| |
di Enzo Natta
Tre anni fa il quotidiano spagnolo “El Pais” incaricò i propri corrispondenti
esteri di svolgere un’inchiesta sulle tendenze letterarie del momento, che, oltre
a segnalare il genere di maggior successo, indicasse soprattutto l’incidenza
della letteratura sul tessuto sociale del Paese di loro competenza. Il
risultato fu uniforme e a tagliare il traguardo delle preferenze fu ovunque il
noir o, per essere più precisi, quel particolare thriller che va al di là del
semplice schema dell’indagine poliziesca per fissare le angosce, le paure, le
tensioni di un’intera area geografica fornendo una radiografia capace di
mettere in evidenza i nodi più legnosi di un cambiamento di costume e delle
mutazioni antropologiche che tale cambiamento porta inevitabilmente con sé.
Un romanzo che risponde pienamente a queste caratteristiche è Ora
segnata di Angelo Marenzana, ambientato in Piemonte, e più precisamente
Alessandria, in un anno cruciale del Ventennio fascista. Un salto nel passato
significativo nell’economia del racconto perché la Storia e la memoria
contribuiscono a porre l’accento su quel
conformismo che il sonnolento ambiente di provincia favoriva e che aveva
abbondantemente nutrito la “zona grigia” dell’indifferenza, vale a dire di una
maggioranza silenziosa, sempre in attesa che gli eventi suggerissero
apertamente da che parte schierarsi.
Si comincia con un oscuro e misterioso rituale, che vede un uomo armato di pugnale colpire con sadico
accanimento le foto di una donna nuda e
poi bruciarne il volto con un sigaro, per poi passare alla presentazione del
protagonista, ritratto nelle prove dell’abito confezionato su misura da un
sarto. Sette-otto pagine in cui non solo il profilo del commissario Bendicò è
tracciato con sapienza e mestiere, ma nelle quali si delinea quel tono
stilistico fatto di sogni, ricordi, flash-back che caratterizzano tutto lo
sviluppo del romanzo. Nella sua indagine, infatti, il commissario vede fusi in
un’unica realtà pensieri (ricordi della moglie defunta) e vissuto (le
indagini) rammentando quanto diceva
Antoine de Saint-Exupéry: “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è
invisibile agli occhi”.
Siamo nel 1940. Da pochi giorni l’Italia è entrata in guerra. L’“ora
segnata” dal destino batte sul quadrante della Storia e mentre Mussolini tenta
di galvanizzare gli italiani con la nuova parola d’ordine che li sprona a
vincere, il commissario Bendicò si trova a dipanare un’intricata matassa fatta
di pornografia, ricatti, prostituzione,
gioco d’azzardo. Un fotografo di talento è stato brutalmente ucciso e sul luogo
del delitto, come funesti avvoltoi, compaiono anche due agenti dell’Ovra, la
famigerata e potente polizia politica del regime.
Tutto comincia con “una signorina troppo in fretta ammaliata dallo
sguardo ingannevole della vita... un’adolescente smunta ma capace di un gesto
forte per difendere il suo amore”. Uno scenario in cui si disegna poco alla
volta un’antropologia negativa dove tutto rischia di trasformarsi in un “cupio
dissolvi” acuito da un triste passato il cui ricordo pesa come un macigno
sull'animo del commissario Bendicò.
“Quello che ci frega è credere di essere il nostro passato, ciò che
eravamo il giorno prima, ed è per il ricordo del passato che ogni giorno
facciamo le stesse cose, anche quelle che non amiamo...” confessa il
commissario all’amico medico (chiaro omaggio al dottor Watson di Sherlock
Holmes). Per poi aggiungere subito dopo: “I cambiamenti invece ci spaventano
perché siamo legati ai ricordi, ai rimpianti, alle gioie e anche ai lamenti”.
Severo e scontroso, il commissario Bendicò nulla può nei confronti di un
ambiente soffocato da una doppia verità, con la colpa dell’omicidio fatta
ricadere sulle spalle altrui, quelle facili e comode di un sovversivo, che come
tali non minano e non infangano l'onore di un'intera città.
Balzac diceva che conta l’idea più della storia e la prima idea che si
profila dall’iniziale dialogo-confronto tra il commissario e il sarto durante
la prova del vestito è quella del conflitto individuo-società. Le indagini di
Bendicò cozzano infatti contro la rigidità di un assetto economico-sociale che
blocca ogni iniziativa di cambiamento, sviluppo, innovazione. Bendicò resiste,
solo contro tutti e tutto, perché popolo (non ancora toccato da una nuova
coscienza politica) e classe dirigente, nonostante il divario che li separa,
vivono una condizione speculare, sostanzialmente identica, che nell’esercizio
delle stesse pratiche li porta a conservare gli assetti esistenti. “Una sorta
di album quasi figurato di un’Italia di ieri che non c’è più” scrive Ernesto G.
Laura nella prefazione. Al contrario “di questo commissario disilluso e
nondimeno ligio al dovere. Un personaggio destinato a rimanere.”
E, chissà, probabilmente a seguire passo passo i cambiamenti di un’Italia
che, martoriata dalle ferite e dagli orrori della guerra, maturerà la presa di
coscienza che la guiderà alla libertà e alla democrazia attraverso la
Resistenza e la Repubblica.
Scarica in formato pdf
|
|