LETTERATURE MONDO
CHRISTA WOLF (1929-2011)
La ‘pallida madre’ emersa
dalla Germania divisa

      
È morta a 82 anni una delle maggiori scrittrici tedesche del secondo dopoguerra. Dopo un’infanzia trascorsa nella temperie del nazismo e del conflitto mondiale, crebbe nella Ddr seguendo per intero il ‘cursus honorum’ dell’intellettuale organico al partito comunista, fino ad assumere posizioni dissidenti che le valsero onore e gloria nella Repubblica federale tedesca. Salvo, dopo l’unificazione, essere accusata di complicità poco nobili col regime dittatoriale e con la Stasi. Tra i suoi libri più significativi “Riflessioni su Christa T.”, “Nessun luogo. Da nessuna parte”, il celebre “Cassandra” (1983), “Recita estiva” e, dopo la caduta del Muro di Berlino, il testamentario “Cosa resta”: per lei dopo la fine dell’utopia politica rimaneva soltanto la letteratura come valore da affermare dentro la realtà.
      




   

di Alberto Scarponi





Christa Wolf


Il primo dicembre dell’appena concluso 2011 a Berlino è morta Christa Wolf. Al momento della sepoltura, qualche giorno dopo, l’attrice Corinna Harfouch ha letto davanti alla bara alcuni versi di Paul Fleming, poeta tedesco seicentesco, vissuto durante la Guerra dei Trent’anni. La poesia, intitolata A sé, termina con queste parole: «tutti contro te, felicità, luogo e tempo, hanno cospirato». E su questa nota drammatica dell’ambiente nemico ha polemicamente insistito anche Günter Grass nel discorso di addio, ricordando in specie gli attacchi, le insinuazioni, i falsi, le calunnie da parte occidentale riversati sulla scrittrice de Il cielo diviso al momento della riunificazione tedesca. Prima era stata invece accolta come una star della dissidenza (aule stracolme nelle università, Premio Büchner, il maggiore in Germania, nel 1981) al tempo della divisione.

In realtà è stata questa la tendenziale condizione di vita un po’ di tutti gli intellettuali nell’Europa del Novecento, in particolare del secondo dopoguerra, ma soprattutto dei letterati e filosofi dei paesi socialisti. Spesso egemonizzate o addirittura sottomesse dalla politica, magari nolenti, in ogni caso usate con piglio sovrano, nelle condizioni del socialismo reale le figure pubbliche in cui andava a simboleggiarsi la coscienza collettiva si trovarono investite da ruoli di rappresentanza per così dire ristretta, ormai non più implementabili, se mai lo erano stati davvero nel passato. Mentre la propria mission restava quella di elaborare domande, le loro domande erano intese come risposte. Nulla chiarì espressamente tale situazione quanto lo stato di concreta insolvenza culturale (quanto a cultura politica) in cui vennero a trovarsi i letterati chiamati al potere in vari paesi socialisti al crollo del «Muro».

Se questo è vero, Christa Wolf è stata una delle figure più emblematiche del nostro tempo. Intellettuale, comunista, donna, tedesca, scrittrice amatissima dai pubblici europei, persona inquieta, piena di domande, di dubbi e di certezze, molte provvisorie ma qualcuna probabilmente no. Divenne celebre a suo tempo, nel 1963, quando un suo romanzo dal titolo tra freddo e retorico, Il cielo diviso (Der geteilte Himmel), disse che anche nella Germania del socialismo reale le cose non quadravano per intero.

Anche lì, come dappertutto, la politica faceva gli Stati. Sarà bene abituarsi a ricordare e spiegare ai più giovani – notoriamente oggi, più che mai, privi di memoria storica – nozioni di questo genere. Nella fattispecie si trattava della comunista Repubblica democratica tedesca, da una parte, e della capitalista Repubblica federale tedesca, dall’altra. Con l’aggiunta che Berlino, la capitale storica del paese, era capitale politica solo dello Stato comunista (governato dalla dittatura del proletariato), ma moralmente ovvero culturalmente ovvero propagandisticamente, rappresentava, almeno in una sua zona, la zona più estesa però circondata dal «Muro», la Libertà, nemmeno dunque la democratico-autoritaria Germania capitalista dell’altro Stato, quello federale. La politica dunque faceva gli Stati, mentre il cielo spaziava lungo altre dinamiche, quelle del cuore per esempio o quelle della cultura, ed era più o meno un nonsenso tentare di dividerlo.

Pure lo si faceva, e con convinzione. Lo si fece fino al 1989, quando a Berlino «Il Muro» che a dividere quello e altri cieli era sorto nell’agosto del 1961 (nel mezzo del lavoro di scrittura di quel romanzo da parte di Christa Wolf) allegoricamente crollò. Da quel punto, lentamente e per varie strade i partiti dei paesi del «socialismo reale» uno dopo l’altro abbandonarono sia il potere dittatoriale che il progetto di costruire una società diversa.





Un'immagine giovanile della Wolf


Sembrerebbe tutto a posto: la realtà procedeva e la letteratura più sensibile la rispecchiava. Comme il faut da quelle parti teoriche (e non solo). Tant’è vero che l’intero curriculum letterario della Wolf potrebbe essere letto proprio sul filo di tale «rispecchiamento»: dopo Il cielo diviso, s’imbarcò nel 1968, pur su una rotta tutta sua, per il maremagno della generale crisi culturale euro-americana con un notevole romanzo intitolato Riflessioni su Christa T. (Nachdenken über Christa T.); nel 1976 in Trama d’infanzia (Kindheitsmuster) specificò la cosa raccontando per via autobiografica diretta e problematizzando in concreto i nessi con la vecchia Germania;  nel 1979 affidandosi a un titolo scandaloso o almeno provocatorio in un paese comunista, Nessun luogo. Da nessuna parte (Kein Ort. Nirgends), espresse il sapore di naufragio che i singoli intorno a lei, a parlarci, avevano  quotidianamente in bocca; nel 1983 pubblicò Cassandra per dire della condizione femminile in termini sostanzialmente femministi, cioè eterodossi entro quel contesto; nel 1989, in contemporanea con il crollo del socialismo reale, con Recita estiva (Sommerstück) raffigurò appunto il senso di marginalità degli intellettuali dentro la storia che andava.

Eppure dopo un anno Christa Wolf aprì l’ultimo decennio del secolo con un breve libro intitolato Cosa resta (Was bleibt). Cocciutamente, restava la letteratura, secondo lei. Soltanto? È che la letteratura non è mai soltanto se stessa. Così dopo il crollo autoevidente della politica tutto intorno e dentro di sé, Christa si sentiva comunque in possesso di una realtà, quella letteraria, che le permetteva di non rinnegare e soprattutto di non negare nulla del proprio passato (perfino lei, da giovane comunista, aveva “relazionato” due o tre volte a qualcuno della Stasi sulle discussioni fra letterati).

Forse la ragione era che, nonostante l’accusa di aver funzionato fino a quel momento da Staatsdichterin, da Poetessa di Stato, lei aveva sempre avuto dello scrivere letterario una idea «radicale» (la radice dell’uomo è l’uomo, aveva a suo tempo riscontrato il giovane Marx).

 

E infatti Christa Wolf accede bensì per intero al cursus honorum dell’intellettuale organico al partito – comincia da collaboratrice del quotidiano ufficiale del partito, prosegue da funzionaria e poi dirigente dell’Unione scrittori, da caporedattrice editoriale, da redattrice di una importante rivista letteraria, inoltre secondo le direttive culturali ha compiuto il suo soggiorno di studio in una fabbrica (di vagoni ferroviari), cosicché nel 1963 può divenire infine membro-candidato del Comitato centrale del partito – ma nel sottinteso che anche lei, cioè la letteratura, abbia qualcosa da dire dal proprio punto di vista radicale. Per questo nel 1965 non accetta, in sede di Comitato centrale, che uno scrittore, Werner Braunig, venga accusato di deviazione dalle direttive culturali del partito e per questo medesimo sottinteso scrive, in sostanza, quello pensa.

Non per nulla nel 1968 le sue Riflessioni su Christa T. si svolgono intorno alla domanda su «chi era» davvero quella donna del titolo e quindi subiscono traversie editoriali comiche (perché poi tutto finisce in risa, magari stiracchiate), da commedia degli equivoci: l’editore tedesco-orientale decide di pubblicare il romanzo, però riceve l’ordine che no, non va bene, perché ci sarà un congresso degli scrittori e quindi, per certe ragioni, un libro come quello non si può; allora lui non dice niente ma rimanda; epperò ha già sottoscritto un contratto con un editore occidentale, il quale, carta canta, lo pubblica lo stesso il libro; alla notizia, per non apparire repressivi e censorii, all’editore orientale si dà l’ordine di stamparlo, ma pro forma, in una tiratura inesistente; al congresso degli scrittori però risulta che Christa è in possesso di un centinaio di copie dell’edizione occidentale, che infatti va firmando e distribuendo brevi manu ai colleghi. Il romanzo inizia così a circolare nell’élite. Poi nel 1974, per forza di cose, se ne fa infine una tiratura di massa. Nel frattempo l’editore tedesco-orientale sprovveduto (una vitaccia!) ha fatto autocritica sul giornale di partito e ha preso le distanze da se stesso.





Ora possiamo ridere, ma traluce qualcosa di significativo da questo e da altrettali episodi della vita letteraria nel socialismo reale. Dirò così: i letterati – come l’albatros di Baudelaire – venivano costretti a strascicarsi goffamente al suolo, invece di volare in libertà sulle grandi rotte del vento, erano quindi ridotti alle trattative, alle entrature, alle conventicole, nel migliore dei casi alle battaglie interne, ai gruppi, ai dibattiti, alla complessità, agli stadi e ai periodi, tutte cose di sempre nella storia dell’Europa moderna, ma questa volta mentre gli agonisti della guerra fredda conducevano un loro spericolato gioco a somma zero. E poiché si trattava di un gioco politico totalitario, era a somma zero (in altro senso) per tutti. Soprattutto per la letteratura, le cui ragioni radicali d’esistenza venivano negate e che dunque si vedeva ridotta a occasionali comparsate in quella recita per niente estiva.

Di qui il senso di marginalità che penetrava nella coscienza di sé di quei letterati, il loro autolimitarsi a fare gruppo, all’autodifesa corporativa (come nel 1976 per il ritiro della cittadinanza al poeta e cantautore Wolf Biermann), magari costruendosi reciprocamente come personaggi della propria fiction, insomma il loro contentarsi di produrre, al massimo, un codice di comunicazione indiretto, abusivo, semiclandestino e maligno, rischiando l’effetto perverso di alterare i valori artistici in autobiografia e di trasformare gli scrittori nella corporazione  delle anime belle.

Forse il rifiuto di Christa Wolf di rinnegare il proprio passato, il suo non voler emigrare nemmeno dopo, nemmeno metaforicamente con un pronunciamento, aveva questo senso di angoscia, quello che lei stessa ha descritto (in Trama d’infanzia) raccontando un sogno: l’incubo dell’amputazione della Schreibhand, della mano che scrive. Ma ha avuto anche, certamente, il senso di una rivendicazione di dignità, la letteratura aveva comunque svolto la sua parte critica, spiazzante nella Hörigkeit, in quel tradizionale in Germania abbassare la testa di fronte all’autorità costituita. Anche nei quarant’anni del socialismo reale la letteratura, la buona letteratura, aveva contribuito al pluralizzarsi della Kultur, ne aveva nutrito il neo-individuo o almeno ne aveva delineato la prospettiva.

Poi, da una esperienza in America stranamente vissuta (a cavallo del 1991 e 1992 fruisce di una borsa della Fondazione Getty per un soggiorno a Los Angeles), vissuta come fosse un trovarsi in un luogo a margine del mondo, nasce il suo ultimo libro Stadt der Engel oder The Overcoat of Dr. Freud (Città degli angeli ovvero Il soprabito del dr. Freud), che un critico tedesco, Volker Weidermann, descrive così: «È il libro delle confessioni radicali di una scrittrice che un tempo è stata la più significativa autrice della DDR, un libro di ricerca e di congedo, un libro combattivo, un libro sopra i combattimenti dell’ultimo secolo, un libro di disperazione, la quale nondimeno nel sole californiano e per fattivo intervento d’un angelo si tramuta in una sorta di sommessa, vaga attesa. La quale però prima di tutto muta per il narrare stesso, per il narrare un’intera epoca».

L’autobiografia, persino quotidiana, come traccia narrativa dell’epoca o della propria visione di essa è stata fin dall’inizio lo strumento di Christa Wolf, come si viene a sapere nel 2005 quando pubblica  Ein Tag im Jahr 1960-2000 (Un giorno all’anno 1960-2000), dove sono stati registrati in un diario perpetuo tutti i 27 settembre di quarant’anni della sua vita. Un gesto che potrebbe venir interpretato come  allegoria di ciò che la letteratura si trova ad essere oggi in Europa.

 

 




Scarica in formato pdf  


   
Sommario
Letterature Mondo

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006