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di
Enrico Pietrangeli
L’ossimoro introdotto dal titolo, oltre a rendere
valenze e aspetti della dinamica di una “fedele” variante, indirettamente designa
un’affettività che resta e coesiste, non contraddice divenendo plusvalenza di
coscienza anche nel gesto apparentemente più effimero, che non è comunque rottura
bensì rigenerato ritorno. Questo libro, in ogni caso, evidenzia tutta la consapevolezza
di donne protagoniste di rivoluzioni nel quotidiano, ma anche l’identità e la ricerca
di una generazione allo sbaraglio e che è comunque determinante un futuro ancora
possibile nell’ultimo riferimento restante, quale retaggio di un’intelligenza
emotiva, in nome della condivisione e della compassione. Il “tradimento”,
quindi, inteso come “una piccola rivoluzione”, rinnovamento in seno a
un’esistenza per cui permanere fedele, comunque proteso verso un mondo
migliore, dove non escludere gli uomini ma contenerli.
Un percorso che passa attraverso un’autentica
solidarietà femminile, ancora ricca d’ideali e non contaminata da potere di
sopraffazione. La rete e internet sono la proiezione virtuale del contemporaneo
esistere, l’occasione a portata di mano per trasgredire giorni sempre uguali,
che si ripetono morendo, sdoppiandosi nell’impossibilità di aderire a un reale
o, meglio ancora, simulandolo scegliendo la letteratura, quale salvifica
materia prima generata dall’ideale per tramandare rigenerando. Viviamo,
dopotutto, nella società del tradimento a portata di mano, che sia pensato,
simulato o consumato poco importa. Viviamo in una collettività che non è fatta di
sole persone sensibili e artisti, ma piuttosto di alienati introdotti anima e
corpo dentro gli edonismi delle logiche di mercato. Il tradimento, in questo
ultimo caso, può essere fatale, un gesto estremo per l’altro, fin tanto da
implodere nel rispettivo interiore. Viviamo in una società perlopiù malata,
direi quasi agonizzante, dove le emozioni reclamano un ruolo radicalizzato nella
tragedia espressa, quale cronaca del nostro quotidiano.
Occorre rivedere il ruolo del nostro prossimo,
ripensare ancora al Vangelo, considerare e rispettare l’altro, ma non solo,
perché solo l’amore darà quel valore aggiunto, quello di far sapere di essere
amato. L’amore non è soltanto un egocentrico gioco al piacere, l’amore è
donarsi all’altro, è il perdono nella condivisione del dolore, incluso del
tradimento, per meglio poter crescere e rinascere insieme. Le donne, perlopiù,
sono ancora capaci di questo. Le donne sono generose. Le donne vanno amate e
rispettate. Le donne sono grazia divina discesa dal cielo, non utensili per
egoismi deviati da diffuse, inconsapevoli e nondimeno tragiche immaturità
affettive.
È la noia, l’appiattimento che spinge Giovanna ad
andare oltre percependo il distacco, la rottura interiore altrimenti
impossibile da sanare, ma anche lei, nonostante la sua più sviluppata
sensibilità femminile, è a sua volta “congelata in un periodo
preadolescenziale”. Da qui, ineluttabile, incombe l’incapacità di crescere, soprattutto
di una generazione, quella educata al benessere con servizi tutto incluso degli
anni Ottanta.
Breve e altrettanto efficace è il racconto che dà
il titolo al libro. Un fedele tradimento
è l’esistenziale ragione d’essere filtrata da una quotidianità alienante nella
coppia. Sempre commovente ed esegetica è la parabola del Vangelo inclusa nel
testo, quella del “figliol prodigo”, per il perdono e l’accoglienza al ritorno.
Tenerezza e risvolti di rinascita lasciano intravedere maturazione, permettendo
di presagire ancora un futuro, nonostante tutto. L’11 settembre entra in scena
non solo come punto di riflessione sulla destrutturazione di questo mondo, ma
riconduce in quelle tematiche dell’interazione tra pubblico e privato, dove la
stessa protagonista vive il traslato di un vero e proprio terremoto interiore,
quello del finire col ritrovare altrove sensazioni perdute, dell’amore più puro
ma anche quello più incosciente, quindi capace anche di rompere tutte le
certezze di sempre. Qui “la mia vita è in pericolo. La mia stessa vita”. Una
breve stesura teatrale rimarca nel testo, forse meglio che altrove, lo
sdoppiamento nel quotidiano esistere stressato e incapace di governare sogni.
Un catartico omicidio segna le pagine di Autogrill, mentre La vecchia Europa è un’interessante esegesi dei tempi prossimi a
venire, un resoconto che, con disincanto, ben esplicita una comunità perlopiù
di anziani quasi immortali che di già si determina, nei fatti, come un vicolo
cieco e privo di rinnovamento. Lombroso e ricerche ossessive sulla
conservazione dei cervelli introduce suspense alla narrazione, attraverso
indicibili CD, occulte verifiche sulla cronologia internet e, soprattutto, una
biblioteca perno di spionaggi e relativo bibliotecario, frettoloso amante di un
giorno con cui costruire l’utopia di un governo dei filosofi. Tante e diverse
storie di donne d’oggi, anch’esse immature protagoniste della società dei
consumi, ma mai lontane dai sentimenti, che lottano, pensano e crescono senza
paura di affrontare il dolore: “ho imparato a infliggere piccoli dolori quando
ho capito che nella mia vita sono sola con i miei incubi”.
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