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di Francesco Muzzioli
Sono i poeti che salveranno la
narrativa? Sembrava così negli anni Sessanta, quando i Novissimi si misero alla
testa di una serie di “romanzi sperimentali”. Durò poco, poi tornarono i
“narratori nati” e, sotto le leggi dell’industria culturale, la narrazione si è
ridotta sempre più ai fatti e ai personaggi con dialoghi banalissimi, nella
deriva postletteraria di un romanzo-sceneggiatura, in
assoluto disprezzo per il linguaggio.
Tutto sembrava tranquillamente
normalizzato, ma, cosa sta succedendo? Michele Fianco, un poeta della
generazione dei quarantenni (una generazione “saltata”, ho avuto modo di
chiamarla), che ha già al suo attivo varie pubblicazioni in versi, va alla
prova della prosa nella coraggiosa collana “Ultracorpi” dell’editrice Polimata. E lo fa con uno sfacciato disinteresse per la
trama. Il suo testo, intitolato Swing!
(Roma, 2011, pp. 170, €
10,00), si va svolgendo per venti capitoli più un finale, intrecciando diversi
fili e diverse situazioni, accorpando materiali eterogenei, azzerandosi di
volta in volta senza un riconoscibile sviluppo: i tempi passati sono mescolati
in una sorta di presente continuo, che addirittura a un certo punto si proclama
simultaneo ai fatti con un perentorio «Ora». La conclusione, dal canto suo, non
può che essere casuale e enunciata per tale come un mero esito quantitativo
(«Ma è tardissimo, è il caso di smettere»). A differenza degli anni Sessanta,
qui non si tratta tanto di contestare le norme o il codice dominante, piuttosto
si potrebbe ricondurre l’operazione alla elementare constatazione della
inautenticità dell’intreccio: colui che vuole esprimere o estrinsecare propri pesi
esistenziali dovrebbe stare attentissimo, perché la rappresentazione direttamente
autobiografica, che si serve di una ben oliata consecuzione di fatti fino a un
punto nodale significativo o apice, quella che sembra efficace per via della
nostra abitudine alla fiction, è invece il modo più insincero e
artefatto di tutti. Se vuole davvero avvicinarsi alla vita, la scrittura non
deve “tramarsi”, ma disperdersi per molteplici linee e sovrapposizioni di
livelli (vissuto, immaginario, culturale interferiscono di continuo tra loro).
In uno degli interventi-guida che Fianco ha disseminato nel suo testo, compare
la parola “romanzo” (pudicamente sottratta al titolo), in questi termini:
«Ecco, il romanzo è fatto, è chiuso. Una cisti ormai in cui c’è tutto, tutta
una storia, un’odissea condensata, fatta di mille rivoli, cambi di direzione,
di incontri». Il testo di dati ne offre, sì, ma sono ipotetici o dubbi («Come
un 6 aprile», «Era d’estate. O almeno sembrava»), offre nomi di personaggi
(Vittoria e Valerio, Dominic, Oreste detto Tony) che
però anche quando ritornano più volte non riescono ad assumere definita
consistenza. Quanto al protagonista, quel nome geniale di Italo Medio ne fa un Everyman adatto a
tutto. Sicché è legittima la lamentela dell’intervistatore interno al testo che
i fatti «appaiono poco chiari» e «le strade interrotte, non perseguite, sono
molte»; cui la voce attribuibile al narratore replica che così è «nella vita di
una persona», gli eventi non sono mai in ordine, non avvengono dove e come «per
consuetudine» dovrebbero verificarsi (e la “consuetudine” cos’altro è se non il
modello narrativo che abbiamo già in mente?). Non solo, ma, aggiunge, gli
eventi si trasformano rispetto al loro assetto “naturalistico”: «Così, un
lavoro, ad esempio, prende forma di individuo, un ricordo assume le sembianze
di cosa concreta oggi, una persona la puoi sintetizzare in un tic e quel tic
può essere più importante della persona intera che conosci da sempre e così
via».
«E così via» vuol dire che il testo
slitta di frammento in frammento, di livello in livello, e di trasposizione in
trasposizione, in modo tale che anche gli eventuali materiali autobiografici,
un peso che si avverte premere sotto il gioco di superficie (che quindi non è
mai gratuito), anche quando l’autore sembrerebbe scoprirsi, tuttavia subito si
eclissa; e se non bastasse ci pensa proprio l’ultima mossa del libro, quel
«come dice il mio amico, qui, Michele, credo», che ci fa scoprire il soggetto
firmatario come defilato e marginale, neanche del tutto “credibile” (del resto,
fin da subito, l’Io, abitabile o non abitabile che sia, è posto sotto il segno
dell’ironia). Un significativo gioco di parole è quello dell’«altronauta», la presenza di un doppio straniante, il
personaggio fittizio che nell’esserci-non esserci costituisce una problematica
proiezione. Spiega il testo: «Era una possibilità in più, un generatore di idee
prospettiche, (…) un servizio dell’anima in ogni momento, era un “tu” che
guardava un “io” da fuori” (…). Era, infine, quell’istante in cui metti a fuoco
e svii improvvisamente in un’altra dimensione». L’importanza dell’“altro” si
concretizza nell’esercizio grammaticale del “tu”, assolutamente fondamentale
anche nella poesia di Michele Fianco. Qui assume tutte le possibili
sfaccettature: 1) è il “tu” della prova del rapporto, e quindi è il “tu”
femminile di una lei che, e non può essere altrimenti, “differisce” («Sei
bellissima, come sempre, se ci penso. Ma non ci penso e non ci sei, quindi»),
per quanto possa anche assumere la prima persona (come nel capitolo 12) e
prendere la parola e dialogare intensamente (come nel capitolo 15); 2) è il “tu”
narrante e quindi un io trasposto («Se ti fermerai e ti avvicinerai al cancello
appena lì dietro»…, nel capitolo 17); 3) è un tu esterno come nell’intervista
(capitolo 18) dove porta le obiezioni prevedibili dei lettori; 4) è un tu interno,
generico, tipo una spalla che serve ad esprimere la scissione dell’io; inoltre,
5) il tu è sempre anche quello del lettore, un rimando fuori del testo («Tu
immagina solo che rischio di perdere un appuntamento»). In ogni caso il dialogo
è sempre terribilmente ellittico e contiene un acuto indice di non-coicidenza, sia tra gli interlocutori che tra noi
lettori e il loro discorso, perché ci manca sempre di sapere qualcosa al
riguardo (del resto, è detto: «La situazione è dispara,
come vedi»).
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Matteo Boato, Roma, olio su tela, 2010, cm 100x100
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Disparità di livelli, disparità di
materiali: nel testo vengono interpolati brani di poesia, e insieme riferimenti
a eventi sportivi (un calciatore, un pugile), oltre a consistenti passaggi
verso l’economia, la storia della fantomatica azienda Sbatman,
le analisi della Scuola di Monteverde sul “furto del
lavoro negli anni Zero”, che rimandano (con una impostazione tra il fantastico
e il parodico) alla situazione sociale generale. Da questo punto di vista si
potrebbe dire che, mentre la narrativa italiana ha avuto, negli anni Cinquanta-Sessanta, il problema della rappresentazione del
lavoro, per cui il lavoro di fabbrica non era raccontabile, perché troppo
ripetitivo e monotono (tanto che il Memoriale
di Volponi deve ricorrere a un
protagonista scacciato dalla fabbrica); oggi, il mondo della flessibilità e
della disoccupazione risulta altrettanto irraccontabile, perché il tempo fuori
del lavoro, privo di finalità, di scadenze, di sostanziali avvenimenti, si
svuota e s’aggira su sé stesso, tutt’al più si blocca come in un ingorgo
stradale. E però il testo trova qui una soluzione: la musica, indicata fin dal
titolo come centrale. Una musica da «jazz club», sincopata, irregolare, ma
insistente e trascinante. Una musica che non deriva tanto dalla sonorità
fonetica, quanto dalla disposizione di una sintassi inventiva, dotata di
ripetizioni, riprese, incisi, ribattuta da ravvicinati punti fermi. Un breve
esempio, dalle pagine iniziali:
Finì per dire che fu patologia,
anzi, più patologie, ma in equilibrio, questa vita. Tutta. Un sangue storto di
routine, un su e giù, un respiro che devia. Altri tempi, avresti detto. E io
con te, ora. Che li vedo, quasi fosse appena ieri, i batteri di qualche era fa.
Erano, semplicemente erano. Facili, senza ordigni fisici e non mentali,
figuriamoci. Così, da questi passi, da queste soste, penso un’altra cosa, altre
cose, che nemmeno nomino. Ma si son fatte venti le ore e dieci i minuti, due i
millenni e dieci questi anni. Che è tardi. Almeno questa è l’ora che mi batte.
“Disinteresse per la trama” dicevo:
ma in realtà costruzione di un’altra trama, non più fondata su fatti e
personaggi in cui identificarsi, ma piuttosto sulla costruzione di un
linguaggio modulato, nelle cui spire e contrazioni, tempi e contrattempi
sottoporre ad esame i materiali del vissuto e dell’immaginario, senza
l’illusione di liberarsene in un facile sfogo.
Una delle immagini significative
del libro è il casello autostradale («si avvicinava, correva verso di me il
casello. Il mio casello»). La vita si decide in una svolta. Ma la svolta è
anche quella necessaria per non parlare con un “modo” ormai usurato ed asfittico.
Dare una svolta alla narrativa: Swing!
si prova a farlo, battendo i suoi ritmi per sottrarci all’immersione
inconsapevole in storie fasulle e standardizzate.
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