di Marzio Pieri
° Un tredicianni fa (ma si era cominciato da
quasi un decennio prima, magari addirittura da un ventennio, prima, col Titanic
del Magnus Enzensberger, donde paciughi come il
Baricco, o l’ultimo, l’ultimo hélas! podagroso ed
inerte Fellini), un tredici anni fa, alla grossa, prosperò nei libri in uscita
il genere-bilancio; giudizî mestamente giudiziosi, dunque sommarî su un secolo
feroce (come tutti) e deprimente (come quasi nessuno, tanto, mai prima),
ideologicamente imbustato e inteccherito, sordido e
demenziale; e qualche esercizio interessato a indovinare il futuro. Son più
brave le zingare (indovina la storia chi è fuori della storia).
Vi ricordate del giochino rettorico se Pascoli, o
D’Annunzio, o perfino Pirandello, fossero gli ultimi fuochi dell’Ottocento, o i
primi fari rasi sul secolo che a confermarsi d’essere un’altra cosa, bruciò
tutto il passato nei milioni di morti di una guerra, che, delle guerre, avrebbe
dovuto rendere chiaro a tutti, che non son esse (giusta sentenza nota) il
braccio estremo e secolare della politica, o dell’economia, o delle, come
detto, ideologie in conflitto; ma cieca biologia, morbo, destino, scadenza? Di
tutte le guerre delle quali ho sentito parlare la più stupida, ignava, e
irrinunciabile. Solo i poeti, i musici, gli artisti l’avevano sentita arrivare.
No (lo dico, nella mente, al mio amico d’una vita, e quasi – da mia parte – un alter
ego, Franco Cardini), non è la ‘antica festa crudele’ di quel tuo grande
libro, che rimetteva al punto di partenza le macchinine dell’universale (e
ipocrita) pacifismo. Quando ne scorro volentieri le pagine (Cardini è un grosso
scrittore, uno scrittore di cose, sempre rimasto aldiqua
del flaubertismo, del savinianesimo,
dell’adelphismo), non solo mnemonicamente lascio che
dilaghi sullo sfondo il rito strawinskiano, il Sacre,
che aveva detto già tutto, ma proprio tuttotutto, un
anno e un mese prima delle pistolettate di Sarajevo. “Parea
che a danza e non a morte andasse”.
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(°°) Un tredicianni fa (ma
era cominciato già da un decennio prima, magari addirittura da un ventennio,
col Titanic di Enzensberger donde paciughi come il
bel Baricco, o l’ultimo, inerte, podagroso Fellini), un tredici anni fa
prosperò nei libri il genere-bilancio; giudizî mestamente giudiziosi, dunque
sommarî su un secolo feroce (come tutti) e deprimente (come quasi nessuno,
tanto, prima) – passati siamo, dalla décadence, che
già ironicamente Nietzsche ritrovava nel proprio male di vivere, alla déprimance, non so se stabilisco una precedenza hapaxicoleguminosa – e qualche più raro esercizio a
indovinare il futuro. Ma son più brave le zingare (indovina la storia... chi è
fuori della storia). Vi ricordate del giochino rettorico
se Pascoli, o D’Annunzio, o perfino Pirandello, fiore tardivo del grande teatro
europeo fin de siècle, del mélo cinematografico, e coevo del Ballet Mécanique (1924, l’anno dopo il battesimo parigino,
propiziato da Pitóeff e Crémieux,
dei Sei personaggi ridicolizzati in patria, e l’anno stesso del trionfo
berlinese ottenutogli da Max Reinhardt) – fossero gli
ultimi fuochi dell’Ottocento; o i primi fari rasi sul secolo che, a confermarsi
d’essere un’altra cosa, avrebbe bruciato, bruciò tutto il passato, nei milioni
di morti di una guerra che delle guerre avrebbe dovuto rendere a tutti chiaro
che non sono, esse, affatto il braccio estremo e ‘secolare’ della politica, o
dell’economia, o delle ideologie in conflitto, ma cieca biologia, morbo,
destino, come il sesso e la pèste? Di tutte le guerre delle quali ho sentito
parlare la più stupida, ignava, e irrinunciabile. Solo i poeti, i musici, gli
artisti l’avevano sentita arrivare. Arrivare nel suo significato. “N’è
morta una miriade”.
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● Vedete? Questo articoletto, questa rassegna, questa lettera, questo
pastone: non vogliono essere scritti. Non preparo materiali per i futuri
ordinatori della mia memoria; omnis moriar, me lo disse Vittorio Imbriani,
in uno dei nostri segreti convegni notturni, dalle parti della Sybilla. Non vorrò essere scrutato, divinato, sorretto in
ogni virgola sostituita, o attributo spostato nella sequenza di sillabe che per
me s’incolonna a dare arco a una frase. Non vorrei, mi correggo. Non avrei mai
voluto, forse va ancora meglio. Sta’ pur sicuro, risponde una voce acre, la
identifico facilmente con quella della mia coscienza. Rassegnata, gozzanianamente, e sazia.
●● Fui, da giovane, sembra cosa incredibile, gozzaniano; e lo prendevo sul serio. Enorme. Ero io
l’Amica di Nonna Speranza. Madamigello Carlotto co’ O’ Pènne.
●●● Tyresias O! Tyresias...
▼ Tiresia the Oracle (Oedipus Rex, ancora Strawinsky!
e Cocteau, e Danielou...) o Tiresia
l’androgino, il bisessuale? C’è in Dante, in Eliot; ma anche nei Genesis, in Vinicio Capossela. è come attraversare una
strada nell’ora di punta, quando mettono i semafori, per disperazione, sul
giallo fisso. ti distrai un battito di ciglio e le tue ciglia non avran più ragione di battersi. Così nella ‘kultur’ o kulchur di oggi. Ti soffii il naso e intanto un argomento da interrogazione
liceale (“parla, somaro!... chi era Tiresia.....?”)
scivola in pop, in fumetto, in cartone animato, in poster, fra seghe (tante) e
qualche droga (un tanto).
+++ Poi c’è il bel libro, il suo più
bello e ‘perfetto’, di Giuliano Mesa. Un libro che (ci mandavamo lettere,
lunghe e a volte in bisticcio, ancora prima della... democratizzazione...
dell’e-mail) quasi vidi, di lontano, nascere. Dieci, undici anni fa; tra la
fine del millennio e lo sboccio di questo fiore passo che millennio non
diventerà. Avevo trovato un appartamento in affitto nei borghi medievali di
Parma, sùbito dietro il Duomo; era un edificio
settecentesco, stato imponente e addirittura contrassegnato dalle Belle arti,
originariamente appartenuto a una parente non lontana di Attilio Bertolucci. L’edifizio era cadente, affittato e subaffittato a turbe di
marocchini, filippini ed emigrati meridionali, anche a qualche signora loschetta, vicino al sottotetto ch’era un’unica immensa
distesa di marciumi e detriti, ma almeno queste vivevano le loro vite in
fruttuoso silenzio, nel tremendo cavedio e nel cortilaccio
(dilà, dilà da un muro
altissimo, non scalabile manco dai pompieri, lo stendhaliano
Giardino di San Paolo, del convento con le stanze della Badessa dipinte dal più
straordinario Correggio) tutto un vocìo, uno sghignazzìo, uno scorreggìo. Poi
salivano in casa i rari amici, qualche poeta o, peggio, collega in visita e in
un vasto salone affrescato nella vòlta con richiami
alla musica e alla poesia, invidiavano la mia raggiunta ricchezza; per loro non
c’eran cristi: io me l’ero comprato. Uno che piange
sempre miseria. (Non sapevano che quando ero entrato in quell’appartamento era
una carbonaja, a nostre spese imbiancammo,
illuminammo, restaurammo, e appena il buco sordido fu una casina ridente,
l’erede della vecchia che ce l’aveva affittato lo rivolle indietro). Ma in quel
cortile scendevo con la mia Gatta Montana, una delle poche straordinarie
persone che mi hanno amato, in vita. Ricordo quando prese, tra le fauci, il
primo topo, alla base della muraglia. Non lo uccise, non lo morse, non lo
straziò; come in una sua marcia trionfale, tornò alle scale, bussò alla porta
di casa. Più tardi, con un marchingegno, riuscii a fare scappare il topolino.
Andò peggio a qualche lucertola, a un passerotto ucciso per gioco, per errore
come in uno di quei giochetti erotici per gente che non sa far altro.
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Sebastiano Messina, Dark Ladies, "Creatività dal Mondo", Brugge, 2011
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++ In quel cortile vidi nascere Tiresia
(che ammiravo) e àkusma (l’antologia, che ho sempre
detestato). Di questa vicinanza e separatezza si nutrì una lunga amicizia con
Giuliano. Quando saliva a Salvaterra e sùbito travolto da risse familiari (un uomo che aveva letto
tutti i libri e visto, con generosità e un istintivo senso del tragico, tutto,
non si capacitava che ogni riunione familiare va sempre a finire in lancio di
contumelie, di stoviglie e di ‘con tutto quello che abbiamo fatto per te’), veniva quasi sempre a trovarci e più da che mi sono
trasferito in questa Reggio che trovai ancor sana e che ora sta declinando per
colpa d’una amministrazione in cui i comunisti (ex-) han ceduto il timone ai
‘bianchi’. Giuliano si intendeva (non dico: se la intendeva) con mia moglie.
Tutti e due si ritrovavano in un Platone scrutato in diretta, sugli originali,
non per la scorciatoia del ‘che cosa ha detto veramente Plato’
o delle traduzioni rifatte sul francese, ch’è come andar scivolando sul diàccio. Io stavo con loro e, gozzanianamente,
trasognato filosofista, mi distraevo. Pensavo magari
al Tiresia di Giuliano con le musiche di Agostino Di Scipio, maestro e profeta di mirabili intrugli
elettroacustici. Non era un patto dovuto; e tanto più, dunque, significante.
+ Per Ferragosto abbiamo perduto Mesa.
***
[ “... credo ti farà piacere sapere
che lo scorso 20 dicembre al Nuovo Cinema Aquila di Roma in apertura di una
rassegna poetica che proseguirà in primavera, ho recitato per intero il “Tiresia” di Mesa per omaggiarne la memoria. In coda ho
anche letto il testo che ti allego, scritto dopo averlo sognato e aver con
emozione oniricamente riparlato con Giuliano. I sogni
ci visitano e qualcosa vorrà dire" (Marco
Palladini)
Onirico by night
a Giuliano Mesa
Ti ho sognato l’altra notte
come
per riprendere il filo
di
una conversazione interrotta,
i
nostri discorsi sulla pazzia onnimerdiatica
del
mondo da volgere in occasione
di
scrittura di resistenze e di lotta
Ti ho sognato l’altra notte
come
in altre notti da troppi whisky bagnate
in
case disseminate di bottiglie vuote
e
dove la legenda della nostra agenda
allineava
omissioni, varie sorprese,
appuntamenti
saltati e circostanze ignote
Ti ho sognato l’altra notte
tra
libri sparsi e note vagabonde
di
un pianoforte verticale che suonava
musiche
un po’ jazz, la montagna sacra
che
ci dimenticammo di scalare
pur
se il mistico in fondo un po’ ci tentava
Ti ho sognato l’altra notte
ed
eri giovane e bello con una tunica
da
guerriero tagliata corta alla spalla
Come
un samurai della parola
fascinato
dalla seduzione della sedizione
fendenti
fonetici secondo ali di farfalla
Ti ho sognato l’altra notte
con
la tua lingua esatta, materica, petrosa,
accanita
muffigine di poetigine
che
invade e incide la pelle di terra salva
L’uomo
che sapeva troppo o troppo poco
invitava
a condividere altezza e vertigine
Ti ho sognato l’altra notte
e
scherzavo che vorrei trovare
la
mia ‘mesa’ verde o rossa o arcobaleno
che
vorrei trovare l’antidoto al veleno
che
mette in cornice i nostri giorni
anche
parlando del più e del meno
Ti ho sognato l’altra notte
ché
a volte è facile non comprendersi
a
volte è facile allontanarsi
ma
poi è un sollievo ritrovarsi
ma
poi è un bisogno dentro guardarsi
ma
poi è necessario nessuno sconto farsi
Ti ho sognato l’altra notte
mentre
chiedevi alla poesia
di
lasciarti libero dalla poesia
Lungo
la strada madre strada morte
un
finale di partita con il corpo e l’ombra:
mi
appare post-vita la tua neo poetofania
ottobre 2011 ]
***
Fra Natale e i primi giorni di un anno sùbito
dichiaratosi nefasto (nemmeno Nostradamus poteva prevedere il Colpodimano dei Bocconiani) c’è stata la lunga agonìa di Luisito Bianchi, il
rivendicatore della Gratuità (‘gratis accepistis
gratis date’) e uno dei meno prevedibili scrittori ultimi. Noi, oggi, i grandi
o quasi-grandi, e i minimi, ci leggiamo fra noi. La
repubblica delle lettere è diventata un poco naturale borgo selvaggio, in fondo
è il wilderness tutto-pagato
delle città-fantasma riattate a museo. Yellow Sky! Una crociera nel
Far-West, navigando sul mare di sabbia e con per bastimento una restaurata
corriera della Wells & Fargo. Basta che, nel passare dalla Monument Valley, il postiglione (scelto grassoccio e
balbuziente, come Andy Devine in Ombre rosse) non tenti di fare
l’inchino alle rocce monumentali. Il nostro prete cremonese si bruciò alle
spalle prima l’alternativa di una vita di laico, di una famiglia, di una donna;
poi, da prete (e, con la sua intelligenza e umanità, si era sùbito
distinto, la gerarchia è oculatissima, e paga in contanti), rinunciando alla
carriera ecclesiale che gli si apriva innanzi, a Roma, all’ombra del cupolone sanpietrino. La gente seppe distinguerlo. Era da tutti
amato, perfino i superiori, diffidenti, cercavano di fargli capire che sì, lui
aveva tutte le ragioni del mondo, il prete non può stare al soldo tanto meno
dello stato, ma come si fa, benedetto figliuolo, padre molto reverendo... ho
letto anch’io i suoi libri, lo sa? Se don Abbondio
non si lascia intimidire, e rischia le schioppettate per tenere il dovere al
sommo dell’asta, ecco che si ribalta ogni cosa: il curato rimprovera il cardinale;
e quello: diomio, con questi santi, come si fa.
▲ Inutile rivangare; la provvidenza (altri preferisce chiamarla la
Storia) ha le sue vie carsiche. Luisito mi fu
presentato da Sandro Sinigaglia gurgantino
e continesco. Non credo di avere mai conosciuto due
amici tanto distanti fra loro. Per Sinigaglia,
l’istinto del trobar clus
(pronuncia, mi si dice, trobar klys, ma teniamoci ai primi danni, non si finisse
andando per klysteri – tante fantasmagorie che
sull’onda dell’alchimenigmistica linguaiolistica,
con umori e con allegria, ci abbagliavano in Sinigaglia
son state sistemate, pacificate e spente dai suoi amici ed esecutori filologico-testamentarî pavesi, piuttosto portati a mettere
in primo piano l’artifiziosità interpretativa, il
virtuosismo proprio, rispetto al mondo stilizzato e scurrile dell’espressione; corpus
vile il poeta). Per Luisito, la vocazione
pedagogica. L’oratoria distesa, controllata. Il senso del discorso come
paesaggio della mente e della comune avventura umana come epica contadina.
▲▲ Epica contadina fu definizione di Rosario Assunto per l’epos
americano, il Western. Nel western hanno funzione a volte d’emblema (e di
raccordo narrativo, di appuntamento con la verità) oggetti d’uso: l’orologio,
lo sperone, la sella, il bowie-knife, la colt 45, il winchester 73. Sono le referenze per le quali
la critica si sgiùggiola, annasato
il simbolo non si stancano di sniffare. L’alta oreficeria di Sinigaglia contro le barche, i ponti, i covered-wagons,
i fortini di legno, un ‘mondo che sorge’ (le piste delle carovane, i postini a
cavallo, il telegrafo, le linee ferroviarie... il saloon, la farm, l’emporio,
il giornale, la chiesa, il corral...) come li
riconosci in Luisito. La normalità che appena appena sorge, ma meglio per chi non ne ha il sospetto, nel
discorso di Luisito, nel suo stile lunghissimo e
pacato, è come di un Virgilio che ha avuto il coraggio di sottrarsi alle
lusinghe di Roma, ha ritrovato le zolle le nebbie i filari le tettoie padane e
spostandosi, anzi, da Mantova ricca e cortigiana (sede di duchi, di storia) a
una Cremona anch’essa ricca di popolo e di merci, ma comunale, agricola, in
ascolto dei ritmi naturali e stagionali che (quasi naturalmente) trapassano in
musica. Monteverdi, la liuteria cremonese, Amilcare Ponchielli, che studiò sulle pagine fresche dell’Aida
e mediò l’insegnamento verdiano in direzione d’una scuola operistica, che per
qualche decennio parve (e fu) ‘moderna’. Mediocre? Eh. Dopo il 1861 l’Italia
avrebbe dovuto scolpire sopra ogni porta delle sue città una statua alla
Mediocrità, in funzione apotropaica.
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Lo stivale italico di notte, fotografato dal satellite
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▲▲▲ Guarda la faccia del senatore Monti. (Apprendo, col
piede in istaffa, che per AAR è nulladimenoché
un altro governo della provvidenza, o bravo il nostro eterno Palindromo
Nazionale).
▀ Al dir del Monti, Mascheron
che muore,
È fiamma, pesce, augello, anima e
fiore.
È un Manzoni ragazzaccio (1807), per quella specie di Prometeo (Nono-Cacciari) ch’era allora la Mascheroniana
del futuro raggiustatore di Omero, venuta in
terra a miracol mostrare. In morte, vent’anni dopo,
l’avrebbe invocato ‘divino’. Così stronzo ci piace.
▀ ▀ Vocazione sofoclea, in Mesa;
vocazione raccontativa, in Luisito
Bianchi. Erano due musicisti, Mesa aveva seguito le lezioni reggiane dell’ormai
mitico Armando Gentilucci; oggi ci si chiede: ma Gentilucci, ma Spatola, sono esistiti davvero? E Luisito, nei suoi doveri di cappellano delle Benedettine
dell’antico monastero di Viboldone (oggi periferia di
Milano), suonava l’organo, ne dirigeva, delle monache, i canti. Amava i dischi,
spesso me ne donava, se legati all’Opera. Ho una ‘storica’ scatola dov’è
registrata la Donna del lago di Rossini, diretta (molto male) da Muti
alla Scala; così male che una grande compagnia potenziale di rossiniani doc si
umilia a prestazioni fra il rassegnato e il canino. Il fascicolo che
pomposamente accompagna l’edizione (in anticipo su quella che sarebbe poi stata
la diffusione ‘normale’ nelle botteghe di musica) è firmato, con la solennità
del caso, dal disgraziato Cagliari dell’ENI, che, travolto e arrestato nei
disperati aneliti della catastrofe craxiana, compì il
tour de force di impiccarsi con gli aghetti
delle scarpe, che avrebbero dovuto essergli ritirati prima della sua
associazione al carcere. Cagliari con le stringhe (o con un sospetto pallone di
plastica), Calvi appiccato sotto un ponte di Londra... Quel della Barca
Azzurra, il piùpreberlusconiano, suicida con una
pistola, doverosamente ricollocata sul comodino, dopo lo sparo... Vedremo ora a
chi tocca.
▀ ▀ ▀
Naturalmente Luisito amava Perosi,
il Mascagni dell’Oratorio all’italiana. E, con Bach,
era un fondista. Quando seppi che, ormai passando (da più di due anni) da un
ospedale all’altro, in quello che doveva essere il suo ultimo letto, ormai dato
senza dirglielo (ma uno queste cose le capisce) fra i ‘terminali’ ovvero gli
spacciati, ascoltava Bach a manetta, io tentai per salvarlo una manovra
disperata, di quelle che si fanno in autostrada quando ci si ritrova a un salto
di guard-rail; gli spedii una scatoletta di musiche di Poulenc.
Come spedire a un diabetico grave una scelta di marmellate. Mi telefonò che
aveva gradito, ma era ormai troppo tardi.
▄ Uno, mi pare il Wilson del Castello di Axel,
scrisse di Proust: corresse le ultime bozze del primo (mi pare) volume de la Recherche e su quelle poté consentire a morire, da
nevrastenico che era. Diverso l’appuntamento al quale il sereno, l’eroico Luisito non volle mancare; venti anni prima aveva tradotto,
su commissione, la trilogia di Giovanni della Croce, la Salita del monte
Carmelo, la Notte oscura, e il Cantico Spirituale. La
pubblicazione ritardò e fu da ultimo da credersi perduta, finché Luisito non si trovò a parlarne con un confratello dehoniano, quelli della Nuova Bibbia di Gerusalemme, e la
stampa partì immediatamente. Succede, coi libri; so come ci si sente. Il mio
primo Adone, per gli Scrittori d’Italia, fu prima sollecitato e poi
messo sur un binario morto; doveva passare il treno
ad alta velocità dei Quaranta Ticinesi. Rocambolescamente, li riuscii ad
anticipare col primo tomo del poema, garanzia per me che il secondo sarebbe
dovuto per forza seguire, come fu. Mi disse il Padre Pozzi: eravamo strumenti
non fatti per suonare insieme. Infatti lui ha avuto il Viareggio e fu
abbracciato in pubblico da Benigni. Anche il mio Verga Utet (i romanzi) si
perdette, in giacenza presso l’Utet, e anche qui le ragioni erano celate ma
manifeste. Il ‘mio’ Verga contraddiceva l’immagine di un Verga dai valori
post-risorgimentali, cara ai padroni della insigne ditta torinese. Si uscì quando
non ci speravo più e dovette andar benino, se anche più inopinatamente
m’investirono di un secondo volume (le novelle e il teatro). Nei due casi, la
scelta che potei fare (vincolata, coi romanzi, molto autonoma nel resto)
parlava al lettore da sola. Ma i verghiani non se ne
sono accorti, non si sono nemmeno accorti che il Verga passa un pessimo
momento, non ci fosse la scuola ormai del resto priva di qualsiasi trebisonda.
Io, a procurargli dei documenti d’espatrio, un poco falsi un poco veritieri, ci
ho provato, con allegria.
▀ ▀ Ci ho provato con allegria.
▀▀ ▀
Allegria per allegria, anch’io ebbi il mio caso con Benigni. Era ancora il
Benigni migliore, quello genialmente sottratto alle bocciofile dell’Osmannoro dal più giovane dei Bertolucci. Si era nel Casino
dei Nobili di Parma (vi fui perfino festeggiato, per breve tempo, quando un mio
libriccino anch’esso allegro mi rivelò appassionato verdiano; ed estromesso
quando, in una seduta ufficiosa, una cena offerta dalle madame dei Lions, ebbi detto, tentando di salvarli, che un Festival
Verdiano a Parma, con ambizioni internazionali, e in concorrenza – ‘horresco referens’ e insieme mi
scompiscio – con la Salisburgo mozartiana, si poteva anche farlo ma solo
rassegnandosi a battezzare carpa un coniglio, come quel prete che volle saltare
il divieto delle carni, di venerdì) e si presentava la Camera da letto,
volume primo, di Attilio Bertolucci. Elogiatori in trafila (io mi sentivo
particolarmente coinvolto, ché credo di aver contribuito, a suo tempo, a tirar
fuori il carro del ‘romanzo in versi’ dalla fanghiglia autocensoria,
nella quale si era impigliato), sentii il bisogno di orinare e, defilandomi
mentre parlava Mario Lavagetto, scivolai nel
corridoio a latere, uno spogliatoio, con un paio di cabinette
igieniche. Nel cercare di fare presto, m’impappinai quando ebbi da uscire;
tiravo a me l’usciolo e solo dopo qualche prova
sempre più sconfortata, lo spinsi (come si doveva) e ruzzolai d’impeto quasi
sui piedi dell’insigne comico, intento a lavarsi le mani. Mi guardò con quei
suoi occhiacci lunatici e mi disse: ‘te tu devi essere i’ pieri...
eh, dianzi è successo lo stesso anche a me’. Fu un momento di luce in una
giornata un poco omertosa; Bertolucci mi teneva il broncio per aver paragonato
il suo sterminato poema familiare e campagnuolo
(cattolicissimo in salsa pagopadana) alle sinfonie di
Bruckner. Chi è Bruckner?
Non lo conosceva. La mattina gli portai in regalo dei dischi, chissà se li avrà
mai ascoltati una volta. Mi voleva bene ma fra Bruckner
e lo Zen finì col preferire lo Zen. Si faceva figura più foresta.
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Giardino Zen
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▼▲San Juan de la Cruz non soffre carestia di versioni italiane,
ce n’è una di Luigi Borriello e Giovanna della Croce
(sic! del resto è una vita che vado anfanando in coda a una marziapieri,
studiosa di tutto rispetto) per le edizioni Paoline, ce n’è una per “Il
pensiero occidentale” della Bompiani, credo la più completa, a cura di Pier
Luigi Boracco, il giovane Agamben
tradusse per Einaudi/Poesia la Noche oscura
(1974), e non dimentichiamo i musicofili, familiarizzati col grande poema spagnuolo dalla magnifica composizione di Goffredo Petrassi (ne esiste una abbagliante, davvero grechesca versione del 1952 diretta da Bruno Maderna). Più importante ancora, il santo poeta fu dei
meglio frequentati dal secondo Eliot e dei più vicini a un iniziale (certo dimenticatissimo, poi) misticismo del papa Woytila. Uno scritto latino del quale (La dottrina della
fede secondo san Giovanni della Croce) fu tradotto con l’originale a fronte
ancora per Bompiani. I tre volumi di Luisito uscirono
in successione, ultimo venne in dicembre il Cantico Spirituale. Ancora
non li ho visti nelle vetrine, penso che sarà meglio, chi li volesse leggere,
ordinarli direttamente al Centro Dehoniano di
Bologna. Chi li arrivasse a leggere, troverà che sono davvero diversi. Con un
mistico come il grande carmelitano è facile arrendersi alla versione d’uso,
come ne fanno in Francia, o al tentativo opposto, di rendere con eccitazione lo
spirito che vi soffia e le immagini, quasi universalmente d’origine biblica,
che vi fioriscono. Luisito fa spazio e vi colloca il
cammino, le visioni, le postille elementari e dottrinarie del santo.
▀ ▀ ▼▼ Un verso di Giovanni:
Per questi boschi veloce è passato.
“Passare per i boschi significa creare gli elementi che qui sono detti boschi;
e mentre vi passava spargeva mille grazie sia perché li ornava di tutte le
creature che sono graziose, sia perché spargeva in esse mille grazie, dando a
esse la capacità di concorrere alla loro stessa generazione e conservazione. E
dice ch’egli passò, perché le creature sono come un’orma di Dio dalla
quale si deducono grandezza, potenza, sapienza e altre divine virtù. Aggiunge,
poi, che fu un passaggio veloce poiché le creature sono le opere minori
di Dio, avendole egli operate quasi di passaggio; le opere maggiori, infatti,
nelle quali rivelò se stesso e sulle quali si era di più soffermato, sono
quelle dell’incarnazione del Verbo e dei misteri della fede cristiana, al cui
confronto tutte le altre erano state fatte come di passaggio, in fretta”.
Cosalizzo quello che
dice, io non sono il fedele di nessuno; ma d’una prosa così mi fido. È come una
stanza sobriamente ammobiliata e discretamente offerta a luci che non
abbaglino. Di qui si può ripartire per imparare a leggere poesia.
♣
L’esordio (‘doppio’) nasceva dall’intenzione di scrivere del nuovo libro di
Palladini. Chi disturba i manovratori? (Zibaldone
incerto di inizio millennio). Lo digito apposta senza il corsivo che oggi si delega
ai titoli. Palladini (con una prefazione del sempre
fine Patrizi, anche s’era meglio desistere dall’in cauda
Calvinus, sono labirintiti diverse, una da
tavolino, la nostra da speleologo) vi raccoglie saggi da lui detti, scritti,
pubblicati, vorrei dir promulgati, nel decennio. V’è una qualità intensa, in Palladini; e non m’imbarazza di dirne in una sede che, in
verità e sostanza, gli appartiene. Nella non usuale apertura di compasso delle
sue attenzioni, e sempre competente e militante (due cose che non sempre vanno
insieme, come sempre si dovrebbe), il movimento mentale di Palladini
va dalla forte e diretta partecipazione personale (si afferma quello che si è
provato e riprovato sulla propria pelle), inconfondibile (il primo libro che di
lui conobbi fu quello a quattro mani con l’ex-picchiatore fascista, memoria e
revisione mai confuse con un pentitismo italianissimo)
alla non equivoca trasposizione dall’individuale al generale. Se dobbiamo
prendere quasi proprio alla lettera l’iscriversi di questo più recente libro
nella categoria degli ‘zibaldoni’ o brogliacci, fogli di lavoro o (sanguinescamente) ‘giornalini’, ebbene, accade veramente
qui qualcosa di leopardiano. Ogni foglio una foglia dell’albero, albero
vecchio, pieno ancora di un certo suo agònico vigore,
e tutto traforato di rughe, di forami, di nascondigli. L’albero della sapienza,
biblicamente interdetto agli uomini-schiavi. Il lettore lo sa; non so fare
recensioni. Se parlo di un libro è per dire: io l’ho letto, leggetelo anche
voi. A volte m’inkazzo e vorrei strillare, lasciate
perdere, non lo leggete. Ma l’ombra dell’Indice non portò bene nemmeno alla
maggiore (forse l’unica vera) avventura materialista del secolo andato, il
Surrealismo coi suoi elenchi di ‘libri da leggere’ e ‘libri da non leggere’. Ne
so gustare, tuttavia, l’umore. Esempio: libri da leggere: Marx,
Das Kapital,
edizione integrale non annotata; LIBRI DA NON LEGGERE: asorrosa,
Opera omnia. Libri da leggere: Vittorini, Le donne di Messina,
prima edizione. Libri da non leggere: Vittorini, Le donne di Messina,
edizione rifatta. Oppure, Adriano Spatola, L’oblò, invece di Meneghello, o del Nome della rosa. Va’ divagando. O
Tex invece dell’Horcynus Orca. Mi
scusino gli Autori questi scherzi da compagnacci,
salvati da un mucchietto di malafede cinerigna.
♣♣
Del Surrealismo (che lui magari detesta, sebbene non ci crederei) Palladini ha l’istinto assoluto della contemporaneità
(dunque né futurismi e nemmeno nostalgìe) e la
scansione teatrale. Ai margini (ma senza valicarli) di una sorta di Sprechgesang; quando si dice cantautore, si pensa sempre a
un poeta (poetino) in piagnisteo melodioso e ricattatore. “Odio la subcultura
del piagnisteo. Che è l’altra orribile faccia del ricatto, dell’autodafè, del buonsentimentalismo
killer”. Perfino Sanguineti, pentitosi dell’Avanguardia, ci rimase dentro tutta
la sua, lunga seconda vita. Pensavo a lui quella volta che scrissi che il
laticlavio si paga. Il Corsera equivocando pensò mi
riferissi ad Arbasino, che tanto ho amato e fatto mio da essere, per lunghi
anni, accusato di arbasinismo. Per Firenze ero un papiniano, io non credo di esserlo mai stato ma non potrei
mai troppo vergognarmene. Per loro voleva dire polemista e volage.
Poi fui solo volage, insomma gay. Il Corsera... non ricordo di averne mai acquistato un numero
all’edicola. Le rare volte una sbirciatina al bar, dal barbiere, ma al bar ci
vado solo se ricevo qualche visita, i capelli me li taglia mia moglie da una
vita. Il taglio riesce un poco approssimativo e imperfetto, lei, da donna, se ne
dispiace, e io invece me ne conforto. Gli azzimati mi disgustano. Ma insomma,
fu un linciaggio bene organizzato; Arbasino non si raccapezzava e scrisse
lettere al redattore dispiaciute, il tristo Severino mi aggredì (“non conosco
questo professore...” io invece lo conoscevo bene), gli adelphi
iti in fibrillazione da congiura presunta. Non
scrissi rettifiche, non diedi peso a quell’ennesimo sparagma
della vecchiarda; da un paio d’anni ero ospite della “Sicilia” (il quotidiano),
mi licenziarono in tronco. Sopravvissi. Si arriva alle celebrazioni dell’Unità,
mi arriva inopinata la richiesta di un altro redattore corserista
a scriverne, mi pubblica d’impeto, si rallegra e mi chiede una seconda razione.
Stesso successo, richiesta di una razione numero tre. Seguono giustificazioni
imbarazzate, promessa di una lettera di spiegazioni. Si chiamava Jesurum e non si è più sentito. Come non sentii più
Andreotti del Manifesto. Mi aveva chiesto varie collaborazioni e ogni volta si
professava mio ammiratore. Un ferragosto (sono i giorni dei colpi di stato) mi
avvertono che sul Manifesto son fatto a pezzi da un notorio antologista. Forse
Andreotti era alle Bahamas. Beh fu uno dei momenti salienti della mia carriera:
ero contrapposto alla severità di Lavagetto, il
critico eutanasiante, e investito dell’essere a capo
di una banda di briganti barocchisti. Fu così che
battezzarono il Marinismo. Troppo per me ma certo non ne venivo a scapitare.
Scrittore solitario, cattedratico di quartordine, mi
ritrovavo leader. Forse Premier. Corvacci, corvacci.
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“... è il giuoco della vita, papà. Che è un giuoco di posizioni. Ieri ho inkulato te. Oggi tu inkuli me.
Domani inkuleremo lui. Il punto è che tra massacrati
e massacratori, tra braccanti e bracconieri non sussiste alcuna differenza ontologica.
Il fatto è che è impossibile distinguere tra Bene e Male: sono esattamente la istessa cosa. L’unica cosa che, in apparenza, cambia sono
le vomitevoli facce di merda dei boia che di volta in volta danno addosso ad
altri boia uguali a loro. (Molla chi boia?) ...”
marziopieri? No, marcopalladini (m. p.). mrz/mrc... e poi il pierino avrebbe
scritto, chi lo teneva?, “fazzazze de mmerda de bboja”. è gioco di
posizioni e di com-posizioni. La maestra (con odio molto poco pedagogico, ma
sono settantanni che la ricambio) mi ammoniva: sta’
composto. Come a dire a un ghirigoro dedàleo di
seguire la linea retta.
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La voce-teatro, in palladini. Altri amici da me
molto stimati, molto ammirati, molto presenti in me, seppure da me toto coelo diversi (è grazia, è grazia la diversità), si
ricordano a me con loro nuove pubblicazioni. Roberto Bertoldo, che dirige una
delle pochissime riviste non chiacchierine e non strizzatamente
accademiche sopravvissute, in un paesone del torinese
che si chiama Burolo o Bureul,
confina coi comuni di Torrazzo e d’Ivrea, e non arriva a 1300 abitanti. La
Vescovato di Luisito Bianchi, coi suoi oltre tre
mila, gli mangia la pappa in capo. La rivista si chiama Hebenon,
il nome di rivista che mi ha colpito di più la fantasia, dopo il Verri e malebolge. Temporibus illis... Contini, all’esame di filologia romanza, mi
chiese se per caso discendessi da Paolino Pieri,
cronista fiorentino del buon secolo della lingua, storico del Mago Merlino.
Forse voleva solo beccarmi per il kulo.
1. hebenon... la immagino tutta nera, come un’arca, come una
bara. La Gondola nera (“e la gondola ci culla ... tutt’e due beatamente... e la
pallida fanciulla nulla vede... nulla sente...” c’è un disco del grande basso
Ruggero Raimondi, quello del Don Giovanni di Losey, che mette i brividi). Anche il mio amico-editore
Albertazzi è un devoto del nero. Mio padre, avuto da mia madre per dono di
compleanno un portafoglio in bella pelle nera, diventò furibondo e per poco
l’ammazza, il nostro dolce eroe furibondo. Ho negli occhi la scena. Forse è
davvero il colore più bello, quello che nega il colore, i colori. Io lo trovo
un poco monoteista.
2. Bertoldo è
un anarchico, non so se di destra, come me. Mia figlia, una volta, si proclamò
tale con le compagne di liceo, tutte ricche, comuniste e devote alla messa di
mezzogiorno. Per poco non la linciano. Anche più vicino ci andò quando,
bruciando e crollando ancora, in diretta, le torri-gemelle, disse con serena
onestà: “se lo sono fatti da soli...” Perfino io e suo marito la esortammo a serbare
prudenza. Lei è una artista, canta nei cori di Parma (da “Bella ciao”
all’irredimibile Requiem per Alessandro Manzoni), è un cuore semplice. Non le
fu difficile centrare in immediato la verità. Oggi parrebbe un originale chi
sostenesse il contrario. Ma quella è matta; la accompagnai a un concertino sul
lago maggiore, era tutta una filza di “vissi d’arte”, “o mio babbino caro” e “o dolci baci o languide carezze”. Lei
esibì un brano dalla Loreley e uno dall’Edgar
di Puccini, non proprio le care romanze dei vicini di casa. La voce è delicata,
non potente nei centri, ma salendo a vertigine diventa come un’ubriacatura, una
vibrazione nevrotizzante. Ebbe un applauso da grande cantante, può bastarle per
tutta la vita. Aver successo con un libro su Svevo, Leopardi o Proust, molti
bischeri sanno. Ma il capolavoro (omne tulit punctum) di Debenedetti
furono le lezioni sul Tommaseo.
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Lughia, Antropomorphic Cities, 2011
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3. Conobbi
Bertoldo quando mi fece dono di un suo primo romanzo, Il Lucifero di Wittenberg, ispirato alla Guerra dei Contadini, a
Thomas Müntzer e alla sua ultima battaglia (1525).
Erano meno di cento pagine (il volumetto conteneva anche un secondo romanzo
‘germanico’, Anschluss, un novellone
di 40 pp.) ma io ebbi un curioso riflesso: mi venne in mente un romanzone, un omnibus, di una Sofia Kossak,
La divina avventura, o I crociati, da me letto e riletto
nell’infanzia. Nell’infanzia? Il libro, con una bella copertina che magari era
dello stesso illustratore che aveva dato immagine al Passaggio a Nord-Ovest,
nella stessa collana, diretto da Vittorini, arrivò a me, onnivoro di tutte
scritture fin da che appresi a leggere (sui fumetti) verso i miei cinque anni,
per un equivoco patentissimo. Aveva circolato in
Italia negli anni della guerra, in una prima e in una seconda ristampa, dal 42
al 44. Non so nemmeno oggi chi sia Sofia Kossak, non
so se debba o possa essere identificata con quella Zofia
Kossak-Szczucka che in Israele è venerata fra i
Giusti, perché pur odiando gli ebrei, da buona catto-nazi
polacca, si rifiutò alla strage e ne salvò a migliaia. Dalla immagine della
scrittrice che mi sono fatto, la cosa potrebbe anche essere vera,
l’identificazione fondata. Ma sia. Io conoscevo i crociati per una terna di
incontri infantili: il magnifico ma anche terrifico, ‘nero’ film di Cecil De
Mille (uno dei suoi pochi insuccessi, del 1935), uno dei film che più mi
inquietarono allora, insieme con l’Apocalisse di Giuseppe Maria Scotese (1947), su Giuliano l’Apostata, e Il Sole di
Montecassino (San Benedetto dominatore dei barbari) che... kazzo! ora mi avvedo essere ancora dello Scotese (con contributi di Diego Fabbri e addirittura Mario
Monicelli) e che costui sarebbe poi stato legato al Centro Cattolico di
Cinematografia. Decisamente il cattolicesimo non era fatto per rendermi una
immagine rosa della vita. Forse, retroguardando, fu
il solito merito che può ancora vantare ai miei occhi. Comunque, ragazzino
educato di parrocchia, ritrovai i crociati sia su un superbo fumetto (ristampa
dei tardi anni 40?) disegnato dal grande Kurt Corrado Caesar,
sul Vittorioso, su di un soggetto di quel Bonelli
che si aspettava a diventare mitico, (in contemporanea, sul “Vitt”, Caesar inventava la storia
di Romano il Legionario, guerra di Spagna, dalla parte de... l’Assedio dell’Alcazar, di Genina... che ha
la mia età e solo un anno dipiù di Ombre rosse,
con l’”arrivano i nostri” al penultimo minuto...); e poi li ritrovai in un bollettuccio dei frati del Sant’Antonio di Padova. Io, che
per secondo nome mi chiamo Antonio e per terzo Natale, in onore dei nonni, fui
a mia insaputa inscritto dalla nonna pordenonese a una associazione di regazzini antoniani (me ne
sottrassi appena venuto all’età di ragione) e, vedi poi come vanno le istorie, verso i miei nove anni la nonna congiurò una mia
visita alla Basilica e alle reliquie del santo. Quando ne vidi la lingua
infilzata su un chiodo forse d’oro, dissi: cannibali. I cieli si aprirono e la
mia religione finì lì. Ma, durando gli equivoci, mi ero, dico, innamorato dei
crociati e chiesi a mio padre se non ci fosse un libro in argomento da
regalarmi. Lui si rivolse a un cliente che faceva il rappresentante dei libri e
quello sciagurato mi portò il mattone della Kossak.
Lo lessi e rilessi, capendone il venti per cento; cercavo le pagine delle battaglie.
In casa, dopo di me, erano stati messi in fornace altri cinque bambini e furono
tanti parti, sempre notturni, nella camera accanto a quella dell’infanzia. Non
sospettai mai nulla su come si piantasse la pianticina
dell’uomo. In seconda media me lo appresero i soliti compagni, deridendomi. Non
ero un domenicosavio, ero totalmente disinteressato
alla scienza, alla biologia, alla fisiologia, al senso comune. Dalla Kossak imparai che per una donna nuda e profumata si
possono fare follie, ma non allacciai il filo dei due diversi, convergenti
capi.
4. Anche il Lucifero
di Bertoldo è un libro nero. Mi rivelò uno scrittore. La Guerra dei contadini
(sono d’accordo con Engels) fu il vero taglio nella
storia europea. La Rivoluzione francese ne fu solo un rispecchiamento borghese
e poi veniva quando l’albero era ormai scosso. Pensate se un assalto, una
mattina, a Regina Coeli, potesse aprirci oggi alla
Rivoluzione italiana. Eh quando perdi il treno, un altro chissà se ripassa. Per
questo Mussolini faceva il capostazione.
5. x. Bertoldo è
scrittore e pensatore prolifico. Purtroppo manco delle doti necessarie a
seguirlo nella sua saggistica filosofica. Recente la ristampa del Nullismo e
letteratura post-contemporanea. Per una filosofia fenomenica ed una
epistemologia della letteratura (Interlinea 1998), diventato ora (riveduto,
corretto e aumentato) N & L. Al di là del nichilismo e del post-moderno
debole (Mimesis ed.). Bertoldo (ed era l’ora) è
un pensatore ‘forte’. E chiede lettori ‘forti’. Io, di fronte ad una proposta
(per dirne un’altra) come Principi di fenomenognomica
con applicazione alla letteratura (Guerini &
Associati, 2003) fiuto odor di tartufo ma mi scuso perché i tartufi me li vieta
il medico. Fiorentino di quelli capaci di sfilatini come: “ho da cosare una
cosa, una cosa di coso...”, tanto si ha bisogno di cose, nella loro concreta
povertà, sogno ancora di notte l’Ipotenusa che mi viene addosso. Un maestro
elementare mi diede, quando ero alle medie, qualche ripetizione e visti i
solidi (una palla di vetro, la scatola dei fiammiferi... il cono dell’albero di
Natale...) mi educai alla geometria fin’allora negatami. Ma intanto si era
aperto il capitolo dell’algebra (mi seduceva il mondo ribaltato, il riflesso narcissico nelle acque del fonte... anche l’identificarmi
con un numero negativo...) e peggio fu con la trigonometria. Mi chiedo ancora
cosa volesse dire. Bertoldo queste cose le sa; per questo scrive romanzi e
detta poesie. Credo sia una passerella di servizio per chi non entra lì dentro.
Anche nella saggistica sa prodursi in exploit mirabilmente sintetici: Chimica
dell’insurrezione è un mini-libro per una Collana di testi controcorrente
diretta da Pietro Flecchia. Con Flecchia
(ci conoscemmo fratelli in anarchia) viaggiai sulla linea Ivrea-Torino,
al ritorno da un incontro con la squadra di pittori e scrittori chiamata a
raccolta da Adriano Accattino. Ne dico alla prossima puntata, dove si parlerà
delle poesie di Bertoldo (Pergamena dei ribelli), di ferma originalità,
delle poesie di Accattino (Poesia dell’impoetico), fra le più belle che
si siano scritte in mezzo a noi, e della straordinaria edizione, procurata dal
figlio Alberto, illustre biblioteconomo, e da Corrado
Donati per le edizioni Metauro, degli scritti di
Mario Petrucciani, uno dei maestri della critica universitaria. Il titolo Per
la poesia (Scritti 1943-2001) dice l’essenza; ma mantiene ogni promessa e,
come diceva il Cavalier Marino, chi tocca il fondo si
lecca le dita.