SPAZIO LIBERO
ENRICO PIETRANGELI
Oltre il dolore
per riconciliarsi
con il mondo


      
Nella raccolta in versi “Mezzogiorno dell’animo”, il poeta romano Enrico Pietrangeli ci dà il resoconto lirico di un’esperienza di sofferenza che l’ha condotto ad una svolta di fede, nella ricerca piena di tensione e di slancio di un senso dell’esistenza. Potremmo dire che lo scrittore qui si scopre fraterno a se stesso e, indagando la propria ragion d’essere, prova a risalire dal suo inferno al paradiso.
      



      

di Domenico Donatone

 

 

«Lasciamo una storia, un fine

anziché un’altra vicenda di fine.»

(E. Pietrangeli, da Mezzogiorno dell’animo)

 

 

È con piacere che dopo il nostro primo incontro, avvenuto nel 2008, torno ad occuparmi di Enrico Pietrangeli. Effettivamente conosco Enrico Pietrangeli poco e in maniera molto riservata, per cui più che amici siamo legati dal quel filo che tiene unito il critico al testo e il poeta al giudizio. Si fa critica per divulgare e si scrive poesia per recepire opinione e giudizio. Tutto il resto potrebbe anche non sussistere, come ad esempio il frequentarsi per scoprire se si hanno davvero idee in comune. Al critico è sufficiente l’opera e non l’uomo. Credo, però, che in questa circostanza abbia bisogno anche dell’uomo, che non è unicamente il poeta, ma è quella humanitas per la quale Terenzio scriveva homo sum, humani nihil a me alienum puto: sono un uomo e nulla di ciò che è umano mi è estraneo. Concetto reso universale da Coluccio Salutati durante il Rinascimento e indicato come assunto stesso dell’Umanesimo, in quanto l’uomo è al centro del mondo. Senza volerlo e abbracciando la concezione etica secondo cui l’uomo si eguaglia e si getta nel vivo delle esperienze proprie e altrui, le strade mie e di Enrico si sono incrociate perché stimolate prima da una sua opera poetica, che ricordo bella e incisiva, propria di quegli scrittori che accumulano e poi profondono il senso dell’esistenza come viaggio e non solo, anche come scoperta, ingegno, indizio e assunzione di qualcosa (mi riferisco all’opera Ad Istanbul, tra pubbliche intimità, Edizioni Il Foglio, 2007), e poi da un articolo scritto da me sul tema dell’eutanasia, a seguito del caso Lucio Magri, suicida per amore e per qualcosa di più. Articolo a cui Enrico ha ribattuto aprendo ulteriormente il fronte della riflessione.

Nonostante gli incontri e gli scambi di opinione, nonostante le recensioni e gli articoli, io e l’autore ci conosciamo al punto da poterci reciprocamente augurare di conoscerci ancora meglio, qualora l’amicizia potesse avvicinarsi superando i reciproci impegni. Si possono, dunque, carpire tratti della persona e della sua opera anche sostando di lato ai suoi sentimenti. In virtù della humanitas, Enrico Pietrangeli è uno scrittore talmente libero da essere inevitabilmente sconosciuto! Il che significa non solo che la libertà si paga, ma che un uomo se non è libero non è nemmeno un uomo. Per cui mi compiaccio delle altre opere da lui scritte (Di amore e di morte, Teseo, 2000; fino al romanzo In un tempo andato con biglietto di ritorno, Proposte editoriali, 2005), e mi attengo a quanto ricevuto, dal poeta in omaggio, in formato pdf. Mi riferisco all’opera poetica Mezzogiorno dell’animo (edizioni Cleup, Padova 2011, po. 100, € 12,00). In quest’opera la prima cosa evidente è il “cambiamento”: il poeta che leggo oggi è cambiato rispetto al poeta che ho letto ieri e che faceva di Istanbul la città simbolo di sinergie e di confronti. Cambiato al punto da definire la poesia e meglio i versi «prediletti figli | senza suoni | né sembianze; ||». Il primo dato che emerge è il capovolgimento della stessa logica che governa la poesia, da mezzo di comunicazione elevato a strumento d’indagine didattico. Il tema del “viaggio” permane anche in questa silloge poetica, ma l’approdo a cui conduce è decisamente diverso. Il poeta viaggia non più con il corpo e con la mente, ma viaggia con l’esperienza, quindi con quel carico intenso e stratificato di dolore umano. Enrico da poeta dell’immagine, come l’avrei definito un tempo, (ricordo benissimo alcuni suoi versi: «A Trieste, dannata frontiera, | galleggiano fluttuanti nel porto | profilattici con sembianze di meduse: | decadente magia colora la sera | e il mio cuore prende forma | di valigia in vinilpelle») è diventato poeta della sostanza, della materia-corpo su cui il dolore getta segni sia fisici che emotivi. Il corpo fa da raccordo al vero viaggio che compie l’uomo. Ebbene, è proprio dentro questo pregresso che si sostanzia la materia poetica di Pietrangeli, dell’attuale e “cambiato”, non nuovo, Enrico Pietrangeli. Un poeta che preferivo prima, non perché in Mezzogiorno dell’animo egli esprima cose non degne (niente è più degno del dolore oltre ad essere materia indefessa in poesia), ma per come egli le esprime. Partiamo subito col dire che la trama sintattica e lessicale dei versi di Mezzogiorno dell’animo si è inspessita, intensificata, è decisamente propria dell’uomo Enrico Pietrangeli, rispetto al calore più effusivo delle raccolte poetiche precedenti. Il verso che si stende sulla pagina è decisamente netto, quasi imprigionato in una sintassi e in una metrica che gela il lettore. Un esempio: «Non ho mai illuso e non ero | di malato inguaribile specie. | Del dolore scelsi il percorso | e non più di sopire il cuore | d’incompiuto sentire svanire. ||». Posticipare il verbo oppure l’aggettivo o il sostantivo, che regge il periodo, rende la poesia più rigida sulla pagina. Cosa che il nostro poeta compie appositamente come quando asserisce che «la parentesi | del bere dismetto, | vivere voglio!».





dal Festival Internazionale di Fotografia di Roma (X edizione, 2011)


È una precisa tecnica incisiva che intende puntualizzare determinati temi ed elementi del verso. Pietrangeli scrive tornando ad una “procedura liceale”, arcaica, nel senso che tutta la carica emotiva e filosofica deve incontrare subito non il lettore ma sé stesso, il poeta. Il lettore viene dopo, in queste poesie non si ha più l’esigenza di raccontare, ma anzitutto di elevare il vissuto, far si che esso divenga paradigma assoluto, quindi lirico, di una precisa esperienza di vita. Ed è dentro questo concetto che Pietrangeli dà il meglio di sé. Perché senza aggiungere nulla ai punti precedenti della sua opera, ci troviamo di fronte ad un poeta che sterza con decisione e con coerenza (il tema della fede in Cristo è elemento ulteriore di esattezza) su un terreno lirico, fortemente lirico e personale, da stabilire costantemente nuovi punti di contatto con il lettore. Per cui se la sintassi a volte fredda il testo, il tema del dolore, le parole adoperate, anzi la “parola” torna al centro di quell’humanitas per riscaldare il cuore di chi legge con improvvisi sbalzi in avanti. In questa silloge di Mezzogiorno dell’animo ci sono delle poesie che sono perle che vale la pena di menzionare. Delle perle tali perché ci sono dei versi che sprigionano, come se si tornasse a leggere altra poesia a cui non si è più adusi, intensità ed emozione.

 

 

[…]

Sono un cristo di cartone,

svuotato del portafoglio

alleggerito da un demone

incontrato alla stazione.

Buono per andarci a letto,

ma solo se fa freddo

e non c’è niente di meglio.

Quando piove mi sfaldo

confondendomi nel fango,

quando la passione evolve

mostrando liquefatto orrore.

 

                      *

 

Ho messo un’ipoteca sul cuore,

l’ho fatto con la tua banca,

perché ho capito quanto

mi fosse simile ed umana.

 

                      *

[…]

Anche l’albero è stanco,

tante stagioni ha fruttificato,

mettendo infine fonde radici

nella tua anima, sul corpo.

S’accorciano i dì e dovrò scegliere                

se morire d’inverno, sotto il gelo

oppure sopravvivere perendo

in un altro strato di legname,

nella corteccia di una bara

che, lentamente, tutt’intorno

nell’esigua luce s’estende.

 

                      *

[…]

L’attesa e la nostalgia

sono le mie compagne:

resisto come resiste

un santo, nell’estasi

alle volte t’inglobo,

altre mi rigiro, m’alzo

e poi ricorico nell’ansia

d’un disperato affanno

che dimora lo stomaco.

 

                      *

[…]

Nacqui scarno, cianotico

di dirompente, disperato pianto

venni al mondo pressoché morto.

Nacqui un dì d’agosto,

nell’oblio d’un cassonetto,

laddove il gemito si fece cupo

allertando i passanti di turno.

 

                      *

 

Molte cose della sua esistenza Pietrangeli lascia trasparire e intendere, ed è un merito che, personalmente, sono pronto ad apprezzare perché poeta è anzitutto chi non si risparmia. Dentro questa logica si può scorgere non solo la veridicità ma soprattutto la portata etica e filosofica di questa raccolta di poesie. Molti punti sono decisamente intensi, ricchi di una tensione del pensiero che riporta col la mente un critico a confrontarsi con ben più ampi spazi di verità e di missione letteraria. Colpisce, forse perché la società attuale è ormai così aliena e lontana da un credo e in genere dalla religione, trovarsi dinanzi un poeta che ha fede, che della stessa non fa una missione, bensì la comunica come inevitabile slancio verso l’assunzione della propria ragione di vita. Un’emozione che è più forte dei concetti espressi domina il tracciato di alcuni testi che fondono fede e politica, religione e intelletto. Sono portato ad esprimere per la prima volta e con serenità che la religione è una cosa seria, ma soprattutto la fede è una cosa seria, senza nulla togliere a chi non crede, aggiungendo che è decisamente sbagliato ribaltare su chi ha fede in dio le mancanze che sono prevalentemente dello Stato. Perché c’è anche questo in Enrico Pietrangeli: c’è l’evidenza di un confronto con la fede e con la sua forza, con la sua energia, che spinge a mettere insieme elementi del vivere all’apparenza inconciliabili (quanti ce ne sono!), soprattutto quando afferma che «siamo tutti comunisti». Verso che indica che c’è in ognuno una sostanziale forza da indurci ad esprimere una costante denuncia per le ingiustizie. Certamente la cosa è più complessa, ma mi preme specificare che dentro questa materia poetica molti messaggi, sia pur netti, concisi, folgoranti, arrivano al lettore con la giusta mediazione ed intensità che la riflessione vuole. Termini medici, di precisi trattamenti sanitari, evidenze ospedaliere e resoconti seri di malattia, rendono questo testo nella sua emergenza focale. Ciò che liricamente Pietrangeli comunica è presente nella sua persona, nel suo volto e corpo: la poesia ha anche questo di interessante, che quando si esprime spesso affronta non solo verità della mente e del cuore, ma anche della materia, del corpo, per cui assume in sé la sintesi di un parallelo speculare di ciò che si legge con chi fisicamente ha scritto quei testi. Il poeta spesso, col suo corpo, col suo fisico, magro, scarno, segnato in viso, diventa l’elemento primordiale della sua poesia.





Matteo Boato, Terra, 2010, olio su tela, cm 100x100


Un viaggio nel dolore e nella sua assunzione, è sicuramente questo il nodo centrale di Mezzogiorno dell’animo, come scrive anche Vincenza Fava[1] su Giudizio universale, dove il titolo non a torto indica un’incidenza di vicissitudini che sprigionano una tensione del pensiero altrettanto magnetica. Enrico Pietrangeli è qui poeta che si scopre fraterno a sé stesso, che non indugia a declinare la propria svolta per e nella fede, infittendo il resoconto lirico della sua tragedia di elementi che sono dirimenti il senso della sofferenza e dell’esistenza. Chi ha fede si può dire che forse ce la fa, perché nondimeno da quello che dichiarava Guicciardini, la fede crea ostinazione. Così mi piace pensare finalmente ad un poeta non fortunato ma in qualche modo riconciliato col mondo; mi piace pensare ad un poeta che ha compiuto tutti gli slanci nel suo inferno per conoscere ora il paradiso; mi piace pensare ad un poeta che sa coniugare la fede alla sua viscerale ragion d’essere, scoprendo il dolore non come anatema ma come essenza stessa della vita umana: un poeta che sa esprimere bene anche la mortificazione che attanaglia l’uomo quando scopre ciò che ha tralasciato per inseguire impure verità («Il dolore è una malandata | pentola lasciata sul fuoco, | distrattamente, mentre ero | fuori, a rifornirmi di sigarette. | Quel che ne resta  | è un’annerita marmitta  |svuotata del suo ribollire  | per un affannoso vivere.»); così come mi piace concludere con una poesia, forse la più intima per intensità di confronto e di connubio cristiano con l’altro da sé. Un testo che immette nel lettore un senso di avvenuta pacificazione, anzi di guarigione, perché dei riflessi psicologici e fisici di una malattia si parla in questo libro, con l’incanto di chi scopre quanto vicina fosse la salvezza, riecheggiando nella mente versi di un poeta maledetto, Verlaine, che, conosciuta l’onta del carcere e dell’ignominia, scriveva “Mio Dio, mio Dio, la vita è là, semplice e tranquilla!”. Allo stesso modo Pietrangeli si esprime porgendo al lettore la figura-immagine della suora, della serva di dio che è serva anzitutto dell’uomo, che lo attende sull’uscio per scoprire con lei il senso della guarigione. Il poeta riesce a trasmettere in pochi versi l’intensità del tornare al mondo, di poter rivedere le cose circostanti, il senso profondo del guarire, con l’emozione di chi va al primo appuntamento, ovvero di chi avverte così immediato e naturale aver trovato una soluzione al dolore, che improvvisamente si riceve un’emozione pari al primo appuntamento d’amore.

 

L’ultimo trattamento

 

La suora sull’uscio, che m’attendeva.

Avevo occhi lucidi, lo sguardo spento

e un canestro di rose arancio nella mano,

nell’altra l’offerta e la borsa del ghiaccio

… l’ultimo trattamento.

Avevo l’emozione di un primo appuntamento,

passeggiava l’ombra tua tra gli adiacenti vicoli.

 

                                  *[2]

 

 



[1] Cit. V. Fava: Mezzogiorno dell’animo di Enrico Pietrangeli, in: 

http://www.giudiziouniversale.it/recensioni/mezzogiorno-dellanimo-di-enrico-pietrangeli

[2] Tutte le poesie citate sono tratte dall’opera Mezzogiorno dell’animo di E. Pietrangeli, per gentile concessione dell’autore.




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