di Sarah Panatta
I Cacciatori
balbettano la lingua senza codici del conflitto civile. Sanno sparpagliarsi “a
catena” tra le acuminate “emergenze” della battaglia. Contaminata di stoppie borbottanti
e imbavagliata da garze di fumo dissimulante. E formicolare cautamente disordinati
sopra e sotto le direttive discrepanti di comandanti titubanti o riottosi,
arrampicandosi tra giuramenti (rinnegabili) e tempestivi svincoli di sopravvivenza.
I tenenti, bambole “decorate” sgambettanti nella terra di mezzo, sanno
vigilare, intabarrati di onori fittizi e vincoli blasonati invisibilmente già
corrosi, tenendo il computo dei ranghi. Con un occhio abbassato sul campo,
cosparso di viscere e ombre cadute, e un altro a scrutare al di là del fronte,
nel domani drappeggiato di alt(r)e bandiere e nuovi padroni. La spalline
borboniche rattoppate e le fucilate confuse. Le ritirate sbilenche e mormorate
dinanzi all’annunciato scintillio di (inarrestabili?) giubbe rosse. Un torrente
limaccioso e sfiancante, gremito di un’umanità torbida, caoticamente sperperata
in una militanza mal compres(s)a.
Un groviglio
pulviscolare di anime sull’orlo della disfatta, abbottonate con dignitosa
deferenza o maliziosa ingordigia nel lezioso impaccio delle casacche borboniche
colonizza l’epica reazionaria eppure illuminante del colossale romanzo perduto
del dissepolto Carlo Alianello (1901-1981), L’alfiere[1].
Il testo implode
di foga sorda e scardinante, offrendo il proprio cuore avventuroso e ferito sin
nell’incipit, dedicato alla disastrosa capitolazione dell’esercito regio a
Calatafimi. Capitolo proemiale inevitabilmente simbolico. Cronaca che
s’appuntella sul cuore dissanguato dell’Italia del 1860 scossa dai Mille e dal sempre
più inespugnabile, composito progetto dell’unità. Cronaca dalla parte dei
vinti, dovizioso resoconto finzionale del travaglio di carni che cinse di
incertezze le sorti di soldati senza guida, incapaci di resistere all’assalto
dei garibaldini, e di gente del popolo stretta nella morsa dei contendenti, riassunta
in un flusso osceno di maschere violente, tarlate dalla miseria. Un tripudio di
orrori bellici, sorvegliato/piegato da una soppesata retorica, in cui fiorisce
la carriera del protagonista strenuamente romantico eletto da Alianello. Un
ragazzone quadrato sulla soglia morbida, ingannevole precipizio, dell’età
adulta, che entra in scena in medias res ad accaparrarsi scontroso il ruolo
trainante della sua sfarzosa saga tragica.
L’innominato alfiere del titolo, Pino Lancia, poco
più che una recluta, originario della Lucania come i genitori dello scrittore e
ufficiale di Francesco II come il nonno di Alianello, prende forma quale
impettito e genuino alter ego autoriale, preconizzando indirettamente, con la
propria rigida ed incredula parabola, il tradimento morale e artistico subìto
negli anni a venire dal suo stesso creatore. Carlo Alianello, corvo solitario,
turbolento spirito anti risorgimentale, orfano di appaganti riconoscimenti.
Intriso di una fede pia – nel tempo perniciosamente cieca – e di una
malinconica rimembranza volta al frastagliato e variamente domato meridione
pre-risorgimentale. Costantemente sostenuto dalla fedeltà e dal rimpianto apolitico per una
dimensione armoniosa della nazione-mosaico, dove tessere sparse, e protette nella
separazione, potessero prosperare statiche, evitando la corruzione
dell’unione-incontro. Narratore vivido e parzialmente risolto ne L’alfiere, in cui si affranca la
propensione ad un racconto imperioso e insieme minuto, ritagliato da un
personale sguardo cinematografico filo-ottocentesco, tipico nelle prove più
mature e appassionate, Alianello si dimostra cultore del feuilleton e puntuale,
sebbene qua e là didascalico, sceneggiatore. Sensibile alle sfumature
melodrammatiche più tenere di una drammaturgia in bilico tra cesellate o
grottesche coralità e coerenti, necessari sdoppiamenti. Un affabulatore storico
solido, tuttavia posseduto da opposte, seducenti ispirazioni. Dal gotico
rivisitato in chiave popolare alla meditazione filosofica imbevuta di una
limpida pietas religiosa. Alianello si lascia trasportare dal gusto per
l’immaterialità spettrale in alcuni quadri di funzione psicologica, fecondati,
a tratti irradiati da presenze fantasmatiche di struggente finezza[2] o di
ironica corposità[3], create grazie ad un
coinvolto interesse per la tradizioni folcloristiche del sud Italia.
Ma è nella
figurina cereo-coriacea del giovane e aperto padre Carmelo, indubbio
comprimario, forse più che nell’aitante eppure goffo alfiere, che l’autore si esprime con maggiore, sicuro abbandono.
Convogliando nelle peregrinazioni indomite del frate discosto dalla via maestra
la propria attitudine all’audace conservatorismo e alla sacrificale speranza.
Fra Carmelo è un puro che incontra le tentazioni della “fame”, fisica, erotica,
che gli scorre nell’intimo nella furia della marcia verso Garibaldi, liberatore
laico accettabile ma da moderare. Pino e Carmelo si incontrano solo
nell’anticamera dell’epilogo, apice dell’opera. Entrambi bloccati nel proprio
sgretolato fortino. Per Pino la fine sarà la dolorosa conferma dell’armistizio
definitivo, putrido scacco suggellato dalla carneficina dei borbonici presso
Gaeta. Per frate Carmelo sarà l’unica, infiammata quanto mortale, predica
pubblica di un vita brevemente anticonvenzionale. Pino affronta il turpe
ripiegamento dei suoi a Calatafimi, dunque le ansie affaristiche del padre
voltagabbana pronto a contrattare per sé destini post borbonici. Gareggia in
onestà e coerenza col futuro suocero presto svenduto da re a generali. Si
smarrisce nell’amore incondizionato di una dolce vestale delle campagne natali.
Sopporta la mercificazione della lealtà dei compagni e l’ultimo solitario assedio,
per rifuggire l’onta perversa del tradimento volontario della parola data al
monarca (già ritirato con aristocratica coda tra le molte gambe), eremitico
baluardo di una nobiltà vetusta, sparuta, altrove già corrosa da veloce
estinzione, grazie a diplomazie e compromissioni dell’unità in costruzione.
Carmelo, dopo lungo imprevisto viaggio
tra i derelitti del meridione, si getta invece tra le fauci lampeggianti della
battaglia, sermoneggiando adirato contro l’imbarbarimento irrecuperabile
dell’uomo. Cercando e trovando agognata dimora tra gli infelici già abbattuti
dalla guerra che neppure hanno potuto concepire. Fauna di vittime e di surci, talvolta macchiettistica ma
palpitante di umori incandescenti, che brulica nel migliore Alianello.
|
|
Carlo Alianello (1901-1981)
|
La fase poietica
più originale e schiettamente visionaria dello scrittore romano insemina in
effetti soltanto la trilogia risorgimentale, L’alfiere, Soldati del Re,
L’eredità della priora. Qui lo spirito
drammaticamente cristiano non si decompone ancora in una devozione-rifugio
friabile e ridondante, né nell’egocentrico e accusatorio, verboso, arido
rammarico del professore “smagato” di molta produzione del Nostro. L’alfiere, ripubblicato ora da Rizzoli
dopo profondo baratro editoriale e letterario, provocato da forzature e
fraintendimenti ideologici (massivi nel secondo dopo guerra, quando la critica lo
riconobbe a torto quale esemplare di un vigoroso realismo anti fascista) e da
una graduale dimenticanza, è la summa imperfetta, asfissiante e grandiosa della
verve anti moderna ma mai decadente di Alianello. Edito per la prima volta nel
1942 da Einaudi, quando assicurò all’autore una fittizia condanna al confino da
parte del regime, L’alfiere torna
martellante, elitario e mollemente disincantato, con la sua morale contro
tendenza a deflorare lo scudo virginale contraffatto di troppa celebrazione
unitaria. Consumato rapidamente e progressivamente in sordina il centocinquantenario
delle manomissioni, già sotterrato da tanti inchiostri, anche Alianello ri-sorge,
fotografando controluce l’Italia sempiterna d(e)i Pulcinella. Quella dei “piccoli
intrighi di Corte e di Ministero” alimentata da un’amministrazione “celata ma
efficace” al servizio delle tasche dei singoli, pungente come un cerimonioso
stiletto adatto ad infliggere “neri buchi” nei fianchi dello Stato, “pletorico
di fuori e linfatico di dentro”. Stato bifronte e tutto mentale, dove “gli
uomini fanno le leggi e non le leggi gli uomini”, la Libertà è una
meretrice sulla bocca degli stolti o degli ingenui, la “costituzione” uno
“sfizio” passeggero e mutevole, e i galantuomini non si fidano dei contadini,
mentre i camorristi infettano ben vestiti le arterie copiose del “giovine”
Stivale. Conteso tra liberali e monarchici, tra rivoluzionari eclettici e
“mutrie scontente” e immobili, speculatori arditi e “puntelli” rugginosi di un
“trono fradicio”. Alianello, strutturalmente manzoniano, sfoglia il suo
catalogo di anime morte, alcune in
cerca di redenzione o “trasmutazione” dell’ultima ora, altre testardamente
ancorate ad un presente che galoppa verso il cambiamento, fraudolento e impetuoso,
fatale. Accomunate tutte dalla truffa abbagliante e avventata dell’insegna
tricolore.