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di
Rossella Grasso
“Ho preparato ogni cosa per bene: lo zaino, la
piccola tenda, e finalmente ieri, all’alba, mi sono messo in viaggio”. Lo
scrittore Fernando Acitelli porta con sé poche cose e molti ricordi nel suo
viaggio fisico-psicologico, proustianamente, alla ricerca del padre perduto. Giorno
dopo giorno, passo dopo passo, appunta su un fido taccuino i suoi pensieri, i
ricordi, le strade che attraversa e descrive le persone che incontra. Da qui
viene fuori Sulla strada del padre (Cavallo
di Ferro, Roma 2011, pp. 304, € 17,50), ultimo romanzo dell’autore romano, un
ibrido tra diario, biografia del padre, rubrica di ritratti di calciatori, una
sorta di “amarcord”di persone, parole, cose e case della periferia di Roma.
Sembra quasi che Acitelli stia compiendo molto discretamente un’indagine per
arrivare al padre mettendo insieme tanti piccoli frammenti di vita, luoghi e
persone cercando la verità.
Prima di iniziare questo viaggio l’autore-protagonista
ha bisogno di compiere quel suo rito che precede ogni sua partenza: passeggiare
vicino al Foro e lì “ossigenarsi” tra le pietre antiche, i marmi e le
iscrizioni. Qui si trova a proprio agio, al sicuro da tutti e tutto, come se la
certezza e l’eternità di quelle pietre fungessero da protezione per tutto, resistendo
anche al tempo. Quei marmi furono la “salvezza per gli imperatori perché li
fecero diventare immortali”, così è adesso anche per suo padre: Fernando
Acitelli compie questo viaggio nel ricordo del padre, consapevole che la poesia
salva tutti. Questo rito prima di partire serve anche a ricordare non solo la Roma
di un tempo ma tutta una civiltà, tutte le persone, anche quelle senza gloria,
che hanno fatto Roma, come suo padre. Passeggiando tra i ruderi è come se tutti
i volti e i nomi impressi nelle antichità fossero persone conosciute a cui l’autore-viaggiatore
vuole bene: se potesse abbraccerebbe ogni singolo frammento di quell’antichità.
In un libro precedente, Blu Seneca (Polistampa,
2006), l’autore cura se stesso con la nostalgia: la fuga nell’antico è fuga
dalle lesioni del presente crudo e aggressivo; è anche esperienza del dolore
passato, perché per Acitelli questo sentimento è una delle sostanze prime del
mondo, una parte fondamentale della vita di un uomo che come tale esige
attenzione meticolosa e religioso rispetto. Anche il vagabondaggio di Acitelli
tra i ricordi del padre di Sulla strada
del padre sembra spinto dalla stessa nostalgia.
Dopo il rito di ossigenazione, inizia il suo
viaggio vero e proprio tra i quartieri periferici e non di Roma: Tor
Pignattara, il Quadraro, Casal Bertone, Pigneto, Portonaccio, Prati e Celio. Un
itinerario vissuto come un dialogo incessante con il padre attraverso il quale
far rivivere un’epoca, un linguaggio fatto di parole e modi di dire scomparsi e
di uno stile di vita “quieto anche nell’inquietudine”, lontanissimo dalla
“rabbia e dall’ isteria odierna”. Per Fernando Acitelli la strada è la vera magistra vitae, è la Storia, e la sua conoscenza è superiore ad
ogni studio teorico: le immagini e le azioni di strada sono di gran lunga
superiori ai concetti, e possono insegnare molto di più di qualsiasi opera
indottrinante. “Se uno non sta sulla strada il mondo non lo attraversa
veramente” scrive Acitelli. E non è la prima volta nella letteratura che La
Strada assume un ruolo fondamentale nella formazione dell’uomo: basti pensare a
Kerouac e al suo viaggio on the road.
Per Acitelli seguire le strade significa andare Sulla strada del padre, appunto. Il suo
è un viaggio necessario per colmare il bisogno di ricongiungersi con il padre,
di ricordarlo e di farlo sopravvivere come i resti di quell’antica Roma. Ogni
quartiere che attraversa ha qualcosa da raccontare sul suo amato padre, sul suo
passato, dei suoi racconti, delle loro passioni condivise come il calcio. Tutto
il romanzo è un omaggio a Italo Acitelli, classe 1916, padre amatissimo,
educato, semplice e buono, vero “romano de Roma”. Catturato dagli alleati
durante la Seconda Guerra Mondiale, fu tenuto prigioniero nei campi di concentramento
americani per non cooperatori per tre anni; ad un certo punto avrebbe potuto
essere liberato, ma scelse di restare al fianco dei suoi compagni. Acitelli lo
apostrofa sempre con parole di grande ammirazione e affetto intenso: “Eccolo il punto: mai con chi trionfava tu, padre
mio, sempre nelle retrovie, sempre in silenzio, sempre a corto di slogan,
sempre distante da adunate e paroloni […] soltanto i fatti, quelli concreti,
semplici, la vita in penombra, la vicinanza delle persone semplici, proprio
quelle che sentivano la vita come te”. Attraverso le strade l’autore racconta tutto di lui: la
giovinezza, la guerra, il ritorno in patria, la sua difficile integrazione
nell’Italia post-bellica; le passioni e i grandi amori, il calcio, le
ingiustizie subite e i rovesci della sorte, la cardiopatia e le corse in ospedale,
l’angoscia che solo l’amore paterno più profondo può provocare. Fernando
ricorda Italo scorrendo le sue foto ingiallite, le sue lettere e i suoi
documenti: Italo è per l’autore un’eroe, come pochi padri nella letteratura
sono stati. Tutta la narrativa del ’900, infatti, pullula di terrificanti
figure paterne, ingombranti, violente, castranti. Da Giacomo Leopardi a Franz
Kafka, da Federigo Tozzi o Italo Svevo a Pier Paolo Pasolini il padre è sempre
stato un antagonista: per la crescita dei loro protagonisti (o di se stessi)
era indispensabile liberarsene per crescere e affermarsi come individui. In
questo senso si può dire che Acitelli sia un anticontemporaneo: afferma se
stesso nel ricordo del padre, sulla cui scia cerca di crescere a sua immagine e
somiglianza pur non sentendosene all’altezza. Un operazione che si potrebbe
assimilare a quella dei tanti figli di quanti hanno preso parte agli anni
drammatici della guerra e che solo recentemente stanno trovando il coraggio di
raccontare quelle storie, riportandone alla luce il valore e non più la
diffidenza (o vergogna?) tipica degli anni del dopo-guerra. In Acitelli si
legge anche un serio rimpianto per quel padre che aveva regalato alla patria “i
migliori anni della sua vita” per poi non vedersi mai riconosciuto nulla,
nemmeno un lavoro dignitoso: la sua fu “un’intera vita da reduce”. Rimpianto
comune oggi a quei figli, che attraverso Fernando Acitelli trova voce. Una
condizione testimoniata anche dalla lettera in appendice di Giuseppe Berto,
scrittore che fu prigioniero di guerra assieme a Italo Acitelli. Ma oltre ai
ricordi e ai rimpianti, il nostro scrittore ha avuto dal padre un’eredità molto
importante: «Grazie, padre mio, per tutto, per avermi fatto dono dell’acutezza
delicata sul mondo, del modo in cui so tratteggiare lo scenario e saggiamente,
in molti momenti, tenermene a distanza»
È da suo padre che derivano le sue passioni più grandi
da cui scaturisce il filo conduttore comune a tutta la sua produzione narrativa
e poetica: l’amore per Roma, l’emozione per i racconti di tempi andati e la
passione per il calcio. Nato a Roma nel 1957, Fernando Acitelli è cantore della
periferia romana e della vita calcistica della capitale già in tutti i suoi
libri precedenti di poesie o narrativa (La
solitudine dell’ala destra,Il bacio dei coniugi Arnolfini, Francesco Totti. Il
tribuno di Porta Latina, Il tempo si marca a uomo, I vecchi esultano la sera,
Hoghart e Miagola Jane Birkin. Filologia degli anni Sessanta)
.
Sulla
strada del padre è una sua summa
poetica, un libro densissimo in cui competenze e filologie diverse proprie
dell’autore sono a servizio della memoria.
Il suo ricordo si traduce in luoghi concreti della
città, i suoi posti dell’anima, dove lo scrittore cerca i segni della
presenza-assenza dei tempi di suo padre: guarda i luoghi con occhio antico,
nostalgico, prende atto dei cambiamenti in cui si sente quasi a disagio. Il suo
è un viaggio in una città che non esiste più nella realtà ma solo nella
memoria. Fernando Acitelli va in cerca di quelle osterie con la pergola di un
tempo, di quei volti simili a quelli delle fotografie di suo padre per compiere
una ricostruzione personale, familiare e collettiva di Roma e dell’Italia che
fu. E lo fa con perizia di particolari, ricostruendo la condizione sociale,
storica e psicologica degli anni ’50. Acitelli si autodefinisce un “ergastolano
del ricordo”: vagabonda nel passato per crearsi una fortezza scudo perché nel
passato trova la speranza per il futuro.
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Ettore Roesler Franz, Piazza Barberini, acquerello, 1885 ca.
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Da questo suo peregrinare sentimentale non può
fare a meno di dedurne il paragone tra gli anni di suo padre e oggi: lo
scenario è quello di un’Italia moderna, in cui sembra che ristagni un
“dopoguerra che non finisce mai”, dove aleggia una perenne degenerazione di
massa di sentimenti e modi di fare, dove non si salva nemmeno l’antica e
tradizionale periferia. Nonostante questa presa d’atto, Acitelli il romano,
descrive una Roma “pulita”, romantica e raffinata, molto lontana dalle
squallide borgate di memoria pasoliniana. Nel descrivere la capitale Fernando
Acitelli fa la differenza con il suo sguardo, l’ascolto, la sua sensibilità e
l’amore per la città: tra le sue righe non c’è macchiettismo popolare, sebbene
il suo viaggio si compia per lo più in periferia. È come se volesse restituire
dignità alla sua città a partire dalle zone limitrofe, con il vivido ricordo di
quell’aristocrazia proletaria di un tempo. Le descrizioni di volti di persone
sconosciute fanno la loro parte importante in quest’operazione. In loro Acitelli
riesce a trovare una gioia inaspettata, anche nel dolore e nella paura, nei
gesti quotidiani. La sua è una poetica dello straordinario che nasce dall’ordinario,
da cui riesce a ricavare ottimismo e vitalità.
Le pagine di Sulla
strada del padre sono non-convenzionali perché scritte con commozione ed
emozione. L’autore sembra un letterato dell’Ottocento: elegiaco, delicato e
patriotticamente orgoglioso del suo essere romano. Il suo è un periodare
ultra-descrittivo e liricheggiante: inizia sempre da un particolare per
esprimere tutta l’essenza fiabesca dei suoi ricordi. La prosa è spesso
intramezzata da sue poesie, immagini e volute citazioni dai grandi poeti del ’900:
Montale, Penna, Dickinson, Saba, Ungaretti. Da ciascuno riesce a estrapolare
l’essenza più intima di quel dolore, che sente anche proprio e che lo
ricongiunge al mondo e a suo padre.
Leggere Fernando Acitelli è come tirare un respiro
di sollievo, come compiere una catarsi dal dolore di un’umanità ormai
degenerata, ma che nonostante tutto pullula di gioia: basta saperla vedere
nelle cose belle, nei ricordi e nelle nostre radici. Con Sulla strada del padre Acitelli insegue la sua strada verso il
padre e mostra al lettore perfettamente ciò che vede lungo il cammino romano.
Un esercizio di ottimismo che in tempi di crisi, diciamolo, fa proprio bene.
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