TEATRICA
CARLO QUARTUCCI

Modulare
una Cantata
sulla barbarie
dei greci


      
Il progetto “Sueña Quijano” del settantenne regista messinese si è aperto al Teatro India di Roma, con la messinscena delle “Troiane” di Euripide, nella versione poetica di Edoardo Sanguineti, in forma di concerto teatral-musicale di forte e fascinoso impatto. Di grande risalto e sapienza la prova multifonetica di Carla Tatò, accompagnata dal violoncello di Giovanna Famulari.
      




      

di Marco Palladini





Carla Tatò e Giovanna Famulari in Le Troiane (2012), da Euripide


Assieme a Carmelo Bene e a Mario Ricci, Carlo Quartucci è il capostipite dell’avanguardia teatrale italiana del secondo Novecento, ed è anche l’unico dei tre ancora vivo ed attivo. In altri paesi una figura gloriosa come quella del 74enne regista messinese sarebbe circondata dall’alone del mito e i maggiori teatri pubblici farebbero a gara ad invitarlo. Da noi, invece, Quartucci è entrato in una zona d’ombra e di marginalità ed è pressocché ignorato dai teatranti delle ultime generazioni, vistosamente affette da amnesia storica. Ma Carlo non demorde, tiene duro. Ha per anni animato un’attività laboratoriale a Roma nello spazio Teatr’Arteria, poi chiuso. Ed ora, grazie anche all’appoggio del Dams dell’Università Roma Tre, prova a riemergere con il progetto “Sueña Quijano” (una figura desunta da una poesia di Borges). Un progetto ‘nomade’ la cui “Ouverture” è stata presentata all’inizio dell’estate al Teatro India di Roma con lo spettacolo Le TroianeCantata sulla barbarie, ricavato dalla tragedia di Euripide, secondo la bellissima versione poetica di Edoardo Sanguineti.    

Un allestimento che si traduce nella forma di un concerto teatral-musicale di forte e fascinoso impatto, imperniato sulla superba performance attoriale di Carla Tatò (la compagna di sempre di Quartucci) e sulla magnifica esecuzione della violoncellista Giovanna Famulari che intona anche avvolgenti linee canore. Il tutto si svolge in un ambiente eterotopico immaginato da Jannis Kounellis, segmentato da lunghi tavoli, praticabili, leggii, microfoni, che culmina sullo sfondo con la cornice di una porta che si apre sul giardino esterno, irraggiato da una luce verde da invasione aliena.

In scena agisce anche un coro muto di tre donne e tre uomini che ora accennano volteggi e passi di danza, ora assumono varie, plastiche o dolenti pose, ora fanno rimbalzare o scivolare a terra una palla. Una di loro si aggira con una telecamerina collegata live con un monitor che regge sulle spalle, un altro si muove felpato scattando fotografie. Al coro si aggiunge lo stesso Quartucci che fa il regista in scena alla Tadeusz Kantor, ora mettendosi sul fondale di spalle, ora claudicando nello spazio, ora seduto a un tavolo, e leggendo brani di raccordo e scandendo i passaggi anche tecnico-luministici del lavoro. Connotato da luci bianche di taglio o ‘piazzati’ rosso fiamma a sottolineare l’incandescenza del testo.

La cui potenza di tragica denuncia, di arrembante polemica con i vincitori (il greco Euripide qui si mette, ed è straordinario, dal punto di vista dei Troiani sconfitti) trova il suo fulcro nella magnifica prova della Tatò con un camicione nero indosso. Lei, designata come la ‘cantora’, si fa vibrante portavoce dell’accusa di barbarie che viene rigettata sui greci trionfatori, i quali (per mano di Neottolemo e su istigazione di Ulisse) uccidono Astianatte, il figlio infante di Ettore, come misura di ‘guerra preventiva’, ossia per scongiurare future, possibili vendette e ritorsioni. Ma il truce assassinio di un bambino è allegoria di una ‘strage degli innocenti’ che fa ricadere sui civilizzati Achei la barbarie che essi attribuivano agli abitanti di Ilio.     

La Tatò partendo dalla voce guida di Andromaca, si investe anche delle voci degli altri personaggi, da Poseidone ad Ecuba, da Taltibio a Cassandra, e sottolinea gli slittamenti recitativi mettendosi in testa cappelli scuri o panama chiari, o fasce intrecciate con le frange o una benda nera sugli occhi ad evocare una profetica veggenza.

Ma soprattutto la Tatò si profonde in una partitura multivocale notevolissima, con indomita energia e indiscussa sapienza, giungendo a modulare le tante sfaccettature del testo in tutto lo spettro delle possibili variazioni microfoniche, tra acuti e bassi, tra echi e ritmi interni, sostenuta dal suono incalzante e ipnotico del violoncello, talora accompagnato da un pedale di fondo elettronico. Davvero il quasi recitar-cantando della Tatò è ancora oggi, nel teatro italiano, la ‘cosa’ più vicina a Carmelo Bene e alla sua ineguagliabile lezione di ‘phonè’.            

Insomma, nel complesso, queste Troiane mi sono sembrate uno degli spettacoli migliori visti quest’anno, la zampata di due vecchi leoni della ex avanguardia che hanno tuttora molto da dire e da insegnare (se soltanto ci fosse, tra le ultime leve, qualcuno che volesse realmente imparare). 





Carla Tatò





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