SPAZIO LIBERO
ADDII
Federico Coen,
un intellettuale
che amava
il proprio ruolo


      
È morto a 83 anni l’ex direttore di “Mondoperaio” e di “Lettera Internazionale”. Singolare figura di militante socialista, schierato, ma autonomo, che per tutta la sua esistenza ha provato a sviluppare il difficile dialogo tra cultura e politica. Negli anni ’80 entrò in rotta di collisione con il Psi di Bettino Craxi, che lo cacciò via, poi fu nella Cgil e nei Ds. Carattere spigoloso e complicato, in quanto ebreo da ragazzo in tempo di guerra era sfuggito alla violenza nazista.
      



      

di Alberto Scarponi

 

 

Il 6 luglio di quest’anno 2012 Federico Coen se n’è andato. Fra le varie espressioni possibili per dirne la morte, preferisco questa che, nella sua strana neutralità, rinvia a un paradosso: come di qualcuno che non sia scomparso del tutto, perché con il suo gesto sta ancora dicendo qualcosa.

È che a me sembra di cogliere una incongruità intrinseca in questo fatto, sento che è solo un discorso interrotto, manca la conclusione: un tempo è finito senza che ne sia cominciato un altro. Forse però sono io che non vedo. Forse è sempre così, quando si eredita: ci si trova dentro una assenza che appare una continuità, un vuoto da colmare.

Di che si tratta poi? Di questo, che Federico è stato un intellettuale singolare: schierato ma autonomo. Un ircocervo che molti, quasi tutti, dicono di essere, e alla fine non sono. Anche perché – penso – è parecchio difficile tenere insieme le due cose: il pensiero pensante, autonomo, e gli interessi, le prospettive dello schieramento cui si vuole appartenere, in quanto si giudica che quella sia la strada da percorrere per stare dentro la storia eticamente. Tanto più difficile, poi, nelle condizioni di oggi, quando non sai se è la storia oggettiva che ha reso davvero superflua la tua figura, la figura dell’intellettuale, o semplicemente ti viene contestata la tua specificità proprio perché, come sempre, questa è la logica del potere, che – politico o economico che sia – non tollera intrusioni, e dunque si tratta ancora di combattere la stessa battaglia, quella tipica della modernità.

 

Quando ci conoscemmo, alla metà degli anni Ottanta, lui era nella condizione di rappresentare, almeno ai miei occhi, magari un po’ sbrigativamente, addirittura un’allegoria del problema, con parecchie stigmate per niente metaforiche: era stato appena cacciato dalla direzione di Mondoperaio, il mensile del partito socialista, pur avendone egli fatto una rivista culturale di gran classe e un luogo di elaborazione politica a dimensione strategica, capace di suscitare l’attenzione seria di intellettuali votati al lavoro teorico costruttivo, alla riflessione non impacciata dallo schieramento di parte (Cesare Luporini, per esempio, nei locali di Critica marxista, il bimestrale del partito comunista, di cui io ero allora caporedattore e lui membro del comitato direttivo, mi aveva detto: «lì, a Mondoperaio, stanno facendo un lavoro interessante», quindi gli piaceva collaborarci). Federico Coen però stava trasformando la sede di quella rivista, probabilmente per forza di cose, anche in uno strumento di contestazione politica alla linea craxiana, diciamo ‘priva di idea’, per cui Bettino Craxi, stanco di questi ‘intellettuali dei suoi stivali’, lo aveva messo alla porta.

Così ci trovammo insieme alla Cgil, dove Luciano Lama, in procinto di porre fine a un periodo storico del sindacato confederale, terminando la propria segreteria generale e trasferendosi al partito, riteneva opportuno aprire nel sindacato uno spazio nuovo. L’ubi consistam era vago, ‘informazione’ e/o ‘cultura’ a seconda, il terreno di competenza spaziava indefinito dalla stampa a iniziative eventuali, oggi – a oltre un quarto di secolo di distanza – per parlarne si sarebbe magari accennato a qualcosa come a un gaio hub comunicativo e go on verso il multiverso degli eventi mediatici più variopinti e pubblicitari, ma allora il rapporto della politica con la cultura-comunicazione era assai meno easy. Unica solidità visibile comunque la costruzione di una casa editrice, e sia io sia Federico, almeno credo, ritenemmo di trovare lì il basamento del nostro che fare. Lui però fu più spaesato di me quando, nonostante ne fosse nominato presidente, si trovò, lì dove stava il cumquibus, privo di funzioni, a vantaggio dell’amministratore delegato, che ero io, e ciò in virtù dei valori ponderali delle ‘componenti’ (nell’ordine: comunista, socialista e terza componente) e delle di qui sgorganti astrusità appunto politiche.

Nondimeno diventammo presto amici. Se non altro sul piano del discorso culturale, in cui sintonizzavamo bene, e della mia filosofica tolleranza circa il suo spinosissimo carattere, derivatogli – ho sempre ritenuto – dalle traversie della vita, prima in quanto ebreo che, ragazzo, aveva visto in faccia la violenza nazista, incomprensibile, assurda, e successivamente in quanto intellettuale vero che, in tempi di transizione egemonica della società contemporanea dalla sfera politica alla sfera economica, tempi inadatti a tollerare l’autonomia della cultura, aveva ingenuamente creduto di poter intervenire alla pari con quei poteri, anzi di potersene in qualche modo servire sovranamente per i fini superiori della propria prospettiva di costruzione culturale.





Federico Coen (1928-2012)


Decidemmo di dare razionalità pratica alla situazione, di dividerci i compiti: pensammo a un mensile, da lui diretto, che con analisi, idee, dibattiti, potesse favorire in concreto il nuovo periodo della Cgil, così come si andava delineando. Esperite tutte le formalità, Federico scelse come titolo Thema, quindi sempre autonomamente impostò la rivista. L’iniziativa tuttavia – nonostante o forse proprio per l’ambizioso piano scelto, nonostante o forse proprio a causa dei termini culturalmente aggiornati e giornalisticamente inventivi – non ebbe il tempo di resistere alle prevedibili resistenze conservatrici interne e neanche agli imprevedibili risucchi esterni creati dai vuoti e dai pieni della dinamica politica della sinistra, già avvolta nel clima incerto del cambiamento d’epoca che di lì a poco si sarebbe scenicamente mostrato nel crollo del Muro di Berlino e in tutte le sue conseguenze.

Tutto cambiò e Federico si risolse a dirigere per proprio conto un’altra rivista, Lettera internazionale, su una proposta che veniva da fuori, da Parigi, ma che verteva anch’essa sullo snodo da cui fino allora aveva ricevuto alimento, di fatto, la sua vicenda personale: il rapporto degli intellettuali con la politica in senso lato, come potere ma anche come orizzonte di azione storica.

L’idea di una rivista culturale multilingue e a varie facce nazionali, tendenzialmentalmente pan-europea ma espressiva di molte radici autonome, era di Antonin Liehm, storico del cinema e, a Praga nel 1968, direttore del settimanale dell’Unione degli scrittori cecoslovacchi (settimanale che con le sue 130.000 copie di tiratura aveva assicurato «all’organizzazione degli scrittori l’indipendenza economica» e non solo). Ora, a metà degli anni Ottanta, da Parigi Liehm proponeva un ri-uso del patrimonio culturale e umano accumulato nei paesi socialisti dall’esperienza elaborativa degli intellettuali, che i carri armati sovietici a Praga erano riusciti, di fatto, soltanto a trasformare, non a chiudere. In più sosteneva che bisognasse oltrepassare il negativo concetto di ‘dissidenza’, da cui talora derivava voce e lustro indipendentemente dalla qualità, occorreva invece muoversi costruttivamente, quindi solo nell’ambito di quest’ultima.

La prospettiva di fuoriuscire da una sorta di piccolo provincialismo italiano, per collocarsi invece su un più aggiornato terreno storico era allora nell’aria, ma qui il progetto assumeva subito la cultura, e dunque il suo rinnovamento, come campo di lavoro primario. Federico non spiegava molto della rete internazionale in cui si collocava la nuova rivista, in pratica contatti continui, scambi di testi, incontri, progetti eventuali, ma si sapeva che per esempio l’ungherese divenuto americano George Soros, – formatosi negli anni Cinquanta come allievo di Karl Popper alla London School of Economics e poi finanziere internazionale ma pure fondatore dell’Institute of Open Society, con cui da tempo andava già finanziando ‘Solidarnosc’ in Polonia e ‘Carta 77’ in Cecoslovacchia (in Italia il nome di George Soros diverrà noto solo nel 2008 per  aver egli tentato di acquistare la squadra di calcio AS Roma), – dunque si sapeva che Soros avrebbe finanziato almeno l’edizione ungherese della rivista, in quanto parte di un suo più complessivo progetto di crescita della cultura nei paesi socialisti (e del terzo mondo) al fine appunto di dare buone fondamenta alla «società aperta» teorizzata da Karl Popper.

Negli anni di Lettera internazionale, ricordo, Federico lavorava e guardava indietro con serenità al suo passato. Riandava, o meglio accennava qua e là, alla sua vicenda politica e professionale con un atteggiamento su cui io, scherzando, ironizzavo: nostalgia. Lui, – che pure tra speranza e dubbi era entrato nei DS, che spesso partecipava a dibattiti e magari a manifestazioni militanti, sempre per riaffermare la propria aguzza laicità radicale contro ogni chiesa, non solo religiosa ma anche politica, e il proprio orientamento metodologico socialista, non comunista, che definiva chiesastico, – dopo qualche scatto ispido di fronte alla mia leggerezza, ritornava sempre col pensiero a quella che mi sembra fosse stata per lui l’esperienza più consona e psicologicamente più ampia, soddisfacente: il lavoro serio e colmo di senso del futuro cui aveva partecipato, ancora giovane, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, nell’Ufficio del Programma diretto da Giorgio Ruffolo, ministro Antonio Giolitti. Una volta ritornò anche, in maniera che lì per lì mi parve immotivata, sul precedente difficilissimo lavoro svolto come Consigliere parlamentare al Senato. Seguendo però poi l’andamento del suo discorso, mi resi conto o credetti di capire: Federico Coen era un intellettuale che amava fortemente il proprio ruolo e soffriva perché sembrava che il nuovo tempo volesse negarne il senso.

Ha avuto ragione ad andarsene? il suo tempo era finito? O ci ha lasciato semplicemente una battaglia da riprendere?




Scarica in formato pdf  


      
Sommario
Spazio Libero

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006