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di Alfio Petrini
Seconda parte
1. “La rigida
distinzione – scrive Eugenio Barba nel Dizionario
di antropologia teatrale [1]
–, fra il teatro e la danza, caratteristica della nostra cultura, rivela una
ferita profonda, un vuoto di tradizione che rischia continuamente di attrarre
l’attore verso il mutismo e il danzatore verso il virtuosismo. Questa
distinzione apparirebbe assurda ad un artista orientale, così come sarebbe
apparsa assurda ad artisti europei di altre epoche storiche : a un giullare o a
un comico del Cinquecento”. I disinvolti passaggi dal discorso sul teatro a
quello sulla danza non devono dunque suscitare perplessità o stupore. “I
principi di vita – aggiunge Barba - di cui andiamo in cerca non tengono in alcun
conto le nostre distinzioni fra ciò che definiamo teatro o mimo o danza. Uno
dei principi attraverso cui il corpo dell’attore e del danzatore rivela la sua
vita allo spettatore, dunque, in una tensione di forze contrapposte, è il
principio dell’opposizione (la danza delle opposizioni si danza nel corpo prima che con il corpo). Attorno a questo principio che ovviamente appartiene
anche all’esperienza dell’attore e del danzatore occidentale, le tradizioni
codificate dell’Oriente hanno edificato
diversi sistemi di composizione”.
2. La posizione
dello scrittore di teatro è cambiata nel corso del tempo. Non è più importante
la posizione morale rispetto alla storia che racconta. Lo scrittore “offre i
contenuti del proprio cervello sotto forma di una serie di possibilità
alternative fantastiche” [2],
scrive Rella, citando Ballard. È un osservatore, un esploratore, uno scienziato
che si trova di fronte ad un “territorio sconosciuto”, a fatti che non sono mai
accaduti e sui quali deve costruire una ipotesi. Il suo lavoro non è di natura alchemica,
ma chimica: seleziona segni e li combina nella prospettiva della miscela
linguistica eterogenea e della trasformazione del corpo/mente
dell’attore/danzatore. Predispone il terreno. Costruisce una ipotesi che potrà
essere rispettata in tutto o in parte dall’attore/danzatore, ma che in ogni
caso funziona da stimolo esterno.
Dunque,
di fronte a cose sconosciute, mai accadute prima, procede alla costruzione di
una ipotesi. Concepisce azioni, inventa situazioni, progetta soluzioni
irrisolvibili, favorisce l’irruzione del corpo/mente (dilatato) nel corpo della
scrittura, affinché possa entrare dentro di sé il mondo, di cui fa parte anche
quello che non conosce: di cui fanno parte i morti e i vivi, le parole, le
immagini e i suoni che lo hanno attraversato. Sono tutti lì con lui, sempre,
nella stanza in cui lavora. Sta fermo, ma si muove. Sta seduto, ma vola,
viaggia. Agisce nella consapevolezza che è solo, che ha solo il corpo/mente a
disposizione, ma che allo stesso tempo il corpo/mente sia una ricchezza da non
dissipare o disperdere. E cosa fa per
costruire l’ipotesi? Getta lo sguardo nel corpo/mente scorticato nella speranza
di poter sfiorare il pathos del mondo. E nel costruire l’ipotesi accetta quindi
il mistero del corpo e della mente degli uomini. Ma il segreto dove sta? Sta in
ciò che si spinge oltre lo sguardo? Il corpo/mente è veramente mio? E dove
finisce? Rella nello straordinario libro Ai
confini del corpo scrive che il corpo non termina dove termina la
occupazione dello spazio. Essendo lo spazio una estensione del corpo, il corpo
comprende anche lo spazio in cui si trova. Ma, se lo spazio è una estensione
del corpo, dove termina questa estensione, cioè lo spazio? Non ha limiti,
perché il corpo/mente non ha limiti.
“Benjamin
– osserva Rella – aveva paura del mito, della forza irrazionale che questo
sembrava contenere. Per questo, quando si propone di spezzare il tempo omogeneo
e lineare della storia dei vincitori egli riesce a pensare soltanto ad un arresto della dialettica, che anziché
sporgersi verso il superamento della contraddizione in avanti, rimaneva sospesa
nell’attimo in cui i contraddittori si mostravano con tutta la loro forza ed
evidenza. Ma la paura nei confronti del
mito – prosegue Rella –, che sta dietro
ad alcune cautele benjaminiane, si estende anche
alla sua rappresentazione simbolica. E dietro ancora c’è probabilmente
l’orrore del sesso, del corpo. Benjamin dice che bisogna incedere con l’ascia
affilata della ragione, senza volgersi né a destra né a sinistra, per
rendere coltivabili i territori su cui
cresce anche la follia, e questo senza lasciarsi attrarre ‘dalla selva
primordiale’. La selva primordiale è l’umido di Nana, da cui Benjamin ha
distolto gli occhi. Il più grande critico di questo secolo non ha potuto
diventare il più grande pensatore di questo secolo per il suo orrore per il
corpo” [3].
3. Lo spettacolo Blue
provisoire di Yann Marussich mi ha sorpreso e affascinato, soprattutto per l’originale
utilizzo del corpo come spazio scenico. Mezzi minimi, massimi risultati. E
quanta pazienza, quanta tenacia, quanto lavoro per conseguirli. Confermo quello
in cui credo: bisogna tornare alle origini. Non voglio dire che tutti i
danzatori debbano fare quello che fa Marussich, ovviamente. Dico che possono danzare o non danzare, impiegare le
metodologie o le tecniche più diverse, ma non possono permettersi di produrre
forme che non siano credibili ed emotivamente coinvolgenti, se non tradendo le
aspettative legittime dello spettatore accorto. Il dono graditissimo della
performance di Marussich è l’accelerazione del battito cardiaco. Marussich
sceglie una forma extrème di creazione artistica, andando oltre la meta
conseguita da Fiaderio che, alcuni anni addietro, ho visto a Santarcangelo lavorare
sulle tracce lasciate da un suono, una immagine una parola,
una azione fisica.
Marussich
danza, eliminando la danza. Fa spettacolo, escludendo lo spettacolo. Sceglie l’azione
performativa a posto della rappresentazione, la scultura invece del teatro,
l’immobilità assoluta al posto del movimento. Punta sull’attività interiore,
invisibile e possente, per rivelare una grande carica energetica. Il danzatore
sta fermo per un’ora e mezza. Nessun gesto, nessun movimento. Stare immobile,
ecco l’azione fisica che ha scelto di compiere, riempiendo di senso la
performance. Il movimento – come per il drammaturgo che sta seduto davanti allo
scrittoio -, è in-scritto nel corpo e il corpo è concepito come spazio scenico.
Il corpo si carica di percezioni e di vibrazioni fisiche. Genera una mutazione
chimica che marca il destino dell’artista e definisce un nuovo rapporto tra
azione e colore, tra colore e secrezione. Il colore e la secrezione non sono
effetti speciali, ma i frutti di un processo biochimico che produce la colorazione
dell’epidermide e l’uscita di secrezioni blu da tutti gli orifizi. Il flusso
delle immagini – generato da una piccola telecamera installata su un robot che
raccoglie i dettagli della trasformazione del corpo – e il flusso dei suoni –realizzato in presa
diretta come risultato del lavoro compiuto nello spazio scenico del corpo –,
confermano la organicità delle forme e la natura performativa della creazione
artistica: vera, crudele, barbarica. Blue provisoire” è un perfetto
evento intermediale, polidimensionale e sinestetico. S’inoltra nel corpo/mente
che è senza confini e senza limiti, offre una visione febbrile del potenziale
nascosto nell’uomo, situa lo spettatore in una dimensione altra, comunica
l’impalpabile, sfiora la soglia del favoloso possibile, rivela un rapporto
in divenire tra il teatro e le
neuroscienze. L’evento performativo non doppia la realtà e non la ri-crea neppure: è la realtà. Realtà
viva, palpitante, offerta mentre accade. Marussich, con il sostegno di alcuni
scienziati, compie un esperimento di straordinaria efficacia che genera
stupore, confermando mistero, poesia e illimite del corpo/mente. Un esperimento
che non può essere ripetuto. Deve essere ri-fatto ogni volta, come fosse la
prima volta. Un esperimento che non cambia il mondo, ma che afferma il rapporto
tra arte e scienza, tra arte e tecnologia, tra arte e poesia. Marussich: un
performer geniale. Indimenticabile.
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Konstantin S. Stanislavskij (1863-1938)
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4. La teoria del tronco di Decroux è importante
tanto quanto è disattesa, sia dagli attori sia dai danzatori. Implica
particolari ovvi, ma necessari, da non dimenticare. Il tronco sta al centro del
corpo umano e al centro del tronco c’è il cuore, dove transita il sangue.
L’impulso parte dal baricentro, posto alla base della spina dorsale, nella
parte posteriore bassa del tronco dove si trovano le reni, mentre nella parte
anteriore bassa si trova il ventre.
Per il drammaturgo che lavora sulle azioni
fisiche in funzione dell’attore/danzatore la teoria della centralità del tronco
è fondamentale rispetto a quella sulla centralità degli arti. Per questa
tipologia di scrittura sono più importanti le interiora delle interiorità. Il
processo organico del drammaturgo e il processo organico dell’attore/danzatore non
sono uguali, sono simili. A fronte delle differenze sostanziali, per entrambi
valgono quattro fattori comuni: lo stimolo esterno, l’impulso, la ricerca di un
asse interiore, la dilatazione del corpo e della mente. A questo proposito è
utile ricordare la metafora testoriana del “ventre del teatro” (manifesto del 1968)
di cui Giorgio Taffon riferisce in modo rigoroso in un interessantissimo
scritto sulla “inciviltà” dell’autore lombardo” : “se il teatro , anzi, i
teatri sono come dei corpi, Testori punta al loro ventre, non alla testa, né al
cuore, vale a dire, non alla elaborazione intellettuale e ideologica da una
parte, non al sentimentalismo dall’altra. Punta a ciò che nel corpo teatro è il
grembo, il viscere, le interiora, l’utero, dove inizia la vita del teatro
stesso, un ‘prima’ che è un prima di ogni ordine esistenziale, culturale,
sociale, ideologico, prima di ogni ipostasi dottrinaria astratta. Punta dritto
anche all’irrazionale, al dionisiaco, all’istintuale, al fisiologico. Per
esprimere quanto di insignificante, assurdo, demente, e/o quanto di divino, amoroso,
liberatorio, ha il vivere umano” [4],
il che mi sembra confermato dalle migliori messe in vita dei suoi testi.
La
questione della centralità del tronco, in alternativa alla centralità degli
arti, ha cambiato il modo di fare teatro e di fare danza, ma è ancora ignorata
dalla maggior parte dei coreografi, registi e attori/danzatori del mercato
internazionale. Irene Tassembedo, regista
e coreografa dello spettacolo Le sacré du
tempo, mette in scena cinque musicisti e sette danzatori ai quali affida il
compito di raccontare la storia di uno sgabello di legno in un villaggio
africano. Il furto dell’oggetto sacro sconvolge le menti e cambia la vita degli
abitanti del villaggio, i quali perdono saggezza, equilibrio, identità, e
ritrovano lo stato di salute originario soltanto dopo aver ritrovato lo
sgabello. Lo smarrimento della ragione è il tema centrale della favola che non
trova però riscontro credibile nella scrittura scenica. Tra testo e scena non
c’è collaborazione. Lo spettatore è conquistato sì dalle esplosioni barbariche
dei musicisti – cuore pulsante dello spettacolo –, ma è respinto dalla fredda
ripetizione dei movimenti eseguiti dai danzatori secondo il principio di
centralità degli arti inferiori e superiori. In altri termini, la
regista-drammaturga, invece di chiedere ai danzatori di scrivere il testo
fisico alla ricerca di una coscienza
alterata e di un altrove, li
guida a risolvere il problema della rappresentazione della perdita
dell’equilibro lavorando con l’ascia affilata della ragione. Ignora le forme
organiche e punta sugli stilemi coreografici. Mancando il passaggio dall’equilibrio alla follia, dall’ordine al
disordine, e viceversa, manca la
comunicazione, la conquista seducente dell’impalpabile. Troppa danza e poco
teatro. Molta astrazione e poca organicità. Molto atletismo e poca carica
energetica. Molta agitazione e poca profondità espressiva. Nessuna credibilità
delle forme nel passaggio cruciale
dall’armonia al caos e dal caos all’armonia.
5. Il processo organico implica l’atto totale dell’attore/danzatore. Chiama
in causa la parte materiale e la parte immateriale dell’essere umano nella
prospettiva delle produzione delle forme
organiche. Le forme sono organiche
in quanto generate da un processo biochimico autogestito che le rende vive, credibili, affascinanti. Traggono origine da
uno stimolo esterno, nascono nel corpo, sono guidate dalla mente, hanno il
potere di conquistare il corpo e la
mente dello spettatore. L’attore/danzatore, per il quale scrive il drammaturgo
che applica il metodo delle azioni fisiche alla scrittura di un testo
linguistico, non si pone il problema d’incarnare il personaggio. Non
riorganizza di volta in volta un bagaglio tecnico-emotivo di momenti vissuti
nella vita reale o immaginaria. Il suo lavoro – nella consapevolezza del valore
extraquotidiano e del livello pre-espressivo del linguaggio teatrale, sui quali
non indugio rinviando al prezioso contributo di Eugenio Barba –, ha inizio con
la elaborazione di una struttura di azioni fisiche circostanziate, necessaria
ad attivare il processo in questione
che favorisce l’ingresso nella dimensione della soglia, dove l’attore/danzatore si perde e si ritrova in
continuazione. La produzione della materia
invadente sottoposta alla tensione
guidata produce un effetto destabilizzante, genera il caos e trasforma la
carne in corpo glorioso.
Quella
che segue è una sintesi delle fasi che riguardano il processo organico.
Stimolo
esterno
Impulso
interno.
Azioni fisiche
con il portato
di ritmo e di
energia
Specificazioni
di qualità delle azioni fisiche.
Controllo e
perfezionamento del processo associativo.
Ampliamento
del campo percettivo attraverso la dilatazione del corpo e della mente.
Entrata nella
dimensione della soglia o cesura.
Produzione
della materia invadente che destabilizza
e genera il
caos.
Produzione
delle forme organiche.
Montaggio
delle azioni fisiche
in funzione
della
comunicazione chiara e/o della comunicazione oscura
di
pensieri,
emozioni, sentimenti, percezioni, sensazioni,
desideri, progetti, utopie, misteri indicibili, presenze impalpabili e
invisibili
attraverso
l’immagine
prodotta dall’azione fisica,
suoni
articolati o inarticolati fino al canto,
sinestesie
fino alla spazialità della danza.
Il
controllo del processo associativo e l’arricchimento delle specificazioni di
qualità dell’azione fisica sono passaggi importanti per alimentare e tenere in
vita l’azione fisica e renderla credibile. A questo proposito ritengo opportuno
riportare alcuni frammenti della Lettera
ad un attore (1967) di Eugenio Barba: “Non credo in quello che fai. Il tuo
corpo dice solo una cosa: obbedisco ad un ordine ricevuto dall’esterno. I tuoi
nervi, la tua colonna vertebrale, il tuo cervello non sono impegnati, e con una
attività epidermica vuoi far credere che ogni azione è vitale per te. Tu stesso
non avverti importanza di quello di cui vuoi rendere partecipe lo spettatore.
[…] Tu rappresenti la collettività in questo luogo, con le umiliazioni che hai
subito, con il tuo cinismo che è autodifesa e il tuo ottimismo che è
irresponsabilità, con il tuo senso di colpa e il tuo bisogno di amore, con la
tua nostalgia per un paradiso perduto, nascosto nel passato, nell’infanzia, nel
calore di un essere che ti faceva dimenticare l’angoscia. Ogni persona presente
in questa sala sarà scossa se tu effettuerai, durante la rappresentazione, un
ritorno a queste origini, a questo terreno comune dell’esperienza individuale,
a questa patria che si cela. Questo è il legame che ti unisce agli altri, il
tesoro sepolto nel più profondo di noi stessi, mai messo allo scoperto, perché
è il nostro conforto, perché fa male a toccarlo”. Il lavoro sulle azioni
fisiche in funzione del processo organico
servono a utilizzare il patrimonio nascosto di ogni essere umano.
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Gustav Gruendgens nel ruolo di Mephisto (Faust, 1956)
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6. Di segno
opposto al processo organico è il processo di astrazione. Non si può dire
tuttavia che il processo organico sia
garanzia assoluta di successo. Anche il processo
di astrazione può generare uno spettacolo affascinante. Basti
pensare al teatro orientale che nella codificazione trova il suo punto di
forza. Nel teatro occidentale mi sembra
che il rischio di fallimento, soprattutto nel campo della danza, sia invece
molto frequente. L’astrazione paga
un forte debito alla ragione, agli stilemi coreografici legati a contenuti intimistici,
alla ripetizione di forme tendenzialmente estetizzanti, alla centralità degli
arti inferiori e superiori, in grande sintesi alla mancanza di quella energia
vitale che rende lo spettacolo stereotipato e algido.
Le
persone non vanno a teatro per essere informate, educate, acculturate o per
assistere a elucubrazioni intellettuali o manipolazioni estetiche, ma piuttosto
per provare emozioni, stupori e sentimenti, in altre parole per provare
piacere. Quando il piacere non c’è, cade uno degli obiettivi fondamentali del
teatro: cade il teatro. Lloyd Newson non ha dubbi a questo proposito. Sostiene
che nella maggior parte degli spettacoli di danza o di teatro-danza la vita non
c’è. C’è la danza e c’è la forma, ma quando il rigore della forma prodotto dai processi di astrazione non è
accompagnato da una carica energetica seduttiva, che si ritrova invece nelle forme organiche, si ottiene l’effetto
boomerang del respingimento. A un idraulico non
chiediamo di avere la capacità di seduzione, ma di essere abile e onesto
nel lavoro. La richiesta è d’obbligo quando ci troviamo di fronte a un artista
che offre la sua opera. Le tecniche sono importanti, ma a volte non bastano. Le
tecniche sono comunque strumenti, non finalità della creazione artistica. Il
fascino, che va a braccetto con la godibilità e la credibilità dell’opera, fa parte della richiesta implicita dello
spettatore che acquista il biglietto. Se
fascinazione e credibilità vacillano, vacilla – per dirla brutalmente –
l’utenza.
L’unica cosa che non vedo vacillare
nelle Rassegne che frequento è l’edonismo che ha sostituito il piacere del
corpo e che determina il formalismo algido di chi non ha trovato il modo per
comunicare quello che voleva comunicare. C’è logos, ma non c’è mèlos, non c’è
eros, non c’è amore. C’è l’involucro, ma non c’è la sostanza sensibile, capace
di suscitare stupori ed emozioni. Vedo molti danzatori/attori e pochi uomini, molte aure poetiche e pochi
comportamenti poetici. Assisto all’uso di nuove tecnologie non suffragate dal principio
di relazione e dal principio di necessità. Vedo disattenzione profonda
nei confronti della dualità e del movimento della creazione artistica che
va dal concreto all’astratto, dal materiale all’immateriale,
dal fare al dire, non viceversa. Vedo spine dorsali dure come bastoni,
respirazione a bocca aperta che ostacola l’accensione delle pareti interne del
corpo, maschere facciali fisse che vengono esibite per l’intera durata dello
spettacolo. Non vedo caos, non vedo follia, ma fissità emotiva e caducità della
comunicazione. Non vedo autonomia creativa, ma dipendenza di un soggetto da un
altro soggetto. Non vedo forme credibili, ma clichès prodotti dalle convenzioni
imperanti.
È ovvio, come ho già detto, neppure
il processo organico è in grado di
offrire certezza di risultati artistici, proprio perché si tratta di un
processo e non di una formula o di una ricetta. Pur disponendo di una forte
carica aurorale, il processo organico
non garantisce automaticamente la produzione delle forme organiche. Ha bisogno di
contare sulla individualità dell’artista, su una specifica azione formativa, su
un allenamento assiduo, ma anche su un quid d’imponderabile che l’artista ha o
non ha, ed è il suo talento. Offre credenziali di maggiore credibilità ed
efficacia perché consente di entrare – come sostiene Bataille –, in una specie
di tomba dove l’infinito del possibile nasce dalla morte del mondo logico. Il
logos scorre nelle viscere, per dirla con Rella, e con Testori, e quando ci
accade di dimenticarlo, scorgiamo alle
nostre spalle “una catena luttuosa in
cui si inanellano i corpi e le passioni
sacrificate” [5].
Leggendo i programmi di sala di alcune rassegne
teatrali, mi sono trovato di fronte a una catena luttuosa di “spettacoli
sbigottiti” senza sbigottimento, di “sensualità ammiccante e travolgente” senza stupore e coinvolgimento, di offerte
“travolgenti” senza partecipazione emotiva, di “corpi sopraffatti da una ardore
senza sbocchi” sofferenti di sopraffazione del dato; di “racconti immorali a
caccia di forme e di figure” nel presupposto che “attraverso la forma si possa
penetrare nella sostanza”; d’idee bizzarre come “la propriocezione, o sesto senso: flusso sensorio continuo ma inconscio proveniente
dalle parti mobili del nostro corpo, che ne controlla e ne adatta di continuo la posizione, il tono
e il movimento in modo che a noi rimane nascosto perché automatico ed
inconscio”, responsabile di "trivelli/rovelli/vortici/avvitamenti
con relativa perdita del sé corporeo”.
Nello
svolgimento del lavoro critico mi sono trovato di fronte a domande
ambiziose come questa: “Che cosa succede
ad un corpo immerso nel quotidiano scorrere del tempo in un ambiente asettico e
invaso dalla massiccia presenza del suono?”. Per fortuna, alla domanda seguiva la risposta: “i corpi si
misurano con lo stare dentro una rappresentazione, liberi di aderire a questo
meccanismo oppure di voltargli le spalle”. E una serie infinita di spettacoli
mi hanno puntualmente informato sui “nobili
recessi del cuore”, sui “vasti
sepolcri della natura”, sugli “uragani
primordiali” e sui “caos
esistenziali” in petti
compressi e doloranti, posti come artefatti in teche cimiteriali, calcificate, della disfatta finale, dopo “improvvisi salti emotivi”, dopo “l’incertezza
del proprio destino legato alla posizione
distesa del corpo” in una sala chirurgica “dove tutto si subisce in silenzio”,
a significazione non di una ricerca della vita nella morte, ma come
accumulo di reperti archeologici che esplicitano un discorso sulla “carne della nostra esistenza, del nostro
dolore, del nostro conoscere”. Parole in libertà, legate a un progetto di
scorporizzazione del teatro, legittimo come ogni altro progetto di scrittura drammaturgia o di scrittura
scenica, ma che ha fatto registrare un risultato non auspicabile, quello di far
sentire inutile lo spettatore. Non
sono contrario a priori ad alcuna forma di teatro, anche codificato, ma ritengo
che il teatro fondato sulle azioni
fisiche e sui processi organici
sia più adatto alle pratiche teatrali dei paesi occidentali, potendo contare
sull’apporto di corpi erotici dotati di distacco e di tensione e sulle sinestesie necessarie a suscitare interesse
e partecipazione emotiva. Insomma, la questione di fondo è sempre la stessa: lo
spettacolo o conquista o non conquista la mente e il cuore dello spettatore.
7. Parlare di processi
organici vuol dire entrare nel merito del lavoro sulle azioni fisiche. Parlare
di azioni fisiche significa prendere in considerazione la straordinaria
intuizione di Stanislawkij – il quale
disse che il metodo delle azioni fisiche era il risultato del lavoro di tutta
la sua vita –, per arrivare alla elaborazione che ne fece Grotowski in tempi
successivi. Per riconoscere il debito
verso le due figure più grandi del ’900, Stranislawskij e Grotowski, e per
raccontare come sia approdato alla filosofia grotowskiana e al lavoro sulle
azioni fisiche in funzione della scrittura di un testo linguistico, seguirò le
tracce del discorso che Thomas Richards sviluppa nel libro Al lavoro con Grotowski sulle azioni fisiche, mettendo a confronto le idee del maestro russo
con quelle del maestro polacco.
“Perché,
scrive Richards, Grotowski usava la parola ‘fisiche’ invece di psicofisiche?
Perché alla fine della sua vita parlava
di ‘azioni fisiche’ mentre gran parte della sua ricerca precedente si era
basata sul richiamare precise emozioni? E questo metodo come si mette in
pratica?” [6].
Richards,
per cercare di dare una risposta a queste domande, avvia il ragionamento mettendo in evidenza alcune
differenze tra il pensiero di Stanislawskij e quello di Grotowski. “Per
Stanislawskij organicità significa le leggi naturali della vita normale che,
attraverso struttura e composizione appaiono sulla scena e diventano arte,
mentre per Grotowski organicità indica
qualcosa come il potenziale in un corpo umano di una corrente quasi biologica
d’impulsi che vengono dall’interno e vanno verso l’adempimento di una azione
precisa” [7].
Stanislawskij
costruisce il suo metodo “attraverso l’osservazione della vita quotidiana e dei
giochi sociali”, mentre il lavoro di Grotowski
“non ritrae il gioco sociale abituale o i dettagli realistici della
normale vita quotidiana” [8].
A
questo proposito è opportuno ricordare come Stanislawskij si fosse interrogato
più volte sulla inapplicabilità del metodo a tutti i generi di teatro, con
particolare riferimento ai grandi testi di poesia teatrale. In riferimento al
personaggio, “Stanislawskij ha centrato la sua ricerca sullo sviluppo di un
personaggio all’interno di una storia e nelle circostanze raccontate in un
testo teatrale. L’attore si domandava: qual è la linea logica di azioni fisiche
che farei, se mi trovassi nelle circostanze di questo personaggio? Nel lavoro
di Grotowski, invece, gli attori non cercavano mai i personaggi. I personaggi
apparivano solo nella mente dello spettatore a causa del montaggio costruito da
Grotowski come regista. In modo simile, nel lavoro con Grotowski, “anche noi –
aggiunge Richards –, creavamo direttamente con ricordi personali. Spesso c’era
anche un testo, ma non abbiamo mai recitato personaggi” [9].
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Ambra Senatore, Passo, 2009
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Come
regista ho lavorato a lungo con gli attori sulle strutture e sui processi organici. Le azioni fisiche,
nella loro concretezza viva, dicono molto della loro essenza e poco della loro
apparenza. Sono portatrici di qualcosa che non è sottoposto alla luce della
coscienza. Certamente della loro apparenza ne usufruiamo allo sguardo, ma
soprattutto ne godiamo nel cuore e nella mente. E l’attore assume le
combinazioni offerte dall’autore del testo linguistico come materiale da arricchire
e sul quale innestare la produzione
delle forme organiche: vive perché
organiche, perciò credibili, che saranno poi montate dal regista. “Potevi
ricordarti di un momento della tua vita – aggiunge Richards –, o della vita di
qualcuno che ti era vicino, o di un
evento preciso nella tua fantasia ma che non era mai accaduto, che avevi
intensamente desiderato che accadesse. L’accento non era sulla creazione di un personaggio” come
essere vivente, “ma sulla formazione di una struttura personale in cui la
persona che agiva potesse avvicinarsi a un asse interiore di scoperta. Tutto
questo doveva, poi, essere strutturato e ripetibile” [10].
Non
c’è azione fisica che non sia collegata ad una necessità e finalizzata alla
comunicazione di quanto può essere detto e/o di quanto non deve o non può
essere detto. Movimento del desiderio e movimento del pensiero sono
profondamente intrecciati: l’uno corrisponde all’altro. È in questo scambio che
sta il nerbo della creazione artistica. In altri termini si può dire che ogni
azione fisica ha bisogno di uno stimolo esterno, da cui scaturisce un impulso
interno, portando con sé ritmo ed energia. Per tenerla in vita è a volte
necessario ridurla in frammenti significativi, ciascun dei quali va
perfezionato con opportune specificazioni di qualità funzionali alla
comunicazione. Il segreto – se c’è –, sta sotto la pelle. Si vede soltanto
quando è diventato un’azione.
La
questione relativa alla elaborazione di una struttura fisica è stata per me illuminante.
Mi ha spinto a fare una scelta radicale, applicando il lavoro sulle azioni
fisiche alla scrittura drammaturgica e determinando una svolta che è stata una
vera rivoluzione metodologica. Ho compreso quanto fosse importante partire da
una attrazione formale iniziale per elaborare una struttura significante
destinata al contatto con una struttura del profondo, ovvero con il mondo
possibile che mi apparteneva. Un contatto che genera calore nella pancia,
dimenticanza, perdita leggera di lucidità. Genera una reazione, un movimento
che è dato dalla dilatazione del corpo e della mente, che giustifica il
principio secondo il quale solo se mi perdo posso ritrovarmi e che mi appare
come uno dei motivi centrali del fare teatro. Come drammaturgo ho compreso che
la creazione di strutture, con la conseguente attribuzione di titoli in
funzione di stimolo e di orientamento, costituiva il modo concreto per
avvicinarmi ad un asse interiore di scoperta, consentendomi molteplici
risultati: produrre un materiale linguistico palpitante di vita; lavorare per
l’autodeterminazione del personaggio attraverso il tessuto di azioni fisiche;
procedere coerentemente secondo la strategia del movimento che va dalla dal fare
al dire, dalla cosa al come, dal materiale all’immateriale, come conseguenza di analisi e di trasposizione di un
fenomeno fisico. Ho compreso di conseguenza che la collocazione di un suono o
di una immagine nello spazio è questione che interessa prima di ogni altro il
drammaturgo; che ricordare vuol dire rimembrare, stabilendo una connessione tra
desiderio e pensiero ; che vedere cose che non ci sono e che non sono mai
accadute prima vuol dire accoglierle,
in-scriverle nel corpo, cioè nel sangue,
che Barba chiama motore interno, motivazioni personali, invisibile. Ho compreso
che “la cruda voce del sangue” genera il
mio pensiero – e la parola, se e quando risulterà necessaria –, dopo aver
masticato e digerito lo spirito che lo vivifica, trasformandolo nei ritmi della
carne, nelle scansioni del corpo sociale, come sostiene Corrado Bologna.
Lavare
i piatti è una attività, ma rompere i piatti per pratica maldestra determinata
dalla preoccupazione di una donna per la grave malattia del marito, è una
azione fisica. Se, dopo aver lavorato su questa azione fisica, voglio
modificarla, non lo faccio a freddo: recupero quello che stavo vedendo con
l’occhio interiore o ascoltando con l’orecchio interiore, e alimento l’immagine
con ulteriori dettagli – il rumore dei piatti che scivolano, che si rompono,
che feriscono una mano, eccetera -, per tenere viva l’azione che produce
pensiero, per tenere vivo il pensiero che – masticato e digerito – tiene vivo
il motore del sangue, per tenere vivo il motore del sangue che genera a sua
volta pensiero. Ho compreso che solo
così posso in-scrivere le azioni fisiche nel mio corpo/mente di scrittore. Solo
così posso sperimentarne il funzionamento. E quello che faccio con il ritmo e
l’energia lo faccio anche con il tono, pronunciando o immaginando di
pronunciare le parole – se ci sono, e ci sono soltanto se ritengo che siano
strettamente necessarie –, scomponendo e ricomponendo la frase, mettendo in
relazione il fare con il dire sottratto alla pratica della
descrizione mimetica e della narrazione logico-lineare.
La
manovra mi conferma ogni volta che la ragione non serve e che l’azione fisica
immaginaria può essere ri-fatta ogni volta come fosse la prima volta, tante volte quante ne saranno
necessarie al conseguimento del migliore risultato possibile sul versante della
comunicazione chiara e/o della comunicazione oscura. Comprendere vuol
dire continuare a comprendere che quella determinata azione fisica non la
conoscevo, ma esisteva già, che esisteva prima ancora che la conoscessi e che
stava nel mio corpo di uomo plurale e indivisibile. Anche le parole che sto
scrivendo in questo momento non sapevo di conoscerle, eppure c’erano: erano
in-scritte nel corpo/mente. Insomma, l’abbandono del lavoro sugli stati
emozionali del personaggio inteso come essere vivente e l’applicazione del
metodo delle azioni fisiche alla scrittura di un testo linguistico ha liberato in
me energie creative e ha reso più solida e sicura la manovra. Ora, se mi
concentro – per esempio – sul modo di
camminare o di ascoltare di un
personaggio, godo di un controllo totale, data la concretezza dell’azione
fisica o della struttura, e sono in grado di trovare la forma per dire ciò che
è indicibile o invisibile: il che è non è cosa di poco conto.
Il
corpo pensa, l’azione fisica parla, il comportamento pesa più della parola
parlata. Contribuisce a dare spessore e
complessità all’opera. Percepito lo stimolo, reagisco e, se devo camminare,
cammino per una necessità specifica e su una determinata strada, pur restando
seduto sulla sedia. Posso rompere piatti, zappare la terra, navigare, ascoltare
e persino volare, restando nella stanza in cui lavoro. Tre le regole:
progettazione, rigore metodologico e pratica quotidiana. Non cedo alle
improvvisazioni dettate da pigrizia, imperizia o impazienza. Ricordo ancora
l’amico che pretendeva di scrivere sotto la spinta dell’ispirazione e che
scriveva pochissimo perché l’ispirazione arrivava raramente. Certo, anche il
lavoro sulle azioni fisiche ha bisogno d’ispirazione, ma l’ispirazione nasce
dal fare, nasce scrivendo, soprattutto se si lavora con il metodo delle azioni fisiche.
Quando
scrivo non sono il personaggio al quale trasferisco idee, sentimenti o
psicologie: non sono la donna che rompe i piatti, ma il drammaturgo che esplora
il comportamento di una donna preoccupata per la malattia del marito, che
risponde agli impulsi del suo
corpo/mente di uomo plurale e indivisibile e che cerca di avvicinarsi a un asse
interiore di scoperta, producendo un materiale linguistico incandescente,
caotico, da lasciar raffreddare, correggere e distillare a beneficio della
scrittura del testo fisico dell’utilizzatore finale. Il dire scaturisce dal fare.
Cerco di non dimenticare mai questa regola. Mentre scrivo, non mi chiedo mai cosa dice il personaggio, ma cosa fa e perché lo fa, limitando al minimo necessario le battute che inserisco
solo dopo aver completato e verificato la credibilità della struttura. Una
volta portata a maturazione la materia sensibile, verifico il rapporto di
collaborazione tra il fare e il dire, tenendo sotto controllo il principio di necessità e scartando la tentazione
latente di dire ciò che deve rimanere nel silenzio riempito del non-detto.
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Virgilio Sieni, Tristi Tropici, 2010
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Non
è opportuno in questa sede affrontare il tema delle verifiche intermedie e
finali, prendendo in considerazione
tutti gli aspetti della manovra, tra i quali l’adattamento della parte visiva
alla parte sonora e della parte visiva a quella verbale. Nell’ambito di questa
riflessione sul metodo delle azioni fisiche applicato alle scritture
drammaturgiche è necessario dire che alcune battute potranno essere aggiunte
lavorando sui dettagli o che potranno essere eliminate in base al principio di necessità, orientata dalla
relazione tra il fare e il dire. I lavori di scarto, di
perfezionamento delle azioni fisiche e di controllo delle strutture costano di
solito molto impegno. Aggiungo battute soltanto se creano un valore aggiunto,
se non generano tautologie, se non spiegano i comportamenti, evitando così
errori che pagherei a caro prezzo in termini di perdita di efficacia e, ancora,
di credibilità. Il testo linguistico che
offro all’attore è costituito da una tessitura di azioni fisiche (diverse da
movimenti, attività e gesti, come ha spiegato ripetutamente Grotowski) che non
si risolvono, come ci ricorda Franco Ruffini “nello stato psichico,
nell’emozione o nella passione a cui si associa. Al contrario, la passione non
è altro che la serie delle azioni attraverso le quali si manifesta” [11].
A
questo proposito è significativo il racconto che Grotowski fece dopo aver visto all’Hunter College l’attore
Vassilj Toporkov che, recitando in uno spettacolo, trasformò la partitura di conferenza in partitura di battaglia, incentrata sulla
lotta per la conquista dell’attenzione degli uditori. Ed è, nel mio piccolo,
significativo l’approdo raggiunto con la trilogia di testi linguistici, che mettono in preventivo una combinazione
complessa di azioni fisiche nella prospettiva strategica di un rapporto di
collaborazione tra testo e scena [12].
Il fatto raccontato da Grotowski illumina il potenziale della nuova metodica, la
quale ha cambiato la mia scrittura per la prima volta, mentre il computer l’ha
cambiata per la seconda volta, favorendo il massimo del rigore possibile nella
fase di distillazione della materia linguistica fino alla imperfezione finale.
Quando
ero impegnato sul versante del teatro dialogico a forte caratura ideologica,
mettevo l’attore e il regista nella banale condizione di trasformare la parola
scritta in parola parlata, mentre oggi offro all’attore un’autonomia artistica importante,
che si realizza attraverso la scrittura del testo fisico che trae stimolo dal
testo linguistico. “In quanto corpo – afferma Franco Ruffini – è ovviamente
disomogeneo rispetto al testo linguistico. Ma il testo fisico, (la composizione
fisica istituita a testo) che il corpo dell’attore ‘scrive’, in quanto testo, è del tutto omogeneo al
testo linguistico” [13].
Data
la prima
natura (del quotidiano) e
la seconda natura (dell’extraquotidiano), ne consegue che “con
il lavoro su se stesso, l’attore non si addestra ad ‘interpretare’ (anche se
ovviamente ne pone le basi): apprende soltanto i principi pragmatici sui quali
forgiare, continuando poi per tutta la vita, la sua seconda natura” [14].
L’invito
che l’attore/danzatore riceve con il testo linguistico è quello di scoprire in sé un altro – la donna che rompe i piatti mentre li lava, un santo, un
assassino o un ladro –, a condizione che non si opponga al proprio opposto e
che abbia forgiato la seconda natura.
In grande sintesi. Scoprire in sé un altro
è il compito del drammaturgo, prima che dell’attore/danzatore. Non sono un
ladro, ma posso scoprire in me di essere un ladro che si autodetermina
attraverso le azioni fisiche strutturate di un ladro di nome Franco e l’affido
ad un attore/danzatore che, a sua volta, non è un ladro o un assassino, ma che
– opportunamente stimolato dalla tessitura sensibile del testo linguistico – creerà
una combinazione di strutture personalizzate, arricchite, che gli consentiranno
di scoprire non una vita reale, ma qualcosa che abbia la potenzialità di una
scoperta. Al regista è affidato il compito di montare le strutture facenti
parte della scrittura scenica ed è
riconosciuto il ruolo di autore dello spettacolo, mentre all’attore/danzatore è
riconosciuto il ruolo di coautore per aver scritto il testo fisico su una linea
di omogeneità con il testo linguistico. E lo spettatore? Lo spettatore che si
sente utile di fronte alla visione dello spettacolo individua il personaggio
del ladro o dell’assassino ed elabora una drammaturgia originalissima – diversa
da quella generata dal drammaturgo, dall’attore e dal regista.
Se
il ladro è mio nonno, suggerisce Richards nel suo libro, ciò che trovo non sarà
la corporeità del mio vero nonno, ma sarà la mia. Non sarà uguale, sarà simile,
ma sarà credibile: questa è la cosa importante. “Non sarà stata come essa è
stata, ma come avrebbe potuto essere” [15],
il che sta a significare che può bastare
un ricordo, un sapore, un odore o una immagine per scoprire impulsi organici e
può bastare la individuazione di un bisogno o di una necessità per scoprire e
dare concretezza ad un’azione fisica o ad una sequenza di azioni fisiche. In
tal senso, parafrasando Barba, si può dire che
per azione fisica s’intende quella esperienza che cambia il drammaturgo; che, a sua volta,
contribuisce di rimbalzo a cambiare l’attore/danzatore e a fargli scoprire il
suo “qualcosa”; che infine serve a modificare la percezione dello spettatore
verso l’attore/danzatore, facendolo sentire utile. Non credendo in comportamenti più o meno naturali che spingerebbero verso il velo della superficie
e delle convenzioni –, il drammaturgo scrive un testo pensando ad un
attore/danzatore forgiato sul versante della seconda natura, extraquotidiana. Solo se sarà allenato su questo versante saprà usare il
corpo-che-scrive e scriverà un testo fisico, che sarà – come puntualizza ancora
Franco Ruffini –, “nella sua collaborazione con la scena, proprio il fattore di
‘direzione’, l’origine che consentirà, per attrito o per resistenza, ai fattori
di flessibilità della scena di esprimere, e non dissipare, le proprie energie” [16].
[1] Eugenio Barba, Nicola Savarese, L’arte segreta dell’attore - Un
dizionario di antropologia teatrale, Argo.
[2] Franco Rella, Ai
confini del corpo, Feltrinelli, 2000, p. 177.
[3] Franco Rella, Ai
confini del corpo, op.cit. pp. 44, 45.
[4] Liminateatri, numero 2, Un teatro civile per un paese incivile, oppure un teatro incivile per
un paese civile?
[5] Franco Rella, Ai
confini del corpo, op. cit. pp. 47, 48, 51.
[6] Thomas Richards, Al
lavoro con Grotowski sulle azioni fisiche, Ubulibri, 1997, p. 104.
[7] Thomas Richards, op.
cit. p. 104.
[8] Thomas
Richards, op. cit. p.113.
[9] Thomas
Richards, op. cit. p. 87.
[10] Thomas
Richards, op. cit. p. 87.
[11] Franco Ruffini, Teatro
e storia, p. 214.
[12] Alfio Petrini, L’ombra
di Dio, Titivillus 2009.
[13] Franco Ruffini, op. cit. p. 210.
[14] Franco Ruffini, op. cit. p. 212.
[15] Thomas
Richards, op. cit. p. 88.
[16]
Franco Ruffini,
op.cit. p. 212.
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