INTERVISTE
FOLCO QUILICI
Gli infiniti mari
di un viaggiatore
del mondo


  
A colloquio con il maggiore cine-documentarista italiano che, fin dalla pellicola d’esordio “Sesto continente” (1954), ha esplorato le meraviglie dell’universo subaqueo, ma anche i duri risvolti sociali delle popolazioni che vivono di attività marinare e di pesca. Il regista ferrarese si è occupato pure delle trasformazioni geo-politiche dell’Italia, dello sviluppo dell’Europa, dell’Africa, delle origini dell'uomo e, financo, dei problemi ecologici del pianeta in un film di denuncia avanti-lettera come “Il dio sotto la pelle” (1974). Vasta anche la sua opera di narratore, tra i suoi romanzi si possono ricordare “Cacciatori di navi” (1984), Cielo verde (1997), “Alta profondità” (1999) e “I serpenti di Melqart” (2003).
  



  

di Alessandro Ticozzi

 

 

Anticipando il cinema subacqueo (Sesto continente, 1954), lei ha dato vita ad un genere tra l’esotico e l’etnografico (L’ultimo paradiso, 1956; Ti-koyo e il suo pescecane, 1962; Oceano, 1971; Fratello Mare, 1975): in tal senso che contributo crede di aver dato al cinema italiano?

 

A partire dal mio primo film – appunto Sesto continente – e più avanti sempre di più, io mi sono occupato delle popolazioni che avevano sviluppato una cultura di mare: erano delle condizioni bestiali che noi abbiamo fatto vedere nel film, e naturalmente per far vedere i pescatori di perle bisognava andare anche sott’acqua, ma il mio scopo non era quello di fare un film subacqueo alla Cousteau. Che poi il mare fosse di sfondo era perché m’interessava la gente di mare, e anche con L’ultimo paradiso credo di essere l’ultimo ad avere filmato ancora dal vero i pescatori di perle a fiato che andavano fino a quaranta metri sotto’acqua, le barche, le loro canoe, come hanno potuto attraversare gli oceani…





In film come Il dio sotto la pelle (1974, realizzato con Carlo Alberto Pinelli) cosa si proponeva di denunciare?

 

Io e Pinelli ci siamo basati sul libro I limiti dello sviluppo, con la collaborazione anche del Club di Roma, per far vedere che continuando con quel tipo di sviluppo –  oggi lo vediamo ancora di più – il mondo stava andando verso una serie di problemi molto gravi, e quindi avevamo girato documentaristicamente alcuni temi – la fine dell’energia, il riscaldamento del globo… – anche con degli episodi di persone trovate nel mondo che fuggivano da questa civiltà dei consumi che negli anni Settanta sembrava prendere troppo piede.

 

Lei è stato anche autore della serie cinematografica L’Italia vista dal cielo e, dal 1959, di inchieste televisive, tra le quali La scoperta dell’Africa (1965), L’alba dell’uomo (1974) e I segreti del mare (1975): cosa l'hanno portata a scoprire in Italia e nel mondo queste Sue ricerche?

 

L’Italia vista dal cielo preannunciava la divisione dell’Italia in regioni che ancora non c’erano, e raccontava qual’era lo stato della natura e dello sviluppo della cultura in quelle regioni così come si vedeva soprattutto dal cielo, utilizzando per la prima volta questa macchina straordinaria che era l’elicottero, attrezzato apposta per le riprese. La scoperta dell’Africa fu il mio primo lavoro televisivo: io stavo girando un film per una società italiana sulla sopravvivenza della schiavitù nel mondo, e noi rischiavamo anche la vita per documentare l’esistenza della schiavitù. Mentre noi facevamo quest’inchiesta dal vero, il produttore pensava bene di girare queste finte scene di schiave nude con i sultani, e allora sbattei l’uscio e lasciai perdere quel film, però l’esperienza che avevo vissuto lavorando a lungo in Africa per quel film mi spinse a passare alla televisione un po’ per odio al cinema, che era sempre in balia dei primi imbroglioni che passano per strada, e un po’ perché la televisione dava l’illusione di essere un nuovo mezzo di comunicazione che avrebbe portato ad un miglioramento culturale nel mondo. Certo non potevamo immaginare la porcheria che è diventata adesso, ma allora si pensava che con essa nasceva una nuova era nella storia: la televisione era la cultura portata a tutti, in maniera facile e gradevole. Quindi pensammo di far conoscere, contro ogni razzismo, quella che era stata la grande storia dell’Africa nera, le sue culture, le sue civiltà e poi la tragedia dello schiavismo e la rinascita. Quel film fu realizzato nei due anni in cui nascevano tanti nuovi Stati, e avevamo questi nuovi grandi capi di Stato che ci parlavano di una nuova Africa: che poi questo sia accaduto veramente è molto discutibile, ma certamente è stata una pagina che si è voltata. L’alba dell’uomo è stato forse l’impegno produttivamente più importante con la RAI: erano otto film realizzati con una grande co-produzione mondiale, perché c’erano la Francia, la Spagna, la Germania, l’Olanda, il Canada e il Giappone per raccontare, attraverso quello che ancora esisteva e che noi avevamo visto col nostro lavoro, alcune ultime verità sulla prima evoluzione dell’uomo. Abbiamo cercato di ricostruire dalla caccia alla famiglia, dalla guerra allo spirito religioso quella che era stata l’evoluzione dell’uomo, dalle prime età verso di noi. Trovammo anche dei documenti sull’origine dell’Australia, sui pigmei del Congo, sulla popolazione dell’Amazzonia mettevamo una specie di contrappunto con la vita contemporanea, laddove appunto volevamo dimostrare queste differenze. È stata una serie molto bella, impegnativa e costosa che andò in tutto il mondo, nei tempi meravigliosi in cui la RAI faceva delle grosse produzioni: le servivano tanti soldi, ma ne guadagnava molti, perché quelle serie e quei documentari lì vanno venduti praticamente in tutto il mondo. Io mi ricordo che, nella stanza accanto a quella dove seguivo il montaggio, c’erano i compratori che aspettavano che noi finissimo per portarsi via i filmati per tradurli nelle varie lingue, e quindi è stato un momento di grande entusiasmo e fiducia nella televisione. I segreti del mare era il seguito dell’Alba dell’uomo, nel senso che era la storia dell’evoluzione del rapporto dell’uomo con il mare: anche in questo caso non lo siamo andati a cercare nei musei, perché anche L’alba dell’uomo sembrava che si dovesse fare nei musei e non abbiamo girato lì quasi nulla, trattandosi di riprendere tutto quello che poteva essere ancora vivo e vero. Così abbiamo trovato anche delle marinerie ancora a vela, dei cantieri che costruivano ancora secondo i vecchi schemi e raccontate tutte le varie epopee della gente di mare.





Tra le sue produzioni successive; Lei ha realizzato L’uomo europeo (1981, libro e serie televisiva), un’inchiesta cui ha collaborato lo storico Fernand Braudel, il film Cacciatori di navi (1992), tratto dal Suo romanzo omonimo, e una serie di film dedicati alla Storia d’Italia, dall’Unità al nuovo millennio, la cui realizzazione è stata avviata dall’Istituto Luce e il cui cofanetto è uscito nel 2007: le chiedo un pensiero per ciascuno di questi Suoi lavori.

 

L’uomo europeo era il seguito del lavoro fatto con Braudel e Levi-Strauss sulla civiltà del Mediterraneo: trattavamo alcuni aspetti fondamentali delle genti europee, cioè andavamo a cercare attraverso dei temi il rapporto con la natura, lo sviluppo, l’arte, il commercio… come ciascuno di noi europei si è sviluppato dal Quattrocento arrivando fino al Muro di Berlino, cioè alla tragedia dell’Europa divisa. Quindi io sono andato anche nei Paesi comunisti e abbiamo parlato con quelli che non riuscivano a parlare, però noi ci siamo riusciti: specialmente con i cecoslovacchi e i polacchi ci furono dei colloqui interessantissimi sul loro sentirsi europei e non sovietici. Il film Cacciatori di navi mi è costato tanta fatica e sofferenza, ma non mi ha fatto felice: deriva appunto da un mio libro con lo stesso titolo che ho pubblicato con Mondadori e che ha avuto molto successo ed è stato tradotto in vari Paesi del mondo, compresi – cosa molto rara per un italiano – gli Stati Uniti. Così allora mi proposero di fare il film e non ho resistito alla tentazione, ma devo dire che ogni sera il confrontarmi con quello che immaginavo e quello che riuscivo a tirar fuori dalla macchina da ripresa mi lasciava molto deluso. Non riuscivo a ritrovare quell’atmosfera fantastica del Brasile tropicale più segreto che era nel romanzo: il Rio delle Amazzoni e tutti i suoi misteri, i suoi problemi, la gente che venne coinvolta in questo grande fiume, laddove s’incontra con l’Oceano, a mio avviso ero riuscito meglio a raccontarlo nel libro che non nel film, perché nel film – come in tutti i film – c’erano centomila compromessi. Mentre il libro è un opera libera e nessuno ti dice nulla – va o non va, ma se va tu lo fai come vuoi – il film è frutto di centomila accordi: c’era la casa americana che l’ha comperato a scatola chiusa prima che fosse finito, però poi l’ha cambiato tutto nel montaggio… cioè tanti dispiaceri, mentre il libro dà sempre tante gioie. Per quanto riguarda la Storia d’Italia, siccome ci si avviava al 2000 e l’Istituto Luce era l’unico esistente al mondo che aveva il materiale che andava dal primissimo Novecento fino al 2000, abbiamo pensato di organizzare questo materiale dividendolo per decenni e sui temi: la pace, la guerra, il fascismo, lo sviluppo, la rinascita, le guerre, le distruzioni di decennio in decennio… e siamo arrivati – allora sembrava un grande traguardo, adesso sembra che sia stato un errore – fino alle prime Unioni Europee economiche e alla nascita dell’Euro.





Tra i Suoi romanzi, oltre al già citato Cacciatori di navi (1984), vi sono Cielo verde (1997), Naufraghi (1998), Alta profondità (1999) e I serpenti di Melqart (2003): in essi cosa possiamo ritrovare della sua poetica?

 

Siete più bravi voi a trovarla: io cerco sempre di stare sul tema dell’uomo in prima persona e non come massa. Così anche in quegli altri titoli che lei m’ha citato ho cercato sempre di raccontare storie di uomini di fronte alla realtà: qualche volta vicende molto realistiche, altre più magiche e fantasiose. Per quanto riguarda Cielo verde, quando avevo fatto il lavoro dell’Alba dell’uomo e poi dopo anche Cacciatori di navi in Amazzonia, avevo visto lo straordinario interesse per la storia del pilota americano Mike Angel, che fu il primo pilota a pagamento sin dai primi anni Venti sull’Amazzonia e che piano piano l’ha scoperta tutta, ma soprattutto fu quello che vide come stava avanzando fin dagli anni Trenta la distruzione della foresta amazzonica, e quindi anche la caccia all’Indio, la sua umiliazione, il suo renderlo schiavo, specialmente nei territori del Brasile. Quindi alla fine venne ucciso. Io ho raccontato in un libro di ottocento pagine che ci ho messo quattro anni a farlo questa storia andando lì e vedendo i posti ed i luoghi, incontrando ancora qualcuno che l’aveva conosciuto. Naufraghi è una storia di mare: queste sono sempre delle tematiche legate al rapporto uomo-natura. È la storia di due ragazzi che finiscono in un isola, e questo si lega a tutte quelle leggende della mitologia greca sulla piccola isola dov’era nata Apollo che non si segnava mai nel mare perché nessuno la trovava. Quindi è un legame d’amore per il Mediterraneo, le sue favole, le sue mitologie. Alta profondità è la storia della Corazzata Roma e dei molti misteri che ci sono sulla sua fine il 9 settembre del ’43: quindi è un immaginaria immersione, e per un verso racconta le testimonianze dirette di chi è sopravvissuto all’affondamento, mentre per un altro è anche una fantasiosa immaginazione su quanto sarebbe importante ritrovare quella nave in fondo al Mediterraneo e su cosa ci racconterebbe. I serpenti di Melqart fa parte di una serie di cinque romanzi che hanno per tema l’archeologia subacquea. Lei ne ha nominati due: quello sulla Roma e questo sui Fenici.

 

Nel 2007 ha pubblicato la sua autobiografia I miei mari: in essa che bilancio ha tratto della Sua vita personale e professionale?

 

In realtà i libri sono due: uno dedicato a tutte le mie esperienze di mare – appunto I miei mari – e l’altro, Il mestiere dell’avventura, sul contatto con le civiltà di terra.





Ha qualche progetto per il futuro?

 

Come progetto avrei un film che non so se riuscirò a fare perché in questo momento in Italia è molto difficile girare un film per raccontare lo sbarco in Sicilia nel ’43 degli Alleati: nel 2013 cade un anniversario importante da ricordare, perché in quel luglio del ’43, col fatto che a Roma c’era la caduta di Mussolini e tutti i problemi delle fughe dei gerarchi, non si è parlato molto di quello che accadeva in Sicilia. Invece è una pagina molto importante della storia italiana, quindi m’interessa molto farlo, però servono dei mezzi abbastanza considerevoli e al momento non li trovo. Invece coi libri sono molto al lavoro, perché il romanzo che sto scrivendo sui relitti sepolti nei mari di tutto il mondo è un grosso librone di storia vissuta, quindi sono partito dalle ricerche delle navi del primo Mediterraneo per arrivare a quelle più recenti, che sono inedite e straordinarie, con molte novità.




Scarica in formato pdf  


  
Sommario Interviste

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006