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di Simona Cigliana
In
Italia, una delle più importanti risorse di salvataggio del mercato librario è
stata senza dubbio, negli ultimi anni, la
letteratura “gialla”. Le librerie ne sono state letteralmente invase e i
lettori, complici di buon grado, hanno assistito ad una sua declinazione in molteplici forme, che spesso vantavano,
in aggiunta all’appeal connaturato al
genere, il richiamo diretto alla cronaca, all’attualità, alla storia delle
patrie disgrazie. Dal poliziesco al noir, dalla spy story al thriller, dal
giallo psicologico a quello sociale, dal nero
metropolitano al romanzo d’inchiesta, questa letteratura ha trovato da
noi abbondante materiale di cronaca per l’elaborazione narrativa, e il successo
di vendite, com’era da prevedersi, ha influito non poco sulla ricaduta
mediatica, con il risultato che anche la televisione, già di per sé largamente
incline a cibar gli abbonati di sangue e misteri, ha dato amplissimo spazio ai
format di taglio indiziario, che, dalla fine degli anni ’90 in poi, sulla scia
dei fortunati programmi di Carlo Lucarelli, hanno ancor più invaso la fascia di
prima serata.
Personalmente,
trovo ripetitive e noiose la maggior parte di queste trasmissioni –e
stucchevole pure la maggior parte di questi volumi (con però alcune notevoli
eccezioni), anche allorquando promettano di “far luce” su qualcuna delle
tragedie irrisolte della nostra storia politica. Ambientate in una cupa
atmosfera da brivido, ricostruiscono e giustappongono indizi plausibili e non,
alludono ad accadimenti inspiegabili o indicibili, in bilico tra rivelazione e
censure; spandono veleni a destra e a sinistra, affettano una imparzialità che
spesso non hanno, allineano, uno via l’altro, il delitto della porta accanto
all’assassinio politico, e finiscono per suggerire allo spettatore medio
l’aberrante e consolatoria sensazione di essere il solo fuori dalla melma,
l’unico innocente in mezzo a tanto crimine: colui che si è salvato, nel suo
modesto privato, dalla pubblica rovina.
Per
questo dissento sostanzialmente con la definizione di "romanzo-
inchiesta", trascritta sul risvolto di copertina del romanzo La bomba e la Gina. Intorno a Piazza
Fontana, di Marco Codebò (Roma, Round Robin Editrice), che ho appena
terminato di leggere, tutto d'un fiato. Non è solo il fastidio per una formula
troppo abusata, che rimanda, appunto, a prodotti di collaudato successo
commerciale. Questo romanzo è molto di più. È, innanzitutto, un autentico
romanzo, in cui si intrecciano voci e personaggi, veri e di fantasia, ma
spinti, tutti, e costretti dai loro talenti e dalle loro scelte verso un ineluttabile destino: personaggi
forti di un loro drammatico spessore o di una loro abietta coerenza che li
muovono e li fanno parlare in maniera riconoscibile. È poi un romanzo storico,
di ampio e sintetico respiro, che copre l’arco di cinquant’anni svolgendosi
lungo l’intera nostra penisola, organizzandosi tra quinte temporali disposte
secondo un ordine non cronologico ma “necessario”, atto a spalancare nel cuore
degli eventi la vertigine di cause sciagurate, che si rincorrono nel tempo,
come generate da una tabe strutturale, di antico contagio. C’è infatti una
sottesa diagnosi, che corre parallela al racconto, e che i fatti via via
ricomposti dimostrano: da cui deriva un giudizio sullo stato morale della
nostra vita civile e da cui dipende il risvolto sociologico del libro,
anch’esso ben visibile nell’ordito, che si arricchisce di ulteriori
implicazioni in tutti quei capitoli in cui l’autore descrive il retroscena
mentale dei protagonisti rimasti nell’ombra, la psicologia del potere, le
inclinazioni e le attitudini umane che furono a fondamento, quasi a
presupposto, di determinati atteggiamenti ideologici e politici.
La bomba e la Gina,
è, infine, anche un romanzo generazionale, in cui l’autore fa riecheggiare le
utopie e i disinganni della sua giovinezza e della sua (e nostra) maturità, e
in cui chiama il lettore a compiere, insieme a lui, uno spietato esame di
coscienza. Esso risuona nel turbamento con il quale Codebò si cala nei panni delle vittime (di
Giuseppe Pinelli, prima e dopo lo spartiacque del suo salto mortale) e dei loro
congiunti, nell’asciutto cordoglio che si esprime attraverso le loro parole,
nel rispetto per quelle vite spezzate, immolate dai signori delle trame oscure
sull’altare della patria - la cui storia ne resterà per sempre insozzata.
A
ricordare che “tutto è politico”, una “Taimelain” in calce al volume,
ricostruisce la cronologia lineare dei
fatti e dei personaggi, veri e finzionali, su cui si basa l’intreccio,
figurando come opera dell’ignoto ragioniere assunto all’Archivio di Stato per
mescolare le carte e far sparire i faldoni: esso reca una nota d’Autore che
suggerisce un efficace criterio di orientamento per discernere il vero dal
falso: «più un fatto appare impossibile, più alte sono le probabilità che sia
realmente accaduto».
Sì,
perché le vicende seguite alla strage di piazza Fontana, compresa l’ultima
sentenza di Cassazione, hanno realmente dell’incredibile, almeno quanto le
piste che se ne dipartono, le quali sembrano condurre, all’indietro, fino ai
tempi della Seconda Guerra mondiale, della Resistenza, al confino di Sandro
Pertini a Ventotene e alla strage di Portella della Ginestra ad opera del
bandito Giuliano; e collegarsi, in
avanti, agli eccidi di piazza della
Loggia a Brescia, dell’Italicus, della stazione di Bologna e del rapido 904.
Nella storia di quelli che in molti pensano essere stati assassinî di Stato, la
realtà potrebbe credibilmente superare di gran lunga la fantasia.
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I morti per la bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura alla fine furono diciassette.
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Di
fatto, nei dubbi che spingono Jeremy Ventura, studente a Rutgers, a partire
alla volta dell’Italia per conquistarsi un Master a pieni voti rivelando che
cosa avesse in mente Pasolini quando, pochi mesi prima di essere ammazzato,
dichiarava di conoscere i mandanti del massacro del 12 dicembre ‘69; nelle tesi
complottistiche contenute nel manoscritto spedito all’editore da Telemaco
Neofytos, PHD in Science Politiche a Princeton, potrebbe esserci molto di vero.
I due piani, realtà e finzione narrativa vengono – si può supporre necessariamente- a confondersi: molto di
ciò che diremmo figura del vero appare nel romanzo come frutto di illazione da
parte di un capace studente americano alle prese con gli italici pasticciacci
–e tante “verità” che il libro presenta come frutto di invenzione scaturiscono
– i lettori lo scopriranno alla fine- da un’accurata opera di ricerca
documentaria, le cui fonti sono dichiarate nella bibliografia del volume,
dissimulata tra i Ringraziamenti. Ma come, nella realtà, le trame del complotto
sono state ingarbugliate e confuse artificiosamente, così, nel romanzo di
Codebò, si intersecano ad arte i piani del resoconto storico e quelli della
finzione narrativa. L’evidenza che dal confronto scaturisce è tuttavia
istruttiva, perché, se la vulgata ufficiale dei fatti risulta tutt’oggi
insufficiente e paradossale e induce a ipotizzare la mala fede di chi si mostra
deciso ad accontentarsene, la callida ingenuità della fiction prospetta invece,
sulla base dei documenti superstiti, una serie di verità più che possibili.
Non
c’è bisogno di essere lettori scaltriti per comprendere che dietro la
simulazione romanzesca, che pure tiene e, come dicevamo, tiene molto bene, c’è
la vita, quella vera, di chi è rimasto senza giustizia ed anzi ha dovuto subire
ulteriori oltraggi: come i familiari di Pinelli, come i parenti delle vittime
di strage, che si son visti condannare al pagamento di ingenti spese
processuali. E’ lo scandalo di questa realtà inverosimile, che parrebbe uscita
dalla penna di uno scrittore troppo estroso, che muove l’autore de La bomba e la Gina, con la forza di
un’istanza morale e militante: nella convinzione che se lo Stato etico ancora
latita, ed anzi sembra che sui suoi misfatti la Repubblica voglia far calare un
non-giudizio tombale, allora l’indignazione dei cittadini e degli scrittori
deve trovar modo di esprimersi per perpetuare il senso di una vergogna
collettiva, che non si può archiviare né
sublimare.
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