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di Alessandro Ticozzi
Anticipando
il cinema subacqueo (Sesto continente, 1954), lei ha dato vita ad un
genere tra l’esotico e l’etnografico (L’ultimo paradiso,
1956; Ti-koyo e il suo pescecane,
1962; Oceano, 1971; Fratello Mare,
1975): in tal senso che contributo crede di aver dato al cinema italiano?
A partire dal mio primo film – appunto Sesto continente – e più avanti sempre
di più, io mi sono occupato delle popolazioni che avevano sviluppato una
cultura di mare: erano delle condizioni bestiali che noi abbiamo fatto vedere
nel film, e naturalmente per far vedere i pescatori di perle bisognava andare
anche sott’acqua, ma il mio scopo non era quello di fare un film subacqueo alla
Cousteau. Che poi il mare fosse di sfondo era perché
m’interessava la gente di mare, e anche con L’ultimo
paradiso credo di essere l’ultimo ad avere filmato ancora dal vero i
pescatori di perle a fiato che andavano fino a quaranta metri sotto’acqua, le
barche, le loro canoe, come hanno potuto attraversare gli oceani…
In
film come Il dio sotto la pelle (1974, realizzato con
Carlo Alberto Pinelli) cosa si proponeva di
denunciare?
Io e Pinelli ci siamo basati
sul libro I limiti dello sviluppo,
con la collaborazione anche del Club di Roma, per far vedere che continuando
con quel tipo di sviluppo – oggi lo
vediamo ancora di più – il mondo stava andando verso una serie di problemi
molto gravi, e quindi avevamo girato documentaristicamente
alcuni temi – la fine dell’energia, il riscaldamento del globo…
– anche con degli episodi di persone trovate nel mondo che fuggivano da questa
civiltà dei consumi che negli anni Settanta sembrava prendere troppo piede.
Lei
è stato anche autore della serie cinematografica L’Italia vista dal cielo
e, dal 1959, di inchieste televisive, tra le quali La scoperta dell’Africa
(1965), L’alba dell’uomo (1974) e I segreti del mare
(1975): cosa l'hanno portata a scoprire in Italia e nel mondo queste Sue
ricerche?
L’Italia vista dal cielo preannunciava la divisione dell’Italia in regioni che ancora non c’erano, e
raccontava qual’era lo stato della natura e dello sviluppo della cultura in
quelle regioni così come si vedeva soprattutto dal cielo, utilizzando per la
prima volta questa macchina straordinaria che era l’elicottero, attrezzato
apposta per le riprese. La scoperta dell’Africa fu il mio primo lavoro televisivo: io stavo girando un film per una
società italiana sulla sopravvivenza della schiavitù nel mondo, e noi rischiavamo
anche la vita per documentare l’esistenza della schiavitù. Mentre noi facevamo
quest’inchiesta dal vero, il produttore pensava bene di girare queste finte
scene di schiave nude con i sultani, e allora sbattei l’uscio e lasciai perdere
quel film, però l’esperienza che avevo vissuto lavorando a lungo in Africa per
quel film mi spinse a passare alla televisione – un po’ per odio al cinema, che era sempre in balia dei primi
imbroglioni che passano per strada, e un po’ perché la televisione dava
l’illusione di essere un nuovo mezzo di comunicazione che avrebbe portato ad un
miglioramento culturale nel mondo. Certo non potevamo immaginare la porcheria
che è diventata adesso, ma allora si pensava che con essa nasceva una nuova era
nella storia: la televisione era la cultura portata a tutti, in maniera facile e
gradevole. Quindi pensammo di far conoscere, contro ogni razzismo, quella che era
stata la grande storia dell’Africa nera, le sue culture, le sue civiltà e poi
la tragedia dello schiavismo e la rinascita. Quel film fu realizzato nei due
anni in cui nascevano tanti nuovi Stati, e avevamo questi nuovi grandi capi di
Stato che ci parlavano di una nuova Africa: che poi questo sia accaduto
veramente è molto discutibile, ma certamente è stata una pagina che si è
voltata. L’alba dell’uomo è stato forse l’impegno produttivamente più importante
con la RAI: erano otto film realizzati con una grande co-produzione mondiale,
perché c’erano la Francia, la Spagna, la Germania, l’Olanda, il Canada e il
Giappone per raccontare, attraverso quello che ancora esisteva e che noi
avevamo visto col nostro lavoro, alcune ultime verità sulla prima evoluzione
dell’uomo. Abbiamo cercato di ricostruire – dalla caccia alla famiglia, dalla guerra allo spirito religioso – quella che era stata l’evoluzione dell’uomo,
dalle prime età verso di noi. Trovammo anche dei documenti sull’origine
dell’Australia, sui pigmei del Congo, sulla popolazione dell’Amazzonia mettevamo
una specie di contrappunto con la vita contemporanea, laddove appunto volevamo
dimostrare queste differenze. È stata una serie molto bella, impegnativa e costosa
che andò in tutto il mondo, nei tempi meravigliosi in cui la RAI faceva delle
grosse produzioni: le servivano tanti soldi, ma ne guadagnava molti, perché
quelle serie e quei documentari lì vanno venduti praticamente in tutto il mondo.
Io mi ricordo che, nella stanza accanto a quella dove seguivo il montaggio, c’erano
i compratori che aspettavano che noi finissimo per portarsi via i filmati per tradurli
nelle varie lingue, e quindi è stato un momento di grande entusiasmo e fiducia
nella televisione. I segreti del
mare era il seguito dell’Alba
dell’uomo, nel senso che era la storia dell’evoluzione del rapporto
dell’uomo con il mare: anche in questo caso non lo siamo andati a cercare nei
musei, perché anche L’alba dell’uomo sembrava
che si dovesse fare nei musei e non abbiamo girato lì quasi nulla, trattandosi
di riprendere tutto quello che poteva essere ancora vivo e vero. Così abbiamo
trovato anche delle marinerie ancora a vela, dei cantieri che costruivano
ancora secondo i vecchi schemi e raccontate tutte le varie epopee della gente
di mare.
Tra
le sue produzioni successive; Lei ha realizzato L’uomo europeo
(1981, libro e serie televisiva), un’inchiesta cui ha collaborato lo storico Fernand Braudel, il film Cacciatori di navi
(1992), tratto dal Suo romanzo omonimo, e una serie di film dedicati alla Storia d’Italia,
dall’Unità al nuovo millennio, la cui realizzazione è stata avviata dall’Istituto
Luce e il cui cofanetto è uscito nel 2007: le chiedo un pensiero per ciascuno
di questi Suoi lavori.
L’uomo europeo era il seguito
del lavoro fatto con Braudel e Levi-Strauss
sulla civiltà del Mediterraneo: trattavamo alcuni aspetti fondamentali delle
genti europee, cioè andavamo a cercare attraverso dei temi il rapporto con la
natura, lo sviluppo, l’arte, il commercio… come
ciascuno di noi europei si è sviluppato dal Quattrocento arrivando fino al Muro
di Berlino, cioè alla tragedia dell’Europa divisa. Quindi io sono andato anche
nei Paesi comunisti e abbiamo parlato con quelli che non riuscivano a parlare, però
noi ci siamo riusciti: specialmente con i cecoslovacchi e i polacchi ci furono dei
colloqui interessantissimi sul loro sentirsi europei e non sovietici. Il film Cacciatori di navi mi è costato tanta
fatica e sofferenza, ma non mi ha fatto felice: deriva appunto da un mio libro
con lo stesso titolo che ho pubblicato con Mondadori e che ha avuto molto
successo ed è stato tradotto in vari Paesi del mondo, compresi – cosa molto
rara per un italiano – gli Stati Uniti. Così allora mi proposero di fare il
film e non ho resistito alla tentazione, ma devo dire che ogni sera il
confrontarmi con quello che immaginavo e quello che riuscivo a tirar fuori
dalla macchina da ripresa mi lasciava molto deluso. Non riuscivo a ritrovare
quell’atmosfera fantastica del Brasile tropicale più segreto che era nel
romanzo: il Rio delle Amazzoni e tutti i suoi misteri, i suoi problemi, la
gente che venne coinvolta in questo grande fiume, laddove s’incontra con
l’Oceano, a mio avviso ero riuscito meglio a raccontarlo nel libro che non nel
film, perché nel film – come in tutti i film – c’erano centomila compromessi. Mentre
il libro è un opera libera e nessuno ti dice nulla – va o non va, ma se va tu
lo fai come vuoi – il film è frutto di centomila accordi: c’era la casa
americana che l’ha comperato a scatola chiusa prima che fosse finito, però poi
l’ha cambiato tutto nel montaggio… cioè tanti
dispiaceri, mentre il libro dà sempre tante gioie. Per quanto riguarda la Storia d’Italia, siccome ci si avviava
al 2000 e l’Istituto Luce era l’unico esistente al mondo che aveva il materiale
che andava dal primissimo Novecento fino al 2000, abbiamo pensato di
organizzare questo materiale dividendolo per decenni e sui temi: la pace, la
guerra, il fascismo, lo sviluppo, la rinascita, le guerre, le distruzioni di
decennio in decennio… e siamo arrivati – allora
sembrava un grande traguardo, adesso sembra che sia stato un errore – fino alle
prime Unioni Europee economiche e alla nascita dell’Euro.
Tra
i Suoi romanzi, oltre al già citato Cacciatori di navi
(1984), vi sono Cielo verde (1997), Naufraghi
(1998), Alta profondità (1999) e I serpenti di Melqart (2003): in essi cosa possiamo
ritrovare della sua poetica?
Siete più bravi voi a trovarla: io cerco sempre di
stare sul tema dell’uomo in prima persona e non come massa. Così anche in
quegli altri titoli che lei m’ha citato ho cercato sempre di raccontare storie
di uomini di fronte alla realtà: qualche volta vicende molto realistiche, altre
più magiche e fantasiose. Per quanto riguarda Cielo verde, quando avevo fatto il lavoro dell’Alba dell’uomo e poi dopo anche Cacciatori
di navi in Amazzonia, avevo visto lo straordinario interesse per la storia del
pilota americano Mike Angel, che fu il primo pilota a pagamento sin dai primi
anni Venti sull’Amazzonia e che piano piano l’ha
scoperta tutta, ma soprattutto fu quello che vide come stava avanzando fin
dagli anni Trenta la distruzione della foresta amazzonica, e quindi anche la
caccia all’Indio, la sua umiliazione, il suo renderlo schiavo, specialmente nei
territori del Brasile. Quindi alla fine venne ucciso. Io ho raccontato in un
libro di ottocento pagine che ci ho messo quattro anni a farlo questa storia
andando lì e vedendo i posti ed i luoghi, incontrando ancora qualcuno che
l’aveva conosciuto. Naufraghi è una
storia di mare: queste sono sempre delle tematiche legate al rapporto uomo-natura.
È la storia di due ragazzi che finiscono in un isola, e questo si lega a tutte
quelle leggende della mitologia greca sulla piccola isola dov’era nata Apollo che
non si segnava mai nel mare perché nessuno la trovava. Quindi è un legame
d’amore per il Mediterraneo, le sue favole, le sue mitologie. Alta profondità è la storia della
Corazzata Roma e dei molti misteri che ci sono sulla sua fine il 9 settembre
del ’43: quindi è un immaginaria immersione, e per un verso racconta le
testimonianze dirette di chi è sopravvissuto all’affondamento, mentre per un
altro è anche una fantasiosa immaginazione su quanto sarebbe importante
ritrovare quella nave in fondo al Mediterraneo e su cosa ci racconterebbe. I serpenti di Melqart
fa parte di una serie di cinque romanzi che hanno per tema l’archeologia
subacquea. Lei ne ha nominati due: quello sulla Roma e questo sui Fenici.
Nel
2007 ha pubblicato la sua autobiografia I miei mari: in essa che bilancio
ha tratto della Sua vita personale e professionale?
In realtà i libri sono due: uno dedicato a tutte le
mie esperienze di mare – appunto I miei
mari – e l’altro, Il mestiere
dell’avventura, sul contatto con le civiltà di terra.
Ha qualche progetto per il futuro?
Come
progetto avrei un film che non so se riuscirò a fare – perché in questo momento in Italia
è molto difficile girare un film –
per raccontare lo sbarco in Sicilia nel ’43 degli Alleati: nel 2013 cade un
anniversario importante da ricordare, perché in quel luglio del ’43, col fatto
che a Roma c’era la caduta di Mussolini e tutti i problemi delle fughe dei
gerarchi, non si è parlato molto di quello che accadeva in Sicilia. Invece è
una pagina molto importante della storia italiana, quindi m’interessa molto
farlo, però servono dei mezzi abbastanza considerevoli e al momento non li
trovo. Invece coi libri sono molto al lavoro, perché il romanzo che sto
scrivendo sui relitti sepolti nei mari di tutto il mondo è un grosso librone di
storia vissuta, quindi sono partito dalle ricerche delle navi del primo
Mediterraneo per arrivare a quelle più recenti, che sono inedite e straordinarie,
con molte novità.
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