di Massimo Giannotta
Patrik Ourednik,
praghese trapiantato a Parigi, autore di Istante
propizio, 1855, è
stato definito un “anarco-libertario radicalmente avverso al comunismo reale”.
È un autore che teorizza la separazione tra la scrittura e la letteratura in
quanto la prima avrebbe le stimmate di una “rinnovata innocenza” rispetto alla
seconda che sarebbe sostanzialmente mendace.
Nel suo argomentato articolo apparso su Le reti di Dedalus, Ignazio Delogu diceva:
“Capire Patrik Ourednik, vuol dire capire
una modalità della scrittura nell’atto stesso in cui nega se stessa in quanto ‘letteratura’
per riproporsi con rinnovata ‘innocenza’ come ‘scrittura’”. E ancora: “E dunque, scrittura non è letteratura. È comunicazione diretta, senza infingimenti
e senza abbellimenti. I merletti. Senza estetismi. Senza compiacimenti
autoreferenziali che pretendono di interpretare ciò che in realtà chiede
soltanto di essere inteso. La
scrittura è la segnalazione grafica, la traccia, la planimetria della realtà. Com’è non come appare. La letteratura si accontenta dell’apparenza
o meglio, somma apparenza ad apparenza,
travestimento a travestimento, facies a facies”.
Ourednik ha detto: “Non mi sottraggo alla scrittura;
non ho che farmene della letteratura. La scrittura è verità, la letteratura è
menzogna.”
Naturalmente
questa affermazione non convince. La scrittura non è “verità” solo perché viene
esaminata nella sua oggettiva concretezza, è sempre altro, è comunque
interpretazione. La funzione
critica della letteratura che interpreta ed analizza la realtà, non sembra
essere presa in considerazione, anzi viene respinta. A rigor di termini quindi,
non si può neppure parlare di pensiero debole, in quanto la scrittura vorrebbe
rifuggire dall’interpretazione (anche se questo non è vero neanche per
Ourednik). Concordiamo con Delogu che conclude la sua riflessione decidendo
alla fine di passare a dare un giudizio complessivo sul lavoro dell’autore: “Per interessata, partigiana, faziosa che
possa sembrare, la scrittura di Ourednik è libertaria e liberatrice, insieme.
Lo è tanto più in quanto rifiuta il ‘luogo comune’ non solo nell’affabulazione,
ma nel discorso politico e morale. Due termini che non soltanto coesistono, ma
nella sua scrittura, sono inseparabili e irrinunciabili”. E
ancora: “la scrittura di Ourednik. abbandona sostanzialmente il
tono moralistico-profetico (com’era
da attendersi), per farsi narrazione,
nella sia pur irrinunciabile ‘deriva saggistica’ che la caratterizza. Una
scrittura, dunque, allusiva, indagatrice, inquisitoria e, sino a un certo
punto, spietata”.
Abbiamo l’impressione che molte delle esternazioni
dell’autore, spesso contraddittorie, riferite da diverse interviste e che
rischiano di risultare fuorvianti nell’analisi di questo testo, siano
attribuibili a un atteggiamento apertamente e volutamente provocatorio che, se
poco aiuta dal punto di vista critico, va esaminato nelle sue conseguenze
generali.
Ci siamo
convinti che i margini di ambiguità fanno organicamente parte dell’intenzione
dell’autore. Sembrerebbe che siamo dunque di fronte a un caso in cui un autore
rende intrinsecamente problematico il suo stesso progetto.
Europeana – Breve storia del XX secolo (:due punti
Edizioni, Palermo, 2011, trad. di Elena Paul, pp. 160, € 20,00) è stato
definito un esperimento di “anarchia applicata alla storia”. Ci è sembrato dunque il caso di esaminare l’opera al di là delle
esternazioni e delle contraddizioni dietro cui l’autore si nasconde come dietro
una cortina di fumo.
Viene da
chiederci, innanzi tutto, come dovrebbe essere scritta la storia e come la scrive Ourednik. Non
ci risulta che vi sia una storia che non passi attraverso un’interpretazione e
osserviamo che anche Ourednik, propone la propria. Scrivere
una storia in cui parlerebbero i nudi fatti è una contraddizione in termini.
L’oggettività è in se stessa ideologica.
L’autore in una
delle tante interviste ha espresso la sua concezione di “banalità della storia”
che egli renderebbe evidente, appunto, con la sua scrittura.
Ci troviamo di
fronte a un testo senza virgole, con un uso reiterato della congiunzione “e”.
Una prosa che vorrebbe configurarsi come una “narrazione senza narratore”, una prosa che ci ha ricordato quella
dei vecchi testi scolastici per le elementari, i cosiddetti “sussidiari”,
scritti in uno stile che probabilmente si vorrebbe definire “piano ed
oggettivo”, e in cui vengono inserite accanto a fatti rilevanti, riportati
nella maniera più anodina, notizie più o meno trascurabili, per così dire “di
colore”, insieme all’utilizzo ricorrente di immancabili luoghi comuni. Una
scrittura povera, ma ritenuta accessibile, in realtà francamente melensa e
spesso fuorviante, in cui però vengono rigidamente conservate le coordinate
spazio-temporali che ne costituiscono l’ossatura.
Ourednik invece
mescola tali coordinate delocalizzando il tempo e lo spazio a rappresentare una
situazione sincronica o meglio suggerendo una visione sincronica, svicolata dal solito meccanismo diacronico.
Ne risulta un
linguaggio fortemente straniato che spezza ogni catena di casualità, sottraendo
i comuni punti di riferimento. Questo vorrebbe essere stimolo per il lettore a
ricollegare, riallacciare i fatti e ricostruire i bandoli. Certamente questo elemento
che con strumenti narrativi, per così dire leggeri, stimola un secondo livello
di lettura attiva, costituisce una delle
caratteristiche del testo.
Alla lettura si
presenta una forsennata giostra dove convivono campi di concentramento,
l’epilessia ereditaria e non ereditaria, le rivolte razziali, misteriosi
approcci entomologici all’amore umano, “il lavoro” che “rende liberi”, i
soldati simulatori, le guerre mondiali, il nazismo e comunismo, la bambola Barbie, la
teozoologia, gli stadi avanzati della società valutati dal numero della vasche
da bagno, evoluzionismo e creazionismo ecc. ecc. ecc.
Sono pochi e
piuttosto critici i riferimenti all’attività artistica e creativa che viene
presentata come rappresentazione dell’assurdità del mondo: “E gli scrittori e gli artisti si chiedevano
come esprimere il loro stupore di fronte a cose simili (si parla della
Grande Guerra) e inventarono il dadaismo
perché erano dell’avviso che fossero cose strampalate e i russi inventarono la
Rivoluzione d’ottobre”. Si parla anche della cosiddetta “arte degenerata”
contrapposta all’“arte tedesca” secondo i nazisti. Poi anche: “Quando la gente ha smesso di credere in Dio
si è messa a cercare il modo di esprimere l’assurdità del mondo inventando il
futurismo e l’espressionismo e il dadaismo e il surrealismo e l’esistenzialismo
e il teatro dell’assurdo. E i dadaisti volevano mettere fine all’arte antica e
facevano arte con cose nuove come il fil
di ferro i fiammiferi e i ritagli e i titoli dei giornali e gli elenchi
telefonici ecc. e dicevano che era un’arte nuova e assoluta.”
Ogni
responsabilità personale viene messa da parte, non viene ricordato alcun
personaggio, ogni avvenimento viene spersonalizzato.
Ci si chiede se,
nonostante il dichiarato (ma non praticato) rifiuto dell’interpretazione, si
descriva (e interpreti) la storia in termini di massimo della entropia, ovvero
del disordine e della follia. In questa concezione giocano, ci sembra, spunti
nietzschiani in riferimento all’ostentata apparente deresponsabilizzazione. Il
lettore viene messo brutalmente di fronte al peso della banalità e spesso alla
mancanza di senso dei luoghi comuni che si affollano in tutto il testo. Ciò ci
porta a credere che l’autore voglia, denunciare, nella sua maniera obliqua, la
loro capacità fuorviante e distruttiva.
Leggiamo:
“Alla fine del XX secolo la gente si chiedeva
se bisognava festeggiare l’inizio del nuovo millennio già nel 2000 oppure nel
2001. Per quelli che aspettavano la fine del mondo la questione era importante
anche se, alla maggior parte della gente non interessava e altri che
aspettavano la fine del mondo pensavano che sarebbe arrivata un giorno
qualunque. Certi cristiani dicevano che in ogni caso si era già nel 2004 perché
Gesù era nato quattro anni prima. E secondo il calendario ebraico eravamo già
nel 5760 mentre secondo il calendario mussulmano eravamo soltanto nel 1419 e
secondo il calendario giuliano eravamo in anticipo rispetto al calendario
gregoriano ragion per cui nel 1917 la rivoluzione d’ottobre era scoppiata a
novembre. I buddisti non s’interessavano alla questione perché secondo il
calendario buddista eravamo nell’anno 2542 dell’era del Buddha Shanjkara ma anche
perché i buddisti si preoccupavano piuttosto della loro reincarnazione in rana
o in formichiere o in cercopiteco ecc. Nel XX secolo in Europa il buddismo e il
taoismo fecero molti adepti che suonavano il gong usando bacchette con la punta
di feltro e respiravano con il diaframma e parlavano dello yin e dello yang e
scrivevano libri mistici e dicevano che il mondo è pieno di misteri ma soltanto
in apparenza perché in realtà tutto è armonia. E quando qualcuno aveva vissuto
qualcosa di misterioso scriveva un libro perché l’era mediatica era venuta e
tutti volevano scrivere un libro”.
Ancora:
“Gli ariani erano una razza dolicocefala
riconoscibile per la pelle bianca e per
il cranio il cui rapporto lunghezza-larghezza era inferiore a 75 e per lo
spirito creativo e il senso della collettività. I nazisti dolicocefali dicevano
che la natura è crudele ma giusta e che se si volevano imporre idee
rivoluzionarie e valori e una giustizia
suprema e nuova bisognava conformarsi alla natura. E che la storia era una
lotta eterna tra verità e menzogna e che ognuno doveva scegliere da che parte
stare. Chi non avesse scelto da che parte stare sarebbe stato spazzato via
dall’uragano della storia”.
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Bologna, 1977
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E ancora:
“Gli storici dicevano che la memoria storica
non era una componente della storia e che la memoria era passata dalla sfera
della storia a quella della psicologia e questo aveva inaugurato un nuovo
dominio della memoria nel quale non era più in questione la memoria
dell’avvenimento ma la memoria della memoria. E che la psicologizzazione della
memoria aveva suscitato nella gente il sentimento che c’era un debito da pagare
al passato ma senza che si sapesse quale fosse e a chi dovesse essere pagato.”
“E i medici americani consigliavano ai loro
concittadini di respirare aria pura e fare sport e andare in bicicletta per
mantenersi in forma. La bicicletta era particolarmente raccomandata per gli uomini perché per le
donne si era rivelata inopportuna e i medici hanno spiegato che lo sfregamento
della sella contro vulva e clitoride eccitava la donna incitandola a pratiche sessuali perverse. Per impedire alla
donna di abbandonarsi a pratiche sessuali perverse si è provato a costruire
selle a forma di mezza luna che però si sono rivelate poco confortevoli.”
“E nel 1999 gli amish hanno venduto una
quantità dodici volte superiore alla media di candele e ceppi di pino e
macinini da caffè ecc. perché tutti avevano paura che il MILLENNIUM BUG
mettesse fuori servizio le linee elettriche”
“E i filosofi dicevano che il mondo era ormai
entrato nella civiltà della copia e che tutto era solo la copia di una copia di
una copia”.
Ci troviamo
coinvolti in una sorta di volo radente senza una direzione prestabilita (tanto
meno diacronica) in cui accadimenti anche paradossali del XX secolo sono
offerti per un attimo al lettore-spettatore che si trova così a considerare
avvenimenti (banali, drammatici o assurdi) con uno sguardo sommario che
dovrebbe innervare una riflessione critica.
Operazione
stimolante a suo modo, innesco ad approfondire logicamente nessi volutamente
omessi, e che mira a ottenere quello che l’autore cerca di indurre in ogni
singolo lettore: costruire il proprio libero itinerario di interpretazione
attraverso un ripensamento di fatti e situazioni di cui si descrivono
particolari effetti. Europeana costituirebbe
dunque un meccanismo di stimolo interattivo tra scrittura, lettura e
riflessione.
Ma questo è un
libro anche volutamente meticcio, quindi non senza ambiguità, le cui
indicazioni, per la costante attenzione dello scrittore agli aspetti ludici,
possono essere fraintese in una sua lettura come testo fondamentalmente
“divertente”. Il lettore si trova dunque di fronte a voluti elementi fuorvianti
che aumentano il rischio di non provocare quelle domande che impegnano a
rivedere, non ostanti le insidie e le trappole del luogo comune, a riflettere e
cercare la propria spiegazione. Ourednik non traccia dunque una strada
assolutamente netta e riconoscibile, probabilmente per eludere il rischio di
un’assertività che probabilmente sentirebbe come troppo ideologica, o peggio
autoritaria: preferisce lasciare aperte diverse vie e possibili diverse fruizioni,
ma sostanzialmente, secondo noi, avendo ben chiaro il suo obiettivo centrale di
stimolo critico. Un lavoro particolare
che richiede più di una lettura e che può produrre insperati e stimolanti
frutti.