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di Enzo Natta
L’equivoco di
confonderlo con John Hoover (eletto alla presidenza USA nel 1928) è tolto di mezzo con un pizzico
di ironia quando Leonardo DiCaprio si presenta in un negozio-sartoria e all’osservazione
del proprietario che gli sottopone un conto in sospeso a carico di un certo
John Hoover replica: “Io mi chiamo Edgar”.
Chi era John
Edgar Hoover? Alla domanda, piuttosto complessa, fornisce una risposta altrettanto
complessa Clint Eastwood, da qualche tempo impegnato a ritrarre il volto più
segreto dell’America. Di sicuro era un uomo ammirato (non amato) e temuto nello
stesso tempo (“ha più poteri di quanti ne abbia io” lamentava Richard Nixon),
che con il Federal Bureau of Investigation era riuscito a creare un organismo
investigativo pressoché autonomo (rispondeva soltanto al Procuratore generale),
con giurisdizione estesa su tutti gli States, dotato di ingenti fondi e di un
laboratorio scientifico in anticipo sui tempi, grazie al quale fu possibile,
tanto per fare un esempio, risalire al responsabile del rapimento del figlio di
Charles Lindbergh, il primo trasvolatore atlantico.
Le sue armi
migliori erano uomini scrupolosamente selezionati e addestrati, almeno in
possesso di un diploma, sorretti da un forte spirito di corpo e di
appartenenza, di condotta irreprensibile anche nella vita privata, eleganti ma
sobri nel vestire (ancora oggi gli agenti dell’FBI osservano questa regola
indossando abiti scuri e in tinta unita, in tutto e per tutto simili a una
divisa), agevolati nelle loro operazioni da un servizio informazioni
efficientissimo che poteva contare su un archivio continuamente aggiornato, in
grado di fornire un’esauriente e spesso compromettente radiografia di persone,
associazioni, imprese di ogni tipo. Un’organizzazione che era riuscita a
debellare gruppi anarchici e radicali negli anni ’20, a stroncare il fenomeno
del gangsterismo nel periodo del proibizionismo e la criminalità negli anni
della Grande Depressione, fino al punto di conferirgli una popolarità che
cinema e fumetti avevano contribuito a pompare oltre misura. D’altra parte
Hoover era un abilissimo “press-agent” di sé stesso, che aveva saputo curare la
propria immagine fino a trasformarla in quella dell’eroe nazionale numero
uno.
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Leonardo DiCaprio in J. Edgar (2011)
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Ma, come tutti
gli esseri umani, J. Edgar Hoover aveva i suoi punti deboli e qui il ritratto
fornito da Clint Eastwood entra nel vivo facendosi più acuto nel tocco e nei
chiaroscuri che lo delineano.
Forte in
apparenza e sempre pronto a mettere in mostra un carattere aggressivo e
autoritario, Hoover è invece estremamente debole nel suo intimo, del tutto
fragile e insicuro quando deve confrontarsi con sentimenti che vede come
insidiose trappole pronte a ghermirlo. Con un padre assente, inebetito da un
grave malessere, il giovane Hoover subisce l’influenza della madre, donna
energica e volitiva, che probabilmente genera in lui la paura delle donne
(verso la fedele segretaria che rimarrà al suo fianco per tutta la vita
tradisce soltanto inizialmente un trasporto che si manifesta in modo
contraddittorio) e una latente, repressa omosessualità che lo lega in modo
ambiguo e isterico al suo braccio destro
Clyde Tolson. Di quest’ultimo personaggio Clint Eastwood si serve come uno
specchio della verità, uno schermo che riflette
la tormentata e inquieta coscienza di Hoover, che come un Grillo
Parlante lo stuzzica, lo pungola, lo stimola, lo provoca, lo mette
continuamente di fronte alla realtà richiamandolo alle proprie responsabilità e
ai suoi doveri di fronte alle leggi, ma prima ancora di fronte al senso civico
e morale che dovrebbe guidare la vita di ogni uomo.
Nella
filmografia di Clint Eastwood il personaggio di
Hoover è un altro tassello del mosaico che dopo Mystic River, Million
Dollar Baby e Gran Torino racconta la fine del sogno americano e il
brusco risveglio che ne consegue. Hoover è il duplice volto della
contraddizione e dell’ambiguità di un'intera nazione, che nel corso della sua
storia ha attraversato momenti altalenanti e confusi, e che con le sue ombre,
più che con le sue luci, ha sollevato dubbi, incertezze, interrogativi che
ancora attendono risposta.
Alla fine degli
anni ’50 Hollywood aveva sfornato Sono un agente FBI di Mervyn Le Roy.
Il protagonista, affidato al volto rincuorante di James Stewart, si chiamava
Chip Hardesty, ma adombrava chiaramente lo spirito che animò Hoover a creare l’FBI.
Film enfatico, retorico, propagandistico, che risentiva del clima di guerra
fredda e dell’anticomunismo imperante. J. Edgar è la controprova, la
dimostrazione “a contrariis” di quanto i tempi siano cambiati e con essi il
sentimento dell’americano medio, deluso da un progetto “patriottico” non
riuscito e dal tramonto del mito individualista che nel cavaliere solitario si
ostinava a vedere l’alba di una rinnovata speranza.
Costruito a
flash-back, con Hoover che detta le sue memorie dopo 48 anni di regno e l’alternarsi
di 8 presidenti, il film diluisce l’apologo politico dello sceneggiatore Dustin
L. Black (Oscar per Milk di Gus Van Sant) nella schizofrenica ossessione
di una ferrea legalità torbidamente connessa a una doppia personalità che,
proprio per questa natura, finisce per piegare il proprio operato a un
paranoico balletto di manette facili e di intimità repressa. Al quale Leonardo
DiCaprio conferisce quel gelido distacco che isola il personaggio dentro una
cortina di ghiaccio, impenetrabile a sentimenti, emozioni, affetti.
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