di Antonello Ricci
INTRO
“La Casa Editrice Davide Ghaleb ( www.ghaleb.it ) ha chiuso i battenti il 31
dicembre 2011. Aveva iniziato la propria attività nel 1998, in forte sinergia
con il Museo della Città e del Territorio di Vetralla, fondato da Enrico
Guidoni e diretto da Elisabetta De Minicis, divenendo in breve un significativo
punto di riferimento e prezioso strumento di divulgazione e comunicazione di
importanti studi e ricerche sul territorio della Tuscia. Dal 2006 aveva
allargato il proprio campo di interesse anche ai centri della provincia romana.
Focalizzando l’attenzione su conoscenza e valorizzazione del patrimonio
storico, artistico, architettonico, ambientale e dando voce a iniziative
culturali volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e le amministrazioni
locali verso una migliore gestione di tali risorse, a volte trascurate o
semplicemente ignorate. In 13 anni di attività Davide Ghaleb Editore ha saputo
avvalersi di prestigiose collaborazioni e valorizzare il lavoro di numerosi
giovani studiosi. Il suo catalogo ( http://www.ghaleb.it/collane.html
) ha superato il centinaio di pubblicazioni (alcune
di profilo scientifico internazionale). La sua attività annovera anche la
realizzazione di tre testate periodiche dedicate a tematiche locali, un portale
culturale e l’organizzazione di concerti, spettacoli, mostre nonché altre
iniziative, tutte riccamente documentate sul Web.
Nonostante ciò, si è arrivati alla parola fine.
È mancata soprattutto una maggiore attenzione da parte delle amministrazioni
locali e degli Enti pubblici. I quali, tranne rare eccezioni, non hanno mai
collaborato attivamente, preferendo spendere le esigue risorse soprattutto per
sagre e cene. Attività probabilmente più “redditizie” in termini di visibilità,
di presenza di pubblico e di ritorno economico.
Una casa editrice è una risorsa per tutti gli abitanti di un
territorio. Non si tratta di una semplice impresa privata. Quanto, piuttosto,
di un bene pubblico. Di qui una proposta che ha il sapore della sfida ( http://www.ghaleb.it/chiusura.html ): acquistare anche un solo libro, direttamente presso la sede
della Casa Editrice, o attraverso il suo sito Web, entro queste prime settimane
del 2012. Forse così permetteremo a Davide Ghaleb Editore di rinascere. Un
impegno accessibile a tutti, un gesto semplice quanto prezioso, concreto e di
grande carica simbolica. Un modo per dire: Anch’io sono Davide Ghaleb Editore”.
***
Marco carissimo, intervenire
su questo argomento non è la cosa più facile del mondo. Almeno per me. Per me
che ho scelto di vivere la mia vita proprio nel segno dei libri e della poesia.
Mi rassicura un fatto, però:
sapere che anche tu, come me, bazzichi il vizio appassionato, eretico e
innocente della lettura. Sapere che anche tu, come me, ami i libri. In ogni
loro aspetto. Per i tesori che ci raccontano e ci tramandano. Ma anche per la
bellezza stessa del loro essere cose. Dell’essere, qui e ora, tra le nostre
mani. Dell’Esser-ci, con l’odore e lo spessore della loro carta, con la
tenacia della loro legatura.
Bene. Per molti di noi (noi
della Banda del Racconto, voglio dire) Davide Ghaleb non è soltanto un
editore. Un editore-punto-e-basta. Il nostro Editore. No. Tanto che, guarda
caso, lo abbiamo pure ribattezzato: «il santo». E qualche volta, ma solo per
lui, finisce che scomodiamo anche il superlativo!
Sia chiaro, mica perché
vorremmo ascriverlo davvero al Martirologio di madre Chiesa romana.
(Magari proprio perché da
anni stampa le nostre storiacce strampalate su quei suoi libri raffinati e
curatissimi... e sempre ci fa fare bella figura coi nostri lettori... mentre
lui... coi libri nostri sul groppone... rischia ogni volta di non incassare
nemmanco un euro... e magari arriva a cacciarli di tasca sua, fino a fallire.)
No, non è per conflitto
d’interessi che lo sfottiamo con l’esorbitante epiteto di «santissimo».
Quanto piuttosto perché
Davide Ghaleb ci sembra un pezzo d’Italia.
Il minuscolo, esemplare pezzo
di un’Italia che ci ostiniamo a ricordare e a desiderare migliore.
Di un’Italia refrattaria a
qualunque conformismo, capace di resistere alle sirene del compromesso.
Di un’Italia ricca di ardore,
di genuino inestinguibile amore per la verità della cultura. Per la cultura
come verità della ricerca.
Al tempo stesso ci sembra che
Davide Ghaleb rappresenti anche l’Italia più onesta: quella sempre china sul
proprio lavoro, con cura paziente, con perizia artigianale, con fedeltà e
tenerezza per tutte le cose belle. Belle perché fatte a regola d’arte.
Un’Italia generosa, piena di
fiducia, di amicizia, di vero coraggio.
In fondo credo che non
servano troppi discorsi.
Per capire Davide Ghaleb
Editore basta sfogliarne il catalogo.
Permettimi
una divagazione, solo apparente. Nel 415 d.C., ai tempi dello sfacelo dell’impero
più grande e più potente della terra, un poeta ammirò dal mare gli spalti
deserti, i ruderi di quella che un giorno era stata la ricca Populonia. E
scrisse: «Non indigniamoci che i corpi mortali si disgreghino: ecco che possono
anche le città
morire.»
Ma se tu
provi a convincermi che di questi tempi è normale che un editore possa chiudere
i battenti (con la crisi che sta spazzando via altre, ben più importanti
cose...) io ti rispondo no. Non è normale.
Se tu mi
chiedi di non soffrire perché un piccolo editore, un appassionato editore di
provincia, deve gettare la spugna: io ti rispondo no. Che non ci sto. E non
solo mi indigno. Mi incazzo proprio. Perché dal primo gennaio di questo 2012 la
nostra amatissima cenerentola Italia, senza Davide Ghaleb editore, è un po’ più
povera.
E mi
tornano in mente, Marco carissimo, tutti i soldi pubblici che ci è capitato (e
ci capita) di veder scialacquare, in questa nostra breve vita: quotidianamente
sprecati in “politiche culturali” marchiate a fuoco da localismi strapaesani e
meschini clientelismi.
Infine,
chissà perché, ripenso a un aneddoto di qualche anno fa: quando, nella mia
Viterbo, il giorno dell’inaugurazione di una importante mostra d’arte
contemporanea, il Museo Civico che doveva ospitarla venne giù. D’un colpo.
Nessuno si era reso conto che era fradicio finito. Qualcuno, evidentemente, non
si era curato di far bene il proprio lavoro, il proprio dovere. Ma la cosa più
incredibile – dice – fu un’altra: gli amministratori, che pure si erano
affrettati a spendere i soldi dei contribuenti per la mega-porchetta del
rinfresco, si erano invece clamorosamente scordati di assicurare le opere
d’arte esposte. Non so come sia andata per davvero la faccenda: so però che
questa iperbole fantasiosa così tragicamente fantozziana, con il museo che
crolla sotto l’epico peso di una porchetta, sembra la perfetta metafora di
un’Italia che non ci piace e alla quale ci ostiniamo, colpo su colpo, a
ribattere.
Almeno io e te, Marco.
E noi di Retididedalus
e della Banda del Racconto.
E Davide
Ghaleb editore. «Santissimo» per gli amici.
Scarica in formato pdf
|