TRADUCENDO MONDI
ROMÁN PIÑA VALLS
“Stradivarius Rex”


      
Presentiamo l’Introduzione e il primo capitolo dell’ultimo romanzo del 46enne autore spagnolo. Scrittore inedito in lingua italiana, che qui ci offre un perfetto esempio di narrativa postmoderna, carica di saettante umorismo. Il protagonista del libro è un umile lavamacchine che, per una bizzarria, si trasforma in un essere camaleontico, una sorta di Zelig, capace di assumere ogni giorno l’identità di una persona diversa.
      



      

Traduzione di Lydia Del Devoto

                          

 

 

Román Piña Valls è nato a Palma di Maiorca nel 1966. Ha studiato Filologia classica all’Università di Valencia. È docente di scuola secondaria e di liceo.

Ha un’attività intensa come editorialista per testate come El Mundo, El Día de Baleares e Marca. Collabora con El Cultural ed è direttore della rivista letteraria La Bolsa de Pipas.

Il suo primo libro, Las ingles celestes, è stato pubblicato nel 1997 (ed. Calima). Tra gli altri suoi romanzi citiamo Un turista, un muerto (ed. Calima, 1999) e Gólgota, Premio Ciudad de Palma Camilo José Cela (ed. Lengua de trapo, 2005).

È anche autore di poesie (Café con amazonas) e di racconti (La bailarina rusa, Museo del divorcio). Nel 2003 è stato insignito del Premio Desnivel di letteratura e viaggi con Viaje por las ramas (ed. Desnivel).

Bibliografia: 

–Las ingles celestes, (Calima, 1997). Romanzo

–Un turista, un muerto (Calima, 1999). Romanzo

–Museo del divorcio (Sloper, 2002). Racconti

–Café con amazonas (Sloper, 2002). Poesie

–La bailarina rusa (Sic Editores, 2004). Racconti

–Viaje por las ramas (Desnivel, 2004). Libro di viaggi

–Som lletjos (Sloper, 2005). Romanzo (in catalano)

–Gólgota (Lengua de trapo, 2006). Romanzo

–A Barbie se le pudren los visones (Sloper, 2007). Articoli

–La isla que la palma (Calima, 2008). Articoli

–Islas Baleares (Everest, 2008) Poesie per l’infanzia

–Stradivarius Rex (Sloper, 2009) Romanzo

 

 

Per Román Piña tutto è incominciato molto presto: “A otto anni, quando mi accorsi quanta felicità mi procurava la risata della mia sorellina quando la coccolavo e la stuzzicavo. O a dodici, in un’opera teatrale di scuola, dove imitavo un ubriaco. O a tredici, quando venni a sapere che i miei antenati erano stati portati al rogo. Lo humor prima di tutto è una sorta di ancora di salvezza che ci dà la vita e poi è una cosa che abbiamo bisogno di scoprire sempre nell’arte”.

 

 

L’opera:

 

Stradivarius Rex è un romanzo caratterizzato da una straordinaria complessità e da una profondità ricercata, che nasce da un mix di racconti e di personaggi tra i più variopinti. Tutto questo senza trascurare quello humor che è un po’ il marchio dell’autore, apparentemente folle, intellettualmente irriverente e, a tratti, osceno. Román Piña ha creato un romanzo fatto di frasi brevi e di intensa perfezione stilistica. Stradivarius Rex contiene ingredienti memorabili e fa uso di un linguaggio semplice, diretto, molto pulito, una prosa accurata. La personalità poliedrica di Román si incastra alla perfezione nel personaggio di Badosa, quel tipo infognato in situazioni imprevedibili, sconclusionate, stravaganti.

L’uso della prima persona aiuta molto nella finzione in cui il protagonista dice: ” La prima volta che mi sono suicidato”.

Inquadramento dell’opera nella produzione dell’autore:

Romanzo postmoderno, è carico di quell’umorismo tipico della produzione di Román Piña, ed è stato definito dalla critica spagnola “un’opera che incarna il meglio del modello di Cervantes. Anzi, questo è il romanzo più marcatamente cervantino che si possa immaginare”.

 

Coordinate spazio-temporali:

Ambientato prevalentemente in Spagna, nell’arco di 10 anni il protagonista cambia ogni giorno identità e quindi cambia continuamente vita e a volte luogo, incarnandosi in personaggi totalmente diversi l’uno dall’altro.

 


Trama:

Marcos Badosa è un umile lavamacchine di Alicante, totalmente incolto e ambizioso, che decide di rompere con la monotonia della sua esistenza e si iscrive ad un laboratorio di scrittura presso la libreria Viridiana di Valencia, “che esiste veramente e che compie ora 20 anni”. Badosa vuole imitare la vita che conduce un famoso scrittore della sua città, che passa le sue giornate a prendere il sole e a mangiare la paella. Decide quindi di diventare uno scrittore e di vincere un premio prestigioso, magari il Nobel, per sfuggire alla sua mediocrità. Per un inspiegabile fenomeno, si trasforma in un essere camaleontico, in grado di assumere ogni giorno l’identità di una persona diversa. Questo lo trascina in situazioni eccitanti  a lui sconosciute, ma lo proietta anche in una spirale assurda e senza senso.

Il romanzo, per certi versi, è vicino allo Zelig di Woody Allen e affronta uno dei sogni più antichi dell’uomo: la possibilità di vivere nei panni di un estraneo. L’eroe vive così le peripezie di individui totalmente diversi l’uno dall’altro, come un mutilato di guerra, un impiegato di concetto, un pilota dell’aviazione, un operaio inglese, un chirurgo plastico, ecc. L’autore ha saputo estrarre moltissimi ingredienti dalla trama, alternando con maestria l’umorismo (come la scena della spiaggia naturista), la parodia letteraria a tinte deliranti (il manoscritto di “Salvate il soldato Achille”) e la riflessione a livelli altissimi (la visita ad una clinica di malati terminali).

La diversità colta e ingegnosa, piena di provocazioni, riesce ad intrattenere e a far riflettere sull’assurdità del mondo contemporaneo. L’autore se la prende soprattutto con la follia del consumismo, l’arte concettuale, la meschinità della classe politica, i desideri segreti, la letteratura facile.





Román Piña Valls


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Mi piace essere un orso

 

(Mowgli, Il libro della giungla di Walt Disney)

 

 

Sono stato molto felice e vi lascio in eredità la vita.

Domani resusciterò e farò un giro da quelle

parti. Ehi, guarda, guarda: che cos’è questa

cosa? La vita. È la vita.

 

(Manuel Vilas, Resurreción)

 

 

 

INTRODUZIONE

 

L’evento meno importante di quel giorno fu che Monica Lewinsky si mettesse in ginocchio nel vestibolo che dava nello studio e praticasse una fellatio al Presidente.

Il 15 novembre 1996 William J. Clinton riuscì ad accumulare talmente tante esperienze eccitanti, che l’incontro sessuale con quella bruna dagli occhi verdi e di 25 anni più giovane di lui passò praticamente inosservato.

Sono in pochissimi a saperlo. Sono corse alcune voci (la versione completa non è mai uscita da un piccolo entourage) che però non sono trapelate più di tanto e non hanno provocato scandalo. Ammesso che in seguito a quei fatti ci siano state conseguenze, non sono mai venute alla luce e ufficialmente non ci sono state vittime.

Il presidente Bill Clinton, dallo studio ovale della Casa Bianca, quel giorno di novembre del 1996 avrebbe potuto cambiare il corso della storia. Non ce la fece perché, purtroppo, non si cambia il mondo in ventiquattro ore.

Che cosa gli era successo quel giorno perché si buttasse a capofitto in un’impresa così ambiziosa, sentendosi chiamato a compiere una missione necessaria ma condannata al fallimento?

Quel giorno il presidente era completamente fuori. Fu colto da un attacco di spregiudicatezza.

Si era alzato con il piede destro. Sprizzava ottimismo da tutti i pori. Con insolita lucidità percepì che dipendeva solo da lui trovare la grinta giusta per affrontare la situazione con la massima determinazione.

Non si era mai sentito così deciso. Mai così pieno di coraggio. All’improvviso, di colpo, gli era caduta la maschera dagli occhi e aveva visto la luce. Da anni era a capo del paese più potente del mondo, per la verità senza fare troppi sforzi. Stava facendo la doccia quando fu colto da un impulso irrefrenabile, l’ossessione del tempo perduto, e capì che doveva agire immediatamente. Se lo avesse fatto, la sua vita avrebbe avuto senso e il pianeta avrebbe ricominciato a girare alla velocità giusta.

Era deciso a fare la rivoluzione.

Sarebbe stata una rivoluzione radicale, violenta, ma molto comoda. Una rivoluzione fatta al telefono. Non doveva neanche uscire dall’ufficio. Essere l’uomo più importante del mondo comporta pur sempre qualche vantaggio.

È ora che si sappia. Non mi crederanno perché sembra una barzelletta, ma è tutto vero. Lo so per certo. Ho testimoni di prima mano.

Alle otto di mattina, Bill era già nel suo studio, da solo. C’era un bel caffè fumante che lo aspettava. Decise di non prenderlo. Seduto, passò la punta delle dita ad una ad una sull’antico legno della nave britannica HMS Resolute con cui era stata costruita la scrivania che la regina Vittoria aveva regalato nel 1880 al presidente Rutherford B. Hayes.

Clinton si alzò e guardò dalla porta finestra che dava sul giardino delle rose. Non prese il cappotto, uscì e fece un giro attorno ai roseti sfiorandone le foglie con il palmo della mano destra aperto, come se stesse accarezzando i fianchi di un animale. Prese lo stelo di uno dei fiori rosa più giovani, di uno degli arbusti cresciuti nelle serre di Milwaukee, e lo recise. Poi entrò nel suo studio con la rosa in mano.

Sedette di nuovo alla scrivania Resolute con la rosa nella mano sinistra. Con l’indice della destra digitò sull’interfono il codice della sua segretaria personale, Betty Currie.

- Betty, oggi annulla interviste e impegni. C’è un cambio di programma. Ti terrò informata.

- Benissimo, presidente.

Annusò la rosa che continuava a tenere nella mano sinistra facendola oscillare come la lancetta di un metronomo.

Prese il cellulare e fece un numero.

-Bill? Che succede? Sono le otto di mattina. Ma che succede?

- Vernon, ascolta. Annulla il matrimonio. Non puoi sposarti con Jennifer.

- Ma che cosa stai dicendo? Sei ubriaco?

- Mai stato più sobrio in vita mia. Questa è la prima telefonata che faccio oggi. Tu mi conosci. Hai sempre detto che in fatto di donne sono un’autorità. Bene, allora stammi bene a sentire. Non aspettare oltre, Vernon. Non posso darti altre spiegazioni. Non c’è tempo. Tu fai come ti dico e mi ringrazierai. Annulla il matrimonio.

- William, questo non è giusto. Sei stato tu a presentarmela. Sarai addirittura il testimone.

- È vero. Ti spiegherò tutto in un altro momento. Te l’ho presentata io. Io la conosco e io ti dico di non sposarti. Vuoi darmi retta?

- Non dire stronzate, Bill. Sai benissimo che sono innamoratissimo di lei. È la terza, e la terza è quella buona.

Clinton sentenziò:

- Ti sta parlando l’amico di vecchia data, il più intimo. Se però tentenni così, userò tutta la mia autorità di Presidente degli Stati Uniti.

Ecco, ho fatto la prima opera buona della giornata, pensò Clinton.

Riattaccò. Lasciò la rosa sulla scrivania, sbuffando.

Poi pensò tra sé e sé:

- Bah, non so se la cosa potrà funzionare. Non ho la più pallida idea di come fare, ma ci devo provare.

Qualcuno bussò alla porta.

- Entra, Betty – disse il presidente.

La segretaria personale di Clinton entrò con l’agenda mezzo aperta, temporeggiando, e sedette sulla poltrona davanti alla scrivania. Il capo la guardò dall’alto in basso, con un’attenzione insolita, e questo la rese nervosa. Temette che il presidente si mettesse a farle dei complimenti. Pur essendo di un bel po’ più vecchia di lui, si intuiva che era stata una gran bella donna.

Ma Clinton, che lo sapeva, pensò questo:

- Mi dispiace Betty, oggi non c’è spazio per le smancerie.

E disse:

- Organizza un incontro con i media alle 19. Parlerò al paese. Al mondo intero. Dovrò dare spiegazioni.

- A che proposito, presidente?

- Della giornata storica – disse Bill, sorridendo.

- Che giornata? – sollecitò la Currie – Mi sono persa qualcosa?

- Sta per incominciare, Betty. Oggi voglio fare qualcosa di grandioso. Se tutto va come deve, sarà un giorno indimenticabile per molte generazioni.

L’espressione di perplessità di Currie si fece più intensa. Volse lo sguardo.

- Tu prendi nota e presta attenzione.

- Ho già la penna nervosa, signore.

- Benissimo. Allora vediamo: a che ora viene Hillary?

- La First Lady è già arrivata, signore. È in riunione con Leon. Mi pare che abbiano intenzione di inserire nell’agenda del presidente una riunione informale con l’Associazione Calciatrici Lesbiche. Hillary insiste a…

- Sì, sì! – disse Bill con una certa aggressività – . Me ne occuperò. Nessuna riunione, però. Fai in modo, Betty, che mia moglie non entri qui nelle prossime due ore. Anzi, per tutto il giorno. Oggi non sono in vena di essere controllato.

- Sarà un’impresa un po’ complicata.

 - Dovrai ricorrere ai tuoi trucchetti più diabolici. La posta in gioco è alta. Oggi questo paese può cancellare quella brutta macchia che il Vietnam ha lasciato nella sua storia. Io in Vietnam non ci sono stato, sai Betty? Oggi vivrò il mio Vietnam.

- Le annullo l’appuntamento delle 13 con la signorina Lewinsky?

- Sì, certo. Te l’ho detto, oggi voglio la giornata tutta per me. Ho bisogno di concentrami. Ma no…non annullarlo. Lascia che venga. A pensarci bene, non mi crea nessun problema. Allora, è tutto chiaro. Priorità numero uno: che la signora Clinton non metta il naso qui dentro.

Ma Hillary stava già chiamando il Presidente al telefono.

Bill non ebbe il minimo dubbio che fosse lei quando vide illuminata la spia dell’interno 3, lo studio di Leon Panetta, il suo assistente. Premette il pulsante dell’interfono.

- Sì, Hillary, sei tu?

- Ciao Bill. Leon è d’accordo a...

- Mi dispiace amore, ma devi correre a casa subito. È successa una cosa terribile – la interruppe –. Si tratta di Buddy. Si è strozzato con il collare. Si è agganciato ad uno spunzone dell’inferriata mentre saltava per fare le feste a Chelsea stamattina. La bambina è distrutta.

- Oh Dio! – disse Hillary –. E il cane? Che cosa gli è successo?

- Se ne sta occupando un’unità sanitaria mobile. Devi andare da Chelsea. Ha bisogno di te.

- D’accordo – disse Hillary, mentre stava per riattaccare il ricevitore.

- Amore! – la chiamò Bill.

- Dimmi.

- Chiamami quando avrai notizie.

La gente non può avere idea di quanto sia grande la Casa Bianca. Dallo studio dell’assistente Panetta alla Residenza, l’abitazione della famiglia presidenziale, ci sono almeno venti minuti, sempre che non ti fermi per strada qualche funzionario o non ti inciampi nei tappeti. Hillary portava scarpe con i tacchi e questo l’avrebbe rallentata.

Il Presidente premette il pulsante per chiudere il collegamento e guardò la sua segretaria con l’aria furbetta del bambino che ne sta facendo una delle sue.

- Visto, Betty? Questo potrebbe essere l’argomento dei nostri contatti di oggi con la signora Clinton.  Puoi chiamare Al? Ho bisogno che mi dia una mano.

La segretaria uscì dallo studio ovale. Cinque minuti dopo il vicepresidente Al Gore ascoltava gli ordini del capo.

- Sono preoccupato per il pianeta, Al.

- Il pianeta? Che cosa vuoi dire?

Gore era in piedi, con le mani in tasca.

- Intendo dire l’ambiente. La deforestazione. I ghiacciai che si sciolgono. Gli aerei di Air Force One che si pappano una buona fetta del bilancio e i prezzi del greggio vanno alle stelle.

- Stai scherzando.

Al Gore tirò fuori un Winston e se lo mise in bocca. Avvicinò l’accendino al viso.

- No – rispose Clinton – . Assolutamente no. Non te ne accorgi? Non senti l’odore? È dappertutto. Nell’aria. È come un gemito. È la Terra che piange. La Terra, Al. La stiamo sovraccaricando. Non dirmi che non te ne sei reso conto.

- E che cosa ci vuoi fare? Guarda Bill, ci fingiamo amici degli abortisti, dei gay e delle lesbiche. Possiamo convincere senza troppa fatica i nostri elettori che crediamo nella sanità pubblica e nell’istruzione. Ma addirittura ecologisti? Che cosa possiamo fare noi per questo dannato pianeta?

- Tu puoi spegnere subito il sigaro. Possiamo vietare il tabacco. Ci ho pensato molto. Ho rimuginato su tutto, Al. È stato qualcosa di paranormale. Come morire. Ho visto il film di come dovrebbero essere le cose. Ho visto il futuro. Il futuro che io posso riuscire ad avere. Con il tuo aiuto. Adesso siediti e apri bene le orecchie.

Erano stati a chiacchierare sul sofà. Bill Clinton si alzò, si mise in piedi davanti alla scrivania e prese il telefono. Fece una chiamata.

- Sono il presidente Clinton. Mi passi Tony Blair. È dal barbiere? Non me ne frega niente. Gli dica di farsi togliere la schiuma dalla faccia e di venire al telefono. È urgente. 

Di lì a un minuto Blair arrivò al telefono.

- Che succede Bill? Non potevi aspettare almeno tre minutini?

- Neanche uno. Tony, devo chiederti una cosa molto importante e voglio sapere se posso contare sulla tua totale fiducia.  Forse non lo capirai, ma quello che io spero è che tu mi dia man forte e che faccia quello che dico, anche se ti sembra assurdo. Se non mi deludi questa volta, so che non mi deluderai mai. Ascoltami bene: voglio che il tuo governo dichiari illegali le feste di compleanno.

- Cosa? Non capisco!

- Qui negli Stati Uniti lo annunceremo oggi. Facciamola finita con quei maledetti compleanni. Questo sarà il segnale, il primo granello di sabbia, la bomba che aprirà gli occhi alla gente dinanzi alla nuova era. Sarà qualcosa di scioccante. Il messaggio sarà chiaro: contro il mutamento climatico non esistono mezze misure. Nulla ci fermerà nella ricerca della soluzione a questo grave problema dell’Occidente. Pensaci: che cosa può fermare la risoluzione di un governo capace di vietare i compleanni?

- Sì, è vero, ma…per che cosa?

Gore era perplesso almeno quanto Blair. Il collo gli si era allungato di una spanna.

- Molto bene. Sapevo che non lo avresti capito. Mi appoggerai? Ho bisogno di presentare ai media questa rivoluzione con l’appoggio di un altro paese.

- Certo che ti appoggio. Nessun problema.

- Benissimo. Ora ti spiego e vedrai che ha un senso.  Pensaci anche tu, Al. Questa prima misura, in realtà, è l’ultima misura. Ma è una misura che, visto che prima o poi ci si deve arrivare, è da prendere subito. Bisogna farla finita con il consumo di plastica.

- E? – indagò Blair.

- Non indiscriminatamente, no. Non c’è ragione per cui la plastica debba essere vietata radicalmente. Bisogna proibire quella che non abbia una destinazione superiore a due anni di vita. Come la garanzia degli elettrodomestici.

- Continuo a non capire – disse Tony Blair – che cosa c’entra tutto questo con i compleanni.

- Eh? – incalzò Blair.

- È ovvio. Le stoviglie, Tony. Quelle malefiche stoviglie di plastica. Piatti, forchette, cucchiai, bicchieri. Immondizia su immondizia. Ad ogni compleanno di ogni bambino, e negli Stati Uniti i bambini sono milioni, si buttano nei rifiuti dozzine di oggetti di plastica. Una speranza di vita davvero triste. Un mucchio esagerato di spazzatura prodotto in così poco tempo. Questo divieto sarà un colpo talmente forte che lascerà la popolazione mondiale senza parole.

- Ma perché proibire i compleanni? Perché non vietare semplicemente le stoviglie di plastica? – replicò Al Gore.

- La funzione crea l’organo. Senza compleanni, senza mucchi di piatti sporchi accumulati, non si ha più la tentazione e il trauma di riempire per due volte di seguito la lavastoviglie. E non ci si lamenta perché non si riesce a buttare tutto in un sacchetto della spazzatura. In più, le stoviglie usa e getta non sono l’unico problema dei compleanni. Abbiamo anche quello dei regali. Non vi pare? Per ogni piatto che si butta, nella vita di qualunque bambino arriva, nel giorno del compleanno, un regalo che nel 90% dei casi è pure di plastica. Giocattoli.

Clinton pronunciò la parola come se avesse la lingua completamente impastata.

- Quei fottutissimi giocattoli. Le bamboline del cavolo. I palloni. I castelli. Le barche dei pirati. Gli armadi di Barbie. I...

- Presidente – Gore pareva meno convinto di Blair – Mi pare che tu stia esagerando. Credi di essere il re Salomone?

- No. Credo di essere Dio. Sono Dio. Per una volta mi comporterò come se lo fossi. Mi assumerò le mie responsabilità. E tu con me, Tony.

- Ci mancava questa, Bill – disse Blair.

- Non vedete che è tutto concatenato? Se non siamo capaci di decidere su una cosa, tutto il resto diventa un casino. Educhiamo male un bambino e stiamo creando un mostro. La felicità di un attimo di un bambino, nel momento in cui apre il regalo, ha un costo inaccettabile: la trasformazione del pianeta in un letamaio infinito. Ancora peggio del letamaio è quell’infinità di adulti insaziabili e capricciosi che diventano quei bambini quando sostituiscono l’automobilina giocattolo con una BMW vera.

- A dire il vero – disse Al Gore – quello che tu vorresti è proibire i bambini.

- In realtà, spero di farlo almeno in parte. Dopo pranzo, però. Adesso facciamo questo passo cruciale. Un passo dalle conseguenze incalcolabili. Firmerò la legge alle 11. Momento storico. È solo questione di settimane e le maggiori minacce per il pianeta cadranno come macerie. Mi sembra già di vedere le rovine di quello che oggi sono grandi imperi: MacDonalds, Dunkin Donuts, Wal Mart…Addio per sempre ai bicchieri di carta sugli aerei. Addio alle bistecche confezionate. Addio alle bottiglie di latte, al sushi plastificato, allo shampoo. Mai più. Addio.

- Lo scampo? – chiese Al Gore -. Che cosa intendi fare? Vietare lo scampo?

Gore si allarmò perché amava lavarsi i capelli tutti i giorni.

- Lo shampoo, la colonia, il gel, la gommina, il latte idratante, il detergente, l’ammorbidente e perfino l’acqua. Fine delle confezioni. Devi mettertelo bene in testa, Al. Hai sentito, Tony?

- E la tinta per i capelli? – insistette Gore.

- Stessa cosa. Dobbiamo riutilizzare le confezioni. Se vuoi lo shampoo, caro vicepresidente, vedi di non perdere la confezione. Avrai diritto ad una confezione l’anno.

- Di che materiale? – Gore voleva sapere tutto.

- Non ha importanza. Cristallo, plastica, qualunque cosa. Vi ho detto che non si tratta di vietare la plastica, ma la plastica destinata alla spazzatura.

- Questa storia dell’ecologia è una palla! – sbottò Gore. – Non credo che ti appoggerò, Bill!

- È il futuro! – urlò Clinton -. Dobbiamo vincere la competizione. Vuoi che siano i russi a dare questa lezione al mondo? – disse con il telefono all’orecchio, e con Blair che diventava testimone di una discussione confusa, di cui udiva solo una delle voci –. E poi basta, ne ho le scatole piene! Fai difficoltà su qualunque cosa! Stiamo perdendo tempo prezioso. Tony, vedi di darti da fare. Devo chiudere.

William J. Clinton aprì un cassetto della sua Resolute e tirò fuori una spilla da cravatta facendo finta di niente. Si avvicinò lentamente a Gore e la fece cadere alle sue spalle sul tappeto azzurro con lo scudo della nazione. Poi si sedette di fronte a lui sul sofà, e si mise le mani sul viso, come per sbarazzarsi di quel senso di torpore.

- Che cos’è questo, Bill? – chiese il vicepresidente. Si alzò e si avvicinò alla spilla da cravatta che luccicava vistosamente. Quando si chinò per prenderla dal tappeto, Bill, che gli si era piazzato dietro, gli assestò una pedata nel sedere con la forza degna di un toro.

Lo mise KO. Gore era steso al suolo.

- Mi spiace Al, ma di te non mi posso fidare. Sei un guastafeste. Mi sarebbe piaciuto condividere con te la gloria di questo giorno.

Il presidente imbavagliò Gore, lo immobilizzò con le cinture di entrambi e con le corde delle tende, poi lo chiuse nel gabinetto dello studio. Chiusa la porta, si fregò le mani.

Tornò nello studio ovale proprio mentre suonava il telefono.

- È sua moglie – gli disse Betty Currie – . È molto arrabbiata. Vuole assolutamente parlare con lei.

- È in casa? – Bill si riferiva alla Residenza.

- No. È nello studio dell’ala est.

- Dille che venga qui e le spiegherò tutto. Così guadagniamo quaranta minuti. Per fortuna la Casa Bianca è enorme!

Clinton era al telefono con  William Perry, il Segretario della Difesa.

- Cercami un uomo per una missione militare segreta di una certa importanza, William. Chi abbiamo?

- Beh, abbiamo il generale Roth, Bill. Da quando lo hai  punito, è sottoutilizzato.

- Ah sì, è vero. Ma dimmi un po’: perché l’ho punito?

- Perché ha fatto andare un po’ troppo la lingua in Olanda, ad una riunione informale. Ha detto che tu fumi gli spinelli, che sei amico dei gay e che corri dietro alle femmine.

- Può servire.

- Che cosa deve fare?

- Condurre un’impresa finalizzata a catturare la maggiore minaccia della sicurezza nazionale, anzi addirittura mondiale.

- Capisco: Bin Laden.

- Esattamente. Abbiamo avuto una soffiata. L’abbiamo localizzato. Quel gran figlio di puttana si è nascosto nel cuore del Nordamerica.

- Davvero? L’abbiamo beccato? Dov’è?

- Ad Orlando.

- Orlando? Che ci fa?

- Te l’ho appena detto. Si è piazzato nel cuore del nostro paese. Lo sta avvelenando. Dì a Roth di invadere il posto con tutti gli effettivi. Voglio un’invasione massiccia.

- Coordinate?

- Disneyland.

- Come, scusi?

- Deve prendere Disneyland e farla a fette fino a che quel bastardo non viene fuori. Secondo la soffiata, è lì che si nasconde.

- Incredibile – disse Perry.

- Dai istruzioni al Pentagono.

Clinton si fregò di nuovo le mani. Era tutta una balla, naturalmente. Si era inventato tutto su Bin Laden. Voleva solo farla finita con Disneyland. Il maledetto terrorista islamico che qualche anno dopo avrebbe rivendicato l’attentato delle Torri gemelle gli parve un argomento inoppugnabile.

Perché farla finita con Disneyland? Semplice: per i bicchieri di plastica, per tutti quei negozi che buttavano fuori giocattoli su giocattoli su un’area immensa.

Era questa l’ossessione di Bill Clinton il 15 novembre 1996. Non aveva altro in testa. Era convinto, era ostinato. Era questo il suo interesse primario. Non era lui.

Che altro si era messo in testa il presidente in quel giorno insolito?

Poi ve lo racconto. Ora Hillary stava di nuovo protestando animatamente con Betty Currie.

- Dov’è Bill? Che razza di scherzo è quello di Buddy strozzato? Chelsea è al college e il cane sta benissimo. È stravaccato sul tappeto e si sta leccando i baffi con l’ultimo osso di cuoio.

- Mi dispiace, Hillary – rispose Currie abilmente – . Il presidente è uscito.

In quel momento al telefono di Currie arrivò una chiamata del rappresentante della Camera per l’Arkansas. Betty ne approfittò per simulare una conversazione.

- Ma come!

- Oh! Ma è terribile!

- Hai chiamato i vigili del fuoco?

La segretaria chiuse la conversazione e fece una faccia di circostanza.

- Hillary – disse –, è scoppiato un incendio nella Residenza. Non avvicinarti a quel posto per nessuna ragione al mondo.

- Merda! – strillò la First Lady.

Hillary Clinton girò sui tacchi e si diresse con decisione verso i suoi appartamenti, come aveva previsto Currie.

- Ma che diavolo succede? – chiese il rappresentante dell’Arkansas.

- Niente, Tom. Fai come se niente fosse. Che novità ci sono?

- Verrà a Little Rock il presidente a dicembre?

 - Non ne sono sicura, Tom. Oggi è proprio una brutta giornata. Bill è molto alterato. Non ci posso mettere la mano sul fuoco. Non so nemmeno dove sarà il presidente tra cinque minuti.

Currie si morse la lingua rendendosi conto che la cosa le stava sfuggendo di mano, e tagliò corto. “Devo stare con Bill nella buona e nella cattiva sorte”, si disse.

In quel momento William J. Clinton era seduto sulla sua poltroncina girevole dietro la Resolute, guardando il soffitto. Non vedeva però il soffitto. Vedeva tre lettere: WJC. E non gli piacevano per niente. L’impresa che stava per compiere in quel giorno storico, il suo D-day, avrebbe fatto di lui un mito, un’icona. Il suo nome sarebbe divenuto una sigla per i posteri e per il cinema: WJC. Una tragedia. Troppo simile a WC.

JFK , quello sì che era un simbolo.

Con lo sguardo vuoto rivolto al lucernaio dello studio ovale, Bill Clinton si crogiolava in un'immagine che custodiva nel suo cuore e che teneva inquadrata nello studio: la foto fatta nel 1963 mentre stringeva la mano del presidente John Kennedy, durante una visita alla Casa Bianca come membro di una delegazione di American Legion Boys State.

C’era anche un filmato di quell’incontro, ma ormai era rovinato perché era stato usato molto durante la sua campagna presidenziale. Quelle immagini non erano servite solo a ridimensionare la sua immagine un po’ troppo bohémienne di sassofonista e sessofonista, ma avevano anche insinuato nel suo cuore il sospetto che lui in realtà era un anello nella catena del potere, una specie di successore per diritto di sangue del presidente assassinato, come Giulio Cesare aveva creduto di esserlo di Enea.

Il presidente Clinton vide la tazza di caffè che alle otto non aveva preso. La prese e bevve il caffè freddo e senza zucchero. Poi, all’improvviso, si buttò a terra, a faccia in giù.  Si mise a fare alcune flessioni. Arrivò a fatica a venti, ma senza rallentare il ritmo. Con un salto si alzò e si toccò le guance.

Sì. Era vivo.

Aveva sangue. E fegato per fare il passo successivo.

Clinton chiese alla segretaria di cercargli suo fratello Roger. Nel frattempo, Monica Lewinsky entrò nello studio ovale.

Diede un bacio a Bill e gli sorrise. Si rese conto immediatamente che aveva l’aria assente. Come sono le persone quando stanno zitte. Non le aveva guardato la scollatura. Era da due minuti che non parlava e non accarezzava il bordo dell’abito nuovo azzurro da cui debordavano i seni della ragazza.

Bill non era stupido, e si rese conto della delusione. In realtà non era tanto assente. Tutto andò come lo racconto. Lo assicuro.

-Mi dispiace, amoruccio – disse alla stagista -. Oggi non aspettarti grandi dimostrazioni di passione o di affetto. Ho un casino che non ti puoi immaginare.

Currie chiamò sull’interfono.

- Presidente, suo fratello in linea.

- Grazie, Betty.

- Che c’è, amico?

- Roger, dove sei?

- A Dallas.

- Che cazzo ci fai a Dallas? – chiese il Presidente.

- Sono all’Embassy, con Richard Cayce. Naturalmente lui vuole sapere se puoi concedere il perdono presidenziale ad un suo amico, condannato per frode.

- E tu quanto gli costi, disgraziato?

- Non essere così duro, fratellino. Cerco solo di darti una mano. Bisogna farsi benvolere dagli amici, è solo per questo.

- Va beh, va beh. Guarda Roger, esci da quello jacuzzi, manda via le puttane, spegni il sigaro e fatti una doccia fredda. Devi fare una cosa per me.  Ah...sei fatto di coca?

- Sì.

- Fantastico. Sono più tranquillo.

-  Bene. Che cosa vuoi?

- Parla con Luis Posada Carriles. Digli di lasciar perdere Cuba. Bisogna annullare il piano di attentati terroristici previsto. Cambio di programma radicale.

- Ma perché?

- Ora te lo dico. Il mio staff ha concordato un cambio di strategia. Viene dall’alto.

- A volte dimentico che non sei altro che un burattino, eheheh.

Un burattino?, si disse Bill Clinton. Vedrai, pensò. Vedrai che cosa ti combina questo burattino.

- Come ti ho detto, Roger. Becca Posada e fagli eseguire il piano al più presto. Deve andare in Georgia. Nella Georgia sovietica.

- Che cosa deve fare?

- Rubare l’oleodotto che stiamo costruendo. Ti metto giù tutto il piano in un fax.

- Dobbiamo rubare il nostro oleodotto? Quello che ci sta costando tre milioni di dollari? Quello che ci ha fatto tanto…

- Proprio quello.

- Ma perché?

- È difficile spiegarlo. Sono cose di macroeconomia. I consulenti hanno dato istruzioni chiare. Faremo cambiamenti drastici, Roger. Appoggeremo Fidel. Il blocco è finito. La smettiamo di estrarre petrolio. È la fine di un’epoca.

- E come farò con la Rolls che mi hai comperato? Non potrò più  fare il pieno?

- E sospenderemo la corsa nello spazio. Vedi di mantenere il segreto almeno per stamattina.

Perché Bill sapeva che il giorno dopo tutto sarebbe stato perduto, cioè come sempre.

Quando Clinton chiuse la chiamata con il cordless dovette sbattere due volte gli occhi, e comunque ebbe difficoltà a riconoscere dove si trovava. Stava con le spalle appoggiate alla porta del bagno, nello stanza annessa allo studio ovale, dove Al Gore si torceva ammanettato e gemeva inascoltato. Aveva la patta dei pantaloni abbassata. Monica Lewinsky, che stava in ginocchio, si alzò e disse:

- Ti è piaciuto?

- Sì – rispose Clinton    . Credo. E aggiunse:

- Lo facciamo di nuovo un’altra volta, ok tesoro? Toh, prendi questa rosa. L’ho riempita di baci ogni giorno da quando è nato il nostro amore. Adesso devi andartene. Questo ufficio sta per infuocarsi. Guarda che ore sono. Hai mangiato?

Fu un giorno durissimo per il Presidente.

Il pomeriggio fece alcune telefonate con il Pool Anticorruzione per fare arrestare i responsabili delle principali industrie farmaceutiche.                                    

All’ora del tè riunì i presidenti di General Motors, Coca-Cola e Microsoft con la scusa di annunciare loro l’assegnazione di un premio. Il tè conteneva droga e l’uno dopo l’altro caddero tutti in uno stato di sonnolenza profonda, durante il quale egli riuscì a far praticare loro un intervento pionieristico sul cervello. I neurologi ingaggiati assicurarono che, dopo l’operazione, nessuno dei magnati ne avrebbe più voluto sapere delle proprie fortune.

Nel frattempo, Hillary incombeva e rompeva le scatole. Betty fece di tutto perché non incontrasse il marito per tutto il giorno. Dopo la storia del falso incendio, la mandò all’aeroporto, dove naturalmente il Presidente la stava aspettando per un ricevimento con il presidente spagnolo José María Aznar.

Il povero Clinton non riposò neanche un secondo. Non uscì dal suo ufficio fino a mezzanotte, quando finalmente si sedette sul sofà, sfinito, e si addormentò. La segretaria Currie si trattenne con lui fino alle 22, divisa tra il senso del dovere  e la fedeltà. Perché stava succedendo qualcosa al presidente. Aveva bisogno di aiuto. Quel comportamento non era da lui. Sembrava addirittura posseduto.

Alle 19, nel suo ufficio, lesse in diretta alle telecamere il suo discorso illuminato a tutto il paese.

Alle 21 ebbe modo di verificare l’effetto delle sue parole. Era sorpreso del  fatto che nessuno gli avesse telefonato per complimentarsi. Allora capì che lo avevano fregato.

Alla fine della giornata pianse in solitudine, chiuso al buio, con le braccia incrociate a proteggere il viso sulla scrivania Resolute. Assente e disperato. Angosciato perché niente di ciò che aveva cercato di fare era andato a buon fine.

Il giorno dopo non credeva a ciò che era successo. Quello che gli raccontarono essere successo con Al Gore, la segretaria Currie, suo fratello Roger e Hillary.

Posseduto, gli dissero, eri come posseduto.

E avevano ragione. Era veramente posseduto.

Io lo posso dire.

La verità è che era posseduto da me.

 

 

***

 

 

1. VUOTO

 

Si suppone che la mia mente l’abbia sopportato. Si suppone che la terapia abbia funzionato visto che non mi sono ancora buttato sulle rotaie della ferrovia. Si suppone che il metodo abbia un 60% di garanzie di successo, e che solo un 5% di casi sfortunati sia finito tragicamente. La mia testa è perfetta. Ho accettato le mie limitazioni fisiche. Le mie amputazioni.

Non voglio morire. Ho però il sospetto che mi abbiano rubato la memoria. So che l’hanno fatto. Come? È semplice, non ricordo niente di ciò che è avvenuto tra i mesi di febbraio e marzo del 1996. Niente di ciò che ho fatto. So tuttavia di essere stato a Mostar e so che sono un soldato. Non c’è bisogno di essere una cima per dedurre che un attentato mi ha ridotto così, diviso in due.

Meno male che non sono io.

Mi mancano un braccio e una gamba. Dalla testa ti possono cancellare qualunque cosa. Nel corpo non è altrettanto facile. Il giorno dopo l’intervento, all’inizio non notai nulla. Quando tornai in me, sentii il braccio destro addormentato. Scostai le lenzuola e mi grattai la testa. Finché non morsi con forza le dita della mano, non mi resi conto che avevo una protesi.

Meno male che non ero io.

Mi hanno fatto una festa. Eroe di guerra. Medaglie. Discorsi ampollosi. La mia uniforme, appena stirata, luccicava. Riuscivo a stare in piedi. I medici quasi non riuscivano a crederci. È difficilissimo camminare con un piede vero e una gamba finta, per di più se ti manca un braccio. Senza le due braccia in piena funzione, l’equilibrio è impossibile. È per questo che aiutano i detenuti ad entrare in macchina, quando sono ammanettati, tenendo loro la testa. Perché senza braccia è difficile calcolare le distanze. Potrebbero battere la testa contro la carrozzeria.

Davvero una disgrazia, povero ragazzo.

Da otto anni i medici mi dicono di lasciar perdere. Di non cercare di ricordare, che va bene così. A che cosa si riferiscono? Che cosa c’è di male nel voler sapere com’è successo? Non penso che sarei più traumatizzato se mi fosse chiaro se mi sia scoppiata una granata in mano, se mi sia crollato un edificio addosso o se in quel momento mi trovassi su un tank che è saltato in aria.

Però mi piacerebbe saperlo, davvero. Solo per curiosità.

Ringrazio Dio perché non sono io.

Mi metto a leggere un romanzo sulla Seconda guerra mondiale, War crimes for the home, di Liz Jensen, un’autrice inglese. Parla dell’effetto della guerra sulle adolescenti londinesi, di come molte di loro abbiano cercato l’amore dei soldati americani per poi giocarsi tutto in tempi senza futuro. Nel romanzo appare un personaggio che potrei essere io. Un ferito di guerra, amico del padre della protagonista. Un disabile. Scopro in questo romanzo la storia di un trattamento sperimentale drastico per i soldati che hanno subito traumi psicologici.  Se Liz Jensen non vagheggia, i britannici sottopongono  molti combattenti ad una terapia medica innovativa: l’ipnosi per cancellare dalla loro memoria i ricordi dei campi di battaglia. Non solo per dimenticare ciò che avevano visto, ma anche quello che avevano fatto.

Negli ospedali gorgogliava qualcosa di più irreprimibile del sangue. C’era qualcosa che causava più dolore delle piaghe e delle cicatrici. Le urla di molti uomini impazziti per le efferatezze in cui erano stati coinvolti.

Io non ricordo nessun inferno. Non ho incubi. Penso che mi siano stati rubati con una terapia simile. Forse i miei singhiozzi erano diventati talmente insopportabili da costringermi a soffocarli. Convivo comunque ogni giorno con l’orrore. Diciamo, con quello che per altri è orrore.

Considerate le circostanze, quel ragazzo non va poi tanto male.

Se non hanno cancellato dalla mia memoria il momento dell’incidente, vuol dire che mi hanno strappato via qualcosa che ho visto prima. La mia curiosità cresce. Cerco di immaginare. Ho bisogno di inventarmi tutte le facce della morte, della brutalità e della paura. Mi hanno portato via i ricordi. Sì, anche la sofferenza e la pazzia. Ma erano autentici. Adesso mi rimangono solo succedanei, tremiti impostati. Cerco di compensare la mancanza di qualità con la quantità.

Che cosa ho fatto a Mostar? Voglio dare per scontato di aver potuto fare di tutto. Qualunque cosa. Quello che mi è stato chiesto e altro ancora. Che sono stato implacabile per dovere e per malvagità. Voglio pentirmi per quello che forse ho fatto, per essere preparato quando arriverà il momento della resa dei conti.

Come non fantasticare con mille versioni per questo vuoto, visto che continuo a tastare ogni giorno i moncherini? Credo che sia stato un errore. Credo che avrei preferito la verità. Chiudere gli occhi e vederlo. Avere paura del sogno, del tormento dei ricordi rivissuti. Poter urlare. Avere il sangue che mi va per traverso. Sapere come sono morti altri uomini accanto a me. Come li ho uccisi. O come hanno ucciso me.

Riesco a sentire il braccio destro, ma non c’è traccia dei miei crimini.

Mi brucia la caviglia che non ho. La mia storia in Bosnia è un’amputazione senza conseguenze. Non mi resta nemmeno la consolazione di grattarmi.

Meno male che non sono io.

Meno male che domani è sempre un’altra vita.

 

 

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