di Maria Gabriella Dionisi
“In uno dei miei viaggi in paesi
lontani, scoprii un’isola. Al ritorno, feci visita ad un famoso geografo. Mi
ascoltò, consultò a lungo libri e mappe, poi mi disse: L’isola che hai scoperto
non esiste. Non c’è sulle cartine.”
In
questo breve apologo, il giornalista spagnolo Rafael Barrett espresse ad inizio del XX secolo un dato ampiamente
riconosciuto da quanti si occupano di quella che è stata definita – per la sua
mediterraneità – “isola senza mare”. Il Paraguay, infatti, è stato e in qualche
modo continua ad essere il paese meno conosciuto dell’America del Sud, sia
geograficamente che culturalmente. Coacervo di razze, di modelli politici e
sociali come la Repubblica
Cristiana Socialista dei Gesuiti, esempio di isolamento completo
durante il governo di José Gaspar Rodríguez de Francia, saggio di totalitarismo
assoluto durante la lunga notte della dittatura di Alfredo Stroessner, il “corazón
de América” ha scritto la sua storia in solitudine, dimenticato volontariamente
o involontariamente dal resto del mondo.
L’ignoranza su tale realtà è
evidente anche nel nostro paese dove i libri a essa dedicati e scritti da
italiani, o le traduzioni di opere letterarie di autori paraguayani o di altre
nazionalità si riducono a poche decine e hanno avuto una diffusione tanto
saltuaria da non sortire alcun effetto concretamente divulgativo.
Così, nel tentativo di sopperire
in piccola parte a tale situazione, un po’ per ricordarli, e un po’ per
sollecitarne la rilettura e aprire un dibattito in merito, in queste brevi note
proverò a dare di alcuni di essi un rapido cenno, seguendo l’ordine cronologico
di pubblicazione, che permette di comprendere anche gli sviluppi della
costruzione di una determinata immagine del Paese, oscillante tra verità e
fantasia.
Partiamo così dal primo, Il
Cristianesimo felice nelle missioni dei padri della Compagnia di Gesú nel
Paraguai, scritto da Ludovico Antonio
Muratori nel 1743 – quando l’esperienza missionaria in quei territori era al
suo culmine – e ristampato da Sellerio nel 1985. Scopo del libro era, affermava
l’autore, parlare di un paese di cui “poco o nulla viene conosciuto”, e allo
stesso tempo intrattenere i buoni cattolici con la narrazione di uno spettacolo
“degno degli occhi del Paradiso…[ossia]… vedere lo stato e la maniera di vivere
dei novelli cristiani del Paraguay, per quel che concerne lo spirito e
l’anima”. Naturalmente tutto era destinato ad esaltare l’opera dei confratelli,
ma al lettore di oggi si offre come una prova “testimoniale” dei risultari di
un’impresa che rimane unica nella storia della conquista e che merita di essere
rivalutata.
Ma,
tale idillica rappresentazione ebbe una dolorosa contropartita con la
pubblicazione nel 1837 della traduzione del libro di due medici svizzeri Rengger y
Longchamp, Il dottor Francia ed il Paraguay, la cui narrazione affrontava
in modo diretto la situazione socio economica della neonata nazione senza
tralasciare di denunciare le torture inflitte nelle carceri sotto il governo
dell’uomo più enigmatico della storia ispanoamericana.
Tale
visione negativa fu avallata da un nostro eminente medico e naturalista, Paolo Mantegazza che,
secondo la moda dell’epoca, tenne aggiornati i lettori della “Gazzetta Medica Italiana” sui viaggi compiuti tra il 1858 e il 1859 e sulla
situazione in quella che definisce una Repubblica “stranissima”, una “piccola
China americana”, il paese “più singolare di tutta quanta l’America”.
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Fernando Gutiérrez, Senza titolo, Biennale d'Arte di Venezia 2011
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Le sue Lettere Mediche furono poi
riunite in un volume di grande successo. In esso era possibile trovare una gran quantità di informazioni,
ancora oggi di grande interesse per chi voglia avvicinarsi alla conoscenza di
quegli anni politicamente tanto conflittuali, ma soprattutto per avere una idea
scientificamente corretta non solo della fauna e della flora, ma anche del carattere dei
paraguayani.
Tali testi dovettero risvegliare un certo interesse se negli stessi anni,
nella versione nostrana de “Il Giro del Mondo. Giornale di viaggi, geografia e
costumi” fu pubblicato un lungo reportage di Alfred Demersay, in cui fornisce
una propria immagine della popolazione che considera di “tempra dolce ed
effeminata” e perennemente “rassegnata, dolce, paziente, flemmatica, buona”. E se,
qualche anno dopo, vengono accolte con entusiasmo le relazioni di italiani che
per ragioni diverse visitano o vivono nella terra dei guaraní. In tutti, ciò
che più affascina è l’entusiasmo con cui rappresentano il paesaggio
che si apre dinanzi ai loro occhi: “il fiume Paraguay […] è bellissimo,
presenta per l'immaginazione gentile e per la pittura spettacoli incantevoli.
[…] gli uccelli di mille colori attratti per un clima soave abbondano
considerevolmente […] il profumo che mandano tutte queste piante, è soavissimo”.
Anche Emilio Salgari dovette rimanere colpito da tali letture se nel 1894
propone al suo pubblico, prima a puntate e poi in volume, un romanzo intitolato
Il tesoro del presidente del Paraguay.
Il libro fu un vero best-seller, bruciando 5 edizioni in 5 anni. A metà
strada tra romanzo d’avventura e romanzo storico, in esso veniva rivalutato, in
opposizione all’opinione corrente, il ruolo di Francisco Solano López, presidente
in carica durante la guerra più sanguinosa dell’America Latina, combattuta dal
Paraguay contro Argentina, Uruguay e Brasile uniti nella Triplice Alleanza.
Primo e unico romanzo scritto in Italia sull’argomento, allora come ora
rappresenta un (con)tributo notevole alla storia di quell’evento.
È durante gli anni ’30 che – nel tentativo di promuovere l’emigrazione
italiana verso quel territorio, considerato ancora “terra di opportunità” – si
diffondono altri libri di viaggio, come quello di Arnaldo Fraccaroli, Splendori e ombre del Paraguay. Con uno
stile discorsivo e leggero, in esso viene tracciato un grazioso quadro di
costume, in cui sono più le particolarità eclatanti che il giudizio di valore
ad avere il sopravvento: “fumar
sigari? Sì il Paraguay è il paese delle donne che fuman sigari per la
strada, in casa, in campagna, a cavallo; dappertutto, sempre”.
Ma tale processo (seppur saltuario) di diffusione di informazioni subisce poco
dopo una battuta di arresto e risulta ancor più incredibile in considerazione
dell’ attenzione a tutta l’America Latina dimostrata di lì a poco, e
soprattutto tra il 1970 e il 1980, dalle case editrici italiane.
Nei decenni delle grandi rivoluzioni e della lotta armata, del rifiuto di
qualsiasi forma di dittatura e durante i quali si accolgono a braccia aperte
gli esiliati politici di ogni latitudine, il Paraguay oppresso dal governo
militare di Stroessner, passa quasi inosservato. Restano così casi isolati e
inascoltati il saggio storiografico di grande rilevanza di Manlio Cancogni e
Ivan Boris Il Napoleone del Plata,
testo imprescindibile per conoscere le varie fasi della guerra della Triplice
Alleanza; il raffinato volume
distribuito dell’editore Franco Maria Ricci che, proponendo le opere del
pittore argentino Cándido López, dà una rappresentazione iconografica dello
stesso avvenimento; le traduzioni dei saggi etno-antropologici de Pierre
Clastres (di cui nel 2003 Ombre corte ha proposto la riedizione di La società contro lo Stato), che
riportano l’attenzione sulle tribù guaraní, fondamento della identità
paraguayana. Anche a livello puramente letterario, viene dato poco spazio agli
autori che, come tutti quelli del cosidetto “boom”, denunciavano la violenza e
i soprusi di cui era vittima la popolazione paraguayana. Solo Gian Giacomo
Feltrinelli accetta di dare alle stampe le traduzioni dei due primi romanzi di
quello che diventerà il più conosciuto narratore paraguayano, Augusto Roa
Bastos. Ma i testi (Io, il Supremo e Figlio di uomo), ricercati nello stile e
pregni del mondo magico guaraní, non superano l’ambito accademico e lasciano
indifferente il pubblico di massa, tanto da essere in breve tolti dal catalogo
della casa editrice.
Il Paraguay continuava ad essere, dunque, come aveva asserito Fraccaroli nel
1932, “un paese non alla moda”? E, il nuovo millennio con i suoi sofisticati
mezzi di comunicazione, con Internet e facebook, concederà maggiore credito e
possibilità alla conoscenza della realtà e della letteratura paraguayana?
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Horacio Cordoba, El cielo, 2006
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Per rispondere a queste domande ancora una volta ci atteniamo a dati
concreti, elencando i vari volumi messi sul mercato nell’ultimo decennio che
dimostrano (purtroppo) ancora la scarsa disponibilità delle case editrici a
investire a vari livelli sull’argomento. È del 2001 la pubblicazione de Il Paraguay. La storia, il territorio, la
gente (Antonio Pellicani ed.), una antologia di racconti di sedici autori
contemporanei, molto attivi nel Paese e riconosciuti a livello internazionale,
la cui realizzazione fu salutata positivamente dalla critica specializzata,
tanto da stimolare la realizzazione della traduzione de I nodi del silenzio di Renée Ferrer (Oèdipus, Salerno 2005),
ritenendolo espressione eccelsa della indiscussa maturità delle lettere
paraguayane. Il romanzo, spietata denuncia della violenza nelle sue varie
forme, affronta infatti con equilibrio e sapienza – oltre
che con uno stile altamente poetico – il problema sempre attuale e mai risolto
della condizione femminile in un contesto dittatoriale, ma universalizza il
tema attraverso la contrapposizione e l’autoanalisi di due donne appartenenti a
mondi geograficamente e culturalmente differenti.
Il 2005 è in realtà un anno “d’oro”, almeno in senso quantitativo: oltre al
già citato romanzo, arrivano infatti in libreria altri due testi, di natura
totalmente diversa. Parliamo della biografia romanzata Notizie dal Paraguay di Lily Tuck, per i tipi della Baldini e Castoldi
Dalai, e del reportage Sulla tomba del maiale gonfiabile. Viaggio nel
cuore del Paraguay tra dittatori, gesuiti e armadilli (Rizzoli) di John Gimlette.
Ma, espressione delle discutibili
scelte editoriali - troppo soggette ai gusti del pubblico spesso più attirato
dall’elemento scandalistico-spettacolare che da quello culturale - i due testi,
mossi da una retriva visione eurocentrica, mostrano un volto artefatto del
paese. Fidando sul successo avuto in Inghilterra da Gimlette, viene infatti proposta
la versione italiana di un racconto di viaggio che, come si legge nella quarta
di copertina, “diverte e informa, descrive e racconta in maniera scintillante e
ricca di humour le ossessioni, i capovolgimenti e le stranezze che fanno
del Paraguay un paese autenticamente esotico, dove l'unico luogo
introvabile è il luogo comune.” (Il sottolineato è mio)
Una interpretazione certo poco
condivisibile da quanti realmente conoscono il paese, che a tratti viene
ridotto dallo scrittore-viaggiatore a fenomeno da baraccone.
Ancor meno “educativa” risulta
la su citata biografia, opera della statunitense Lily Tuck, che riporta alla
ribalta un discusso personaggio della storia del Paraguay, Elisa Alicia Lynch,
la concubina del dittatore Francisco Solano López. Salutata in Italia come una
opera interessante per aver dato voce ad una donna che aveva fatto molto
scalpore all’epoca, è stata invece oggetto di un dibattito dai toni forti in
Paraguay per il suo essere priva di veridicità storica. A questa ha fatto
seguito nel 2010 un’altra biografia sullo stesso personaggio, scritta
dall’irlandese Anne Enright, il cui titolo è anticipatore del suo contenuto, Il Piacere di Eliza Lynch.
I due testi hanno in comune
non solo l’argomento ma anche il modo di affrontarlo, giacché mettono in luce
non tanto il ruolo storico avuto dalla donna che contribuì a francesizzare il
Paraguay, ma enfatizzano soprattutto il carattere considerato libertino delle
relazioni sessuali tra i protagonisti, manifesto fin dall’incipit di taglio marcatamente erotico.
Un quadro dunque poco
confortante che fa riflettere sulle possibilità concrete di arrivare ad una
comprensione piena e libera da preconcetti di quella che invece è una realtà di
grande interesse, meritevole di attenzione per i molti contributi umani e
culturali che potrebbe dare a questo nostro stanco paese.