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SAGGI
Il rumore bianco della comunicazione (1)


      
Un’affilata indagine critica sulle strutture, le condizioni e i limiti del linguaggio e della conoscenza nell’ambito delle relazioni umane e del correlato universo comunicazionale. Intersecando citazioni letterarie e nozioni scientifiche, la teoria del caos e il contro-paradigna della complessità, il senso dell’entropia e quello del disturbo, la trama informativa del mondo disvela tutta la sua intrinseca contraddittorietà. Di più, rivela un ronzio di fondo sulla cui apparente nullità si staglia però ogni operazione di semantizzazione. E quanto più vi è incertezza tanto maggiore è il tasso di informazione che si veicola. Come splendidamente mostra Carlo Emilio Gadda in un passaggio del “Pasticciaccio” dove un grottesco flusso di interferenze telefoniche indica l’infinita dispersività multipiano e multiloquio del reale.
      



      


di Simone Rebora

 

 

The proteiform graph itself is a polyhedron of scripture. There was a time when naif alphabetters would have written it down the tracing of a purely deliquescent recidivist, possibly ambidextrous, snubnosed probably and presenting a strangely profound rainbowl in his (or her) occiput. To the hardily curiosing entomophilust then it has shown a very sexmosaic of nymphosis in which the eternal chimerahunter Oriolopos, now frond of sugars, then lief of saults, the sensory crowd in his belly coupled with an eye for the goods trooth bewilderblissed by their night effluvia with guns like drums and fondlers like forceps persequestellates his vanessas from flore to flore. Somehows this sounds like the purest kidooleyoon wherein our madernacerution of lour lore is rich. All’s so herou from us him in a kitchernott darkness, by hasard and worn rolls arered, we must grope on till Zerogh hour like pou owl giaours as we are would we salve aught of moments for our aysore today. Amousin though not but. Closer inspection of the bordereau would reveal a multiplicity of personalities inflicted on the documents or document and some prevision of virtual crime or crimes might be made by anyone unwary enough before any suitable occasion for it or them had so far managed to happen along. In fact, under the closed eyes of the inspectors the traits featuring the chiaroscuro coalesce, their contrarieties eliminated, in one stable somebody similarly as by the providential warring of heartshaker with housebreaker and of dramdrinker against freethinker our social something bowls along bumpily, experiencing a jolting series of prearranged disappointments, down the long lane of (it’s as semper as oxhousehumper!) generations, more generations and still more generations.

(James Joyce, Finnegans Wake, 107.8-35)

 

 

ALT

: dacci il favore di una

fede che tramuti tutto

questo scompiglio e ripiglio

di sciogliciel e scioglilingua

in fortuna                   

                        (Andrea Zanzotto, da Meteo)

 

 

“Quando era studente al MIT, prima di conseguire il dottorato, Feigembaum fece un’esperienza che lo accompagnò per molti anni. Camminava con amici attorno al Lincoln Resevoir, un lago artificiale di Boston. Aveva preso l’abitudine di fare passeggiate di quattro o cinque ore al giorno, per sintonizzarsi con la varietà di impressioni e di idee che gli passavano per la mente. Quel giorno, staccatosi dal gruppo, stava camminando da solo. Passò accanto ad alcune persone che stavano facendo un picnic e, mentre si allontanava, si voltava ogni tanto per dare un’occhiata, ascoltando il suono delle voci e guardando il movimento delle mani che gesticolavano o che si protendevano per prendere dei cibi. D’improvviso si rese conto che il quadro aveva varcato una soglia, trapassando nell’incomprensibilità. Le figure erano ormai diventate troppo piccole per poter essere distinte singolarmente. I gesti sembravano sconnessi, arbitrari, casuali. I deboli suoni che pervenivano fino a lui avevano perso ogni significato”.[i]

 

“Polpetta abbozzò una smorfia. – Forse lei ha pensato che ti comportavi sul modello dello scienziato gelido, disumanizzato e amorale.

– Dio santo… – un braccio di Saul scattò verso l’alto. – Disumanizzato. Come faccio a diventare più umano di così? Polpetta, io sono preoccupato. Sul serio. Oggigiorno ci sono degli europei che vagano per il Nordafrica senza lingua, perché gliel’hanno strappata per aver pronunciato le parole sbagliate. Solo che gli europei pensavano fossero le parole giuste.

– Barriere linguistiche, – suggerì Polpetta.

Saul fece un balzo dalla stufa. – Questa qui, – disse con rabbia, – è una favorita al premio della battuta più schifosa dell’anno. No, bello, non si tratta di una barriera. Semmai, è una specie di dispersione. Dì a una ragazza ‘Io ti amo’. Due terzi della frase sono un circuito chiuso. Soltanto tu e lei. Ma quella parolaccia di tre lettere in fondo… è da quella che devi guardarti. Ambiguità. Ridondanza. Irrilevanza, perfino. Dispersione. Tutto questo è rumore. E il rumore ti manda in vacca il segnale, immette disordine nel circuito.

Polpetta strascicava i piedi avanti e indietro.

– Mah, Saul, vedi… – mormorò. – Tu, ecco, come dire, ti aspetti molto dalle persone. Insomma, dunque. In verità, credo che gran parte delle cose che diciamo siano soprattutto rumore.

– Ah! Per esempio metà di quello che hai appena detto tu.

– Be’, anche per te è lo stesso.

– Lo so. – Saul sorrise cupo. – È un bel casino, no?

[…]

Polpetta aveva abbandonato Saul con una bottiglia di tequila e stava per andare a dormire dentro un armadio, quando la porta si aprì di colpo e la casa fu invasa da cinque militari della Marina degli Stati Uniti, tutti a diversi stadi di abominio.

– Il posto è questo… – gridò un marinaio grasso e brufoloso che aveva perso il berretto bianco. – È il bordello di cui ci aveva parlato il capo.

Un allampanato vicenostromo di terza classe lo spinse via e perlustrò il soggiorno. – Hai ragione, Fettone, – disse. – Ma qui non mi sembra granché, nemmeno per gli Usa. Ho visto chiappe migliori a Napoli, in Italia.

– Allora, quanto? – tuonò un grosso marinaio con le adenoidi, che stringeva un barattolo della marmellata pieno di whisky fai-da-te.

– Oh, mio Dio, – disse Polpetta.

Fuori, la temperatura si mantenne costante sui 37o. Nella serra, Aubade continuò ad accarezzare rapita i rami di una giovane mimosa, ascoltando un motivo di linfa in ascesa, il grezzo e non risolto tema anticipatore di quei fragili boccioli di rosa, che si dice portino fertilità. La musica si elevò in un intricato disegno: arabeschi di ordine che contrastavano in fuga con le dissonanze improvvisate della festa di sotto, volte culminanti in cuspidi e ogive di rumore. Quel prezioso rapporto segnale-interferenza, il cui delicato equilibrio esigeva ogni caloria della sua forza, fluttuava nel piccolo, esile cranio mentre osservava Callisto preso a proteggere l’uccellino. Callisto che ora tentava di fronteggiare qualsiasi idea di morte calorica, fiutando il mucchietto piumato nelle sue mani. Cercava corrispondenze”.[ii]

 

“Il rapporto tra l’entropia di una sorgente e il valore massimo che essa potrebbe avere, limitatamente agli stessi simboli, sarà detto entropia relativa della sorgente. Questa, come si vedrà in seguito, costituisce la massima compressione possibile quando procediamo alla codificazione con un medesimo alfabeto. Uno meno l’entropia relativa costituisce la ridondanza. La ridondanza del comune inglese, non prendendo in considerazione la struttura statistica di estensioni maggiori di otto lettere, è approssimativamente del 50%. Ciò significa che, quando scriviamo in inglese, la metà di quanto scriviamo è determinata dalla struttura del linguaggio e metà è liberamente scelta. […]

Due estremi di ridondanza nella prosa inglese sono rappresentati dall’inglese essenziale (Basic English) e dal libro di James Joyce, Finnegans Wake. Il vocabolario di Basic English è limitato a 850 parole e la ridondanza è molto elevata. Ciò si riflette nella espansione che si verifica quando si traduce un passo in Basic English. Joyce, dall’altra parte, amplia il vocabolario ed è costretto a compiere una compressione del contenuto semantico”.[iii]

 

“Disse: – Avresti dovuto ascoltare la tua prostata.

– Cosa?

– Hai cercato di prevedere i movimenti dello yen ricorrendo ai modelli della natura. Sì, è chiaro. Le proprietà matematiche degli anelli di un albero, dei semi di girasole, i bracci delle spirali galattiche. Questo l’ho imparato con il bath. Adoravo le armonie incrociate fra la natura e i dati. Me l’hai insegnato tu. Il modo in cui i segnali provenienti da una pulsar nello spazio profondo seguono sequenze numeriche classiche, che a loro volta possono descrivere le fluttuazioni di una data azione o valuta. Sei stato tu a mostrarmelo. Il modo in cui i cicli di mercato sono intercambiabili con i cicli temporali della riproduzione delle cavallette, della mietitura. Tu hai reso questa forma di analisi orribilmente e sadicamente precisa. Ma ti sei dimenticato qualcosa strada facendo.

– Cosa?

– L’importanza dell’asimmetria, delle cose leggermente sghembe. Tu cercavi l’equilibrio, la bellezza dell’equilibrio, parti uguali, lati uguali. Io lo so. Ti conosco. Ma avresti dovuto star dietro allo yen nei suoi tic e nei suoi capricci. Il piccolo capriccio. L’imperfezione.

– L’anomalia.

– Ecco dov’era la risposta, nel tuo corpo, nella tua prostata”.[iv]





Francesco Calia, Memoria Random - A-R 3, 2008, cm 100x133


“Possiamo trarre varie conseguenze da modelli di questo genere. Vediamo in primo luogo come strutture o comportamenti complessi possano essere compresi – e come quindi, in un certo senso, possa essere ridotta la loro complessità anche se con ciò non diventano prevedibili nei loro particolari – grazie al tramite di una sorta di ordine o di struttura interna che non deriva da un programma o da una pianificazione, ma che è essa stessa il risultato di una certa indeterminazione, di una certa aleatorietà. In altri termini la complessità di una struttura o di un comportamento, che spesso appare come un’irriducibile indeterminazione, può essere eliminata con il ricorso a un altro genere di indeterminazione e di aleatorietà, nel momento in cui si può vedere in che modo questa indeterminazione fa emergere nuovi significati. Questa è a parer mio la conseguenza della stretta relazione che intercorre fra complessità e disordine nei sistemi naturali, in quei sistemi che non sono pianificati e organizzati dall’uomo. La sola differenza fra complessità e disordine è infatti l’esistenza, o la non esistenza, di una funzione che rivesta un significato per gli occhi dell’osservatore”.[v]

 

“Da quanto le diligenze auricolari del Di Pietrantonio pervennero infine a racimolare dal naufragio del testo (il crepitio del microfono e l’induttanza della linea sonorizzavano il testo: interferenze varie, da contatto urbano, intercicalavano, straziavano la recezione), apparve a un dipresso che l’incauto Enea Retalli o Ritalli, sive Luiginio (ma evidentemente Luigino) aveva dato a tinger la sciarpa… trentasei quintali di parmigiano! brondi ghi barla? spediti ieri da Reggio Emilia… Parla il tenente di vascello Racace. Brondi, brondi! Tenenza carabinieri Marino! Di parmigiano stagionato brondi… gasa del signor ammiraglio Mondegùggoli! Società Bavatelli di Parma, sì, a mezzo camion… Tenenza carabinieri di Marino, precedenza di servizio. Trentasei quintali, sì, tre camion, partiti ieri alle dieci. No, la signora gondessa è in gliniga… In gliniga dal signor ammiraglio… a via Orà-zio: Orà-zio! Sì, signorsì. No, signor no. Mo domando. Precedenza servizio polizia, questura di Roma. Trentasei quintali da Reggio Emilia, tipo Parma, di prima assoluta! Il signor ammiraglio ha fatto l’oberazzione lunedì: l’oberazzione della vescica: della vescì-ca. Sì, signorsì… No, signor no”.[vi]

 

“E, in realtà, quali sono le ragioni che ci fanno porre in un punto particolare la barriera dell’intenzione e del significato, una barriera senza la quale non esisterebbero responsabilità e creatività? Senza intenzionalità dovremmo infatti considerare anche noi stessi – e dal punto di vista biologico a ragione – come un insieme di molecole interagenti rispetto a cui è difficile parlare di responsabilità. Ebbene, noi poniamo la barriera dell’intenzionalità in un punto particolare non certo per ragioni oggettive, che sarebbero inerenti alla natura delle cose e indipendenti quindi dal contesto in cui le osserviamo. Abbiamo visto come nella pratica, nella vita di tutti i giorni, sia più semplice trascurare l’atteggiamento coerente del biologo e limitarci al ‘tutto accade come se’, comportandoci come se il nostro cane avesse davvero intenzioni e progetti. Ciò significa che il motivo che ci fa alzare una barriera tra gli uomini e tutto il resto (e non in qualche altro punto), una barriera che attribuisce intenzioni, progetti, capacità di soffrire, come pure la possibilità di creare, agli altri uomini (e forse ai loro cani) ma non al filo d’erba, al batterio e neppure alla macchina e all’automa, non è giustificato da considerazioni oggettive e scientifiche ma fondamentalmente da considerazioni pragmatiche ed etiche, relative a noi stessi e alle nostre relazioni con gli altri uomini e con la natura”.[vii]

 

*   *   *

 

Bronze by gold heard the hoofirons, steelyringing. [...]

Bronze by gold, miss Douce’s head by miss Kennedy’s head, over the

crossblind of the Ormond bar heard the viceregal hoofs go by, ringing steel.

(James Joyce, Ulysses)

 

Fin dove conduce questo collage di citazioni?

Il presente saggio[viii] è ideato e strutturato all’insegna del concetto di “rumore bianco”. Nel campo delle telecomunicazioni, tale rumore è un disturbo irrilevante ai fini della trasmissione di dati, proprio perché, occupando uniformemente l’intera gamma delle frequenze, il suo contenuto informativo può essere considerato nullo, quindi agevolmente eliminato, “tagliato” senza provocare danno alcuno. Le moderne teorie del caos e della complessità ci insegnano invece che proprio questo taglio arbitrario, questa soppressione apparentemente indolore, priva il pensiero umano di un fondamentale strumento di conoscenza, e rischia di condurlo verso la trappola dell’autoinganno. Ma torniamo alla passeggiata di Mitchell Feigenbaum. Diversamente dai più celebri casi di “illuminazioni scientifiche”, a generare la sua “rivelazione” non fu un momento di chiarezza, di precisa percezione di una verità ultima e soggiacente all’indistinto rumore delle cose, ma fu al contrario un momento di confusione, di perdita di chiarezza. Fu proprio il rumore bianco delle comunicazioni umane, apparso sulla tovaglia di un picnic, a convincere Feigenbaum a rivedere le proprie convinzioni, aprendo la strada allo sviluppo di una nuova teoria, presto conosciuta sotto il nome di “teoria del caos”. Questo semplice esperimento percettivo rivelò a Feigenbaum la doppia natura dei fenomeni caotici nel nostro universo; generatori di forme di organizzazione (esistenze umane, animali, vegetali ed interstellari, tutte sospese sull’orlo del caos), ma al contempo generati da quelle stesse isole di ordine apparente (parole e gesti umani, regolati da convenzioni linguistiche e sociali, presto sfocianti in un rumore indistinto). Un caos, insomma, visto come l’arco di volta di una realtà a struttura circolare, in cui principio e fine corrispondono nel loro distinguersi.

Questa caoticità nel mondo delle comunicazioni, fu stimolo creativo per l’opera di un giovane e promettente scrittore americano, sul finire degli anni ’50 ancora nel pieno del suo «lento apprendistato», ma nel giro di due decenni già celebre e celebrato in America come l’erede postmoderno di James Joyce[ix]. La festa di Polpetta Mulligan, attorno a cui ruota l’intero racconto Entropia, scritto da Thomas Pynchon «nel ’58 o nel ’59»[x], è un vero trionfo del caos nelle comunicazioni interumane, di fronte al quale ogni tentativo di risistemazione entro strutture ordinate (o invisibili armonie) è intrinsecamente destinato a fallire. Nel brano da me riportato, una discussione di contenuto inizialmente “amoroso-consolatorio”, sfocia presto in una riflessione sul linguaggio umano e sulla componente di rumore che domina e spesso inopinatamente determina la comunicazione verbale. La formula «Io ti amo» è definita come un accumulo di: «Ambiguità. Ridondanza. Irrilevanza […]. Dispersione», e il segnale non riesce più a trasmettere alcun messaggio – o  meglio: trasmette un messaggio che non ha più nulla a che vedere con le originali intenzioni del soggetto emittente. Ma questa constatazione si accompagna ad una ulteriore e più profonda presa di coscienza: «In verità, credo che gran parte delle cose che diciamo siano soprattutto rumore». Un’affermazione all’apparenza banale, ed oltretutto inserita all’interno di un gioco di continui scherzi e giochi verbali che ne adombrano il valore, e lo soffocano con il loro “rumore”. Ma, se estratta da questo ambito goliardico e riportata nel contesto della riflessione sul linguaggio umano, l’affermazione di Polpetta Mulligan riflette pienamente una delle principali acquisizioni dell’allora nascente scienza delle comunicazioni. Come sottolinea Warren Weaver, «il termine informazione nella teoria delle comunicazioni non riguarda tanto ciò che si dice effettivamente, quanto ciò che si potrebbe dire. Cioè, l’informazione è una misura della libertà di scelta che si ha quando si sceglie un messaggio»[xi]. In questa ottica, quindi, il rumore (bianco) che sovrasta la festa di Polpetta, non è altro che la più piena espressione delle potenzialità comunicative della parola umana – potenzialità che si liberano anche nell’incomprensione, nell’ambiguità e in continui e dispettosi giochi linguistici. La realtà, forse, non potrà esserne mai pienamente afferrata, ma la comunicazione, il contatto umano, ne sarà reso possibile[xii]. E così, proprio nel momento in cui la festa sembra essere giunta ad un momento di equilibrio (quando in sostanza i convitati sono troppo stanchi o ubriachi per poter parlare ulteriormente), irrompono nell’appartamento cinque nuovi visitatori, portatori di nuovo caos e di ancor più violente incomprensioni: i cinque marines, infatti, hanno scambiato la festa per un bordello, e si sono lanciati con fare autoritario alla ricerca di una qualsiasi ragazza disponibile, senza nemmeno preoccuparsi di constatare l’effettiva correttezza delle loro supposizioni («Ho visto chiappe migliori a Napoli, in Italia»; «Allora, quanto?»). Gli immensi sforzi di Polpetta per condurre ad esaurimento l’entropia comunicazionale della festa, per poter finalmente «andare a dormire dentro un armadio», sono nuovamente falliti[xiii]. Ed il rumore attorno a lui, da “grigio” che era diventato, torna a farsi sempre più bianco. Ma Pynchon, a questo punto, prende decisamente le redini della narrazione, e proietta il lettore in una condizione opposta alla precedente: in una serra protetta e silenziosa, dove una fragile fanciulla dal nome suggestivo («Aubade», che con le sue suggestioni letterarie si oppone al ben più prosaico «Polpetta»), ascolta l’impercettibile musica della «linfa in ascesa» attraverso «i rami di una giovane mimosa». Sembra di essere giunti in un’altra dimensione, eppure ci siamo solo spostati al piano superiore dello stesso edificio. Tutto quello che al piano di sotto era definito dalle parole e dalle azioni, qui è espresso attraverso la musica e il pensiero. Ma anche questo tentativo, molto più spirituale ed equilibrato, è destinato al fallimento. In questo racconto, il giovane Thomas Pynchon ha voluto unire ed incrociare in un gioco di reciproche corrispondenze le due più celebri accezioni del concetto di “entropia”: da un lato, l’entropia informazionale, legata ai problemi di trasmissione dei segnali, di ricezione dei messaggi e, più generalmente, di comunicazione interumana; dall’altro l’entropia termodinamica, trasfigurata nella vicenda di Aubade e Callisto, immersi nell’impossibile impresa di ridare la vita a un piccolo uccellino ferito, e al contempo preoccupati dall’inesorabile deriva termica dell’ambiente circostante («Fuori, la temperatura si mantenne costante sui 37o»). Ad una prima analisi, sorprenderà scoprire l’apparente opposizione tra questi due fenomeni: se, infatti, quello che si verifica nell’appartamento di Polpetta è un sovraccarico di rumore, nella stanza al piano di sopra ogni suono e ogni movimento sembrano esaurirsi lentamente, in una condizione di calma assoluta, dominata da quei 37o, temperatura elevata, asfissiante, ma che soprattutto corrisponde a quella del corpo umano, quando colpito da una leggera e fastidiosa febbre. Ma questi due fenomeni, se analizzati più a fondo, rivelano al contempo la propria sostanziale corrispondenza: come il rumore bianco sovraccarica l’intera gamma delle frequenze, dando origine a un brusio indistinto, così anche la morte termica, soffocando l’intera gamma delle temperature possibili, lascia spazio a quel solo leggero e fastidioso brusio, quella febbriciattola costante a 37o. Nel proseguio del mio discorso mi concentrerò sulla prima delle accezioni, più vicina al concetto di rumore bianco. Ma questa corrispondenza permette una fondamentale presa di coscienza, di fronte all’umano tentativo di districarsi attraverso la complessità del cosmo: come l’universo permane “sull’orlo del caos”, così anche la vita umana descritta da Thomas Pynchon oscilla in un equilibrio instabile tra due forme opposte, ma corrispondenti di entropia. E non sarà un caso, quindi, che tutto lo sforzo mentale del «piccolo, esile cranio» di Aubade, sia rivolto a trovare una forma di equilibrio armonico tra gli «arabeschi di ordine» della linfa della pianta e «le dissonanze improvvisate della festa di sotto»: ruolo che corrisponde nella maniera più sorprendente a quello di un sistema complesso, capace di ricavare una forma di armonia “non canonica” anche dalle più stridenti dissonanze e contraddizioni[xiv].





Carlo Bernardini, La rivincita dell'angolo, 2011


Quasi a negare l’utilità e la stessa liceità degli sforzi di Polpetta Mulligan, giungono le riflessioni di Claude E. Shannon, fondatore della moderna scienza delle comunicazioni. Secondo quanto afferma Shannon, infatti, l’aumento della «entropia relativa della sorgente» non determina necessariamente una perdita di informazione, ma corrisponde invece al momento di massimo sviluppo delle potenzialità comunicative del messaggio. È chiaro che questo aumento, quando non controllato, comporta un’effettiva rottura del canale di comunicazione, perché il destinatario non riesce più ad interpretare il messaggio[xv]. Non a caso Shannon cita l’esempio del Finnegans Wake, libro “illeggibile”, proprio a causa delle sue enormi potenzialità comunicative. Ma questa riflessione può essere facilmente estesa a qualunque altro libro (che abbia per lo meno un valore letterario riconosciuto), scritto da qualsiasi autore, in qualunque luogo o periodo storico. La letteratura stessa è, infatti, strumento comunicativo la cui ridondanza (opposto dell’entropia relativa) è ridotta al minimo, per potenziarne le capacità espressive[xvi]. Questa tendenza è facilmente constatabile per la poesia, testo che mai si esaurisce in se stesso, ma che inevitabilmente chiama a sé altro testo (come il commento a piè di pagina), altri pensieri ed esseri umani, persone impegnate in discussioni, interpretazioni e declamazioni sempre diverse, ogni volta nuove e nuovamente vive. Un incontro squisitamente umano, che si realizza però in un luogo sospeso al di là del tempo, distillato in ritmi e parole, ma capace di un’espansione storica illimitata. Nell’ambito della teoria delle comunicazioni, la ricerca letteraria può essere quindi intesa come un tentativo da parte dell’uomo di mettersi in relazione con quel massimo di entropia, con quel “rumore bianco” che sottostà ad ogni singola comunicazione umana, ma che al contempo ne può essere determinato. Quando il lettore più sprovveduto si pone di fronte a una pagina del Finnegans Wake, quello che egli percepirà sarà molto simile all’indistinguibile parlottare di persone in lontananza, allo scrosciare dell’acqua di una cascata o, in estremo, al suono e all’immagine prodotti da uno schermo televisivo che riceve un segnale di rumore bianco. Ma esiste un significato in tutto questo? Le persone lontane, una volta avvicinate, potranno essere comprese; il movimento agitato di un fluido, per quanto sostanzialmente imprevedibile, potrà essere indagato servendosi delle più recenti acquisizioni della teoria del caos. Ma il puro rumore? È inevitabile che l’uomo, giunto a questo limite, si debba porre di fronte a domande di carattere metafisico. La mentalità scientifica ha per secoli rifiutato di dedicarvisi, considerandole semmai un campo d’indagine adatto per altre discipline, più o meno nobili o derisibili. Ma, nel fare questo, ha anche trascurato il fatto che la mente umana non può rinunciare a porsi domande di questo tipo. Perché esse sono parte costitutiva del nostro intrinseco bisogno di conoscenza. E l’unico modo per vincerle è non dargli ascolto. Atteggiamento eticamente discutibile. Ma anche, in sostanza, poco scientifico.

L’ambizione di conoscere, di prevedere il futuro è intrinseca al nostro stesso codice genetico. Per quanto, forse, non ci si renda effettivamente conto dell’assoluta infelicità di una simile scoperta, che priverebbe l’uomo della capacità di assaporare la vita nel suo divenire, nel suo imprevedibile e costante farsi e disfarsi, la mente umana non può esimersi dal fare programmi per (o anche solo sognare) il futuro. Ma la barriera che gli si oppone è compatta come un muro senza intercommessure, muta come l’immagine del rumore bianco: un’immagine che potrà apparire (qualitativamente) sempre identica a se stessa, ma la cui evoluzione puntuale non potrà essere prevista, nemmeno per le distanze temporali più ridotte. Nella moderna riflessione scientifica, una delle discipline che più hanno contribuito a definire il “contro-paradigma” della complessità, è stata proprio l’economia, scienza impegnata a tentare previsioni su uno dei campi più incontrollabili, ma al contempo decisivi, nella società contemporanea. Eric Packer, protagonista del libro Cosmopolis di Don DeLillo, rappresenta, anche nelle sue più inumane deviazioni, il tipico self-made man, spirito del moderno capitalismo: un uomo che ha costruito il suo patrimonio grazie a una folgorante carriera di investimenti in Borsa, un uomo sempre pronto a nuove sfide, ma contemporaneamente consumato da un male oscuro che lo rode dall’interno, un male tanto più terribile in quanto egli non riesce in alcun modo a definirlo, a comprenderlo. Il dialogo da me riportato nel collage introduttivo, ha così una doppia valenza: il suo interlocutore, colui che gli spiega l’errore insito nel suo sistema, sarà anche il suo assassino. Quest’uomo, ex-dipendente in cerca di vendetta, non rappresenta all’interno del libro la semplice punizione per le dissolutezze e le crudeltà di Eric: egli è molto di più. Eric ne percepisce la presenza fin da subito, già nella prima mattinata, quando esce sulla sua limousine in cerca di un barbiere, o quando, a notte fonda, finalmente rasato e lasciata l’automobile, si getta sventatamente nella sua trappola. Ma soprattutto Eric comprende presto come quest’uomo sia la chiave di volta per il mistero che lo angustia, per quel male oscuro che lo ha minacciato attraverso l’intera giornata in cui si svolge la vicenda di Cosmopolis, prima sotto forma di un’imprecisata minaccia terroristica, poi di una rovina finanziaria, e infine come una prostata asimmetrica. «Avresti dovuto ascoltare la tua prostata», è la soluzione che il suo carnefice gli fornisce, poco prima di premere il grilletto. E quella «anomalia» che risolve la complessità del sistema economico e sociale in cui Eric ha giocato, si è arricchito e ben presto rovinato, è anche la più potente traccia di umanità rimasta nel corpo di un uomo ormai talmente votato alla “speculazione”, da essere divenuto una semplice pedina nel suo stesso gioco[xvii]. L’anomalia è quindi l’immagine della nostra vita, intesa nel senso più “corporale” del termine; è ciò che ci permette di uscire dalla trappola dell’eccessiva sistematizzazione (sociale ed economica) del nostro mondo. Ma essa è anche il segno della nostra definitiva condanna a morte. La nostra umana limitatezza, la nostra «imperfezione», è la chiave di volta per risolvere la caotica immagine dell’universo complesso. Ma nel momento in cui noi l’afferriamo, è già troppo tardi.

Il sostanziale pessimismo di tali riflessioni non deve però condurre a un totale abbandono nelle mani della pura aleatorietà. Letto in quest’ottica, l’intervento di Henry Atlan non sembrerebbe aggiungere nulla al discorso fin qui sviluppato. In sostanza, la sua potrebbe essere interpretata come una dichiarazione di assoluto relativismo: il significato può essere definito tale solo «per gli occhi dell’osservatore», ed è quindi libero di variare da soggetto a soggetto. L’universo complesso, in conclusione, risulterebbe inconoscibile, proprio perché soggetto ad innumerevoli interpretazioni sempre diverse l’una dall’altra. Ma occorre reintegrare la citazione nel tessuto complessivo del saggio in cui originalmente comparve. Perché i «modelli di questo genere» di cui Atlan parla, sono di natura ben diversa rispetto ai modelli economici ideati da Eric Packer. Il saggio di Atlan si occupa infatti di «reticoli di automi booleani aleatori che presentano delle proprietà di autorganizzazione strutturale»[xviii]. In termini più semplici, lo scienziato francese descrive il comportamento di una scheda elettronica stampata, composta da piccoli automi programmati a compiere semplici operazioni (addizione, sottrazione, negazione, et al.), strettamente correlati tra loro (le uscite degli uni corrispondono alle entrate degli altri), e liberamente disposti sullo spazio della scheda. In sostanza, il sistema è regolarmente programmato, ma il suo comportamento non è prevedibile a meno di complicatissime quanto inutili operazioni. Molto più semplice osservarne direttamente il comportamento. Ed Atlan nota correttamente: «Se […] un osservatore esterno osservasse il comportamento di un reticolo di tal genere […], sarebbe tentato di attribuirgli un’intenzionalità, quell’intenzionalità che sembrerebbe presiedere a ogni processo di creazione del significato allorché lo si osservi in maniera globale dall’esterno»[xix]. Quindi, il “relativismo” da lui proposto non deve essere riferito a quei sistemi universali che noi possiamo osservare solo dall’esterno, ma a sistemi che siamo noi stessi a creare e a programmare, e il cui comportamento riesce comunque a stupirci. La complessità, in conclusione, anche quando ci apparirà come un fenomeno puramente caotico, nella veste di un indefinibile “rumore bianco”, potrà essere comunque indagata: quando il suo “creatore” sarà un uomo come noi, con il quale potremo parlare, discutere o anche litigare; quando la sua struttura sottesa potrà essere raffigurata schematicamente, pur restando non desumibile da una semplice osservazione diretta.

Ma come occorrerà reagire, allora, quando quella stessa struttura assumerà degli atteggiamenti “dispettosi”, produttori di messaggi autonomi, in apparente contraddizione con la sua natura puramente meccanica? Il brano di Carlo Emilio Gadda da me riportato, fornisce un gustoso esempio per questo tipo di situazioni: la linea telefonica, strumento che dovrebbe unicamente servire a trasmettere un messaggio dall’emittente al destinatario, moltiplica e complica il «testo» del messaggio, rendendone la fruizione quasi impossibile, ma soprattutto smontandolo, mettendone in luce gli elementi strutturali e le intrinseche debolezze. Occorrerà però chiarire cosa, in questo brano, Gadda intenda con la parola «testo». Esso subisce infatti, attraverso la linea telefonica, un vero e proprio «naufragio», che ne disperde i contenuti, ne distrugge i legami, lasciandone le singole componenti in balia delle “onde” della trasmissione. Ma questo stesso testo, proprio a causa del «crepitio del microfono e l’induttanza della linea», risulta anche «sonorizza[to]», portato cioè su un piano di esistenza dominato non più dalle singole parole (simboli di concetti ideali), ma dal “cicaleccio” del «contatto umano»[xx]. Il testo «strazia[to]» perde quindi in efficacia informativa, acquistando in umanità, in potenzialità comunicativa. Questo perché il “mezzo” non è più un semplice e freddo strumento, dedito a diffondere messaggi il più possibile fedeli all’intenzione originale, ma diviene autonomo creatore di significati. Proprio come la scrittura letteraria riesce a trasmettere significati superiori al messaggio che veicola, così anche il cavo telefonico che collega «le diligenze auricolari del Di Pietrantonio», lascia emergere una novità dall’interno del sistema: il “tutto” diviene più della somma delle parti. Riletto in questa ottica, allora, il «testo» gaddiano altro non sarà che l’impulso “informante” delle forze di polizia, intente a recepire correttamente le notizie sull’«incauto Enea Retalli o Ritalli», ma dedite anche ad esercitare una forma di controllo sulla più libera e schietta realtà umana. E così, la gustosa divagazione sui «trentasei quintali di parmigiano» e sulla «oberazzione della vescica: della vescì-ca» dell’«ammiraglio Mondegùggoli», diviene la più perfetta rappresentazione di una realtà che rifiuta di uniformarsi agli ordini proclamati ad alta voce («Tenenza carabinieri di Marino, precedenza di servizio») da quel potere informante. Una forza che non si nasconde unicamente dietro l’azione del potere esecutivo nel ventennio fascista, ma che emerge anche in ogni nostro tentativo di razionalizzazione del reale. E l’aspetto più sorprendente di questo brano, è che questa umanissima presa di coscienza avviene non tramite l’intervento dell’uomo, ma attraverso un dispettoso gioco di contatti su una linea telefonica. Sembra quasi che il servomeccanismo, di fronte allo sforzo di razionalizzazione messo in atto dall’uomo, risponda apportando al sistema quella giusta dose di caoticità, necessaria a renderlo praticamente inservibile. Il mezzo meccanico, insomma, impedisce all’uomo di rinunciare alla propria umanità. È ovvio, naturalmente, che dietro questo freddo strumento si nasconde l’azione occulta dello scrittore demiurgo, abile a rimescolare e truccare le carte, per far emergere unicamente i significati da lui ricercati. Ma, come notava Atlan, se si scegliesse di osservare questo sistema “dall’esterno”, senza cioè considerare l’intentio auctoris soggiacente al testo, quello che ne emergerebbe sarebbe il libero gioco di uno strumento meccanico, capace di produrre autonomamente nuovi significati. Gadda non intendeva certo, con questo brano, fornire un esempio di intelligenza artificiale, ma è comunque interessante notare come la sua formazione di ingegnere abbia agito nel definirne le caratteristiche: più che una critica ai sistemi di telecomunicazione del ventennio, esso dovrà essere letto come una divertita esposizione delle loro potenzialità creative. Un auspicio per un futuro in cui le tecnologie informatiche non si limitino unicamente a “informare” (nel doppio significato che tale termine può assumere), ma possano apportare nuovi e sorprendenti contributi al lungo e tortuoso percorso della conoscenza umana.





Hassan Vahedi, Fuori cornice, sculture in legno, 2011


Le oscure prospettive della moderna evoluzione delle tecnologie hanno spesso terrorizzato anche gli spiriti più positivistici. Fin dove ci condurrà questo percorso? Con cosa ci dovremo confrontare? La paura maggiore è suscitata dal fatto che non siamo assolutamente in grado di prevederlo: forse, un giorno, ci troveremo di fronte a qualcosa che la nostra stessa razionalità avrà partorito, ma che non saremo più in grado di comprendere o controllare. L’intelligenza artificiale ci pone di fronte a questi interrogativi. La mente umana potrebbe generare un figlio, ma sarà costui simile a lei? Diverso o superiore? Amico o nemico? Tutte queste domande portano solo ulteriori incertezze, e nella penombra del dubbio matura la paura. Eppure, la sfida della complessità non pone questioni troppo differenti. Anche i sistemi complessi sono imprevedibili, e denunciano comportamenti attribuibili a una qualche forma di “intelligenza”. Questi sistemi sono sotto i nostri occhi ogni giorno, ma spesso non ne cogliamo il valore, e risulta allora più facile «limitarci al ‘tutto accade come se’», a vedere in essi una forma di ordine e prevedibilità, anche quando la sorpresa ci attende dietro l’angolo. Come nota giustamente Atlan, il solo criterio di discriminazione che si potrà stabilire tra essere intelligente ed essere istintivo (o meccanico), sarà di carattere etico: senza mettere in gioco i nostri rapporti con gli altri uomini (e, più in generale, con la vita in sé), non potremo mai giungere a una soluzione. Ma, allo stesso tempo, anche entrando nel labirinto dell’etica, finiremmo comunque col rinchiuderci in una trappola senza alcuna via d’uscita immediata o univoca[xxi]. Per meglio indirizzare il nostro percorso di ricerca, il problema dell’intelligenza potrà essere allora inserito nella categoria più generale della “alterità”. Potremmo considerare non intelligente solo ciò che riusciremo sempre e comunque a prevedere nei suoi comportamenti futuri, a lungo e breve termine. Non intelligente sarà quell’oggetto che saremo capaci d’includere integralmente nel nostro pensiero, privandolo di esistenza autonoma, di alterità – portandolo così al di fuori del campo dell’etica. Ma quale “oggetto” potrà essere considerato tale? Sarà facile comprendere come nulla, nell’intera estensione dell’universo fenomenico, potrà mai soddisfare tale requisito. Questo perché ogni oggetto è parte integrante del cosmo, immerso nel suo infinito sistema di correlazioni, e quindi del tutto imprevedibile nel suo comportamento futuro. Se non potremo mai prevedere le azioni di un uomo (o di un automa super-intelligente), allo stesso modo ci risulteranno inconoscibili le future condizioni di esistenza di un semplice sasso. Insomma, proseguendo lungo questa strada si correrà il rischio di cadere nuovamente nella trappola del relativismo – se non in quella dell’irrazionalismo.

Ma quale, allora, la via d’uscita?

 

 

 



[i] James Gleick, Caos. La nascita di una nuova scienza [1987], Milano, Rizzoli, 1989, p. 163.

[ii] Thomas Pynchon, Entropia, in Un lento apprendistato [1984], Torino, Einaudi, 2007, pp. 77-80.

[iii] Claude E. Shannon e Warren Weaver, La teoria matematica delle comunicazioni [1949], Milano, Etas Kompass, 1971, pp. 61-62 (corsivi nel testo).

[iv] Don DeLillo, Cosmopolis [2003], Torino, Einaudi, 2006, pp. 171-72.

[v] Henry Atlan, Complessità, disordine e autocreazione del significato, in La sfida della complessità, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Milano, Feltrinelli, 1985, pp. 172-73.

[vi] Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana [1957], in Romanzi e racconti II, Milano, Garzanti, 1989, pp. 139-40.

[vii] Henry Atlan, Complessità, disordine e autocreazione del significato, cit., p. 177.

[viii] La forma di questo saggio ne integra il contenuto. Ho voluto suddividerne ogni parte in due sezioni distinte per fornire: nella prima, un’immagine di apparente rumore informazionale, tramite uno slegato susseguirsi di citazioni; nella seconda, una ripresa dei singoli temi anticipati, susseguentemente sviluppati e integrati in una catena logica consequenziale. Come suggerisce la post-epigrafe alla seconda sezione, mi sono ispirato alla tecnica compositiva adottata da James Joyce per l’episodio “Sirens” dello Ulysses: una fuga per canonem che, dopo un’estemporanea esposizione dei temi principali, li sviluppa poi in una sequenza logico-narrativa. Per favorire la consultazione, ogni paragrafo della seconda sezione corrisponde ad ognuna delle citazioni della prima, per cui ogni “a capo” segnala il passaggio della focalizzazione sul brano successivo.

[ix] Sarebbe opportuno precisare i termini di questa equiparazione, tanto stimolante quanto discutibile. La scrittura di Thomas Pynchon, infatti, ha ben poco da spartire con quella di James Joyce, sia per quanto riguarda la tecnica narrativa, sia per il linguaggio, la scelta delle ambientazioni e i riferimenti culturali. Ma, in assenza di uno studio specifico (in lingua italiana) sull’argomento, mi limito a segnalare quanto, pur nella differenza d’impostazione, entrambi questi scrittori realizzino, tramite le loro opere, simulazioni letterarie di sistemi complessi. Se in Joyce questa creazione è tutta giocata sul piano del linguaggio e della destrutturazione della comune “trama” narrativa, in Pynchon essa si realizza al contrario proprio tramite un potenziamento della complessità dell’intreccio, oltre i limiti generalmente consentiti. Pynchon racconta sempre e comunque delle “storie”, ma il loro inserimento in intricatissimi sistemi di relazioni e corrispondenze, porta paradossalmente a distruggere dall’interno lo svolgimento lineare e razionale della trama, suggerendo al lettore la necessità di costruire un sistema “alternativo”, capace di dar conto dell’inestricabile complessità della realtà (letteraria) in cui si trova immerso. Al fine di fare questa esperienza, suggerisco la lettura del suo primo romanzo, V. [1963] (Milano, Rizzoli, 2009), prima di affrontare l’ancor più complesso e disorientante  universo dell’Arcobaleno della gravità [1973] (Milano, Rizzoli, 2007).

[x] Thomas Pynchon, Introduzione, in Un lento apprendistato, cit., p. XIX.

[xi] Warren Weaver, Recenti contributi alla teoria matematica delle comunicazioni, in Claude E. Shannon e Warren Weaver, La teoria matematica delle comunicazioni, cit., p. 8.

[xii] Sembrerebbe una banale precisazione, ma ogni forma di comunicazione umana necessita di una incomprensione di fondo, per realizzarsi. Due esseri umani che si capissero perfettamente, non avrebbero nemmeno la necessità di comunicare fra loro.

[xiii] Una piacevole quanto autorevole riflessione sullo stesso problema vissuto da Polpetta Mulligan, può essere ricavata dalle pagine del celebre fisico Stephen Hawking: «Il progresso del genere umano nella comprensione dell’universo ha stabilito un cantuccio d’ordine in un universo sempre più disordinato. Se il lettore ricordasse ogni parola di questo libro avrebbe registrato circa due milioni di elementi di informazione: l’ordine del suo cervello sarebbe aumentato di circa due milioni di unità. Leggendo il libro, però, egli avrà convertito almeno un migliaio di calorie di energia ordinata, sotto forma di cibo, di energia disordinata sotto forma di calore, che viene dissipato nell’ambiente per convezione e sotto forma di sudore. Il disordine dell’universo risulterà in tal modo accresciuto di circa venti milioni di milioni di milioni di milioni di unità – ossia quasi dieci milioni di milioni di milioni di volte più dell’aumento dell’ordine nel suo cervello – e questo nell’ipotesi che ricordasse perfettamente l’intero contenuto di questo libro» (Dal big bang ai buchi neri [1988], Milano, Rizzoli, 1998, pp. 176-77).

[xiv] Per chi fosse interessato ad approfondire meglio i problemi della complessità, invito alla lettura dei pionieristici lavori di Ilya Prigogine ed Edgar Morin (Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza [1981], Torino, Einaudi, 1999; Edgar Morin, Il metodo I. La natura della natura [1977], Milano, Raffaello Cortina, 2001). Un’introduzione più semplificata è nel volumetto di Alberto F. De Toni e Luca Comello, Viaggio nella complessità, Venezia, Marsilio, 2007. Per chi volesse invece conoscere i più recenti sviluppi in questo ambito di ricerche, segnalo: Cristoforo Sergio Bertuglia e Franco Vaio, Complessità e modelli. Un nuovo quadro interpretativo per la modellizzazione nelle scienze della natura e della società, Torino, Bollati Boringhieri, 2011.

[xv] «Che incidenza ha il disturbo sulla informazione? L’informazione è, bisogna sempre tenerlo presente, una misura della libertà che si ha nello scegliere un messaggio. Quanto maggiore è questa libertà di scelta, e quindi quanto maggiore è l’informazione, tanto maggiore è l’incertezza che il messaggio effettivamente scelto sia qualcuno in particolare. Pertanto, maggiore libertà di scelta, maggiore incertezza, maggiore informazione, vanno di pari passo. Se si introduce il disturbo, allora il messaggio ricevuto contiene certe alterazioni, certi errori, certo materiale estraneo, che indurrebbero certamente ad affermare che il messaggio ricevuto rivela una accresciuta incertezza. Ma, se l’incertezza è aumentata, anche l’informazione è aumentata e sembrerebbe che il disturbo sia stato vantaggioso» (Warren Weaver, Recenti contributi alla teoria matematica delle comunicazioni, cit., pp. 19-20).

[xvi] È per questo motivo che Roman Jakobson giunse a parlare di «ambiguità» della poesia, distinguendo la «funzione poetica» della «comunicazione verbale» dalle altre («referenziale», «fatica» e «metalinguistica»), nelle quali il messaggio è meno «concentrato su se stesso» (cfr. Roman Jakobson, Linguistica e poetica, in Saggi di linguistica generale [1963], Milano, Feltrinelli, 1974, pp. 181-209).

[xvii] Per mettere meglio in mostra l’errore compiuto da Eric, riporto un altro dialogo di argomento simile, questa volta con la sua “consulente filosofica”: «[Lei disse:] – Tu applichi la matematica e altre discipline, okay. Ma alla fine hai a che fare con un sistema incontrollabile. Isterismo ad alta velocità, giorno per giorno, minuto per minuto. I cittadini dei paesi liberi non devono temere la patologia dello stato. Siamo noi stessi a creare la nostra frenesia, i nostri sconvolgimenti di massa, incalzati da macchine pensanti sulle quali non abbiamo un’autorità definitiva. La frenesia passa quasi sempre inosservata. È semplicemente il nostro stile di vita. […]

– Esiste un ordine a un livello profondo, – disse lui. – Uno schema che vuole essere visto.

– Allora vedilo.

Sentì delle voci in lontananza.

– L’ho sempre visto. Ma in questo momento mi sfugge. I miei esperti si sono impegnati a fondo ed hanno quasi rinunciato. Mi sono dato da fare, dormendoci sopra, restando sveglio a pensarci. C’è una superficie comune, un’affinità tra le oscillazioni del mercato e il mondo della natura.

– Un’estetica dell’interazione.

– Sì. Ma in questo caso comincio a dubitare di poterla trovare.

– Dubbio? Cos’è il dubbio? Tu non credi nel dubbio. Sei stato tu a dirmelo. I computer eliminano il dubbio. I dubbi derivano dalle esperienze passate. Ma il passato sta scomparendo. Un tempo conoscevamo il passato ma non il futuro. Le cose stanno cambiando, – disse lei. – Ci serve una nuova teoria del tempo» (Don DeLillo, Cosmopolis, cit., pp. 74-75).

[xviii] Henry Atlan, Complessità, disordine e autocreazione del significato, cit., p. 168.

[xix] Ivi, pp. 173-74.

[xx] Significativo il fatto che la vecchia redazione del romanzo, pubblicata sulla rivista «Letteratura» nel 1946-47, presentasse una piccola variante nel primo inciso tra parentesi: «(il crepitio del gargarizzante microfono e l’induttanza di linea sonorizzavano il testo: interferenze varie, da contatto urbano, intercicalavano: straziavano la recezione)» (Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (redazione di «Letteratura»), in Romanzi e racconti II, cit., p. 441, mio il corsivo). Il verbo “gargarizzare”, riferito all’effetto del microfono, rende ancor meglio l’idea di un ritorno del «testo» alla sua dimensione più schiettamente umana: la macchina non è solo un freddo tramite nella comunicazione, ma si carica di attributi “caldi” e vivi.

[xxi] «Malgrado la scommessa, malgrado la strategia, rimane un’irriducibile incertezza legata all’ecologia dell’azione, ai limiti del calcolabile, agli antagonismi degli imperativi, alle contraddizioni etiche, alle illusioni della mente umana.

L’incertezza etica dipende non solo dall’ecologia dell’azione (una buona intenzione non può produrre del male?), dalle contraddizioni etiche, dalle illusioni della mente umana, ma anche dal carattere trinitario nel quale l’auto-etica, la socio-etica e l’antropo-etica sono nello stesso tempo complementari, concorrenti e antagoniste. In ogni occasione si deve stabilire una priorità e compiere una scelta (scommessa).

Più profondamente, ci sono una contraddizione e un’incertezza etiche di fronte al mondo, al reale, al male. La doppia massima beethoveniana ci pone nel cuore di questa contraddizione e di questa incertezza: ‘Muss es sein? Es muss sein!’.

Muss es sein: la rivolta contro il mondo, contro il reale, contro il male, contro il destino. Es muss sein: la necessaria accettazione del mondo, del reale, del male, del destino, non fosse che per resistere alla crudeltà del mondo, lottare contro il male, emendare il destino» (Edgar Morin, Il metodo VI. Etica, [2004], Milano, Raffaello Cortina, 2005, pp. 45-46).




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