di
Fabio Mercanti
Nel 1929 lo scrittore
ungherese Frigyes Karinthy nel suo racconto Catene
«afferma che se una persona è distante un grado di separazione dalle persone
che conosce personalmente, e due gradi di separazione dai soggetti conosciuti
dalle persone che conosce personalmente, è distante al massimo sei gradi di
separazione da ogni persona presente sulla Terra. In pratica, ogni persona è collegata
a una qualsiasi altra da una catena di conoscenze con non più di cinque
intermediari […]».[1]
Nel 1997 Andrew
Weinreich crea Sixdegrees.com, un sito di incontri on-line che permette agli
utenti di interagire con persone distanti al massimo tre gradi di separazione,
evitando così malintenzionati. L’esperienza finisce nel 2001 perché, secondo il
creatore, fu un’idea troppo in anticipo sui tempi: in parole povere per
mancanza di utili. Ma intanto si era aperta una strada.
Nel 2001 nasce
Ryze.com, pensato per l’ambiente professionale e commerciale, e Frienster.com
pensato per le relazioni sociali di amicizia fino al quarto grado di
separazione. Ogni membro di Friendster aveva un indice di popolarità in base al
numero di amici: in questo modo le amicizie non servono per avere una relazione
sociale (anche se magari solo virtuale) ma per uno status sociale (nella rete)
più alto. Ciò portò molte persone a contattare utenti con un’ampia rete sociale
(ad esempio i personaggi famosi) oppure a creare profili di personalità
riconoscibili o entità astratte (ad esempio una università) in modo che molti
utenti diventassero amici senza però poter costruire una rete sociale garantita
poiché si è tutti amici di amici.
Giuseppe Riva nel suo
libro I social network [2]
identifica la prima esperienza, quella di Sixdegrees, come appartenente alla
«fase delle origini» dello sviluppo dei social network e la seconda come «della
maturazione». Se queste due fasi sono state molto probabilmente vissute in
maniera poco partecipe e cosciente soprattutto in Italia, un discorso diverso
vale per i vari Myspace, Facebook e Twitter, appartenenti a quella che viene
definita dall’autore «fase espressiva».
Queste ultimi mezzi
hanno avuto una evoluzione cronologicamente breve (inizio nel 1997) che però
Riva fa iniziare con i newsgroup, le chat, la messaggistica istantanea, la
posta elettronica e ancora più indietro fino alla nascita del computer. Alcune
parti del manuale, snello ma densissimo, raccontano quella storia che va
dall’Harvard Mark (primo calcolatore automatico messo insieme nel 1944 dagli
ingegneri IBM) fino a Berners-Lee, una storia che sembra essere passaggio
inevitabile per chiunque oggi voglia essere chiaro e rivolgersi ad un pubblico
vasto di lettori. È però una storia che a seconda del punto di arrivo (di
solito è il presente) e del tema
trattato (nel caso i social network) acquisisce un particolare ruolo. L’autore
vuole farci capire come la nascita delle reti sociali sia stata il «risultato di
una lenta evoluzione piuttosto che di una rivoluzione improvvisa»[3].
Perché le innovazioni si affermino a livello sociale e ne modifichino le
pratiche esistenti, serve una «sinergia improvvisa che si crea tra diversi
fattori – economici, tecnici, culturali e istituzionali – risultato di opportunità
e bisogni all’interno di uno specifico contesto».[4]
Così il computer da calcolatore è diventato medium e strumento relazionale.
Con questo manuale il
professor Riva vuole aiutarci a capire se i social network saranno qualcosa di
duraturo e come mutano le nostre relazioni sociali passando attraverso loro.
«Ha cambiato lo status, ha messo “relazione complicata”».
«Avete
litigato?».
«Che
io sappia no».
Gli studiosi che si
occupano di social network hanno battezzato “cyberspazio” quel luogo digitale
nel quale la gente si incontra. Sebbene si tratti di un termine che sa di
fantascienza, molti di noi abitualmente gironzolano in questo “luogo”.[5]
Nel cyberspazio l’utente può interagire con altri come nelle reti sociali
reali, ma con in più le funzionalità tipiche del web come la
multimedialità e la creazione e la
condivisione di contenuti. Ciò ha permesso uno sviluppo rafforzato proprio da
un rapporto molto stretto tra reti reali e reti virtuali. Riva ne spiega i
punti di forza: «Il social networking nasce come punto di incontro tra queste
nuove tendenze: l’uso dei nuovi media sia come strumento di supporto alla
propria rete sociale (organizzazione ed estensione) sia come strumento di
espressione della propria identità sociale (descrizione e definizione) sia come
strumento di analisi dell’identità sociale degli altri membri della rete
(esplorazione e confronto)».[6]
Si giunge così alla maturazione del concetto di comunità virtuale, introdotto
con la nascita di internet. Facebook (più di altri, e comunque ogni social
network con le proprie peculiarità) non sarebbe allora solamente una
“ragazzata”, un fenomeno passeggero che ha avuto un grande successo, perché e
possiede e progressivamente acquisisce funzionalità, e offre possibilità che
gli permettono di svilupparsi ulteriormente. I social network si presentano
così come dei luoghi di incontro fra reti virtuali e reali all’interno delle
quali gli utenti vivono, si esprimono (o si nascondono), si formano, crescono e
si relazionano agli altri.
Per comprendere meglio questi
fenomeni sono sorte delle nuove discipline: due di queste sono la “scienza
delle reti” e la “cyberpsicologia”.
Negli ultimi trent’anni
– quindi ben prima della larga diffusione di Facebook, a conferma che la
nascita e il successo dei social network faccia parte di un processo di
maturazione dell’intero internet –, si è sviluppata la scienza delle reti, con
l’obiettivo di «comprendere le proprietà delle aggregazioni sociali e le
modalità con cui queste si trasformano».[7] Ciò, non
facendo riferimento ai concetti di “rete” e “connessione” e attraverso
la rappresentazione in grafici matematici delle complesse strutture delle
relazioni sociali. Ci soffermeremo solo
su alcuni punti tra quelli trattati da Riva rimandando ovviamente al testo per
gli approfondimenti più tecnici sulla disciplina.
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The Social Network (2010), regia di David Fincher
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Un individuo nella vita
reale tende a rapportarsi di più con quella comunità costituita da individui
con cui ha legami forti. Questi legami forti rafforzano l’individuo ma non gli
permettono di allargare la sua rete sociale. Sono quegli amici che frequento
ripetutamente nella vita reale, o se vogliamo farli diventare profili di
Facebook , sono quegli amici che avranno un numero di “Amici” in comune a me
molto alto[8].
Nella vita reale sono i legami deboli – gli amici degli amici – che permettono
di aprirmi a una rete sociale allargata. Ciò è comprensibilmente facilitato da
social network come l’ovunque citato Facebook, dove facilmente un individuo (un
profilo) può costituire un “ponte” verso altri soggetti [9].
Infatti, in quello
spazio ibrido tra virtuale e reale che è la rete sociale internet, io posso
interagire con persone con cui ho un legame forte (magari per rafforzarlo
ancora di più o per non farlo affievolire durante una lontananza), con persone
con cui ho un legame debole (persone che vedo di rado, che non vedo da tempo …)
o con cui non ho legame (la ragazza che il mio amico Marco ha conosciuto a una
festa e che come me ama lo snowboard e posta su Facebook foto e video delle sue
acrobazie) con estrema facilità pratica e disinvoltura emotiva. Previa amicizia
richiesta – che avrà come garanzia il fatto che sono amico di Marco e che Marco
magari le ha già parlato di me come di un ragazzo che ama lo snowboard – potrò
iniziare a commentare i video della ragazza e magari condividerli sulla mia
bacheca.
Quindi il social
network non permette solo di incontrare una persona che già conosco ma di
istaurare nuovi contatti e relazioni con persone reali e non con nickname
impronunciabili (come avveniva per i forum dove il virtuale non sempre si
incontra con il reale), che a loro volta hanno contatti e relazioni
verificabili: allargamento e controllo delle relazioni e in più la
facilitazione e l’invito a fare ciò (indicazione “persone che potresti
conoscere” e “x amici in comune”). Ed
è qui che entra in gioco la cyberpsicologia che studia l’influenza dei social
network – e più in generale dei nuovi media comunicativi – sulla nostra
esperienza e gli effetti sui processi di identità e di relazione.
Dando agli utenti la
possibilità di moltiplicare enormemente i propri contatti si comprende come il
fenomeno Facebook e altri, abbia trovato il favore di chi ha qualcosa da
promuovere. Oltre al fatto che molti giovani dedicano ai social network buona
parte del loro tempo trascorso on-line, in generale, questo cyberspazio, questa
“interrealtà” nella quale reale e virtuale si fondono, permette a ogni utente
di dare consigli a ogni suo amico. Il quale a sua volta, felice del consiglio
ricevuto, può inoltrarlo a un altro amico anche non comune e in generale a
tutta la sua lista di amici.
Qualsiasi esempio
sarebbe valido, ma stando all’esempio sopra, posso linkare pubblicità, video di
competizioni e quanto di più io ritenga interessante, commentare i link della
mia amica e parlare con lei di attrezzatura da sci e volendo o no, finirò per
promuovere una o più aziende produttrici di tavole da snowboard. Non serve che
un mio amico che non ha mai praticato sport invernali vada su un forum
adeguato, semplicemente dovrà sfogliare la mia bacheca [10].
Questo, è comprensibile, vale per molti prodotti, soprattutto i film e la
musica (linkare una canzone è consigliare a tutti di ascoltarla e magari di
acquistarla sull’Itunes store o chi per lui). E vale soprattutto per i
contenuti, a partire dagli articoli di giornali e riviste. Se un mio amico mi
invita (o invita tutti i suoi amici) a leggere un articolo de “Le reti di
Dedalus” probabilmente lo leggerò e magari farò un giro per la rivista. Capiamo
che per la Repubblica.it questo aiuta molto in termini di introiti
pubblicitari. In parole povere: mi fido molto di più se un brand è garantito da
un mio amico che dal brand stesso. Nulla di strano, si potrebbe dire, e nulla
di nuovo: il passaparola. Ma con la piccola differenza che questo rimbalzo è
esponenziale e porta sempre con sé non la garanzia di chi ha emesso il
consiglio (azienda), ma di volta in volta di chi lo sta inoltrando: sempre un
mio amico o comunque un “amico di Facebook”. Ovviamente ciò non esime certo le
aziende dal proporre campagne efficaci con lo scopo di innescare dei
meccanismi.
Proviamo allora a
chiederci se tutto ciò valga anche per i libri, ora che il loro acquisto e la
loro lettura può essere distante solo qualche clic dall’invito di un amico.
Oltre ad alcune delle
opportunità che i social network possono offrire nel campo delle relazioni,
della pubblicità e della condivisone di qualsiasi contenuto e informazione,
questi spazi virtuali possono agire sull’identità umana.
Tra i vari processi
messi in moto dai social network, il professor Riva parla di «self empowerment»
attivato nel caso si sfrutti correttamente a proprio vantaggio una delle
possibilità offerte dalle reti: la creazione di altri sé possibili.[11]
«Posso decidere di presentarmi come voglio, di essere me stesso o di essere
completamente diverso»[12];
posso puntare insomma a dare una certa impressione di me nell’altro, sedurlo,
senza dover pensare alle reazioni che nel mondo reale farebbero scendere la
maschera. È l’«impression management», organizzare la propria presentazione in
maniera strategica dato che sono un individuo, ma prima di tutto un profilo,
una bacheca, una serie di post e link. La ragazza di cui sopra (la sciatrice) a
un primo approccio virtuale, avendo accettato la mia richiesta d’amicizia, si
sarà fatta un’idea di me prestando di tanto in tanto attenzione a ciò che
pubblico e a come mi comporto e a ciò che dico nei miei commenti. «[…] il
soggetto diventa, per i propri interlocutori, quello che comunica (il messaggio
è il soggetto): senza l’oggettività del corpo, i soggetti riceventi possono
costruire l’identità dell’altro solo in maniera indiretta, interpretando le
immagini e i messaggi che questo condivide. […] L’errore più comune è quello
della pars pro toto, cioè
identificare il soggetto nel suo complesso con singoli aspetti della sua
presentazione»[13].
Se ciò può essere un
bene perché può allargare le nostre conoscenze (i legami deboli visti prima) e
permette anche a chi è più timido di poter meglio modellare il sé per
relazionarsi all’altro, diventa un problema soprattutto per gli adolescenti –
ovvero quelli che passano sui social network gran parte del tempo trascorso in
rete – creando dei disturbi che possono diventare patologie.[14]
Infatti, l’adolescente che sta costruendo la sua identità si trova a fare i
conti con una rete sociale in cui la propria identità è «fluida» e allo stesso
tempo «flessibile e precaria, mutevole e incerta».[15]
Anche la semplice funzionalità del tag
permette a chiunque tra gli amici di Facebook di collegare una immagine a un
nome, e quindi generare negli altri un’idea di quella persona che può non
riflettere la realtà[16].
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Janne M. Greibesland, Lo spazio dentro, 2011
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Più vulnerabile sarebbe
allora proprio la generazione dei “nativi digitali”. Una generazione che si
trova a vivere in un eterno presente denso di emozioni (alle quali si può anche
essere assuefatti) ma di poche certezze, che non è base solida per il futuro.
Per essere vivi, si finisce allora per andare in quei luoghi – e in quei
cyberluoghi – nei quali passa quanto più mondo possibile e molto velocemente,
possibilmente senza dover instaurare legami troppo forti e duraturi.
Uno dei disturbi più
gravi e non immediatamente percettibili è quello dell’«analfabetismo emotivo» (emotional illiteracy), causato dalla
sempre crescente mancanza di interazione fisica. Se da un lato Facebook mi fa interagire
con molte persone e molto facilmente, ovviando a una vita sempre più dispersiva
e frenetica, nello stesso tempo muta i miei rapporti forti e costruisce quelli
deboli su basi e con peculiarità proprie delle funzionalità del social network.
Il soggetto può dunque perdere la consapevolezza delle proprie emozioni (e si
può far difficoltà a riconoscerle) e di quelle degli altri. E qui Riva fa
l’esempio di un cambiamento dello status sentimentale di una coppia a seconda
che tale cambiamento avvenga nella realtà e privatamente e solo poi messo a
conoscenza del pubblico, oppure pubblicamente, in bacheca, all’insaputa del
proprio partner che magari proprio in bacheca, come chiunque altrom lo scopre.
Nessuno sguardo, nessuna espressione, nessuna risposta immediata. L’individuo
ha sempre più difficoltà ad interagire con l’altro proprio perché vengono a
mancare le basi di riconoscimento dell’emotività dell’altro, quella che Goleman
chiama «intelligenza emotiva».[17]
Alla base di questa
intelligenza e dell’alfabetizzazione emotiva c’è l’empatia ovvero la capacità
di riconoscere le emozioni e i sentimenti negli altri. Spiega Riva: «Con
l’introduzione di un medium, il soggetto diventa “disincarnato” (disembodied) per il suo interlocutore:
la fisicità del corpo viene sostituita da quella del medium. Più precisamente,
nei social network la fisicità e l’immediatezza del corpo reale vengono
sostituite da un corpo virtuale, composto da una pluralità di immagini parziali
e contestualizzate […]».[18]
Tutto ciò che noi siamo nei social network sopravvive a noi, resta lì, presente
e visibile, anche se noi fisicamente non ci siamo.
Luci e ombre dei social network… È evidente che nel
futuro saranno queste forme comunicativo-creativo-economiche ad avere le
maggiori potenzialità di sviluppo, potendo offrire, ognuna con le proprie
peculiarità, ulteriori modelli e opportunità, sia per quanto riguarda la sfera
individuale che a livello collettivo. Non qualcosa di passeggero quindi, ma di
fluido e duraturo, la cui sopravvivenza e il cui successo saranno determinati
dalle loro capacità di interpretare esigenze e desideri degli utenti muniti di
account e di quelli che ancora non ce l’hanno. Anche a costo di giocare con la
privacy, che a quanto pare, per mancanza di consapevolezza o altro, a piccole
dosi può essere tranquillamente violata, senza che questo dia troppo fastidio
alla maggior parte delle persone.
Una cosa però sembra
certa: quanto più agiremo nei cyberluoghi (o come li si voglia chiamare) – che non sono più sicuri di ogni
altro luogo dove siamo stati finora – tanto più essi diventeranno ambito di
esperienza e di investimento per esperienze ed emozioni.
[1] Giuseppe Riva, I social network, Bologna, Il Mulino,
2010, pag. 190, € 13,00.
[3] Giuseppe Riva, op. cit., pag. 78.
[5] Per quanto
riguarda Facebook: http://www.socialbakers.com/facebook-statistics/?interval=last-3-months#chart-intervals.
Inoltre, stando al testo di Riva in esame – che a sua volta si rifà a dati
Nielsen 2010 – «nel 2009 per la prima volta social network e blog sono
diventati la destinazione più popolare sul web in termini di tempo trascorso
[…] superando i motori di ricerca, i siti di informazione e di acquisto, i
giochi on-line e i portali che per anni sono stati il punto di riferimento del
mondo di Internet».
[6] Giuseppe Riva, op. cit., pag. 15.
[8] Bisognerà tener
conto anche di un altro fattore: quanto conta in percentuale il numero degli
amici che un mio amico e io abbiamo in comune rispetto alla totalità dei suoi
amici e quindi la sua capacità di fare amicizia su Facebook. Ad esempio: a può essere molto amico di b ma avere in comune meno amici di
quelli che hanno in comune a e c perché b tende a non fare molte richieste di amicizia.
[9] Continuando
l’esempio della nota 8: nonostante b
sia un buon amico di a, sarà ponte
poco fruttuoso per a nella
costruzione di reti sociali virtuali (e poi magari reali) allargate dato che
un’alta percentuale di amici di b
saranno anche amici di a.
[10] Si innescano
inoltre altri meccanismi. Cambiando prodotto: se a è entusiasta di un nuovo modello di smartphone non lo dirà al
suo amico b con un semplice post su
Facebook del tipo “Il nuovo xxx è
figo!” ma manderà a b il link del
sito della casa produttrice dove si presenta il telefono. Oppure può mandare il
link di un forum di appassionati di telefonia che ne parla (quindi portando
traffico al forum e implicitamente consigliando anche il forum oltre che il
telefono), oppure può mandare il link di uno store on-line (consigliando così
oltre al telefono e al marchio dello stesso, anche lo store) che può anche
avere lo stesso marchio di un negozio fisico: il reale e il virtuale si
incontrano di nuovo.
[11] Ovviamente
questa possibilità nasconde anche un terribile lato oscuro nel caso venga
sfruttata per scopi malsani come stalking, adescamento minorenni e quant’altro.
Uno dei lati oscuri del web e certo dei social network, dato che per quanto a
un profilo corrisponda un nome probabile e un individuo più o meno riconoscibile,
non se ne può avere mai la certezza.
[14] Il disturbo di
dipendenza da internet (Internet
addiction disorder) che riguarda anche i social network e tutte quelle
attività on-line che possono portare a un uso compulsivo degli strumenti.
Riguarda la pornografia e il cybersex, il gioco d’azzardo, la dipendenza dalle
relazioni online (friendship addiction)
che rendono sempre di più il soggetto assorbito in queste relazioni virtuali a
discapito di quelle reali che vengono trascurate. Per quanto riguarda i social
network il soggetto si trova sempre di più assorbito nel cyberspazio e
nonostante provi a uscirne finisce per tornarci alla ricerca di informazioni:
la risposta a un proprio commento, un tag, una richiesta di amicizia accettata
… o anche solo per “sfogliare” esperienze relazionali passate. Un romanzo che
descrive l’impatto del disturbo di dipendenza da Internet è Facebook: domani smetto di Alessandro
Ferrari, Roma, Castelvecchi, 2009.
[16] Esempio: in
vacanza Luca viene fotografato mentre dorme vicino a una bottiglia di liquore,
messa lì dai suoi amici. Su Facebook appare questa foto con relativo tag e tutti gli amici di Luca la vedono,
sia quelli che lo conoscono tanto bene da sapere che è astemio, sia quelli che
lo conoscono tanto poco da considerarlo un sedicenne dedito a bagordi.
[17] Daniel Goleman,
Intelligenza emotiva, Milano, Rizzoli, 1995.
[18] Giuseppe Riva, op. cit., pagg. 31-32. Per non
appesantire troppo l’articolo su tale problematica sarà permesso allo scrivente
di rimandare a un suo precedente contributo apparso su questa stessa rivista
telematica che affrontava più approfonditamente la questione partendo dal libro
Guarda, tocca, vivi di Claudio Risè
(Sperling & Kupfer, 2011). Questo il link http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/dicembre/LUOGO_COMUNE/1_uomo.htm