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di Alessandro Ticozzi
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Margit Carstensen e Hanna Schygulla in Le lacrime amare di Petra von Kant (1972)
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Dalle
sue messinscene di testi classici e moderni a drammi propri (da Katzelmacher, 1968, a Le
lacrime amare di Petra von Kant,
1971, e La libertà di Brema, 1973), come
inquadrare l’attività teatrale di Fassbinder nel
panorama del teatro tedesco?
Ho
la sensazione che, sebbene meno forte che nel cinema, anche nel teatro il touch di Fassbinder sia stato abbastanza importante: ormai è una
situazione da storicizzare, visto che sono passati trent’anni dalla sua
scomparsa, che sono tanti per qualunque forma d’arte e soprattutto per il
teatro tedesco, perché credo poi che sia sempre stato un campo molto ricco di
sperimentazione. Probabilmente Fassbinder se fosse ancora
vivo sarebbe diventato una sorta di figura leader
di tutto ciò: il suo lavoro è stato molto importante per un certo periodo, però
sostanzialmente Fassbinder rimane soprattutto un
regista cinematografico, anche se ha fatto delle esperienze importanti sia come
attore che come uomo di teatro.
Selvaggina di passo (1972), La paura
mangia l’anima (1973), Effi Briest
(1974), Il diritto del più forte
(1974), Il matrimonio di Maria Braun
(1978), Un anno con 13 lune (1978), Lili Marleen
(1980), Lola (1981), La
nostalgia di Veronika Voss (1982): come si colloca l’attività cinematografica di Fassbinder nel panorama del nuovo cinema tedesco?
Fassbinder è stato un autore molto prolifico: lei ha nominato
dei titoli, ma si potrebbero nominarne anche degli altri. È stato quello che è
stato chiamato da alcuni critici il cuore pulsante del nuovo cinema tedesco. Fassbinder è stato soprattutto un importante autore di
riferimento polemico per la sua capacità di realizzare sempre nuovi film uno
appresso all’altro: un ossessionato dal cinema e dal lavoro che ha lasciato un
segno indelebile nel cinema tedesco di questo periodo. D’altronde il fatto che
lui sia morto così giovane in qualche maniera lo ha preservato da quelli che
sono stati gli sviluppi successivi: non ha visto la caduta del Muro di Berlino,
la riunificazione, la trasformazione profonda di tutto il cinema d’autore e la
fine di quello europeo. Fassbinder è un po’ come Truffaut: ha segnato un epoca come un personaggio leader e questo è quello che ancor oggi
rimane come suo lascito alle generazioni di oggi. È diventato il primo classico,
ancor più di Kluge – che lavora ancora, anche se in
un ambito diverso – e di Herzog – che ha abbandonato la fiction per dedicarsi quasi solo esclusivamente al documentario – o
come Wenders – che ha avuto un tipo di sviluppo ancora diverso. Fassbinder e questi altri autori che ho nominato sono state
le figure che restano della storia ormai passata del nuovo cinema tedesco, un importantissimo
movimento che è nato cinquant’anni fa con il manifesto di Oberhausen
nel 1962 – firmato da Edgar Reitz e da Alexander Kluge tra gli altri, ma non da Fassbinder
perché era ancora troppo giovane – e che appunto ha dato luogo con personalità
molto diverse al cinema d’autore nella Repubblica Federale Tedesca.
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Rosel Zech in La nostalgia di Veronika Voss (1982)
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Querelle de Brest: un film testamento per Fassbinder?
In
un certo senso sì, Querelle de Brest è
stato di sicuro una specie di testamento, perché è un film uscito postumo e che
ha unito l’aspetto letterario a una messinscena di tipo spazialmente teatrale.
Non solo quindi dal punto di vista del risultato estetico, dunque, è stata un’opera
molto importante e significativa. Tuttavia a riconsiderare la fase finale dell’attività
fassbinderiana forse c’è un altro film che considero
ancora di più il testamento spirituale del regista bavarese: Berlin Alexanderplatz – proprio per il fatto di avere
creato una via di mezzo tra serial televisivo e l’adattamento letterario
realizzando tale mix con una straordinaria qualità cinematografica. Questo
film-mammut è più rispondente all'infinito desiderio fassbinderiano
di narrare storie di dipendenza tra uomini e donne, ma anche uomini e uomini,
in quella dinamica tra carnefice e vittima che è il tema chiave del suo lavoro.
Ripeto Querelle de Brest è stato un film molto
importante, ma non lo ritengo il suo vero testamento spirituale, anche perché
nessuno pensava che lui potesse concludere la sua esistenza così d’improvviso.
Nessuno pensa di fare un film testamento. Questo lo possiamo leggere noi a
posteriori, mentre invece credo che Berlin
Alexanderplatz incarni di più il sogno fassbinderiano
del film totale.
Come giudica Martha, il film
di Fassbinder riproposto fuori concorso alla Mostra
del Cinema di Venezia del 1994?
Martha era nato come un TV movie: è stato un caso che sia stato
riesumato successivamente. Appartiene al periodo più fertile dell’attività di Fassbinder, ma è stato più che altro il repechage di un film che non aveva avuto
nessun altro tipo di circolazione se non quella televisiva, e quindi non era
nata come un opera inizialmente pensata per il cinema, anche se poi Fassbinder non faceva distinzione tra grande e piccolo
schermo: diceva solo che per quest’ultimo bisognava essere più positivi e meno
pessimisti, anche se poi Martha è da
questo punto di vista il più pessimista dei suoi film televisivi.
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(1980)
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A trent'anni dalla scomparsa, cosa rimane di Rainer Werner Fassbinder
come uomo e come regista, attore e autore?
Un
dolmen del cinema d’autore tedesco,
una figura che in qualche maniera continua a ispirare più o meno direttamente anche
giovani autori oggi, ma soprattutto è stato l’esempio di un coraggio nel
ricostruire una cinematografia che era prettamente commerciale e poco
interessante. Un autore che ha significato molto nel dibattito culturale del
periodo e che quindi è stato un esempio: non voglio fare paragoni, però Fassbinder per il suo essere un personaggio culturalmente
polivalente un po’ somiglia a Pier Paolo Pasolini, anche se poi sono due figure
completamente diverse per tantissimi aspetti. Dal punto di vista della macchina
cinema in sé e per sé, Fassbinder è stato colui che
ha pensato ad un progetto di piccola Hollywood tedesca, cercando di legare un
cinema di forte impatto popolare con un cinema di espressione d’artista: da
questo punto di vista credo che proprio il film che le citavo prima – Berlin Alexanderplatz, un film quasi impossibile da presentare nei cinema
– sia stato forse il corollario di
questa idea fassbinderiana di traghettare fuori dalle
secche dell’elite intellettuale alcune
tematiche rivolgendosi ai sentimenti, perché poi Fassbinder
è stato l’autore che ha più coerentemente riportato in auge in Germania il
genere del melodramma, cioè un cinema di forti e grandi sentimenti di cui è
stato l’alfiere. Quando ricordavo che Fassbinder è
stato pensato come il cuore pulsante del fenomeno del nuovo cinema tedesco non
è stato solamente perché ha dato un grande esempio di modello produttivo a
basso costo per un certo periodo e di un cinema di pubblico intellettualmente
serio, ma anche proprio perché ha privilegiato raccontare delle storie
quotidiane con lo strumento del melodramma, e questo suo appellarsi ai
sentimenti è uno degli aspetti che ancor oggi credo valga la pena tenere come modello
anche per cineasti completamente diversi da quello, che potrebbero nascere
oggi.
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Franco Nero e Brad Davis in Querelle de Brest (1982)
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A
chiusura di questo articolo, così Franco Nero ricorda il suo rapporto con Rainer Werner Fassbinder:
«La storia del mio incontro con Rainer Werner è molto divertente: iniziò nel 1980, quando lui mi
chiese di fare un film, Lilì Marleen. In quell’anno io ero molto impegnato, perché
avevo già firmato altri contratti: feci La Salamandra, un film americano
dal romanzo di Morris West, che parla del colpo di
stato in Italia, e poi Il falcone, un film jugoslavo, una storia
sull’eroe Juguslavo e perciò non potei fare il film
offertomi da lui. L’anno dopo mi trovavo a Roma e mi arriva una telefonata
dall’aiuto regista di Fassbinder che mi dice: “Il
signor Fassbinder Le vorrebbe offrire un altro film, Querelle
de Brest”. Io ho risposto: “Va bene, ma prima
mandatemi il copione”.
Ho chiesto quando si sarebbe girato e io diedi la mia disponibilità per
quelle date. Mi mandarono il copione: avevo qualche dubbio sul film e sulla mia
parte, chiesi qualche giorno per pensarci. Un po’ di giorni dopo mi richiama
l’aiuto dicendomi: “Guardi, signor Franco Nero, ho il signor Fassbinder sull’altra linea che le vuole parlare”. Sono
rimasto al telefono un minuto e mezzo ad aspettare, poi ritorna l’aiuto regista
che mi dice: “Mi scusi, credevo che il signor Fassbinder
fosse libero per parlarle, però non lo è più: mi dispiace tanto. In ogni caso
ci faccia sapere se lo vuol fare”. Ho accettato il film, però stranamente prima
che lui iniziasse a girarlo ne fece un altro come attore per la regia di Wolf Gremm, un suo grande
amico, Kamikaze 89, a cui mi chiesero di partecipare assieme a Fassbinder come attore. Lessi la sceneggiatura, che il
bravissimo sceneggiatore americano Robert Katz aveva
fatto da un romanzo: c’era un personaggio strano, una specie di nazista tedesco
con un occhio di un colore e uno di un altro, e mi sono divertito tanto a farlo
come attore lavorando con Fassbinder. Era una piccola
produzione, e non avevano abbastanza soldi per pagarmi perciò mi regalarono i
diritti del film per l’Italia, dove naturalmente il film non è stato visto,
perché questa è sempre stata l’Italia – film di grande qualità è sempre stato difficile farli arrivare, a meno
che non vincano un festival o vengano imposti da distribuzioni americane. Poi
andai a Berlino per iniziare a girare Querelle: la prima cosa che chiesi
all’aiuto regista fu la verità su quella volta che mi aveva detto che il signor
Fassbinder mi voleva parlare, e lui ha risposto: “Fassbinder era a fianco a me, ma ha cominciato a sudare e
non ce l’ha fatta a parlare”. Questo era Fassbinder:
un uomo di una timidezza incredibile. Me lo rivedo sempre con un bicchiere in
mano di ginger ale mischiato col whisky: praticamente
Fassbinder era tutto il giorno che andava avanti così
quando si girava, penso che forse questo lo rilassava. Iniziammo il film. Io
gli dissi “Rainer, dimmi come vuoi che faccia il
personaggio”, e lui mi rispose: “tu lo fai come vuoi: se c’è qualcosa che non
va te lo dico”. Naturalmente non mi ha mai detto niente, perciò gli piaceva
come facevo il personaggio. Durante il film ho avuto occasione di conoscerlo
meglio. Una volta andammo a casa sua e lì vidi che c’erano una trentina di VHS
di miei films, e avevo capito che Fassbinder
ne vedeva praticamente molti, e disse che era un mio ammiratore da anni. La
cosa più bella è che quando andavamo in macchina assieme lui metteva sempre le
canzoni di Domenico Modugno, perché ne era pazzo. Andava sempre con il suo
gruppo a mangiare in un ristorante a Berlino che si chiamava Paris Bar, e qualche volta andai anch’io. Una di quelle
volte ero seduto solo ad un altro tavolo vicino al suo, lui era con i suoi
amici, ad un certo punto si avvicina a me, e mi dice “Adesso, Franco, dobbiamo
fare un contratto” “Come dobbiamo fare un contratto?” “Sì, dobbiamo fare tre films insieme” “E il contratto?” “Adesso non preoccuparti”.
Chiama un cameriere e gli chiede un pennarello, quindi prese un tovagliolo
bianco e col pennarello scrisse: “Io Rainer Werner Fassbinder e Franco Nero
ci impegniamo a fare, io come regia e lui come attore principale questi tre films: Le Bleu du ciel di Georges Bataille, Cocaina
e Rosa Luxembourg”. Entrambi firmammo sul
tovagliolo dopodiché se lo mise in tasca e se ne tornò al suo tavolo.
Naturalmente non abbiamo mai girato questi tre film perché lui morì dopo
le riprese di Querelle.
Io andai al suo funerale a Monaco di Baviera, e mi ricordo che misero
tra le altre musiche anche una canzone di Modugno. Ho sempre avuto un rapporto
incredibile con lui, questo genialoide che riusciva a girare i films in pochissimo tempo. Querelle de Brest anziché essere girato in otto settimane come da
contratto lui lo girò in quattro, penso sia stato uno di quei registi come Bunuel – con cui io ho avuto la fortuna di lavorare – che
avevano le idee molto chiare. Ricordo anche che sul set a Berlino veniva spesso
a trovarci Andy Warhol, che poi disegnò il manifesto del film. Come artista non
si discute, peccato sia morto così giovane a 36 anni. E mi sembra abbia fatto
36 films, che è un numero enorme per un regista così
giovane; era uomo molto timido e schivo”.
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Rainer Werner Fassbinder
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