Il rumore bianco della comunicazione (1)
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Un’affilata indagine critica sulle strutture, le condizioni e i limiti del linguaggio e della conoscenza nell’ambito delle relazioni umane e del correlato universo comunicazionale. Intersecando citazioni letterarie e nozioni scientifiche, la teoria del caos e il contro-paradigna della complessità, il senso dell’entropia e quello del disturbo, la trama informativa del mondo disvela tutta la sua intrinseca contraddittorietà. Di più, rivela un ronzio di fondo sulla cui apparente nullità si staglia però ogni operazione di semantizzazione. E quanto più vi è incertezza tanto maggiore è il tasso di informazione che si veicola. Come splendidamente mostra Carlo Emilio Gadda in un passaggio del “Pasticciaccio” dove un grottesco flusso di interferenze telefoniche indica l’infinita dispersività multipiano e multiloquio del reale.
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di Simone Rebora
The proteiform graph itself is a
polyhedron of scripture. There was a time when naif alphabetters would have
written it down the tracing of a purely deliquescent recidivist, possibly
ambidextrous, snubnosed probably and presenting a strangely profound rainbowl
in his (or her) occiput. To the hardily curiosing entomophilust then it has
shown a very sexmosaic of nymphosis in which the eternal chimerahunter
Oriolopos, now frond of sugars, then lief of saults, the sensory crowd in his
belly coupled with an eye for the goods trooth bewilderblissed by their night
effluvia with guns like drums and fondlers like forceps persequestellates his
vanessas from flore to flore. Somehows this sounds like the purest kidooleyoon
wherein our madernacerution of lour lore is rich. All’s so herou from us him in
a kitchernott darkness, by hasard and worn rolls arered, we must grope on till
Zerogh hour like pou owl giaours as we are would we salve aught of moments for
our aysore today. Amousin though not but. Closer inspection of the bordereau would reveal a multiplicity of
personalities inflicted on the documents or document and some prevision of
virtual crime or crimes might be made by anyone unwary enough before any
suitable occasion for it or them had so far managed to happen along. In fact,
under the closed eyes of the inspectors the traits featuring the chiaroscuro coalesce, their
contrarieties eliminated, in one stable somebody similarly as by the
providential warring of heartshaker with housebreaker and of dramdrinker
against freethinker our social something bowls along bumpily, experiencing a
jolting series of prearranged disappointments, down the long lane of (it’s as
semper as oxhousehumper!) generations, more generations and still more
generations.
(James Joyce, Finnegans Wake, 107.8-35)
ALT
: dacci
il favore di una
fede che
tramuti tutto
questo
scompiglio e ripiglio
di
sciogliciel e scioglilingua
in
fortuna
(Andrea Zanzotto, da Meteo)
“Quando
era studente al MIT, prima di conseguire il dottorato, Feigembaum fece
un’esperienza che lo accompagnò per molti anni. Camminava con amici attorno al
Lincoln Resevoir, un lago artificiale di Boston. Aveva preso l’abitudine di
fare passeggiate di quattro o cinque ore al giorno, per sintonizzarsi con la
varietà di impressioni e di idee che gli passavano per la mente. Quel giorno,
staccatosi dal gruppo, stava camminando da solo. Passò accanto ad alcune
persone che stavano facendo un picnic e, mentre si allontanava, si voltava ogni
tanto per dare un’occhiata, ascoltando il suono delle voci e guardando il
movimento delle mani che gesticolavano o che si protendevano per prendere dei
cibi. D’improvviso si rese conto che il quadro aveva varcato una soglia,
trapassando nell’incomprensibilità. Le figure erano ormai diventate troppo
piccole per poter essere distinte singolarmente. I gesti sembravano sconnessi,
arbitrari, casuali. I deboli suoni che pervenivano fino a lui avevano perso
ogni significato”.[i]
“Polpetta
abbozzò una smorfia. – Forse lei ha pensato che ti comportavi sul modello dello
scienziato gelido, disumanizzato e amorale.
–
Dio santo… – un braccio di Saul scattò verso l’alto. – Disumanizzato. Come
faccio a diventare più umano di così? Polpetta, io sono preoccupato. Sul serio.
Oggigiorno ci sono degli europei che vagano per il Nordafrica senza lingua,
perché gliel’hanno strappata per aver pronunciato le parole sbagliate. Solo che
gli europei pensavano fossero le parole giuste.
–
Barriere linguistiche, – suggerì Polpetta.
Saul
fece un balzo dalla stufa. – Questa qui, – disse con rabbia, – è una favorita
al premio della battuta più schifosa dell’anno. No, bello, non si tratta di una
barriera. Semmai, è una specie di dispersione. Dì a una ragazza ‘Io ti amo’.
Due terzi della frase sono un circuito chiuso. Soltanto tu e lei. Ma quella
parolaccia di tre lettere in fondo… è da quella che devi guardarti. Ambiguità.
Ridondanza. Irrilevanza, perfino. Dispersione. Tutto questo è rumore. E il
rumore ti manda in vacca il segnale, immette disordine nel circuito.
Polpetta
strascicava i piedi avanti e indietro.
–
Mah, Saul, vedi… – mormorò. – Tu, ecco, come dire, ti aspetti molto dalle
persone. Insomma, dunque. In verità, credo che gran parte delle cose che
diciamo siano soprattutto rumore.
–
Ah! Per esempio metà di quello che hai appena detto tu.
–
Be’, anche per te è lo stesso.
–
Lo so. – Saul sorrise cupo. – È un bel casino, no?
[…]
Polpetta
aveva abbandonato Saul con una bottiglia di tequila e stava per andare a
dormire dentro un armadio, quando la porta si aprì di colpo e la casa fu invasa
da cinque militari della Marina degli Stati Uniti, tutti a diversi stadi di
abominio.
–
Il posto è questo… – gridò un marinaio grasso e brufoloso che aveva perso il
berretto bianco. – È il bordello di cui ci aveva parlato il capo.
Un
allampanato vicenostromo di terza classe lo spinse via e perlustrò il
soggiorno. – Hai ragione, Fettone, – disse. – Ma qui non mi sembra granché,
nemmeno per gli Usa. Ho visto chiappe migliori a Napoli, in Italia.
–
Allora, quanto? – tuonò un grosso marinaio con le adenoidi, che stringeva un
barattolo della marmellata pieno di whisky fai-da-te.
–
Oh, mio Dio, – disse Polpetta.
Fuori,
la temperatura si mantenne costante sui 37o. Nella serra, Aubade
continuò ad accarezzare rapita i rami di una giovane mimosa, ascoltando un
motivo di linfa in ascesa, il grezzo e non risolto tema anticipatore di quei
fragili boccioli di rosa, che si dice portino fertilità. La musica si elevò in
un intricato disegno: arabeschi di ordine che contrastavano in fuga con le
dissonanze improvvisate della festa di sotto, volte culminanti in cuspidi e
ogive di rumore. Quel prezioso rapporto segnale-interferenza, il cui delicato
equilibrio esigeva ogni caloria della sua forza, fluttuava nel piccolo, esile
cranio mentre osservava Callisto preso a proteggere l’uccellino. Callisto che
ora tentava di fronteggiare qualsiasi idea di morte calorica, fiutando il
mucchietto piumato nelle sue mani. Cercava corrispondenze”.[ii]
“Il
rapporto tra l’entropia di una sorgente e il valore massimo che essa potrebbe
avere, limitatamente agli stessi simboli, sarà detto entropia relativa della sorgente. Questa, come si vedrà in seguito,
costituisce la massima compressione possibile quando procediamo alla
codificazione con un medesimo alfabeto. Uno meno l’entropia relativa
costituisce la ridondanza. La
ridondanza del comune inglese, non prendendo in considerazione la struttura
statistica di estensioni maggiori di otto lettere, è approssimativamente del
50%. Ciò significa che, quando scriviamo in inglese, la metà di quanto
scriviamo è determinata dalla struttura del linguaggio e metà è liberamente
scelta. […]
Due
estremi di ridondanza nella prosa inglese sono rappresentati dall’inglese
essenziale (Basic English) e dal libro di James Joyce, Finnegans Wake. Il vocabolario di Basic English è limitato a 850
parole e la ridondanza è molto elevata. Ciò si riflette nella espansione che si
verifica quando si traduce un passo in Basic English. Joyce, dall’altra parte,
amplia il vocabolario ed è costretto a compiere una compressione del contenuto
semantico”.[iii]
“Disse:
– Avresti dovuto ascoltare la tua prostata.
–
Cosa?
–
Hai cercato di prevedere i movimenti dello yen ricorrendo ai modelli della
natura. Sì, è chiaro. Le proprietà matematiche degli anelli di un albero, dei
semi di girasole, i bracci delle spirali galattiche. Questo l’ho imparato con
il bath. Adoravo le armonie incrociate fra la natura e i dati. Me l’hai
insegnato tu. Il modo in cui i segnali provenienti da una pulsar nello spazio
profondo seguono sequenze numeriche classiche, che a loro volta possono
descrivere le fluttuazioni di una data azione o valuta. Sei stato tu a
mostrarmelo. Il modo in cui i cicli di mercato sono intercambiabili con i cicli
temporali della riproduzione delle cavallette, della mietitura. Tu hai reso
questa forma di analisi orribilmente e sadicamente precisa. Ma ti sei
dimenticato qualcosa strada facendo.
–
Cosa?
–
L’importanza dell’asimmetria, delle cose leggermente sghembe. Tu cercavi
l’equilibrio, la bellezza dell’equilibrio, parti uguali, lati uguali. Io lo so.
Ti conosco. Ma avresti dovuto star dietro allo yen nei suoi tic e nei suoi
capricci. Il piccolo capriccio. L’imperfezione.
–
L’anomalia.
–
Ecco dov’era la risposta, nel tuo corpo, nella tua prostata”.[iv]
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Francesco Calia, Memoria Random - A-R 3, 2008, cm 100x133
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“Possiamo
trarre varie conseguenze da modelli di questo genere. Vediamo in primo luogo
come strutture o comportamenti complessi possano essere compresi – e come
quindi, in un certo senso, possa essere ridotta la loro complessità anche se
con ciò non diventano prevedibili nei loro particolari – grazie al tramite di
una sorta di ordine o di struttura interna che non deriva da un programma o da
una pianificazione, ma che è essa stessa il risultato di una certa
indeterminazione, di una certa aleatorietà. In altri termini la complessità di
una struttura o di un comportamento, che spesso appare come un’irriducibile
indeterminazione, può essere eliminata con il ricorso a un altro genere di
indeterminazione e di aleatorietà, nel momento in cui si può vedere in che modo
questa indeterminazione fa emergere nuovi significati. Questa è a parer mio la
conseguenza della stretta relazione che intercorre fra complessità e disordine
nei sistemi naturali, in quei sistemi che non sono pianificati e organizzati
dall’uomo. La sola differenza fra complessità e disordine è infatti
l’esistenza, o la non esistenza, di una funzione che rivesta un significato per
gli occhi dell’osservatore”.[v]
“Da
quanto le diligenze auricolari del Di Pietrantonio pervennero infine a
racimolare dal naufragio del testo (il crepitio del microfono e l’induttanza
della linea sonorizzavano il testo: interferenze varie, da contatto urbano,
intercicalavano, straziavano la recezione), apparve a un dipresso che l’incauto
Enea Retalli o Ritalli, sive Luiginio (ma evidentemente Luigino) aveva dato a
tinger la sciarpa… trentasei quintali di parmigiano! brondi ghi barla? spediti
ieri da Reggio Emilia… Parla il tenente di vascello Racace. Brondi, brondi!
Tenenza carabinieri Marino! Di parmigiano stagionato brondi… gasa del signor
ammiraglio Mondegùggoli! Società Bavatelli di Parma, sì, a mezzo camion… Tenenza
carabinieri di Marino, precedenza di servizio. Trentasei quintali, sì, tre
camion, partiti ieri alle dieci. No, la signora gondessa è in gliniga… In
gliniga dal signor ammiraglio… a via Orà-zio: Orà-zio! Sì, signorsì. No, signor
no. Mo domando. Precedenza servizio polizia, questura di Roma. Trentasei
quintali da Reggio Emilia, tipo Parma, di prima assoluta! Il signor ammiraglio
ha fatto l’oberazzione lunedì: l’oberazzione della vescica: della vescì-ca. Sì,
signorsì… No, signor no”.[vi]
“E,
in realtà, quali sono le ragioni che ci fanno porre in un punto particolare la
barriera dell’intenzione e del significato, una barriera senza la quale non
esisterebbero responsabilità e creatività? Senza intenzionalità dovremmo
infatti considerare anche noi stessi – e dal punto di vista biologico a ragione
– come un insieme di molecole interagenti rispetto a cui è difficile parlare di
responsabilità. Ebbene, noi poniamo la barriera dell’intenzionalità in un punto
particolare non certo per ragioni oggettive, che sarebbero inerenti alla natura
delle cose e indipendenti quindi dal contesto in cui le osserviamo. Abbiamo
visto come nella pratica, nella vita di tutti i giorni, sia più semplice
trascurare l’atteggiamento coerente del biologo e limitarci al ‘tutto accade
come se’, comportandoci come se il nostro cane avesse davvero intenzioni e
progetti. Ciò significa che il motivo che ci fa alzare una barriera tra gli
uomini e tutto il resto (e non in qualche altro punto), una barriera che
attribuisce intenzioni, progetti, capacità di soffrire, come pure la
possibilità di creare, agli altri uomini (e forse ai loro cani) ma non al filo
d’erba, al batterio e neppure alla macchina e all’automa, non è giustificato da
considerazioni oggettive e scientifiche ma fondamentalmente da considerazioni
pragmatiche ed etiche, relative a noi stessi e alle nostre relazioni con gli
altri uomini e con la natura”.[vii]
* * *
Bronze by gold heard the hoofirons, steelyringing.
[...]
Bronze by gold, miss Douce’s head by miss Kennedy’s
head, over the
crossblind of the Ormond bar heard the viceregal hoofs
go by, ringing steel.
(James Joyce, Ulysses)
Fin
dove conduce questo collage di
citazioni?
Il
presente saggio[viii] è
ideato e strutturato all’insegna del concetto di “rumore bianco”. Nel campo
delle telecomunicazioni, tale rumore è un disturbo irrilevante ai fini della
trasmissione di dati, proprio perché, occupando uniformemente l’intera gamma
delle frequenze, il suo contenuto informativo può essere considerato nullo,
quindi agevolmente eliminato, “tagliato” senza provocare danno alcuno. Le moderne
teorie del caos e della complessità ci insegnano invece che proprio questo
taglio arbitrario, questa soppressione apparentemente indolore, priva il
pensiero umano di un fondamentale strumento di conoscenza, e rischia di
condurlo verso la trappola dell’autoinganno. Ma torniamo alla passeggiata di
Mitchell Feigenbaum. Diversamente dai più celebri casi di “illuminazioni
scientifiche”, a generare la sua “rivelazione” non fu un momento di chiarezza,
di precisa percezione di una verità ultima e soggiacente all’indistinto rumore
delle cose, ma fu al contrario un momento di confusione, di perdita di
chiarezza. Fu proprio il rumore bianco delle comunicazioni umane, apparso sulla
tovaglia di un picnic, a convincere Feigenbaum a rivedere le proprie
convinzioni, aprendo la strada allo sviluppo di una nuova teoria, presto
conosciuta sotto il nome di “teoria del caos”. Questo semplice esperimento
percettivo rivelò a Feigenbaum la doppia natura dei fenomeni caotici nel nostro
universo; generatori di forme di organizzazione (esistenze umane, animali,
vegetali ed interstellari, tutte sospese sull’orlo del caos), ma al contempo
generati da quelle stesse isole di ordine apparente (parole e gesti umani,
regolati da convenzioni linguistiche e sociali, presto sfocianti in un rumore
indistinto). Un caos, insomma, visto come l’arco di volta di una realtà a
struttura circolare, in cui principio e fine corrispondono nel loro
distinguersi.
Questa
caoticità nel mondo delle comunicazioni, fu stimolo creativo per l’opera di un
giovane e promettente scrittore americano, sul finire degli anni ’50 ancora nel
pieno del suo «lento apprendistato», ma nel giro di due decenni già celebre e
celebrato in America come l’erede postmoderno di James Joyce[ix].
La festa di Polpetta Mulligan, attorno a cui ruota l’intero racconto Entropia, scritto da Thomas Pynchon «nel
’58 o nel ’59»[x], è un
vero trionfo del caos nelle comunicazioni interumane, di fronte al quale ogni
tentativo di risistemazione entro strutture ordinate (o invisibili armonie) è
intrinsecamente destinato a fallire. Nel brano da me riportato, una discussione
di contenuto inizialmente “amoroso-consolatorio”, sfocia presto in una
riflessione sul linguaggio umano e sulla componente di rumore che domina e spesso
inopinatamente determina la comunicazione verbale. La formula «Io ti amo» è
definita come un accumulo di: «Ambiguità. Ridondanza. Irrilevanza […].
Dispersione», e il segnale non riesce più a trasmettere alcun messaggio – o meglio: trasmette un messaggio che non ha più
nulla a che vedere con le originali intenzioni del soggetto emittente. Ma
questa constatazione si accompagna ad una ulteriore e più profonda presa di
coscienza: «In verità, credo che gran parte delle cose che diciamo siano
soprattutto rumore». Un’affermazione all’apparenza banale, ed oltretutto
inserita all’interno di un gioco di continui scherzi e giochi verbali che ne
adombrano il valore, e lo soffocano con il loro “rumore”. Ma, se estratta da
questo ambito goliardico e riportata nel contesto della riflessione sul
linguaggio umano, l’affermazione di Polpetta Mulligan riflette pienamente una
delle principali acquisizioni dell’allora nascente scienza delle comunicazioni.
Come sottolinea Warren Weaver, «il termine informazione nella teoria delle
comunicazioni non riguarda tanto ciò che si dice effettivamente, quanto ciò che
si potrebbe dire. Cioè, l’informazione è una misura della libertà di scelta che
si ha quando si sceglie un messaggio»[xi].
In questa ottica, quindi, il rumore (bianco) che sovrasta la festa di Polpetta,
non è altro che la più piena espressione delle potenzialità comunicative della
parola umana – potenzialità che si liberano anche nell’incomprensione,
nell’ambiguità e in continui e dispettosi giochi linguistici. La realtà, forse,
non potrà esserne mai pienamente afferrata, ma la comunicazione, il contatto
umano, ne sarà reso possibile[xii].
E così, proprio nel momento in cui la festa sembra essere giunta ad un momento
di equilibrio (quando in sostanza i convitati sono troppo stanchi o ubriachi
per poter parlare ulteriormente), irrompono nell’appartamento cinque nuovi
visitatori, portatori di nuovo caos e di ancor più violente incomprensioni: i
cinque marines, infatti, hanno
scambiato la festa per un bordello, e si sono lanciati con fare autoritario
alla ricerca di una qualsiasi ragazza disponibile, senza nemmeno preoccuparsi
di constatare l’effettiva correttezza delle loro supposizioni («Ho visto
chiappe migliori a Napoli, in Italia»; «Allora, quanto?»). Gli immensi sforzi
di Polpetta per condurre ad esaurimento l’entropia comunicazionale della festa,
per poter finalmente «andare a dormire dentro un armadio», sono nuovamente
falliti[xiii].
Ed il rumore attorno a lui, da “grigio” che era diventato, torna a farsi sempre
più bianco. Ma Pynchon, a questo punto, prende decisamente le redini della
narrazione, e proietta il lettore in una condizione opposta alla precedente: in
una serra protetta e silenziosa, dove una fragile fanciulla dal nome suggestivo
(«Aubade», che con le sue suggestioni letterarie si oppone al ben più prosaico
«Polpetta»), ascolta l’impercettibile musica della «linfa in ascesa» attraverso
«i rami di una giovane mimosa». Sembra di essere giunti in un’altra dimensione,
eppure ci siamo solo spostati al piano superiore dello stesso edificio. Tutto
quello che al piano di sotto era definito dalle parole e dalle azioni, qui è
espresso attraverso la musica e il pensiero. Ma anche questo tentativo, molto
più spirituale ed equilibrato, è destinato al fallimento. In questo racconto,
il giovane Thomas Pynchon ha voluto unire ed incrociare in un gioco di
reciproche corrispondenze le due più celebri accezioni del concetto di
“entropia”: da un lato, l’entropia informazionale, legata ai problemi di
trasmissione dei segnali, di ricezione dei messaggi e, più generalmente, di
comunicazione interumana; dall’altro l’entropia termodinamica, trasfigurata
nella vicenda di Aubade e Callisto, immersi nell’impossibile impresa di ridare
la vita a un piccolo uccellino ferito, e al contempo preoccupati dall’inesorabile
deriva termica dell’ambiente circostante («Fuori, la temperatura si mantenne
costante sui 37o»). Ad una prima analisi, sorprenderà scoprire
l’apparente opposizione tra questi due fenomeni: se, infatti, quello che si
verifica nell’appartamento di Polpetta è un sovraccarico di rumore, nella
stanza al piano di sopra ogni suono e ogni movimento sembrano esaurirsi
lentamente, in una condizione di calma assoluta, dominata da quei 37o,
temperatura elevata, asfissiante, ma che soprattutto corrisponde a quella del
corpo umano, quando colpito da una leggera e fastidiosa febbre. Ma questi due
fenomeni, se analizzati più a fondo, rivelano al contempo la propria
sostanziale corrispondenza: come il rumore bianco sovraccarica l’intera gamma
delle frequenze, dando origine a un brusio indistinto, così anche la morte
termica, soffocando l’intera gamma delle temperature possibili, lascia spazio a
quel solo leggero e fastidioso brusio, quella febbriciattola costante a 37o.
Nel proseguio del mio discorso mi concentrerò sulla prima delle accezioni, più
vicina al concetto di rumore bianco. Ma questa corrispondenza permette una
fondamentale presa di coscienza, di fronte all’umano tentativo di districarsi
attraverso la complessità del cosmo: come l’universo permane “sull’orlo del
caos”, così anche la vita umana descritta da Thomas Pynchon oscilla in un
equilibrio instabile tra due forme opposte, ma corrispondenti di entropia. E
non sarà un caso, quindi, che tutto lo sforzo mentale del «piccolo, esile
cranio» di Aubade, sia rivolto a trovare una forma di equilibrio armonico tra
gli «arabeschi di ordine» della linfa della pianta e «le dissonanze
improvvisate della festa di sotto»: ruolo che corrisponde nella maniera più
sorprendente a quello di un sistema complesso, capace di ricavare una forma di
armonia “non canonica” anche dalle più stridenti dissonanze e contraddizioni[xiv].
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Carlo Bernardini, La rivincita dell'angolo, 2011
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Quasi
a negare l’utilità e la stessa liceità degli sforzi di Polpetta Mulligan,
giungono le riflessioni di Claude E. Shannon, fondatore della moderna scienza delle
comunicazioni. Secondo quanto afferma Shannon, infatti, l’aumento della «entropia relativa della sorgente» non
determina necessariamente una perdita di informazione, ma corrisponde invece al
momento di massimo sviluppo delle potenzialità comunicative del messaggio. È
chiaro che questo aumento, quando non controllato, comporta un’effettiva
rottura del canale di comunicazione, perché il destinatario non riesce più ad
interpretare il messaggio[xv].
Non a caso Shannon cita l’esempio del Finnegans
Wake, libro “illeggibile”, proprio a causa delle sue enormi potenzialità
comunicative. Ma questa riflessione può essere facilmente estesa a qualunque
altro libro (che abbia per lo meno un valore letterario riconosciuto), scritto
da qualsiasi autore, in qualunque luogo o periodo storico. La letteratura
stessa è, infatti, strumento comunicativo la cui ridondanza (opposto
dell’entropia relativa) è ridotta al minimo, per potenziarne le capacità
espressive[xvi].
Questa tendenza è facilmente constatabile per la poesia, testo che mai si
esaurisce in se stesso, ma che inevitabilmente chiama a sé altro testo (come il
commento a piè di pagina), altri pensieri ed esseri umani, persone impegnate in
discussioni, interpretazioni e declamazioni sempre diverse, ogni volta nuove e
nuovamente vive. Un incontro squisitamente umano, che si realizza però in un
luogo sospeso al di là del tempo, distillato in ritmi e parole, ma capace di
un’espansione storica illimitata. Nell’ambito della teoria delle comunicazioni,
la ricerca letteraria può essere quindi intesa come un tentativo da parte
dell’uomo di mettersi in relazione con quel massimo di entropia, con quel
“rumore bianco” che sottostà ad ogni singola comunicazione umana, ma che al
contempo ne può essere determinato. Quando il lettore più sprovveduto si pone
di fronte a una pagina del Finnegans Wake,
quello che egli percepirà sarà molto simile all’indistinguibile parlottare di
persone in lontananza, allo scrosciare dell’acqua di una cascata o, in estremo,
al suono e all’immagine prodotti da uno schermo televisivo che riceve un
segnale di rumore bianco. Ma esiste un significato in tutto questo? Le persone
lontane, una volta avvicinate, potranno essere comprese; il movimento agitato
di un fluido, per quanto sostanzialmente imprevedibile, potrà essere indagato
servendosi delle più recenti acquisizioni della teoria del caos. Ma il puro
rumore? È inevitabile che l’uomo, giunto a questo limite, si debba porre di
fronte a domande di carattere metafisico. La mentalità scientifica ha per
secoli rifiutato di dedicarvisi, considerandole semmai un campo d’indagine
adatto per altre discipline, più o meno nobili o derisibili. Ma, nel fare
questo, ha anche trascurato il fatto che la mente umana non può rinunciare a
porsi domande di questo tipo. Perché esse sono parte costitutiva del nostro
intrinseco bisogno di conoscenza. E l’unico modo per vincerle è non dargli
ascolto. Atteggiamento eticamente discutibile. Ma anche, in sostanza, poco
scientifico.
L’ambizione
di conoscere, di prevedere il futuro è intrinseca al nostro stesso codice
genetico. Per quanto, forse, non ci si renda effettivamente conto dell’assoluta
infelicità di una simile scoperta, che priverebbe l’uomo della capacità di
assaporare la vita nel suo divenire, nel suo imprevedibile e costante farsi e disfarsi,
la mente umana non può esimersi dal fare programmi per (o anche solo sognare)
il futuro. Ma la barriera che gli si oppone è compatta come un muro senza
intercommessure, muta come l’immagine del rumore bianco: un’immagine che potrà
apparire (qualitativamente) sempre identica a se stessa, ma la cui evoluzione
puntuale non potrà essere prevista, nemmeno per le distanze temporali più
ridotte. Nella moderna riflessione scientifica, una delle discipline che più
hanno contribuito a definire il “contro-paradigma” della complessità, è stata
proprio l’economia, scienza impegnata a tentare previsioni su uno dei campi più
incontrollabili, ma al contempo decisivi, nella società contemporanea. Eric
Packer, protagonista del libro Cosmopolis
di Don DeLillo, rappresenta, anche nelle sue più inumane deviazioni, il
tipico self-made man, spirito del
moderno capitalismo: un uomo che ha costruito il suo patrimonio grazie a una
folgorante carriera di investimenti in Borsa, un uomo sempre pronto a nuove
sfide, ma contemporaneamente consumato da un male oscuro che lo rode
dall’interno, un male tanto più terribile in quanto egli non riesce in alcun
modo a definirlo, a comprenderlo. Il dialogo da me riportato nel collage introduttivo, ha così una doppia
valenza: il suo interlocutore, colui che gli spiega l’errore insito nel suo
sistema, sarà anche il suo assassino. Quest’uomo, ex-dipendente in cerca di
vendetta, non rappresenta all’interno del libro la semplice punizione per le
dissolutezze e le crudeltà di Eric: egli è molto di più. Eric ne percepisce la
presenza fin da subito, già nella prima mattinata, quando esce sulla sua limousine in cerca di un barbiere, o
quando, a notte fonda, finalmente rasato e lasciata l’automobile, si getta
sventatamente nella sua trappola. Ma soprattutto Eric comprende presto come
quest’uomo sia la chiave di volta per il mistero che lo angustia, per quel male
oscuro che lo ha minacciato attraverso l’intera giornata in cui si svolge la
vicenda di Cosmopolis, prima sotto
forma di un’imprecisata minaccia terroristica, poi di una rovina finanziaria, e
infine come una prostata asimmetrica. «Avresti dovuto ascoltare la tua
prostata», è la soluzione che il suo carnefice gli fornisce, poco prima di
premere il grilletto. E quella «anomalia» che risolve la complessità del
sistema economico e sociale in cui Eric ha giocato, si è arricchito e ben
presto rovinato, è anche la più potente traccia di umanità rimasta nel corpo di
un uomo ormai talmente votato alla “speculazione”, da essere divenuto una
semplice pedina nel suo stesso gioco[xvii].
L’anomalia è quindi l’immagine della nostra vita, intesa nel senso più
“corporale” del termine; è ciò che ci permette di uscire dalla trappola
dell’eccessiva sistematizzazione (sociale ed economica) del nostro mondo. Ma
essa è anche il segno della nostra definitiva condanna a morte. La nostra umana
limitatezza, la nostra «imperfezione», è la chiave di volta per risolvere la
caotica immagine dell’universo complesso. Ma nel momento in cui noi
l’afferriamo, è già troppo tardi.
Il
sostanziale pessimismo di tali riflessioni non deve però condurre a un totale
abbandono nelle mani della pura aleatorietà. Letto in quest’ottica,
l’intervento di Henry Atlan non sembrerebbe aggiungere nulla al discorso fin
qui sviluppato. In sostanza, la sua potrebbe essere interpretata come una
dichiarazione di assoluto relativismo: il significato può essere definito tale
solo «per gli occhi dell’osservatore», ed è quindi libero di variare da
soggetto a soggetto. L’universo complesso, in conclusione, risulterebbe inconoscibile,
proprio perché soggetto ad innumerevoli interpretazioni sempre diverse l’una
dall’altra. Ma occorre reintegrare la citazione nel tessuto complessivo del
saggio in cui originalmente comparve. Perché i «modelli di questo genere» di
cui Atlan parla, sono di natura ben diversa rispetto ai modelli economici
ideati da Eric Packer. Il saggio di Atlan si occupa infatti di «reticoli di
automi booleani aleatori che presentano delle proprietà di autorganizzazione
strutturale»[xviii].
In termini più semplici, lo scienziato francese descrive il comportamento di
una scheda elettronica stampata, composta da piccoli automi programmati a
compiere semplici operazioni (addizione, sottrazione, negazione, et al.), strettamente correlati tra loro
(le uscite degli uni corrispondono alle entrate degli altri), e liberamente
disposti sullo spazio della scheda. In sostanza, il sistema è regolarmente
programmato, ma il suo comportamento non è prevedibile a meno di
complicatissime quanto inutili operazioni. Molto più semplice osservarne
direttamente il comportamento. Ed Atlan nota correttamente: «Se […] un
osservatore esterno osservasse il comportamento di un reticolo di tal genere
[…], sarebbe tentato di attribuirgli un’intenzionalità, quell’intenzionalità
che sembrerebbe presiedere a ogni processo di creazione del significato
allorché lo si osservi in maniera globale dall’esterno»[xix].
Quindi, il “relativismo” da lui proposto non deve essere riferito a quei
sistemi universali che noi possiamo osservare solo dall’esterno, ma a sistemi
che siamo noi stessi a creare e a programmare, e il cui comportamento riesce
comunque a stupirci. La complessità, in conclusione, anche quando ci apparirà
come un fenomeno puramente caotico, nella veste di un indefinibile “rumore
bianco”, potrà essere comunque indagata: quando il suo “creatore” sarà un uomo
come noi, con il quale potremo parlare, discutere o anche litigare; quando la
sua struttura sottesa potrà essere raffigurata schematicamente, pur restando
non desumibile da una semplice osservazione diretta.
Ma
come occorrerà reagire, allora, quando quella stessa struttura assumerà degli
atteggiamenti “dispettosi”, produttori di messaggi autonomi, in apparente
contraddizione con la sua natura puramente meccanica? Il brano di Carlo Emilio
Gadda da me riportato, fornisce un gustoso esempio per questo tipo di
situazioni: la linea telefonica, strumento che dovrebbe unicamente servire a
trasmettere un messaggio dall’emittente al destinatario, moltiplica e complica
il «testo» del messaggio, rendendone la fruizione quasi impossibile, ma
soprattutto smontandolo, mettendone in luce gli elementi strutturali e le
intrinseche debolezze. Occorrerà però chiarire cosa, in questo brano, Gadda
intenda con la parola «testo». Esso subisce infatti, attraverso la linea telefonica,
un vero e proprio «naufragio», che ne disperde i contenuti, ne distrugge i
legami, lasciandone le singole componenti in balia delle “onde” della
trasmissione. Ma questo stesso testo, proprio a causa del «crepitio del
microfono e l’induttanza della linea», risulta anche «sonorizza[to]», portato
cioè su un piano di esistenza dominato non più dalle singole parole (simboli di
concetti ideali), ma dal “cicaleccio” del «contatto umano»[xx].
Il testo «strazia[to]» perde quindi in efficacia informativa, acquistando in
umanità, in potenzialità comunicativa. Questo perché il “mezzo” non è più un
semplice e freddo strumento, dedito a diffondere messaggi il più possibile
fedeli all’intenzione originale, ma diviene autonomo creatore di significati.
Proprio come la scrittura letteraria riesce a trasmettere significati superiori
al messaggio che veicola, così anche il cavo telefonico che collega «le
diligenze auricolari del Di Pietrantonio», lascia emergere una novità
dall’interno del sistema: il “tutto” diviene più della somma delle parti.
Riletto in questa ottica, allora, il «testo» gaddiano altro non sarà che
l’impulso “informante” delle forze di polizia, intente a recepire correttamente
le notizie sull’«incauto Enea Retalli o Ritalli», ma dedite anche ad esercitare
una forma di controllo sulla più libera e schietta realtà umana. E così, la
gustosa divagazione sui «trentasei quintali di parmigiano» e sulla «oberazzione
della vescica: della vescì-ca» dell’«ammiraglio Mondegùggoli», diviene la più
perfetta rappresentazione di una realtà che rifiuta di uniformarsi agli ordini
proclamati ad alta voce («Tenenza carabinieri di Marino, precedenza di
servizio») da quel potere informante. Una forza che non si nasconde unicamente
dietro l’azione del potere esecutivo nel ventennio fascista, ma che emerge
anche in ogni nostro tentativo di razionalizzazione del reale. E l’aspetto più
sorprendente di questo brano, è che questa umanissima presa di coscienza
avviene non tramite l’intervento dell’uomo, ma attraverso un dispettoso gioco di
contatti su una linea telefonica. Sembra quasi che il servomeccanismo, di
fronte allo sforzo di razionalizzazione messo in atto dall’uomo, risponda
apportando al sistema quella giusta dose di caoticità, necessaria a renderlo
praticamente inservibile. Il mezzo meccanico, insomma, impedisce all’uomo di
rinunciare alla propria umanità. È ovvio, naturalmente, che dietro questo
freddo strumento si nasconde l’azione occulta dello scrittore demiurgo, abile a
rimescolare e truccare le carte, per far emergere unicamente i significati da
lui ricercati. Ma, come notava Atlan, se si scegliesse di osservare questo
sistema “dall’esterno”, senza cioè considerare l’intentio auctoris soggiacente al testo, quello che ne emergerebbe
sarebbe il libero gioco di uno strumento meccanico, capace di produrre
autonomamente nuovi significati. Gadda non intendeva certo, con questo brano,
fornire un esempio di intelligenza artificiale, ma è comunque interessante
notare come la sua formazione di ingegnere abbia agito nel definirne le caratteristiche:
più che una critica ai sistemi di telecomunicazione del ventennio, esso dovrà
essere letto come una divertita esposizione delle loro potenzialità creative.
Un auspicio per un futuro in cui le tecnologie informatiche non si limitino
unicamente a “informare” (nel doppio significato che tale termine può
assumere), ma possano apportare nuovi e sorprendenti contributi al lungo e
tortuoso percorso della conoscenza umana.
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Hassan Vahedi, Fuori cornice, sculture in legno, 2011
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Le
oscure prospettive della moderna evoluzione delle tecnologie hanno spesso terrorizzato
anche gli spiriti più positivistici. Fin dove ci condurrà questo percorso? Con
cosa ci dovremo confrontare? La paura maggiore è suscitata dal fatto che non
siamo assolutamente in grado di prevederlo: forse, un giorno, ci troveremo di
fronte a qualcosa che la nostra stessa razionalità avrà partorito, ma che non
saremo più in grado di comprendere o controllare. L’intelligenza artificiale ci
pone di fronte a questi interrogativi. La mente umana potrebbe generare un
figlio, ma sarà costui simile a lei? Diverso o superiore? Amico o nemico? Tutte
queste domande portano solo ulteriori incertezze, e nella penombra del dubbio
matura la paura. Eppure, la sfida della complessità non pone questioni troppo differenti.
Anche i sistemi complessi sono imprevedibili, e denunciano comportamenti
attribuibili a una qualche forma di “intelligenza”. Questi sistemi sono sotto i
nostri occhi ogni giorno, ma spesso non ne cogliamo il valore, e risulta allora
più facile «limitarci al ‘tutto accade come se’», a vedere in essi una forma di
ordine e prevedibilità, anche quando la sorpresa ci attende dietro l’angolo.
Come nota giustamente Atlan, il solo criterio di discriminazione che si potrà
stabilire tra essere intelligente ed essere istintivo (o meccanico), sarà di
carattere etico: senza mettere in gioco i nostri rapporti con gli altri uomini
(e, più in generale, con la vita in sé), non potremo mai giungere a una
soluzione. Ma, allo stesso tempo, anche entrando nel labirinto dell’etica,
finiremmo comunque col rinchiuderci in una trappola senza alcuna via d’uscita
immediata o univoca[xxi].
Per meglio indirizzare il nostro percorso di ricerca, il problema
dell’intelligenza potrà essere allora inserito nella categoria più generale
della “alterità”. Potremmo considerare non intelligente solo ciò che riusciremo
sempre e comunque a prevedere nei suoi comportamenti futuri, a lungo e breve
termine. Non intelligente sarà quell’oggetto che saremo capaci d’includere integralmente
nel nostro pensiero, privandolo di esistenza autonoma, di alterità – portandolo
così al di fuori del campo dell’etica. Ma quale “oggetto” potrà essere
considerato tale? Sarà facile comprendere come nulla, nell’intera estensione
dell’universo fenomenico, potrà mai soddisfare tale requisito. Questo perché
ogni oggetto è parte integrante del cosmo, immerso nel suo infinito sistema di
correlazioni, e quindi del tutto imprevedibile nel suo comportamento futuro. Se
non potremo mai prevedere le azioni di un uomo (o di un automa
super-intelligente), allo stesso modo ci risulteranno inconoscibili le future
condizioni di esistenza di un semplice sasso. Insomma, proseguendo lungo questa
strada si correrà il rischio di cadere nuovamente nella trappola del
relativismo – se non in quella dell’irrazionalismo.
Ma
quale, allora, la via d’uscita?
[i]
James Gleick, Caos. La
nascita di una nuova scienza
[1987], Milano, Rizzoli, 1989, p. 163.
[ii] Thomas Pynchon, Entropia, in Un lento apprendistato [1984], Torino, Einaudi, 2007, pp. 77-80.
[iii] Claude E. Shannon e Warren
Weaver, La teoria matematica delle
comunicazioni [1949], Milano, Etas Kompass, 1971, pp. 61-62 (corsivi nel
testo).
[iv] Don DeLillo, Cosmopolis [2003], Torino, Einaudi,
2006, pp. 171-72.
[v] Henry Atlan, Complessità, disordine e autocreazione del
significato, in La sfida della
complessità, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Milano, Feltrinelli,
1985, pp. 172-73.
[vi] Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana [1957],
in Romanzi e racconti II, Milano,
Garzanti, 1989, pp. 139-40.
[vii] Henry Atlan, Complessità, disordine e autocreazione del
significato, cit., p. 177.
[viii] La forma di questo saggio ne
integra il contenuto. Ho voluto suddividerne ogni parte in due sezioni distinte
per fornire: nella prima, un’immagine di apparente rumore informazionale,
tramite uno slegato susseguirsi di citazioni; nella seconda, una ripresa dei
singoli temi anticipati, susseguentemente sviluppati e integrati in una catena
logica consequenziale. Come suggerisce la post-epigrafe alla seconda sezione,
mi sono ispirato alla tecnica compositiva adottata da James Joyce per
l’episodio “Sirens” dello Ulysses: una fuga per canonem che, dopo un’estemporanea esposizione dei temi
principali, li sviluppa poi in una sequenza logico-narrativa. Per favorire la
consultazione, ogni paragrafo della seconda sezione corrisponde ad ognuna delle
citazioni della prima, per cui ogni “a capo” segnala il passaggio della
focalizzazione sul brano successivo.
[ix] Sarebbe opportuno precisare i
termini di questa equiparazione, tanto stimolante quanto discutibile. La
scrittura di Thomas Pynchon, infatti, ha ben poco da spartire con quella di
James Joyce, sia per quanto riguarda la tecnica narrativa, sia per il
linguaggio, la scelta delle ambientazioni e i riferimenti culturali. Ma, in
assenza di uno studio specifico (in lingua italiana) sull’argomento, mi limito
a segnalare quanto, pur nella differenza d’impostazione, entrambi questi
scrittori realizzino, tramite le loro opere, simulazioni letterarie di sistemi
complessi. Se in Joyce questa creazione è tutta giocata sul piano del
linguaggio e della destrutturazione della comune “trama” narrativa, in Pynchon
essa si realizza al contrario proprio tramite un potenziamento della
complessità dell’intreccio, oltre i limiti generalmente consentiti. Pynchon
racconta sempre e comunque delle “storie”, ma il loro inserimento in
intricatissimi sistemi di relazioni e corrispondenze, porta paradossalmente a
distruggere dall’interno lo svolgimento lineare e razionale della trama,
suggerendo al lettore la necessità di costruire un sistema “alternativo”,
capace di dar conto dell’inestricabile complessità della realtà (letteraria) in
cui si trova immerso. Al fine di fare questa esperienza, suggerisco la lettura
del suo primo romanzo, V. [1963]
(Milano, Rizzoli, 2009), prima di affrontare l’ancor più complesso e
disorientante universo dell’Arcobaleno della gravità [1973] (Milano,
Rizzoli, 2007).
[x] Thomas Pynchon, Introduzione, in Un lento apprendistato, cit., p. XIX.
[xi] Warren Weaver, Recenti contributi alla teoria matematica
delle comunicazioni, in Claude E. Shannon e Warren Weaver, La teoria matematica delle comunicazioni,
cit., p. 8.
[xii] Sembrerebbe una banale
precisazione, ma ogni forma di comunicazione umana necessita di una
incomprensione di fondo, per realizzarsi. Due esseri umani che si capissero
perfettamente, non avrebbero nemmeno la necessità di comunicare fra loro.
[xiii] Una piacevole quanto autorevole
riflessione sullo stesso problema vissuto da Polpetta Mulligan, può essere
ricavata dalle pagine del celebre fisico Stephen Hawking: «Il progresso del
genere umano nella comprensione dell’universo ha stabilito un cantuccio
d’ordine in un universo sempre più disordinato. Se il lettore ricordasse ogni
parola di questo libro avrebbe registrato circa due milioni di elementi di
informazione: l’ordine del suo cervello sarebbe aumentato di circa due milioni
di unità. Leggendo il libro, però, egli avrà convertito almeno un migliaio di
calorie di energia ordinata, sotto forma di cibo, di energia disordinata sotto
forma di calore, che viene dissipato nell’ambiente per convezione e sotto forma
di sudore. Il disordine dell’universo risulterà in tal modo accresciuto di
circa venti milioni di milioni di milioni di milioni di unità – ossia quasi
dieci milioni di milioni di milioni di volte più dell’aumento dell’ordine nel
suo cervello – e questo nell’ipotesi che ricordasse perfettamente l’intero
contenuto di questo libro» (Dal big bang
ai buchi neri [1988], Milano, Rizzoli, 1998, pp. 176-77).
[xiv] Per chi fosse interessato ad
approfondire meglio i problemi della complessità, invito alla lettura dei
pionieristici lavori di Ilya Prigogine ed Edgar Morin (Ilya Prigogine e
Isabelle Stengers, La nuova alleanza.
Metamorfosi della scienza [1981], Torino, Einaudi, 1999; Edgar Morin, Il metodo I. La natura della natura [1977],
Milano, Raffaello Cortina, 2001). Un’introduzione più semplificata è nel
volumetto di Alberto F. De Toni e Luca Comello, Viaggio nella complessità, Venezia, Marsilio, 2007. Per chi volesse
invece conoscere i più recenti sviluppi in questo ambito di ricerche, segnalo:
Cristoforo Sergio Bertuglia e Franco Vaio, Complessità
e modelli. Un nuovo quadro interpretativo per la modellizzazione nelle scienze
della natura e della società, Torino, Bollati Boringhieri, 2011.
[xv] «Che incidenza ha il disturbo
sulla informazione? L’informazione è, bisogna sempre tenerlo presente, una
misura della libertà che si ha nello scegliere un messaggio. Quanto maggiore è
questa libertà di scelta, e quindi quanto maggiore è l’informazione, tanto
maggiore è l’incertezza che il messaggio effettivamente scelto sia qualcuno in
particolare. Pertanto, maggiore libertà di scelta, maggiore incertezza,
maggiore informazione, vanno di pari passo. Se si introduce il disturbo, allora
il messaggio ricevuto contiene certe alterazioni, certi errori, certo materiale
estraneo, che indurrebbero certamente ad affermare che il messaggio ricevuto
rivela una accresciuta incertezza. Ma, se l’incertezza è aumentata, anche
l’informazione è aumentata e sembrerebbe che il disturbo sia stato vantaggioso»
(Warren Weaver, Recenti contributi alla
teoria matematica delle comunicazioni, cit., pp. 19-20).
[xvi] È per questo motivo che Roman
Jakobson giunse a parlare di «ambiguità» della poesia, distinguendo la
«funzione poetica» della «comunicazione verbale» dalle altre («referenziale»,
«fatica» e «metalinguistica»), nelle quali il messaggio è meno «concentrato su
se stesso» (cfr. Roman Jakobson, Linguistica
e poetica, in Saggi di linguistica
generale [1963], Milano, Feltrinelli, 1974, pp. 181-209).
[xvii]
Per mettere meglio in mostra l’errore compiuto da Eric, riporto un altro
dialogo di argomento simile, questa volta con la sua “consulente filosofica”:
«[Lei disse:] – Tu applichi la matematica e altre discipline, okay. Ma alla
fine hai a che fare con un sistema incontrollabile. Isterismo ad alta velocità,
giorno per giorno, minuto per minuto. I cittadini dei paesi liberi non devono
temere la patologia dello stato. Siamo noi stessi a creare la nostra frenesia,
i nostri sconvolgimenti di massa, incalzati da macchine pensanti sulle quali
non abbiamo un’autorità definitiva. La frenesia passa quasi sempre inosservata.
È semplicemente il nostro stile di vita. […]
– Esiste un ordine a un livello
profondo, – disse lui. – Uno schema che vuole essere visto.
– Allora vedilo.
Sentì delle voci in lontananza.
– L’ho sempre visto. Ma in questo
momento mi sfugge. I miei esperti si sono impegnati a fondo ed hanno quasi
rinunciato. Mi sono dato da fare, dormendoci sopra, restando sveglio a
pensarci. C’è una superficie comune, un’affinità tra le oscillazioni del
mercato e il mondo della natura.
– Un’estetica dell’interazione.
– Sì. Ma in questo caso comincio a
dubitare di poterla trovare.
–
Dubbio? Cos’è il dubbio? Tu non credi nel dubbio. Sei stato tu a dirmelo. I
computer eliminano il dubbio. I dubbi derivano dalle esperienze passate. Ma il
passato sta scomparendo. Un tempo conoscevamo il passato ma non il futuro. Le
cose stanno cambiando, – disse lei. – Ci serve una nuova teoria del tempo» (Don
DeLillo, Cosmopolis, cit., pp.
74-75).
[xviii] Henry Atlan, Complessità, disordine e autocreazione del
significato, cit., p. 168.
[xx] Significativo il fatto che la
vecchia redazione del romanzo, pubblicata sulla rivista «Letteratura» nel
1946-47, presentasse una piccola variante nel primo inciso tra parentesi: «(il
crepitio del gargarizzante microfono
e l’induttanza di linea sonorizzavano il testo: interferenze varie, da contatto
urbano, intercicalavano: straziavano la recezione)» (Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
(redazione di «Letteratura»), in Romanzi
e racconti II, cit., p. 441, mio
il corsivo). Il verbo “gargarizzare”, riferito all’effetto del microfono, rende
ancor meglio l’idea di un ritorno del «testo» alla sua dimensione più
schiettamente umana: la macchina non è solo un freddo tramite nella
comunicazione, ma si carica di attributi “caldi” e vivi.
[xxi]
«Malgrado la scommessa, malgrado la strategia, rimane un’irriducibile
incertezza legata all’ecologia dell’azione, ai limiti del calcolabile, agli
antagonismi degli imperativi, alle contraddizioni etiche, alle illusioni della
mente umana.
L’incertezza etica dipende non solo
dall’ecologia dell’azione (una buona intenzione non può produrre del male?),
dalle contraddizioni etiche, dalle illusioni della mente umana, ma anche dal
carattere trinitario nel quale l’auto-etica, la socio-etica e l’antropo-etica
sono nello stesso tempo complementari, concorrenti e antagoniste. In ogni
occasione si deve stabilire una priorità e compiere una scelta (scommessa).
Più profondamente, ci sono una
contraddizione e un’incertezza etiche di fronte al mondo, al reale, al male. La
doppia massima beethoveniana ci pone nel cuore di questa contraddizione e di
questa incertezza: ‘Muss es sein? Es
muss sein!’.
Muss
es sein: la rivolta contro il mondo, contro il reale,
contro il male, contro il destino. Es
muss sein: la necessaria accettazione del mondo, del reale, del male, del
destino, non fosse che per resistere alla crudeltà del mondo, lottare contro il
male, emendare il destino» (Edgar Morin, Il
metodo VI. Etica, [2004], Milano, Raffaello Cortina, 2005, pp. 45-46).
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