PRIMO PIANO
DIARIO D’AUTORE (22)
Pastone 2012. BUONA
LA PRIMA.
ciak.


      
Nuova rapinosa schidionata di note, ricordi corrosivi, chiose, pensieri random, giostrando su tanti piani, dall’erudito al pop, dal personale memoriale alla polemica giornalistica, dalle guizzanti letture di riferimento allo squisito gusto filologico per cose sia serissime che frivole. Richiamando le figure di Giuliano Mesa e di Luisito Bianchi, la faccia di Monti, Benigni incrociato in una toilette, la bordata critica versus Sanguineti equivocata sul Corsera da Arbasino, i dissapori con il Manifesto, la voce teatrale di Palladini, sino al lucido anti-conformismo della figlia cantante. E molto altro ancora da leggere e da godere fino in fondo.
      



      


di Marzio Pieri

 

° Un tredicianni fa (ma si era cominciato da quasi un decennio prima, magari addirittura da un ventennio, prima, col Titanic del Magnus Enzensberger, donde paciughi come il Baricco, o l’ultimo, l’ultimo hélas! podagroso ed inerte Fellini), un tredici anni fa, alla grossa, prosperò nei libri in uscita il genere-bilancio; giudizî mestamente giudiziosi, dunque sommarî su un secolo feroce (come tutti) e deprimente (come quasi nessuno, tanto, mai prima), ideologicamente imbustato e inteccherito, sordido e demenziale; e qualche esercizio interessato a indovinare il futuro. Son più brave le zingare (indovina la storia chi è fuori della storia). Vi ricordate del giochino rettorico se Pascoli, o D’Annunzio, o perfino Pirandello, fossero gli ultimi fuochi dell’Ottocento, o i primi fari rasi sul secolo che a confermarsi d’essere un’altra cosa, bruciò tutto il passato nei milioni di morti di una guerra, che, delle guerre, avrebbe dovuto rendere chiaro a tutti, che non son esse (giusta sentenza nota) il braccio estremo e secolare della politica, o dell’economia, o delle, come detto, ideologie in conflitto; ma cieca biologia, morbo, destino, scadenza? Di tutte le guerre delle quali ho sentito parlare la più stupida, ignava, e irrinunciabile. Solo i poeti, i musici, gli artisti l’avevano sentita arrivare. No (lo dico, nella mente, al mio amico d’una vita, e quasi – da mia parte – un alter ego, Franco Cardini), non è la ‘antica festa crudele’ di quel tuo grande libro, che rimetteva al punto di partenza le macchinine dell’universale (e ipocrita) pacifismo. Quando ne scorro volentieri le pagine (Cardini è un grosso scrittore, uno scrittore di cose, sempre rimasto aldiqua del flaubertismo, del savinianesimo, dell’adelphismo), non solo mnemonicamente lascio che dilaghi sullo sfondo il rito strawinskiano, il Sacre, che aveva detto già tutto, ma proprio tuttotutto, un anno e un mese prima delle pistolettate di Sarajevo. “Parea che a danza e non a morte andasse”.

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(°°) Un tredicianni fa (ma era cominciato già da un decennio prima, magari addirittura da un ventennio, col Titanic di Enzensberger donde paciughi come il bel Baricco, o l’ultimo, inerte, podagroso Fellini), un tredici anni fa prosperò nei libri il genere-bilancio; giudizî mestamente giudiziosi, dunque sommarî su un secolo feroce (come tutti) e deprimente (come quasi nessuno, tanto, prima) – passati siamo, dalla décadence, che già ironicamente Nietzsche ritrovava nel proprio male di vivere, alla déprimance, non so se stabilisco una precedenza hapaxicoleguminosa – e qualche più raro esercizio a indovinare il futuro. Ma son più brave le zingare (indovina la storia... chi è fuori della storia). Vi ricordate del giochino rettorico se Pascoli, o D’Annunzio, o perfino Pirandello, fiore tardivo del grande teatro europeo fin de siècle, del mélo cinematografico, e coevo del Ballet Mécanique (1924, l’anno dopo il battesimo parigino, propiziato da Pitóeff e Crémieux, dei Sei personaggi ridicolizzati in patria, e l’anno stesso del trionfo berlinese ottenutogli da Max Reinhardt) – fossero gli ultimi fuochi dell’Ottocento; o i primi fari rasi sul secolo che, a confermarsi d’essere un’altra cosa, avrebbe bruciato, bruciò tutto il passato, nei milioni di morti di una guerra che delle guerre avrebbe dovuto rendere a tutti chiaro che non sono, esse, affatto il braccio estremo e ‘secolare’ della politica, o dell’economia, o delle ideologie in conflitto, ma cieca biologia, morbo, destino, come il sesso e la pèste? Di tutte le guerre delle quali ho sentito parlare la più stupida, ignava, e irrinunciabile. Solo i poeti, i musici, gli artisti l’avevano sentita arrivare. Arrivare nel suo significato. “N’è morta una miriade”.

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● Vedete? Questo articoletto, questa rassegna, questa lettera, questo pastone: non vogliono essere scritti. Non preparo materiali per i futuri ordinatori della mia memoria; omnis moriar, me lo disse Vittorio Imbriani, in uno dei nostri segreti convegni notturni, dalle parti della Sybilla. Non vorrò essere scrutato, divinato, sorretto in ogni virgola sostituita, o attributo spostato nella sequenza di sillabe che per me s’incolonna a dare arco a una frase. Non vorrei, mi correggo. Non avrei mai voluto, forse va ancora meglio. Sta’ pur sicuro, risponde una voce acre, la identifico facilmente con quella della mia coscienza. Rassegnata, gozzanianamente, e sazia.

●● Fui, da giovane, sembra cosa incredibile, gozzaniano; e lo prendevo sul serio. Enorme. Ero io l’Amica di Nonna Speranza. Madamigello Carlotto co’ O’ Pènne.

●●● Tyresias O! Tyresias...

Tiresia the Oracle (Oedipus Rex, ancora Strawinsky! e Cocteau, e Danielou...) o Tiresia l’androgino, il bisessuale? C’è in Dante, in Eliot; ma anche nei Genesis, in Vinicio Capossela. è come attraversare una strada nell’ora di punta, quando mettono i semafori, per disperazione, sul giallo fisso. ti distrai un battito di ciglio e le tue ciglia non avran più ragione di battersi. Così nella ‘kultur’ o kulchur di oggi. Ti soffii il naso e intanto un argomento da interrogazione liceale (“parla, somaro!... chi era Tiresia.....?”) scivola in pop, in fumetto, in cartone animato, in poster, fra seghe (tante) e qualche droga (un tanto).

+++ Poi c’è il bel libro, il suo più bello e ‘perfetto’, di Giuliano Mesa. Un libro che (ci mandavamo lettere, lunghe e a volte in bisticcio, ancora prima della... democratizzazione... dell’e-mail) quasi vidi, di lontano, nascere. Dieci, undici anni fa; tra la fine del millennio e lo sboccio di questo fiore passo che millennio non diventerà. Avevo trovato un appartamento in affitto nei borghi medievali di Parma, sùbito dietro il Duomo; era un edificio settecentesco, stato imponente e addirittura contrassegnato dalle Belle arti, originariamente appartenuto a una parente non lontana di Attilio Bertolucci. L’edifizio era cadente, affittato e subaffittato a turbe di marocchini, filippini ed emigrati meridionali, anche a qualche signora loschetta, vicino al sottotetto ch’era un’unica immensa distesa di marciumi e detriti, ma almeno queste vivevano le loro vite in fruttuoso silenzio, nel tremendo cavedio e nel cortilaccio (dilà, dilà da un muro altissimo, non scalabile manco dai pompieri, lo stendhaliano Giardino di San Paolo, del convento con le stanze della Badessa dipinte dal più straordinario Correggio) tutto un vocìo, uno sghignazzìo, uno scorreggìo. Poi salivano in casa i rari amici, qualche poeta o, peggio, collega in visita e in un vasto salone affrescato nella vòlta con richiami alla musica e alla poesia, invidiavano la mia raggiunta ricchezza; per loro non c’eran cristi: io me l’ero comprato. Uno che piange sempre miseria. (Non sapevano che quando ero entrato in quell’appartamento era una carbonaja, a nostre spese imbiancammo, illuminammo, restaurammo, e appena il buco sordido fu una casina ridente, l’erede della vecchia che ce l’aveva affittato lo rivolle indietro). Ma in quel cortile scendevo con la mia Gatta Montana, una delle poche straordinarie persone che mi hanno amato, in vita. Ricordo quando prese, tra le fauci, il primo topo, alla base della muraglia. Non lo uccise, non lo morse, non lo straziò; come in una sua marcia trionfale, tornò alle scale, bussò alla porta di casa. Più tardi, con un marchingegno, riuscii a fare scappare il topolino. Andò peggio a qualche lucertola, a un passerotto ucciso per gioco, per errore come in uno di quei giochetti erotici per gente che non sa far altro.





Sebastiano Messina, Dark Ladies, "Creatività dal Mondo", Brugge, 2011


++ In quel cortile vidi nascere Tiresia (che ammiravo) e àkusma (l’antologia, che ho sempre detestato). Di questa vicinanza e separatezza si nutrì una lunga amicizia con Giuliano. Quando saliva a Salvaterra e sùbito travolto da risse familiari (un uomo che aveva letto tutti i libri e visto, con generosità e un istintivo senso del tragico, tutto, non si capacitava che ogni riunione familiare va sempre a finire in lancio di contumelie, di stoviglie e di ‘con tutto quello che abbiamo fatto per te’), veniva quasi sempre a trovarci e più da che mi sono trasferito in questa Reggio che trovai ancor sana e che ora sta declinando per colpa d’una amministrazione in cui i comunisti (ex-) han ceduto il timone ai ‘bianchi’. Giuliano si intendeva (non dico: se la intendeva) con mia moglie. Tutti e due si ritrovavano in un Platone scrutato in diretta, sugli originali, non per la scorciatoia del ‘che cosa ha detto veramente Plato’ o delle traduzioni rifatte sul francese, ch’è come andar scivolando sul diàccio. Io stavo con loro e, gozzanianamente, trasognato filosofista, mi distraevo. Pensavo magari al Tiresia di Giuliano con le musiche di Agostino Di Scipio, maestro e profeta di mirabili intrugli elettroacustici. Non era un patto dovuto; e tanto più, dunque, significante.

+ Per Ferragosto abbiamo perduto Mesa.

***

[ “... credo ti farà piacere sapere che lo scorso 20 dicembre al Nuovo Cinema Aquila di Roma in apertura di una rassegna poetica che proseguirà in primavera, ho recitato per intero il “Tiresia” di Mesa per omaggiarne la memoria. In coda ho anche letto il testo che ti allego, scritto dopo averlo sognato e aver con emozione oniricamente riparlato con Giuliano. I sogni ci visitano e qualcosa vorrà dire"  (Marco Palladini)

Onirico by night

 

                                             a Giuliano Mesa

 

 

Ti ho sognato l’altra notte

come per riprendere il filo

di una conversazione interrotta,

i nostri discorsi sulla pazzia onnimerdiatica

del mondo da volgere in occasione

di scrittura di resistenze e di lotta

 

Ti ho sognato l’altra notte

come in altre notti da troppi whisky bagnate

in case disseminate di bottiglie vuote

e dove la legenda della nostra agenda

allineava omissioni, varie sorprese,

appuntamenti saltati e circostanze ignote

 

Ti ho sognato l’altra notte

tra libri sparsi e note vagabonde

di un pianoforte verticale che suonava

musiche un po’ jazz, la montagna sacra

che ci dimenticammo di scalare

pur se il mistico in fondo un po’ ci tentava

 

Ti ho sognato l’altra notte

ed eri giovane e bello con una tunica

da guerriero tagliata corta alla spalla

Come un samurai della parola

fascinato dalla seduzione della sedizione

fendenti fonetici secondo ali di farfalla

 

Ti ho sognato l’altra notte

con la tua lingua esatta, materica, petrosa,

accanita muffigine di poetigine

che invade e incide la pelle di terra salva

L’uomo che sapeva troppo o troppo poco

invitava a condividere altezza e vertigine

 

Ti ho sognato l’altra notte

e scherzavo che vorrei trovare

la mia ‘mesa’ verde o rossa o arcobaleno

che vorrei trovare l’antidoto al veleno

che mette in cornice i nostri giorni 

anche parlando del più e del meno

 

Ti ho sognato l’altra notte

ché a volte è facile non comprendersi

a volte è facile allontanarsi

ma poi è un sollievo ritrovarsi

ma poi è un bisogno dentro guardarsi

ma poi è necessario nessuno sconto farsi

 

Ti ho sognato l’altra notte

mentre chiedevi alla poesia 

di lasciarti libero dalla poesia

Lungo la strada madre strada morte

un finale di partita con il corpo e l’ombra:

mi appare post-vita la tua neo poetofania

 

 

ottobre 2011 ]

***

Fra Natale e i primi giorni di un anno sùbito dichiaratosi nefasto (nemmeno Nostradamus poteva prevedere il Colpodimano dei Bocconiani) c’è stata la lunga agonìa di Luisito Bianchi, il rivendicatore della Gratuità (‘gratis accepistis gratis date’) e uno dei meno prevedibili scrittori ultimi. Noi, oggi, i grandi o quasi-grandi, e i minimi, ci leggiamo fra noi. La repubblica delle lettere è diventata un poco naturale borgo selvaggio, in fondo è il wilderness tutto-pagato delle città-fantasma riattate a museo. Yellow Sky! Una crociera nel Far-West, navigando sul mare di sabbia e con per bastimento una restaurata corriera della Wells & Fargo. Basta che, nel passare dalla Monument Valley, il postiglione (scelto grassoccio e balbuziente, come Andy Devine in Ombre rosse) non tenti di fare l’inchino alle rocce monumentali. Il nostro prete cremonese si bruciò alle spalle prima l’alternativa di una vita di laico, di una famiglia, di una donna; poi, da prete (e, con la sua intelligenza e umanità, si era sùbito distinto, la gerarchia è oculatissima, e paga in contanti), rinunciando alla carriera ecclesiale che gli si apriva innanzi, a Roma, all’ombra del cupolone sanpietrino. La gente seppe distinguerlo. Era da tutti amato, perfino i superiori, diffidenti, cercavano di fargli capire che sì, lui aveva tutte le ragioni del mondo, il prete non può stare al soldo tanto meno dello stato, ma come si fa, benedetto figliuolo, padre molto reverendo... ho letto anch’io i suoi libri, lo sa? Se don Abbondio non si lascia intimidire, e rischia le schioppettate per tenere il dovere al sommo dell’asta, ecco che si ribalta ogni cosa: il curato rimprovera il cardinale; e quello: diomio, con questi santi, come si fa.

▲ Inutile rivangare; la provvidenza (altri preferisce chiamarla la Storia) ha le sue vie carsiche. Luisito mi fu presentato da Sandro Sinigaglia gurgantino e continesco. Non credo di avere mai conosciuto due amici tanto distanti fra loro. Per Sinigaglia, l’istinto del trobar clus (pronuncia, mi si dice, trobar klys, ma teniamoci ai primi danni, non si finisse andando per klysteri – tante fantasmagorie che sull’onda dell’alchimenigmistica linguaiolistica, con umori e con allegria, ci abbagliavano in Sinigaglia son state sistemate, pacificate e spente dai suoi amici ed esecutori filologico-testamentarî pavesi, piuttosto portati a mettere in primo piano l’artifiziosità interpretativa, il virtuosismo proprio, rispetto al mondo stilizzato e scurrile dell’espressione; corpus vile il poeta). Per Luisito, la vocazione pedagogica. L’oratoria distesa, controllata. Il senso del discorso come paesaggio della mente e della comune avventura umana come epica contadina.

▲▲ Epica contadina fu definizione di Rosario Assunto per l’epos americano, il Western. Nel western hanno funzione a volte d’emblema (e di raccordo narrativo, di appuntamento con la verità) oggetti d’uso: l’orologio, lo sperone, la sella, il bowie-knife, la colt 45, il winchester 73. Sono le referenze per le quali la critica si sgiùggiola, annasato il simbolo non si stancano di sniffare. L’alta oreficeria di Sinigaglia contro le barche, i ponti, i covered-wagons, i fortini di legno, un ‘mondo che sorge’ (le piste delle carovane, i postini a cavallo, il telegrafo, le linee ferroviarie... il saloon, la farm, l’emporio, il giornale, la chiesa, il corral...) come li riconosci in Luisito. La normalità che appena appena sorge, ma meglio per chi non ne ha il sospetto, nel discorso di Luisito, nel suo stile lunghissimo e pacato, è come di un Virgilio che ha avuto il coraggio di sottrarsi alle lusinghe di Roma, ha ritrovato le zolle le nebbie i filari le tettoie padane e spostandosi, anzi, da Mantova ricca e cortigiana (sede di duchi, di storia) a una Cremona anch’essa ricca di popolo e di merci, ma comunale, agricola, in ascolto dei ritmi naturali e stagionali che (quasi naturalmente) trapassano in musica. Monteverdi, la liuteria cremonese, Amilcare Ponchielli, che studiò sulle pagine fresche dell’Aida e mediò l’insegnamento verdiano in direzione d’una scuola operistica, che per qualche decennio parve (e fu) ‘moderna’. Mediocre? Eh. Dopo il 1861 l’Italia avrebbe dovuto scolpire sopra ogni porta delle sue città una statua alla Mediocrità, in funzione apotropaica.





Lo stivale italico di notte, fotografato dal satellite


▲▲▲ Guarda la faccia del senatore Monti. (Apprendo, col piede in istaffa, che per AAR è nulladimenoché un altro governo della provvidenza, o bravo il nostro eterno Palindromo Nazionale).

                                 Al dir del Monti, Mascheron che muore,

È fiamma, pesce, augello, anima e fiore.

È un Manzoni ragazzaccio (1807), per quella specie di Prometeo (Nono-Cacciari) ch’era allora la Mascheroniana del futuro raggiustatore di Omero, venuta in terra a miracol mostrare. In morte, vent’anni dopo, l’avrebbe invocato ‘divino’. Così stronzo ci piace.

Vocazione sofoclea, in Mesa; vocazione raccontativa, in Luisito Bianchi. Erano due musicisti, Mesa aveva seguito le lezioni reggiane dell’ormai mitico Armando Gentilucci; oggi ci si chiede: ma Gentilucci, ma Spatola, sono esistiti davvero? E Luisito, nei suoi doveri di cappellano delle Benedettine dell’antico monastero di Viboldone (oggi periferia di Milano), suonava l’organo, ne dirigeva, delle monache, i canti. Amava i dischi, spesso me ne donava, se legati all’Opera. Ho una ‘storica’ scatola dov’è registrata la Donna del lago di Rossini, diretta (molto male) da Muti alla Scala; così male che una grande compagnia potenziale di rossiniani doc si umilia a prestazioni fra il rassegnato e il canino. Il fascicolo che pomposamente accompagna l’edizione (in anticipo su quella che sarebbe poi stata la diffusione ‘normale’ nelle botteghe di musica) è firmato, con la solennità del caso, dal disgraziato Cagliari dell’ENI, che, travolto e arrestato nei disperati aneliti della catastrofe craxiana, compì il tour de force di impiccarsi con gli aghetti delle scarpe, che avrebbero dovuto essergli ritirati prima della sua associazione al carcere. Cagliari con le stringhe (o con un sospetto pallone di plastica), Calvi appiccato sotto un ponte di Londra... Quel della Barca Azzurra, il piùpreberlusconiano, suicida con una pistola, doverosamente ricollocata sul comodino, dopo lo sparo... Vedremo ora a chi tocca.

Naturalmente Luisito amava Perosi, il Mascagni dell’Oratorio all’italiana. E, con Bach, era un fondista. Quando seppi che, ormai passando (da più di due anni) da un ospedale all’altro, in quello che doveva essere il suo ultimo letto, ormai dato senza dirglielo (ma uno queste cose le capisce) fra i ‘terminali’ ovvero gli spacciati, ascoltava Bach a manetta, io tentai per salvarlo una manovra disperata, di quelle che si fanno in autostrada quando ci si ritrova a un salto di guard-rail; gli spedii una scatoletta di musiche di Poulenc. Come spedire a un diabetico grave una scelta di marmellate. Mi telefonò che aveva gradito, ma era ormai troppo tardi.

▄ Uno, mi pare il Wilson del Castello di Axel, scrisse di Proust: corresse le ultime bozze del primo (mi pare) volume de la Recherche e su quelle poté consentire a morire, da nevrastenico che era. Diverso l’appuntamento al quale il sereno, l’eroico Luisito non volle mancare; venti anni prima aveva tradotto, su commissione, la trilogia di Giovanni della Croce, la Salita del monte Carmelo, la Notte oscura, e il Cantico Spirituale. La pubblicazione ritardò e fu da ultimo da credersi perduta, finché Luisito non si trovò a parlarne con un confratello dehoniano, quelli della Nuova Bibbia di Gerusalemme, e la stampa partì immediatamente. Succede, coi libri; so come ci si sente. Il mio primo Adone, per gli Scrittori d’Italia, fu prima sollecitato e poi messo sur un binario morto; doveva passare il treno ad alta velocità dei Quaranta Ticinesi. Rocambolescamente, li riuscii ad anticipare col primo tomo del poema, garanzia per me che il secondo sarebbe dovuto per forza seguire, come fu. Mi disse il Padre Pozzi: eravamo strumenti non fatti per suonare insieme. Infatti lui ha avuto il Viareggio e fu abbracciato in pubblico da Benigni. Anche il mio Verga Utet (i romanzi) si perdette, in giacenza presso l’Utet, e anche qui le ragioni erano celate ma manifeste. Il ‘mio’ Verga contraddiceva l’immagine di un Verga dai valori post-risorgimentali, cara ai padroni della insigne ditta torinese. Si uscì quando non ci speravo più e dovette andar benino, se anche più inopinatamente m’investirono di un secondo volume (le novelle e il teatro). Nei due casi, la scelta che potei fare (vincolata, coi romanzi, molto autonoma nel resto) parlava al lettore da sola. Ma i verghiani non se ne sono accorti, non si sono nemmeno accorti che il Verga passa un pessimo momento, non ci fosse la scuola ormai del resto priva di qualsiasi trebisonda. Io, a procurargli dei documenti d’espatrio, un poco falsi un poco veritieri, ci ho provato, con allegria.

Ci ho provato con allegria.

▀▀ ▀ Allegria per allegria, anch’io ebbi il mio caso con Benigni. Era ancora il Benigni migliore, quello genialmente sottratto alle bocciofile dell’Osmannoro dal più giovane dei Bertolucci. Si era nel Casino dei Nobili di Parma (vi fui perfino festeggiato, per breve tempo, quando un mio libriccino anch’esso allegro mi rivelò appassionato verdiano; ed estromesso quando, in una seduta ufficiosa, una cena offerta dalle madame dei Lions, ebbi detto, tentando di salvarli, che un Festival Verdiano a Parma, con ambizioni internazionali, e in concorrenza – ‘horresco referens’ e insieme mi scompiscio – con la Salisburgo mozartiana, si poteva anche farlo ma solo rassegnandosi a battezzare carpa un coniglio, come quel prete che volle saltare il divieto delle carni, di venerdì) e si presentava la Camera da letto, volume primo, di Attilio Bertolucci. Elogiatori in trafila (io mi sentivo particolarmente coinvolto, ché credo di aver contribuito, a suo tempo, a tirar fuori il carro del ‘romanzo in versi’ dalla fanghiglia autocensoria, nella quale si era impigliato), sentii il bisogno di orinare e, defilandomi mentre parlava Mario Lavagetto, scivolai nel corridoio a latere, uno spogliatoio, con un paio di cabinette igieniche. Nel cercare di fare presto, m’impappinai quando ebbi da uscire; tiravo a me l’usciolo e solo dopo qualche prova sempre più sconfortata, lo spinsi (come si doveva) e ruzzolai d’impeto quasi sui piedi dell’insigne comico, intento a lavarsi le mani. Mi guardò con quei suoi occhiacci lunatici e mi disse: ‘te tu devi essere i’ pieri... eh, dianzi è successo lo stesso anche a me’. Fu un momento di luce in una giornata un poco omertosa; Bertolucci mi teneva il broncio per aver paragonato il suo sterminato poema familiare e campagnuolo (cattolicissimo in salsa pagopadana) alle sinfonie di Bruckner. Chi è Bruckner? Non lo conosceva. La mattina gli portai in regalo dei dischi, chissà se li avrà mai ascoltati una volta. Mi voleva bene ma fra Bruckner e lo Zen finì col preferire lo Zen. Si faceva figura più foresta.





Giardino Zen


▼▲San Juan de la Cruz non soffre carestia di versioni italiane, ce n’è una di Luigi Borriello e Giovanna della Croce (sic! del resto è una vita che vado anfanando in coda a una marziapieri, studiosa di tutto rispetto) per le edizioni Paoline, ce n’è una per “Il pensiero occidentale” della Bompiani, credo la più completa, a cura di Pier Luigi Boracco, il giovane Agamben tradusse per Einaudi/Poesia la Noche oscura (1974), e non dimentichiamo i musicofili, familiarizzati col grande poema spagnuolo dalla magnifica composizione di Goffredo Petrassi (ne esiste una abbagliante, davvero grechesca versione del 1952 diretta da Bruno Maderna). Più importante ancora, il santo poeta fu dei meglio frequentati dal secondo Eliot e dei più vicini a un iniziale (certo dimenticatissimo, poi) misticismo del papa Woytila. Uno scritto latino del quale (La dottrina della fede secondo san Giovanni della Croce) fu tradotto con l’originale a fronte ancora per Bompiani. I tre volumi di Luisito uscirono in successione, ultimo venne in dicembre il Cantico Spirituale. Ancora non li ho visti nelle vetrine, penso che sarà meglio, chi li volesse leggere, ordinarli direttamente al Centro Dehoniano di Bologna. Chi li arrivasse a leggere, troverà che sono davvero diversi. Con un mistico come il grande carmelitano è facile arrendersi alla versione d’uso, come ne fanno in Francia, o al tentativo opposto, di rendere con eccitazione lo spirito che vi soffia e le immagini, quasi universalmente d’origine biblica, che vi fioriscono. Luisito fa spazio e vi colloca il cammino, le visioni, le postille elementari e dottrinarie del santo.

▼▼  Un verso di Giovanni:

Per questi boschi veloce è passato.

“Passare per i boschi significa creare gli elementi che qui sono detti boschi; e mentre vi passava spargeva mille grazie sia perché li ornava di tutte le creature che sono graziose, sia perché spargeva in esse mille grazie, dando a esse la capacità di concorrere alla loro stessa generazione e conservazione. E dice ch’egli passò, perché le creature sono come un’orma di Dio dalla quale si deducono grandezza, potenza, sapienza e altre divine virtù. Aggiunge, poi, che fu un passaggio veloce poiché le creature sono le opere minori di Dio, avendole egli operate quasi di passaggio; le opere maggiori, infatti, nelle quali rivelò se stesso e sulle quali si era di più soffermato, sono quelle dell’incarnazione del Verbo e dei misteri della fede cristiana, al cui confronto tutte le altre erano state fatte come di passaggio, in fretta”.

Cosalizzo quello che dice, io non sono il fedele di nessuno; ma d’una prosa così mi fido. È come una stanza sobriamente ammobiliata e discretamente offerta a luci che non abbaglino. Di qui si può ripartire per imparare a leggere poesia.

L’esordio (‘doppio’) nasceva dall’intenzione di scrivere del nuovo libro di Palladini. Chi disturba i manovratori? (Zibaldone incerto di inizio millennio). Lo digito apposta senza il corsivo che oggi si delega ai titoli. Palladini (con una prefazione del sempre fine Patrizi, anche s’era meglio desistere dall’in cauda Calvinus, sono labirintiti diverse, una da tavolino, la nostra da speleologo) vi raccoglie saggi da lui detti, scritti, pubblicati, vorrei dir promulgati, nel decennio. V’è una qualità intensa, in Palladini; e non m’imbarazza di dirne in una sede che, in verità e sostanza, gli appartiene. Nella non usuale apertura di compasso delle sue attenzioni, e sempre competente e militante (due cose che non sempre vanno insieme, come sempre si dovrebbe), il movimento mentale di Palladini va dalla forte e diretta partecipazione personale (si afferma quello che si è provato e riprovato sulla propria pelle), inconfondibile (il primo libro che di lui conobbi fu quello a quattro mani con l’ex-picchiatore fascista, memoria e revisione mai confuse con un pentitismo italianissimo) alla non equivoca trasposizione dall’individuale al generale. Se dobbiamo prendere quasi proprio alla lettera l’iscriversi di questo più recente libro nella categoria degli ‘zibaldoni’ o brogliacci, fogli di lavoro o (sanguinescamente) ‘giornalini’, ebbene, accade veramente qui qualcosa di leopardiano. Ogni foglio una foglia dell’albero, albero vecchio, pieno ancora di un certo suo agònico vigore, e tutto traforato di rughe, di forami, di nascondigli. L’albero della sapienza, biblicamente interdetto agli uomini-schiavi. Il lettore lo sa; non so fare recensioni. Se parlo di un libro è per dire: io l’ho letto, leggetelo anche voi. A volte m’inkazzo e vorrei strillare, lasciate perdere, non lo leggete. Ma l’ombra dell’Indice non portò bene nemmeno alla maggiore (forse l’unica vera) avventura materialista del secolo andato, il Surrealismo coi suoi elenchi di ‘libri da leggere’ e ‘libri da non leggere’. Ne so gustare, tuttavia, l’umore. Esempio: libri da leggere: Marx, Das Kapital, edizione integrale non annotata; LIBRI DA NON LEGGERE: asorrosa, Opera omnia. Libri da leggere: Vittorini, Le donne di Messina, prima edizione. Libri da non leggere: Vittorini, Le donne di Messina, edizione rifatta. Oppure, Adriano Spatola, L’oblò, invece di Meneghello, o del Nome della rosa. Va’ divagando. O Tex invece dell’Horcynus Orca. Mi scusino gli Autori questi scherzi da compagnacci, salvati da un mucchietto di malafede cinerigna.

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Del Surrealismo (che lui magari detesta, sebbene non ci crederei) Palladini ha l’istinto assoluto della contemporaneità (dunque né futurismi e nemmeno nostalgìe) e la scansione teatrale. Ai margini (ma senza valicarli) di una sorta di Sprechgesang; quando si dice cantautore, si pensa sempre a un poeta (poetino) in piagnisteo melodioso e ricattatore. “Odio la subcultura del piagnisteo. Che è l’altra orribile faccia del ricatto, dell’autodafè, del buonsentimentalismo killer”. Perfino Sanguineti, pentitosi dell’Avanguardia, ci rimase dentro tutta la sua, lunga seconda vita. Pensavo a lui quella volta che scrissi che il laticlavio si paga. Il Corsera equivocando pensò mi riferissi ad Arbasino, che tanto ho amato e fatto mio da essere, per lunghi anni, accusato di arbasinismo. Per Firenze ero un papiniano, io non credo di esserlo mai stato ma non potrei mai troppo vergognarmene. Per loro voleva dire polemista e volage. Poi fui solo volage, insomma gay. Il Corsera... non ricordo di averne mai acquistato un numero all’edicola. Le rare volte una sbirciatina al bar, dal barbiere, ma al bar ci vado solo se ricevo qualche visita, i capelli me li taglia mia moglie da una vita. Il taglio riesce un poco approssimativo e imperfetto, lei, da donna, se ne dispiace, e io invece me ne conforto. Gli azzimati mi disgustano. Ma insomma, fu un linciaggio bene organizzato; Arbasino non si raccapezzava e scrisse lettere al redattore dispiaciute, il tristo Severino mi aggredì (“non conosco questo professore...” io invece lo conoscevo bene), gli adelphi iti in fibrillazione da congiura presunta. Non scrissi rettifiche, non diedi peso a quell’ennesimo sparagma della vecchiarda; da un paio d’anni ero ospite della “Sicilia” (il quotidiano), mi licenziarono in tronco. Sopravvissi. Si arriva alle celebrazioni dell’Unità, mi arriva inopinata la richiesta di un altro redattore corserista a scriverne, mi pubblica d’impeto, si rallegra e mi chiede una seconda razione. Stesso successo, richiesta di una razione numero tre. Seguono giustificazioni imbarazzate, promessa di una lettera di spiegazioni. Si chiamava Jesurum e non si è più sentito. Come non sentii più Andreotti del Manifesto. Mi aveva chiesto varie collaborazioni e ogni volta si professava mio ammiratore. Un ferragosto (sono i giorni dei colpi di stato) mi avvertono che sul Manifesto son fatto a pezzi da un notorio antologista. Forse Andreotti era alle Bahamas. Beh fu uno dei momenti salienti della mia carriera: ero contrapposto alla severità di Lavagetto, il critico eutanasiante, e investito dell’essere a capo di una banda di briganti barocchisti. Fu così che battezzarono il Marinismo. Troppo per me ma certo non ne venivo a scapitare. Scrittore solitario, cattedratico di quartordine, mi ritrovavo leader. Forse Premier. Corvacci, corvacci.

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“... è il giuoco della vita, papà. Che è un giuoco di posizioni. Ieri ho inkulato te. Oggi tu inkuli me. Domani inkuleremo lui. Il punto è che tra massacrati e massacratori, tra braccanti e bracconieri non sussiste alcuna differenza ontologica. Il fatto è che è impossibile distinguere tra Bene e Male: sono esattamente la istessa cosa. L’unica cosa che, in apparenza, cambia sono le vomitevoli facce di merda dei boia che di volta in volta danno addosso ad altri boia uguali a loro. (Molla chi boia?) ...”

marziopieri? No, marcopalladini (m. p.). mrz/mrc... e poi il pierino avrebbe scritto, chi lo teneva?, “fazzazze de mmerda de bboja”. è gioco di posizioni e di com-posizioni. La maestra (con odio molto poco pedagogico, ma sono settantanni che la ricambio) mi ammoniva: sta’ composto. Come a dire a un ghirigoro dedàleo di seguire la linea retta.

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La voce-teatro, in palladini. Altri amici da me molto stimati, molto ammirati, molto presenti in me, seppure da me toto coelo diversi (è grazia, è grazia la diversità), si ricordano a me con loro nuove pubblicazioni. Roberto Bertoldo, che dirige una delle pochissime riviste non chiacchierine e non strizzatamente accademiche sopravvissute, in un paesone del torinese che si chiama Burolo o Bureul, confina coi comuni di Torrazzo e d’Ivrea, e non arriva a 1300 abitanti. La Vescovato di Luisito Bianchi, coi suoi oltre tre mila, gli mangia la pappa in capo. La rivista si chiama Hebenon, il nome di rivista che mi ha colpito di più la fantasia, dopo il Verri e malebolge. Temporibus illis... Contini, all’esame di filologia romanza, mi chiese se per caso discendessi da Paolino Pieri, cronista fiorentino del buon secolo della lingua, storico del Mago Merlino. Forse voleva solo beccarmi per il kulo.

1.    hebenon... la immagino tutta nera, come un’arca, come una bara. La Gondola nera (“e la gondola ci culla ... tutt’e due beatamente... e la pallida fanciulla nulla vede... nulla sente...” c’è un disco del grande basso Ruggero Raimondi, quello del Don Giovanni di Losey, che mette i brividi). Anche il mio amico-editore Albertazzi è un devoto del nero. Mio padre, avuto da mia madre per dono di compleanno un portafoglio in bella pelle nera, diventò furibondo e per poco l’ammazza, il nostro dolce eroe furibondo. Ho negli occhi la scena. Forse è davvero il colore più bello, quello che nega il colore, i colori. Io lo trovo un poco monoteista.

2.    Bertoldo è un anarchico, non so se di destra, come me. Mia figlia, una volta, si proclamò tale con le compagne di liceo, tutte ricche, comuniste e devote alla messa di mezzogiorno. Per poco non la linciano. Anche più vicino ci andò quando, bruciando e crollando ancora, in diretta, le torri-gemelle, disse con serena onestà: “se lo sono fatti da soli...” Perfino io e suo marito la esortammo a serbare prudenza. Lei è una artista, canta nei cori di Parma (da “Bella ciao” all’irredimibile Requiem per Alessandro Manzoni), è un cuore semplice. Non le fu difficile centrare in immediato la verità. Oggi parrebbe un originale chi sostenesse il contrario. Ma quella è matta; la accompagnai a un concertino sul lago maggiore, era tutta una filza di “vissi d’arte”, “o mio babbino caro” e “o dolci baci o languide carezze”. Lei esibì un brano dalla Loreley e uno dall’Edgar di Puccini, non proprio le care romanze dei vicini di casa. La voce è delicata, non potente nei centri, ma salendo a vertigine diventa come un’ubriacatura, una vibrazione nevrotizzante. Ebbe un applauso da grande cantante, può bastarle per tutta la vita. Aver successo con un libro su Svevo, Leopardi o Proust, molti bischeri sanno. Ma il capolavoro (omne tulit punctum) di Debenedetti furono le lezioni sul Tommaseo.





Lughia, Antropomorphic Cities, 2011


3.    Conobbi Bertoldo quando mi fece dono di un suo primo romanzo, Il Lucifero di Wittenberg, ispirato alla Guerra dei Contadini, a Thomas Müntzer e alla sua ultima battaglia (1525). Erano meno di cento pagine (il volumetto conteneva anche un secondo romanzo ‘germanico’, Anschluss, un novellone di 40 pp.) ma io ebbi un curioso riflesso: mi venne in mente un romanzone, un omnibus, di una Sofia Kossak, La divina avventura, o I crociati, da me letto e riletto nell’infanzia. Nell’infanzia? Il libro, con una bella copertina che magari era dello stesso illustratore che aveva dato immagine al Passaggio a Nord-Ovest, nella stessa collana, diretto da Vittorini, arrivò a me, onnivoro di tutte scritture fin da che appresi a leggere (sui fumetti) verso i miei cinque anni, per un equivoco patentissimo. Aveva circolato in Italia negli anni della guerra, in una prima e in una seconda ristampa, dal 42 al 44. Non so nemmeno oggi chi sia Sofia Kossak, non so se debba o possa essere identificata con quella Zofia Kossak-Szczucka che in Israele è venerata fra i Giusti, perché pur odiando gli ebrei, da buona catto-nazi polacca, si rifiutò alla strage e ne salvò a migliaia. Dalla immagine della scrittrice che mi sono fatto, la cosa potrebbe anche essere vera, l’identificazione fondata. Ma sia. Io conoscevo i crociati per una terna di incontri infantili: il magnifico ma anche terrifico, ‘nero’ film di Cecil De Mille (uno dei suoi pochi insuccessi, del 1935), uno dei film che più mi inquietarono allora, insieme con l’Apocalisse di Giuseppe Maria Scotese (1947), su Giuliano l’Apostata, e Il Sole di Montecassino (San Benedetto dominatore dei barbari) che... kazzo! ora mi avvedo essere ancora dello Scotese (con contributi di Diego Fabbri e addirittura Mario Monicelli) e che costui sarebbe poi stato legato al Centro Cattolico di Cinematografia. Decisamente il cattolicesimo non era fatto per rendermi una immagine rosa della vita. Forse, retroguardando, fu il solito merito che può ancora vantare ai miei occhi. Comunque, ragazzino educato di parrocchia, ritrovai i crociati sia su un superbo fumetto (ristampa dei tardi anni 40?) disegnato dal grande Kurt Corrado Caesar, sul Vittorioso, su di un soggetto di quel Bonelli che si aspettava a diventare mitico, (in contemporanea, sul “Vitt”, Caesar inventava la storia di Romano il Legionario, guerra di Spagna, dalla parte de... l’Assedio dell’Alcazar, di Genina... che ha la mia età e solo un anno dipiù di Ombre rosse, con l’”arrivano i nostri” al penultimo minuto...); e poi li ritrovai in un bollettuccio dei frati del Sant’Antonio di Padova. Io, che per secondo nome mi chiamo Antonio e per terzo Natale, in onore dei nonni, fui a mia insaputa inscritto dalla nonna pordenonese a una associazione di regazzini antoniani (me ne sottrassi appena venuto all’età di ragione) e, vedi poi come vanno le istorie, verso i miei nove anni la nonna congiurò una mia visita alla Basilica e alle reliquie del santo. Quando ne vidi la lingua infilzata su un chiodo forse d’oro, dissi: cannibali. I cieli si aprirono e la mia religione finì lì. Ma, durando gli equivoci, mi ero, dico, innamorato dei crociati e chiesi a mio padre se non ci fosse un libro in argomento da regalarmi. Lui si rivolse a un cliente che faceva il rappresentante dei libri e quello sciagurato mi portò il mattone della Kossak. Lo lessi e rilessi, capendone il venti per cento; cercavo le pagine delle battaglie. In casa, dopo di me, erano stati messi in fornace altri cinque bambini e furono tanti parti, sempre notturni, nella camera accanto a quella dell’infanzia. Non sospettai mai nulla su come si piantasse la pianticina dell’uomo. In seconda media me lo appresero i soliti compagni, deridendomi. Non ero un domenicosavio, ero totalmente disinteressato alla scienza, alla biologia, alla fisiologia, al senso comune. Dalla Kossak imparai che per una donna nuda e profumata si possono fare follie, ma non allacciai il filo dei due diversi, convergenti capi.

4.    Anche il Lucifero di Bertoldo è un libro nero. Mi rivelò uno scrittore. La Guerra dei contadini (sono d’accordo con Engels) fu il vero taglio nella storia europea. La Rivoluzione francese ne fu solo un rispecchiamento borghese e poi veniva quando l’albero era ormai scosso. Pensate se un assalto, una mattina, a Regina Coeli, potesse aprirci oggi alla Rivoluzione italiana. Eh quando perdi il treno, un altro chissà se ripassa. Per questo Mussolini faceva il capostazione.

5.    x. Bertoldo è scrittore e pensatore prolifico. Purtroppo manco delle doti necessarie a seguirlo nella sua saggistica filosofica. Recente la ristampa del Nullismo e letteratura post-contemporanea. Per una filosofia fenomenica ed una epistemologia della letteratura (Interlinea 1998), diventato ora (riveduto, corretto e aumentato) N & L. Al di là del nichilismo e del post-moderno debole (Mimesis ed.). Bertoldo (ed era l’ora) è un pensatore ‘forte’. E chiede lettori ‘forti’. Io, di fronte ad una proposta (per dirne un’altra) come Principi di fenomenognomica con applicazione alla letteratura (Guerini & Associati, 2003) fiuto odor di tartufo ma mi scuso perché i tartufi me li vieta il medico. Fiorentino di quelli capaci di sfilatini come: “ho da cosare una cosa, una cosa di coso...”, tanto si ha bisogno di cose, nella loro concreta povertà, sogno ancora di notte l’Ipotenusa che mi viene addosso. Un maestro elementare mi diede, quando ero alle medie, qualche ripetizione e visti i solidi (una palla di vetro, la scatola dei fiammiferi... il cono dell’albero di Natale...) mi educai alla geometria fin’allora negatami. Ma intanto si era aperto il capitolo dell’algebra (mi seduceva il mondo ribaltato, il riflesso narcissico nelle acque del fonte... anche l’identificarmi con un numero negativo...) e peggio fu con la trigonometria. Mi chiedo ancora cosa volesse dire. Bertoldo queste cose le sa; per questo scrive romanzi e detta poesie. Credo sia una passerella di servizio per chi non entra lì dentro. Anche nella saggistica sa prodursi in exploit mirabilmente sintetici: Chimica dell’insurrezione è un mini-libro per una Collana di testi controcorrente diretta da Pietro Flecchia. Con Flecchia (ci conoscemmo fratelli in anarchia) viaggiai sulla linea Ivrea-Torino, al ritorno da un incontro con la squadra di pittori e scrittori chiamata a raccolta da Adriano Accattino. Ne dico alla prossima puntata, dove si parlerà delle poesie di Bertoldo (Pergamena dei ribelli), di ferma originalità, delle poesie di Accattino (Poesia dell’impoetico), fra le più belle che si siano scritte in mezzo a noi, e della straordinaria edizione, procurata dal figlio Alberto, illustre biblioteconomo, e da Corrado Donati per le edizioni Metauro, degli scritti di Mario Petrucciani, uno dei maestri della critica universitaria. Il titolo Per la poesia (Scritti 1943-2001) dice l’essenza; ma mantiene ogni promessa e, come diceva il Cavalier Marino, chi tocca il fondo si lecca le dita.

 




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