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RISCOPERTE
“L’alfiere” o l’appassionata epica reazionaria di Carlo Alianello


      
Uscito settant’anni fa da Einaudi, adesso riproposto dalla Bur Rizzoli, il romanzo dello scrittore romano, che gli meritò una censura e una condanna da parte del regime fascista, è una vibrante lettura dalla sponda degli sconfitti della vicenda risorgimentale. Vagamente ispirato al nonno dell’autore, il protagonista del libro è un giovane ufficiale originario della Lucania, che vive la rotta dell’esercito borbonico, a partire dalla disfatta di Calatafimi e la fine del Regno delle Due Sicilie. È la visione di un De Roberto gotico-barocco, di un intellettuale nostalgico e narciso, capace di inabissarsi con coscienza e inusitato calore nelle convulse malattie dell’Italia (dis)unita.
      



      


di Sarah Panatta

 

 

I Cacciatori balbettano la lingua senza codici del conflitto civile. Sanno sparpagliarsi “a catena” tra le acuminate “emergenze” della battaglia. Contaminata di stoppie borbottanti e imbavagliata da garze di fumo dissimulante. E formicolare cautamente disordinati sopra e sotto le direttive discrepanti di comandanti titubanti o riottosi, arrampicandosi tra giuramenti (rinnegabili) e tempestivi svincoli di sopravvivenza. I tenenti, bambole “decorate” sgambettanti nella terra di mezzo, sanno vigilare, intabarrati di onori fittizi e vincoli blasonati invisibilmente già corrosi, tenendo il computo dei ranghi. Con un occhio abbassato sul campo, cosparso di viscere e ombre cadute, e un altro a scrutare al di là del fronte, nel domani drappeggiato di alt(r)e bandiere e nuovi padroni. La spalline borboniche rattoppate e le fucilate confuse. Le ritirate sbilenche e mormorate dinanzi all’annunciato scintillio di (inarrestabili?) giubbe rosse. Un torrente limaccioso e sfiancante, gremito di un’umanità torbida, caoticamente sperperata in una militanza mal compres(s)a.

Un groviglio pulviscolare di anime sull’orlo della disfatta, abbottonate con dignitosa deferenza o maliziosa ingordigia nel lezioso impaccio delle casacche borboniche colonizza l’epica reazionaria eppure illuminante del colossale romanzo perduto del dissepolto Carlo Alianello (1901-1981), L’alfiere[1].

 

Il testo implode di foga sorda e scardinante, offrendo il proprio cuore avventuroso e ferito sin nell’incipit, dedicato alla disastrosa capitolazione dell’esercito regio a Calatafimi. Capitolo proemiale inevitabilmente simbolico. Cronaca che s’appuntella sul cuore dissanguato dell’Italia del 1860 scossa dai Mille e dal sempre più inespugnabile, composito progetto dell’unità. Cronaca dalla parte dei vinti, dovizioso resoconto finzionale del travaglio di carni che cinse di incertezze le sorti di soldati senza guida, incapaci di resistere all’assalto dei garibaldini, e di gente del popolo stretta nella morsa dei contendenti, riassunta in un flusso osceno di maschere violente, tarlate dalla miseria. Un tripudio di orrori bellici, sorvegliato/piegato da una soppesata retorica, in cui fiorisce la carriera del protagonista strenuamente romantico eletto da Alianello. Un ragazzone quadrato sulla soglia morbida, ingannevole precipizio, dell’età adulta, che entra in scena in medias res ad accaparrarsi scontroso il ruolo trainante della sua sfarzosa saga tragica.





L’innominato alfiere del titolo, Pino Lancia, poco più che una recluta, originario della Lucania come i genitori dello scrittore e ufficiale di Francesco II come il nonno di Alianello, prende forma quale impettito e genuino alter ego autoriale, preconizzando indirettamente, con la propria rigida ed incredula parabola, il tradimento morale e artistico subìto negli anni a venire dal suo stesso creatore. Carlo Alianello, corvo solitario, turbolento spirito anti risorgimentale, orfano di appaganti riconoscimenti. Intriso di una fede pia – nel tempo perniciosamente cieca – e di una malinconica rimembranza volta al frastagliato e variamente domato meridione pre-risorgimentale. Costantemente sostenuto dalla  fedeltà e dal rimpianto apolitico per una dimensione armoniosa della nazione-mosaico, dove tessere sparse, e protette nella separazione, potessero prosperare statiche, evitando la corruzione dell’unione-incontro. Narratore vivido e parzialmente risolto ne L’alfiere, in cui si affranca la propensione ad un racconto imperioso e insieme minuto, ritagliato da un personale sguardo cinematografico filo-ottocentesco, tipico nelle prove più mature e appassionate, Alianello si dimostra cultore del feuilleton e puntuale, sebbene qua e là didascalico, sceneggiatore. Sensibile alle sfumature melodrammatiche più tenere di una drammaturgia in bilico tra cesellate o grottesche coralità e coerenti, necessari sdoppiamenti. Un affabulatore storico solido, tuttavia posseduto da opposte, seducenti ispirazioni. Dal gotico rivisitato in chiave popolare alla meditazione filosofica imbevuta di una limpida pietas religiosa. Alianello si lascia trasportare dal gusto per l’immaterialità spettrale in alcuni quadri di funzione psicologica, fecondati, a tratti irradiati da presenze fantasmatiche di struggente finezza[2] o di ironica corposità[3], create grazie ad un coinvolto interesse per la tradizioni folcloristiche del sud Italia.

 

Ma è nella figurina cereo-coriacea del giovane e aperto padre Carmelo, indubbio comprimario, forse più che nell’aitante eppure goffo alfiere, che l’autore si esprime con maggiore, sicuro abbandono. Convogliando nelle peregrinazioni indomite del frate discosto dalla via maestra la propria attitudine all’audace conservatorismo e alla sacrificale speranza. Fra Carmelo è un puro che incontra le tentazioni della “fame”, fisica, erotica, che gli scorre nell’intimo nella furia della marcia verso Garibaldi, liberatore laico accettabile ma da moderare. Pino e Carmelo si incontrano solo nell’anticamera dell’epilogo, apice dell’opera. Entrambi bloccati nel proprio sgretolato fortino. Per Pino la fine sarà la dolorosa conferma dell’armistizio definitivo, putrido scacco suggellato dalla carneficina dei borbonici presso Gaeta. Per frate Carmelo sarà l’unica, infiammata quanto mortale, predica pubblica di un vita brevemente anticonvenzionale. Pino affronta il turpe ripiegamento dei suoi a Calatafimi, dunque le ansie affaristiche del padre voltagabbana pronto a contrattare per sé destini post borbonici. Gareggia in onestà e coerenza col futuro suocero presto svenduto da re a generali. Si smarrisce nell’amore incondizionato di una dolce vestale delle campagne natali. Sopporta la mercificazione della lealtà dei compagni e l’ultimo solitario assedio, per rifuggire l’onta perversa del tradimento volontario della parola data al monarca (già ritirato con aristocratica coda tra le molte gambe), eremitico baluardo di una nobiltà vetusta, sparuta, altrove già corrosa da veloce estinzione, grazie a diplomazie e compromissioni dell’unità in costruzione. Carmelo, dopo lungo  imprevisto viaggio tra i derelitti del meridione, si getta invece tra le fauci lampeggianti della battaglia, sermoneggiando adirato contro l’imbarbarimento irrecuperabile dell’uomo. Cercando e trovando agognata dimora tra gli infelici già abbattuti dalla guerra che neppure hanno potuto concepire. Fauna di vittime e di surci, talvolta macchiettistica ma palpitante di umori incandescenti, che brulica nel migliore Alianello.





Carlo Alianello (1901-1981)


La fase poietica più originale e schiettamente visionaria dello scrittore romano insemina in effetti soltanto la trilogia risorgimentale, L’alfiere, Soldati del Re, L’eredità della priora. Qui lo spirito drammaticamente cristiano non si decompone ancora in una devozione-rifugio friabile e ridondante, né nell’egocentrico e accusatorio, verboso, arido rammarico del professore “smagato” di molta produzione del Nostro. L’alfiere, ripubblicato ora da Rizzoli dopo profondo baratro editoriale e letterario, provocato da forzature e fraintendimenti ideologici (massivi nel secondo dopo guerra, quando la critica lo riconobbe a torto quale esemplare di un vigoroso realismo anti fascista) e da una graduale dimenticanza, è la summa imperfetta, asfissiante e grandiosa della verve anti moderna ma mai decadente di Alianello. Edito per la prima volta nel 1942 da Einaudi, quando assicurò all’autore una fittizia condanna al confino da parte del regime, L’alfiere torna martellante, elitario e mollemente disincantato, con la sua morale contro tendenza a deflorare lo scudo virginale contraffatto di troppa celebrazione unitaria. Consumato rapidamente e progressivamente in sordina il centocinquantenario delle manomissioni, già sotterrato da tanti inchiostri, anche Alianello ri-sorge, fotografando controluce l’Italia sempiterna d(e)i Pulcinella. Quella dei “piccoli intrighi di Corte e di Ministero” alimentata da un’amministrazione “celata ma efficace” al servizio delle tasche dei singoli, pungente come un cerimonioso stiletto adatto ad infliggere “neri buchi” nei fianchi dello Stato, “pletorico di fuori e linfatico di dentro”. Stato bifronte e tutto mentale, dove “gli uomini fanno le leggi e non le leggi gli uomini”, la Libertà è una meretrice sulla bocca degli stolti o degli ingenui, la “costituzione” uno “sfizio” passeggero e mutevole, e i galantuomini non si fidano dei contadini, mentre i camorristi infettano ben vestiti le arterie copiose del “giovine” Stivale. Conteso tra liberali e monarchici, tra rivoluzionari eclettici e “mutrie scontente” e immobili, speculatori arditi e “puntelli” rugginosi di un “trono fradicio”. Alianello, strutturalmente manzoniano, sfoglia il suo catalogo di anime morte, alcune in cerca di redenzione o “trasmutazione” dell’ultima ora, altre testardamente ancorate ad un presente che galoppa verso il cambiamento, fraudolento e impetuoso, fatale. Accomunate tutte dalla truffa abbagliante e avventata dell’insegna tricolore.

 

 

 



[1] BUR Rizzoli, Milano 2011, prefazione di Piero Gelli, pp. 487, € 11,90.

[2] Le anime allucinatorie che lavano lenzuoli candidi sotto la luna, ripetendo ogni notte il loro rituale di auto consolatoria purificazione, e accolgono il prete intruso nel proprio cerchio di preghiera per le prossime vittime della guerra civile, nata per la liberazione del Regno dai Borbone. Apotropaica assenza, gli spiriti non sono guide pastorali, né divini messaggeri rimasti per uno scopo imponderabile a vegliare sui vivi nel loro idilliaco limbo. Sono proiezioni notturne dell’umana coscienza ingabbiata nella colpa. Sono memento mori dignitoso e ignorato. Discepoli di Caronte giustiziati dal consesso civile e privati di diritti al di qua e al di là del mondo visibile, sono inattese voci della ragione. Certo infusi da luce immancabilmente cristiana, tuttavia riconoscono con attendibile memoria la brutalità della vita, condannati a sussurrarla in inascoltata replica.

[3] ’O munaciello, spirito-folletto che infesta le case napoletane con i suoi scherzi sobillatori e che sembra perseguitare l’alfiere Pino, divenuto suggestionabile e superstizioso durante i tumulti nel Regno delle Due Sicilie, la vacanza forzata dal proprio battaglione e i tanti voltagabbana dei suoi amici e fratelli d’arme.




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