LETTURE
ANGELO MARENZANA
      

Ora segnata

 

Iris4 Edizioni, Roma, 2011, pp. 144, € 15,50

    

      


di Enzo Natta

 

 

Tre anni fa il quotidiano spagnolo “El Pais” incaricò i propri corrispondenti esteri di svolgere un’inchiesta sulle tendenze letterarie del momento, che, oltre a segnalare il genere di maggior successo, indicasse soprattutto l’incidenza della letteratura sul tessuto sociale del Paese di loro competenza. Il risultato fu uniforme e a tagliare il traguardo delle preferenze fu ovunque il noir o, per essere più precisi, quel particolare thriller che va al di là del semplice schema dell’indagine poliziesca per fissare le angosce, le paure, le tensioni di un’intera area geografica fornendo una radiografia capace di mettere in evidenza i nodi più legnosi di un cambiamento di costume e delle mutazioni antropologiche che tale cambiamento porta inevitabilmente con sé.

Un romanzo che risponde pienamente a queste caratteristiche è Ora segnata di Angelo Marenzana, ambientato in Piemonte, e più precisamente Alessandria, in un anno cruciale del Ventennio fascista. Un salto nel passato significativo nell’economia del racconto perché la Storia e la memoria contribuiscono  a porre l’accento su quel conformismo che il sonnolento ambiente di provincia favoriva e che aveva abbondantemente nutrito la “zona grigia” dell’indifferenza, vale a dire di una maggioranza silenziosa, sempre in attesa che gli eventi suggerissero apertamente da che parte schierarsi. 

 

Si comincia con un oscuro e misterioso rituale, che vede  un uomo armato di pugnale colpire con sadico accanimento le foto di una donna  nuda e poi bruciarne il volto con un sigaro, per poi passare alla presentazione del protagonista, ritratto nelle prove dell’abito confezionato su misura da un sarto. Sette-otto pagine in cui non solo il profilo del commissario Bendicò è tracciato con sapienza e mestiere, ma nelle quali si delinea quel tono stilistico fatto di sogni, ricordi, flash-back che caratterizzano tutto lo sviluppo del romanzo. Nella sua indagine, infatti, il commissario vede fusi in un’unica realtà pensieri (ricordi della moglie defunta) e vissuto (le indagini)  rammentando quanto diceva Antoine de Saint-Exupéry: “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”.

 

Siamo nel 1940. Da pochi giorni l’Italia è entrata in guerra. L’“ora segnata” dal destino batte sul quadrante della Storia e mentre Mussolini tenta di galvanizzare gli italiani con la nuova parola d’ordine che li sprona a vincere, il commissario Bendicò si trova a dipanare un’intricata matassa fatta di pornografia, ricatti,  prostituzione, gioco d’azzardo. Un fotografo di talento è stato brutalmente ucciso e sul luogo del delitto, come funesti avvoltoi, compaiono anche due agenti dell’Ovra, la famigerata e potente polizia politica del regime.

Tutto comincia con “una signorina troppo in fretta ammaliata dallo sguardo ingannevole della vita... un’adolescente smunta ma capace di un gesto forte per difendere il suo amore”. Uno scenario in cui si disegna poco alla volta un’antropologia negativa dove tutto rischia di trasformarsi in un “cupio dissolvi” acuito da un triste passato il cui ricordo pesa come un macigno sull'animo del commissario Bendicò.

“Quello che ci frega è credere di essere il nostro passato, ciò che eravamo il giorno prima, ed è per il ricordo del passato che ogni giorno facciamo le stesse cose, anche quelle che non amiamo...” confessa il commissario all’amico medico (chiaro omaggio al dottor Watson di Sherlock Holmes). Per poi aggiungere subito dopo: “I cambiamenti invece ci spaventano perché siamo legati ai ricordi, ai rimpianti, alle gioie e anche ai lamenti”.

 

Severo e scontroso, il commissario Bendicò nulla può nei confronti di un ambiente soffocato da una doppia verità, con la colpa dell’omicidio fatta ricadere sulle spalle altrui, quelle facili e comode di un sovversivo, che come tali non minano e non infangano l'onore di un'intera città.

Balzac diceva che conta l’idea più della storia e la prima idea che si profila dall’iniziale dialogo-confronto tra il commissario e il sarto durante la prova del vestito è quella del conflitto individuo-società. Le indagini di Bendicò cozzano infatti contro la rigidità di un assetto economico-sociale che blocca ogni iniziativa di cambiamento, sviluppo, innovazione. Bendicò resiste, solo contro tutti e tutto, perché popolo (non ancora toccato da una nuova coscienza politica) e classe dirigente, nonostante il divario che li separa, vivono una condizione speculare, sostanzialmente identica, che nell’esercizio delle stesse pratiche li porta a conservare gli assetti esistenti. “Una sorta di album quasi figurato di un’Italia di ieri che non c’è più” scrive Ernesto G. Laura nella prefazione. Al contrario “di questo commissario disilluso e nondimeno ligio al dovere. Un personaggio destinato a rimanere.”

E, chissà, probabilmente a seguire passo passo i cambiamenti di un’Italia che, martoriata dalle ferite e dagli orrori della guerra, maturerà la presa di coscienza che la guiderà alla libertà e alla democrazia attraverso la Resistenza e la Repubblica.




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