di Alberto Scarponi
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Christa Wolf
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Il primo dicembre
dell’appena concluso 2011 a Berlino è morta Christa Wolf. Al momento della
sepoltura, qualche giorno dopo, l’attrice Corinna Harfouch ha letto davanti
alla bara alcuni versi di Paul Fleming, poeta tedesco seicentesco, vissuto durante
la Guerra dei Trent’anni. La poesia, intitolata A sé, termina con queste parole: «tutti contro te, felicità, luogo
e tempo, hanno cospirato». E su questa nota drammatica dell’ambiente nemico ha
polemicamente insistito anche Günter Grass nel discorso di addio, ricordando in
specie gli attacchi, le insinuazioni, i falsi, le calunnie da parte occidentale
riversati sulla scrittrice de Il cielo
diviso al momento della riunificazione tedesca. Prima era stata invece accolta
come una star della dissidenza (aule stracolme nelle università, Premio
Büchner, il maggiore in Germania, nel 1981) al tempo della divisione.
In realtà è stata questa la tendenziale
condizione di vita un po’ di tutti gli intellettuali nell’Europa del Novecento,
in particolare del secondo dopoguerra, ma soprattutto dei letterati e filosofi
dei paesi socialisti. Spesso egemonizzate o addirittura sottomesse dalla
politica, magari nolenti, in ogni caso usate con piglio sovrano, nelle
condizioni del socialismo reale le figure pubbliche in cui andava a
simboleggiarsi la coscienza collettiva si trovarono investite da ruoli di
rappresentanza per così dire ristretta, ormai non più implementabili, se mai lo
erano stati davvero nel passato. Mentre la propria mission restava quella di elaborare domande, le loro domande erano
intese come risposte. Nulla chiarì espressamente tale situazione quanto lo
stato di concreta insolvenza culturale (quanto a cultura politica) in cui
vennero a trovarsi i letterati chiamati al potere in vari paesi socialisti al
crollo del «Muro».
Se questo è
vero, Christa Wolf è stata una delle figure più emblematiche del nostro tempo.
Intellettuale, comunista, donna, tedesca, scrittrice amatissima dai pubblici
europei, persona inquieta, piena di domande, di dubbi e di certezze, molte
provvisorie ma qualcuna probabilmente no. Divenne celebre a suo tempo, nel
1963, quando un suo romanzo dal titolo tra freddo e retorico, Il cielo
diviso (Der geteilte Himmel), disse che anche nella Germania del
socialismo reale le cose non quadravano per intero.
Anche lì, come
dappertutto, la politica faceva gli Stati. Sarà bene abituarsi a ricordare e
spiegare ai più giovani – notoriamente oggi, più che mai, privi di memoria
storica – nozioni di questo genere. Nella fattispecie si trattava della
comunista Repubblica democratica tedesca, da una parte, e della capitalista
Repubblica federale tedesca, dall’altra. Con l’aggiunta che Berlino, la
capitale storica del paese, era capitale politica solo dello Stato comunista
(governato dalla dittatura del proletariato), ma moralmente ovvero
culturalmente ovvero propagandisticamente, rappresentava, almeno in una sua zona,
la zona più estesa però circondata dal «Muro», la Libertà, nemmeno dunque la democratico-autoritaria
Germania capitalista dell’altro Stato, quello federale. La politica dunque
faceva gli Stati, mentre il cielo spaziava lungo altre dinamiche, quelle del
cuore per esempio o quelle della cultura, ed era più o meno un nonsenso tentare
di dividerlo.
Pure lo si faceva, e con
convinzione. Lo si fece fino al 1989, quando a Berlino «Il Muro» che a dividere
quello e altri cieli era sorto nell’agosto del 1961 (nel mezzo del lavoro di
scrittura di quel romanzo da parte di Christa Wolf) allegoricamente crollò. Da
quel punto, lentamente e per varie strade i partiti dei paesi del «socialismo
reale» uno dopo l’altro abbandonarono sia il potere dittatoriale che il
progetto di costruire una società diversa.
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Un'immagine giovanile della Wolf
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Sembrerebbe
tutto a posto: la realtà procedeva e la letteratura più sensibile la rispecchiava.
Comme il faut da quelle parti teoriche (e non solo). Tant’è vero che l’intero
curriculum letterario della Wolf potrebbe essere letto proprio sul filo di tale
«rispecchiamento»: dopo Il cielo diviso, s’imbarcò nel 1968, pur su una
rotta tutta sua, per il maremagno della generale crisi culturale euro-americana
con un notevole romanzo intitolato Riflessioni su Christa T. (Nachdenken
über Christa T.); nel 1976 in Trama d’infanzia (Kindheitsmuster)
specificò la cosa raccontando per via autobiografica diretta e problematizzando
in concreto i nessi con la vecchia Germania;
nel 1979 affidandosi a un titolo scandaloso o almeno provocatorio in un
paese comunista, Nessun luogo. Da nessuna parte (Kein Ort. Nirgends),
espresse il sapore di naufragio che i singoli intorno a lei, a parlarci,
avevano quotidianamente in bocca; nel
1983 pubblicò Cassandra per dire della condizione femminile in termini
sostanzialmente femministi, cioè eterodossi entro quel contesto; nel 1989, in contemporanea
con il crollo del socialismo reale, con Recita estiva (Sommerstück) raffigurò appunto il senso di marginalità
degli intellettuali dentro la storia che andava.
Eppure dopo un
anno Christa Wolf aprì l’ultimo decennio del secolo con un breve libro
intitolato Cosa resta (Was bleibt). Cocciutamente, restava la
letteratura, secondo lei. Soltanto? È che la letteratura non è mai soltanto se
stessa. Così dopo il crollo autoevidente della politica tutto intorno e dentro
di sé, Christa si sentiva comunque in possesso di una realtà, quella
letteraria, che le permetteva di non rinnegare e soprattutto di non negare nulla
del proprio passato (perfino lei, da giovane comunista, aveva “relazionato” due
o tre volte a qualcuno della Stasi sulle discussioni fra letterati).
Forse la ragione
era che, nonostante l’accusa di aver funzionato fino a quel momento da Staatsdichterin,
da Poetessa di Stato, lei aveva sempre avuto dello scrivere letterario una idea
«radicale» (la radice dell’uomo è l’uomo, aveva a suo tempo riscontrato il
giovane Marx).
E infatti Christa
Wolf accede bensì per intero al cursus honorum dell’intellettuale organico
al partito – comincia da collaboratrice del quotidiano ufficiale del partito,
prosegue da funzionaria e poi dirigente dell’Unione scrittori, da
caporedattrice editoriale, da redattrice di una importante rivista letteraria, inoltre
secondo le direttive culturali ha compiuto il suo soggiorno di studio in una
fabbrica (di vagoni ferroviari), cosicché nel 1963 può divenire infine
membro-candidato del Comitato centrale del partito – ma nel sottinteso che
anche lei, cioè la letteratura, abbia qualcosa da dire dal proprio punto di
vista radicale. Per questo nel 1965
non accetta, in sede di Comitato centrale, che uno scrittore, Werner Braunig,
venga accusato di deviazione dalle direttive culturali del partito e per questo
medesimo sottinteso scrive, in sostanza, quello pensa.
Non per nulla nel
1968 le sue Riflessioni su Christa T. si svolgono intorno alla domanda su «chi era» davvero quella donna del
titolo e quindi subiscono traversie editoriali comiche (perché poi tutto
finisce in risa, magari stiracchiate), da commedia degli equivoci: l’editore tedesco-orientale
decide di pubblicare il romanzo, però riceve l’ordine che no, non va bene,
perché ci sarà un congresso degli scrittori e quindi, per certe ragioni, un
libro come quello non si può; allora lui non dice niente ma rimanda; epperò ha
già sottoscritto un contratto con un editore occidentale, il quale, carta
canta, lo pubblica lo stesso il libro; alla notizia, per non apparire
repressivi e censorii, all’editore orientale si dà l’ordine di stamparlo, ma pro forma, in una tiratura inesistente; al
congresso degli scrittori però risulta che Christa è in possesso di un
centinaio di copie dell’edizione occidentale, che infatti va firmando e
distribuendo brevi manu ai colleghi.
Il romanzo inizia così a circolare nell’élite.
Poi nel 1974, per forza di cose, se ne fa infine una tiratura di massa. Nel
frattempo l’editore tedesco-orientale sprovveduto (una vitaccia!) ha fatto
autocritica sul giornale di partito e ha preso le distanze da se stesso.
Ora possiamo
ridere, ma traluce qualcosa di significativo da questo e da altrettali episodi
della vita letteraria nel socialismo reale. Dirò così: i letterati – come
l’albatros di Baudelaire – venivano costretti a strascicarsi goffamente al
suolo, invece di volare in libertà sulle grandi rotte del vento, erano quindi
ridotti alle trattative, alle entrature, alle conventicole, nel migliore dei
casi alle battaglie interne, ai gruppi, ai dibattiti, alla complessità, agli
stadi e ai periodi, tutte cose di sempre nella storia dell’Europa moderna, ma
questa volta mentre gli agonisti della guerra fredda conducevano un loro
spericolato gioco a somma zero. E poiché si trattava di un gioco politico
totalitario, era a somma zero (in altro senso) per tutti. Soprattutto per la
letteratura, le cui ragioni radicali
d’esistenza venivano negate e che dunque si vedeva ridotta a occasionali
comparsate in quella recita per niente estiva.
Di qui il senso
di marginalità che penetrava nella coscienza di sé di quei letterati, il loro
autolimitarsi a fare gruppo, all’autodifesa corporativa (come nel 1976 per il
ritiro della cittadinanza al poeta e cantautore Wolf Biermann), magari
costruendosi reciprocamente come personaggi della propria fiction, insomma il loro contentarsi di produrre, al massimo, un codice
di comunicazione indiretto, abusivo, semiclandestino e maligno, rischiando
l’effetto perverso di alterare i valori artistici in autobiografia e di
trasformare gli scrittori nella corporazione
delle anime belle.
Forse il rifiuto
di Christa Wolf di rinnegare il proprio passato, il suo non voler emigrare
nemmeno dopo, nemmeno metaforicamente con un pronunciamento, aveva questo senso
di angoscia, quello che lei stessa ha descritto (in Trama d’infanzia)
raccontando un sogno: l’incubo dell’amputazione della Schreibhand, della
mano che scrive. Ma ha avuto anche, certamente, il senso di una rivendicazione
di dignità, la letteratura aveva comunque svolto la sua parte critica,
spiazzante nella Hörigkeit, in quel tradizionale in Germania abbassare
la testa di fronte all’autorità costituita. Anche nei quarant’anni del socialismo
reale la letteratura, la buona letteratura, aveva contribuito al pluralizzarsi
della Kultur, ne aveva nutrito il neo-individuo o almeno ne aveva
delineato la prospettiva.
Poi, da una esperienza
in America stranamente vissuta (a cavallo del 1991 e 1992 fruisce di una borsa
della Fondazione Getty per un soggiorno a Los Angeles), vissuta come fosse un
trovarsi in un luogo a margine del mondo, nasce il suo ultimo libro Stadt der Engel oder The Overcoat of Dr.
Freud (Città degli angeli ovvero Il soprabito del dr. Freud), che un
critico tedesco, Volker
Weidermann, descrive così: «È il libro delle confessioni radicali di una
scrittrice che un tempo è stata la più significativa autrice della DDR, un
libro di ricerca e di congedo, un libro combattivo, un libro sopra i
combattimenti dell’ultimo secolo, un libro di disperazione, la quale nondimeno
nel sole californiano e per fattivo intervento d’un angelo si tramuta in una
sorta di sommessa, vaga attesa. La quale però prima di tutto muta per il
narrare stesso, per il narrare un’intera epoca».
L’autobiografia,
persino quotidiana, come traccia narrativa dell’epoca o della propria visione
di essa è stata fin dall’inizio lo strumento di Christa Wolf, come si viene a
sapere nel 2005 quando pubblica Ein Tag im Jahr 1960-2000 (Un giorno
all’anno 1960-2000), dove sono stati registrati in un diario perpetuo tutti i 27 settembre di quarant’anni della
sua vita. Un gesto che potrebbe venir interpretato come allegoria di ciò che la letteratura si trova
ad essere oggi in Europa.