noi un muro nero, liscio e senza appigli, che l’occhio distingue dal buio soltanto perché è lucido come uno specchio che ci rimanda la nostra immagine. C’è chi dice si tratti di un monumento ai caduti, non solo a quelli passati, anche a quelli futuri. Allora dobbiamo virare con tutta la nostra stanchezza, e schivare al tempo stesso e il muro e la nave.

Di giorno in giorno, nel frattempo, altre imbarcazioni sono comparse all’orizzonte, zattere e bagnarole. Alcune devono trovarsi ormai vicine alla spiaggia, eppure tutte restano ferme ad aspettare un segno alzando stracci-bandiera. A vederle così, tante barche e zattere schierate in mare a formare quasi una cintura d'assalto con mezzi di fortuna, si potrebbe pensare che si tratti di pirati o peggio, di rivoltosi, convocati da ogni dove senza bisogno di accordo dalla stessa urgenza e da una stessa evidenza. Se non fosse che siamo di questo tempo e che tutti crediamo in questa porta. Ma anche di questi tempi la scena deve fare comunque la sua impressione se presto vengono inviate navi a rompere apposta e senza indugi la schiera che si è formata solo per caso, come si addensano nuvole in cielo. Già che si è lì, si tenta poi di salvare quelli che il mare mosso scaraventa giù dalle barche e che affondano anche dove l’acqua è bassa e il piede tocca. Molti, infatti, non sanno nuotare, non hanno mai visto prima il mare. E quando si è sommersi capo e piedi, e non si sa più dove si ha la testa, si ha un bel dire che si è solo a un passo dalla superficie! Benché resti vero che basterebbe roteare un braccio per bucare almeno quest'acqua e subito sapere in che direzione salvarsi, per il momento.

Ma è più vero che talvolta i caduti non cadono, si buttano, attratti. Non sappiamo bene cosa sia a sedurli, ma è certo che tutti ne avvertiamo la forza. Le leggende di un tempo parlano dei Medusiani, genti irresistibili che si intravedono dallo schermo vitreo delle acque nei giorni di mare piatto, nei pressi della porta, genti che appaiono di superficie, libere da ogni gravità, molli e gonfie le carni, prive di ossa, fragilità e fatica, invertebrate e invincibili. Hanno occhi riflettenti, ricchi di pianto, che passano oltre qualsiasi cosa (facoltà che lascia letteralmente di sasso), e mani sollecite che spesso allungano aperte verso di te e ti accolgono come si accoglie un figlio che si è abbandonato o un animale selvatico che si è liberato e che adesso si vede tornare indietro: ti curano con ogni premura e soccorso pensando tutto il tempo che adesso dovranno liberarti di nuovo, e soprattutto al modo in cui riuscire a farlo, presto e in maniera definitiva stavolta, e per quanto possibile senza procurarti alcun dolore (la loro costituzione disossata non sopporta alcun genere di colluttazione).

Oggi anche noi sappiamo che quelle genti bellissime di cui narra la leggenda sono per lo più allucinazioni della stanchezza, probabilmente cadaveri che il mare rigetta in superficie. Lo sappiamo al punto che qualcuno che ha toccato terra ed è sgusciato attraverso la porta pensa che quanto vede e tocca intorno a sé sia ancora l’immagine sterminata di un delirio senza ritorno, e camminando per le strade tra le facce immote di chi era già arrivato da tempo tanto da esser nato lì e non ricordare nemmeno più il mare da cui tutto è venuto, crede talvolta di essere già morto, tra carcasse inodori portate a spasso sott'acqua dalle correnti odierne. Li riconosci, questi allucinati, perché li vedi girare con lo sguardo liquido, barcollanti come se l’onda ancora li portasse, l’acqua negli occhi e nelle orecchie, il mare appresso; dove si siedono, sul tram, su una panchina, sulla strada, tra lo sconcerto e il ribrezzo della gente, ai loro piedi si allarga sempre una pozza.

È l’ultima cosa, e forse la sola che possiamo dirvi, e che voi non potete davvero capire con tutta la vostra buona ingegneria che forse non è grande, e la vostra grande volontà che forse non è buona. Noi sappiamo solo il mare. Noi sappiamo com’è la terra, vista dal largo.

 




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