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di Gabriella De Marco
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Vanni Scheiwiller
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In tempi in cui
si discute, pur opportunamente, di editoria digitale spariglia felicemente le
carte il volume dedicato a Vanni Scheiwiller. Editore europeo a cura di
Carlo Pulsoni per Volumnia editrice (Perugia 2011).
Il libro si
rivela, infatti, non solo originale sul piano del taglio scientifico ma di
estrema attualità perché rilancia – seppur indirettamente – alcune questioni,
spesso mal poste, che imperversano nel dibattito culturale dei nostri
giorni.
Mi riferisco, in
particolare, alle pur giuste riflessioni sull’editoria digitale in molti casi,
a mio avviso inutilmente contrapposta ai
supporti tradizionali.
Questioni
certamente rilevanti che, tuttavia
rischiano di far perdere di vista
un aspetto centrale: ovvero il rapporto di qualità che deve stabilirsi tra
l’autore e l’editore di cultura indipendentemente dal supporto utilizzato.
Perché, dunque,
il libro pubblicato da Volumnia, per riprendere la mia affermazione iniziale,
risponde in parte ai temi cui ho, qui, sinteticamente accennato?
Perché ci
riporta, grazie alla molteplicità di voci presenti anche in forma di
testimonianza, ad anni in cui la fatica editoriale significava, spesso, il
coraggio di investire nel nuovo, nella convinzione della qualità della propria offerta
culturale.
Bene ha fatto, quindi,
Pulsoni a ricordare nell’introduzione, il ruolo svolto da Vanni Scheiwiller non
solo come talent scout di autori
stranieri insigniti, poi, del nobel quali Seamus Heaney e Wislawa Szymborska
ma, anche, il suo costante impegno politico manifestato nel dar voce,
attraverso le pubblicazioni, a quei popoli oppressi dal giogo della dittatura.
Basti pensare a Poeti
ciprioti contemporanei a cura di Damiani dato alle stampe nel 1967 con un foglio accluso di augurio per
la lotta e la libertà della Grecia o a Omaggio
a Praga. Cinque poesie e tre prose con una piccola antologia di poeti cechi del
’900 uscito, l’anno successivo, con la firma di Giudici dopo l’invasione
sovietica della Cecoslovacchia.
Del resto, le
sue edizioni si posero, per inquadrare lo studio nel più ampio contesto della
storia dell’editoria, secondo quanto
scrive Massimiliano Tortora nel suo contributo su Scheiwiller, Sereni e la poesia moderna, in una posizione
volutamente “marginale” rispetto al mercato e all’industria culturale, laddove,
però, il concetto di marginalità non deve essere letto come sinonimo di
provincialismo.
Al contrario, la
dimensione quasi familiare evidente anche nella struttura della casa editrice
se impediva, certo, l’espansione verso significative porzioni di mercato non
producendo picchi vertiginosi di vendite consentiva, al tempo stesso,
attraverso scelte oculate, non solo di sopravvivere da piccolo editore in un
mondo di giganti ma di ritagliarsi una
precisa fisionomia culturale.
In definitiva,
osserva Tortora, se molti dei suoi titoli non riuscivano “a rientrare delle
spese “è, al tempo stesso, vero che proprio queste scelte antieconomiche, e
quindi certamente rischiose, non solo permisero
alla casa editrice di presentarsi
agli autori come sinonimo di marchio di qualità, ma garantirono la pubblicazione di volumi in
grado di far recuperare le perdite e di
costruire un catalogo unico.
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Confucio, versione e commento di Ezra Pound; Milano, all'Insegna del Pesce d'Oro, 1955;
"A Vanni, fedele in ore di tempesta"
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Un catalogo particolarmente originale sia per quanto riguarda la poesia
sia per le arti figurative.
Aspetti
questi che, per riallacciarmi al
dibattito attuale, dovrebbero sempre essere presenti sia che si ragioni di
forme editoriali tradizionali sia che ci
si interroghi, come è opportuno fare,su quella che è ormai una realtà
qual è quella rappresentata
dall'editoria digitale.
Per tornare,
tuttavia, al profilo culturale di Vanni
Scheiwiller il “passaggio di consegne” con il padre Giovanni che aveva dato avvio, nel 1936, alle edizioni
all’Insegna del Pesce d’Oro, avvenne
quando aveva appena
diciassette anni: ovvero nel 1951.
Il giovane
Vanni, quindi, si formò in un clima culturale che, grazie, inizialmente, al
contesto familiare autenticamene non provinciale, era caratterizzato dai
rapporti con la migliore cultura artistica e letteraria italiana ed europea.
Emblematiche le
sue proposte, in Italia, di autori scomodi, controversi, di difficile
accettazione nel contesto di quegli anni, quali Ezra Pound, Julius Evola e
Céline così come coraggiose – sebbene da altri punti di vista – le
pubblicazioni di firme italiane non
convenzionali quali Lucio Piccolo
o di grandi vecchi della poesia, in quegli anni
dimenticati, tra cui si annoverano Camillo Sbarbaro, Clemente Rebora e
persino Giuseppe Ungaretti.
Impossibile,
certamente, ripercorrerne tutto il catalogo: basterà qui ricordare, ancora, l’attenzione
in tempi certo non sospetti, verso i
poeti futuristi e valga tra tutte la
pubblicazione, nel 1962, di Ninì Champagne di
Cangiullo.
Tuttavia, è bene
chiarire a dimostrazione, qualora ce ne
fosse bisogno, che il binomio tra editoria e cultura resta un legame
indissolubile, che l’apertura ad istanze culturali diverse tra loro non ha prodotto una
genericità di catalogo quanto ha ribadito la forza, lo spessore di questo “piccolo
grande editore”.
Tornando al
volume che ne ricostruisce l’azione
culturale sul piano europeo, questo si
presenta ben calibrato tra contributi scientifici serrati sul fronte della
filologia e il ricordo di chi lo ha conosciuto. Testimonianze, queste ultime,
necessarie in ogni contributo sull’età contemporanea che pur hanno l’accortezza
di non scivolare mai nella commozione retorica, nella celebrazione vuota e
quindi fine a sé stessa. Ciò a
conferma che la memoria dei protagonisti pur se necessaria e ineludibile, non può
essere sufficiente alla comprensione storica.
Illuminanti sono,
a questo proposito, i testi scientifici raccolti nel libro: in
particolare, nell’impossibilità di
citarli tutti, rimando al saggio di
Corrado Bologna e Renzo Fabiani sul
Dante di Pound, all’intervento
di Emanuela Costantini e Vittorio Le
Pera su Evola e Scheiwiller, al testo di
Nieves Arribas sulla corrispondenza tra Vanni e Jorge Guillén e, infine, alla
riflessione dello stesso Pulsoni e di Roberta Cappelli su una nuova carta
provenzale di Pound.
Ne risulta così
un contributo interessante e variegato, oltre che utile su vari fronti quali la
letteratura e l’arte visiva che, nel ribadire
l’originalità e lo spessore dell’editore milanese non solo risponde,
come scrivevo all’inizio di questa mia riflessione, anche se per via
indiretta, ad alcuni interrogativi ma sollecita, al tempo stesso, nuove e
urgenti riflessioni.
Penso, infatti,
alla questione che riguarda il mondo accademico e particolarmente i parametri
di valutazione a cui saranno sottoposte le pubblicazioni di area umanistica.
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Francesco Cangiullo, Ninì Champagne; Milano, all'Insegna del Pesce d'Oro, 1962; "All'editore, il tatuaggio del mio amore. F. Cangiullo, Livorno 63"; "Persino due scolaretti si sfidano, a palle di neve, per Ninì! F. Cangiullo"; "Anachronisme très chic, Vanni Scheiwiller à Paris à la recherche de Ninì... Mais Ninì c'est ici. F.C."
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Parametri,
tabelle che, sempre più, sia in nome di norme ritagliate sulla ricerca di
ambito scientifico sia di un’errata interpretazione della produttività
accademica rischiano di imbrigliare la vivacità, l’originalità dell’offerta e del dibattito culturale in funzione di
punteggi e valutazioni.
Parametri strettamente collegati alla voga di
quantificare la ricerca: non sempre,
infatti, la quantità è sinonimo di qualità e
di rigore.
Non che lo
studioso debba essere una sorta di “ Giovin Signore” completamente avulso da
scadenze e da sfide: al contrario, la concretezza unitamente alla capacità di
assumersi le proprie responsabilità intellettuali
si misura, anche, nel mettersi in gioco portando a termine i propri progetti.
Tuttavia, la
ricerca “pura” ha dei tempi autonomi proprio perché segue percorsi
indipendenti caratterizzati, pure, da
inaspettate scoperte che possono,
apparentemente, far deviare dall’obiettivo iniziale suggerendo di
approfondire le nuove tracce emerse.
Si profila,
inoltre, la possibilità generata dall’appiattimento della valutazione sul
canone dettato dalla ricerca scientifica,
che non si tenga conto che il dibattito
culturale di area umanistica spesso si è
sviluppato come ancor oggi si sviluppa,
anche al di fuori degli ambienti accademici utilizzando importanti veicoli
quali i quotidiani, le riviste militanti
e la promozione culturale promossa
dalle piccole case editrici.
Il rischio è che
nella valutazione della ricerca s’impongano quelle case editrici, pur di
tradizione, che sempre più stanno
divenendo espressione di una strategia
industriale più che culturale.
Ciò significherà
per gli studiosi, e ancor più per i giovani studiosi, vedere sempre più ristretta
– pena una svalutazione del proprio lavoro – la possibilità di pubblicare in
quelle sedi editoriali che, per vocazione, accolgono pubblicazioni di ricerca
che in quanto tali non sono allettanti
in una logica di mercato.
Paradossalmente,
dunque, la valutazione dei prodotti scientifici rischia di generare, se non
equilibrata e opportunamente calibrata sulle esigenze della comunità
umanistica, il progressivo abbandono della ricerca “pura” per temi più
appetibili e/o di orientamento divulgativo, secondo una logica che si fa sempre di più commerciale.
Chi affiderà, mi
chiedo, oggi o in un futuro immediato, il proprio contributo ad un moderno
Scheiwiller dal momento che, in questi tempi, un piccolo grande editore che ha
l’ardire di pubblicare un testo scientifico
o di dar vita ad una rivista militante, di quelle che in prospettiva
contribuiranno a disegnare la storia del dibattito culturale di un decennio, potrebbe non rientrare nei parametri di scientificità che sono in
corso di elaborazione?
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