PRIMO PIANO
NOTE ESTIVE
I poeti ‘minori’
e la scrittura
al ‘masala’


      
Attraversando la stagione canicolare si moltiplicano le letture eteroclite dei poeti: da Accattino a Cagnone, da Giampiero Neri a Rossi Precerutti. Poi c’è l’ultima fatica critico-filologica di Gualberto Alvino che si applica oltre che al prediletto Pizzuto pure a Bufalino e Consolo, in una ideale terna insulare di autori siciliani. Al tempo del solleone si può anche riscoprire una pellicola di Giuseppe De Santis del 1953 “Un marito per Anna Zaccheo”, con una bellissima Silvana Pampanini, nipote di soprano, poi scivolata tra melodrammi e fotoromanzi a ‘spalleggiare’ Totò.
      



      


di Marzio Pieri

 

 

Lo so, si soffre nelle stagioni estreme. ora è l’ora del cane. non ancora romano né fatto illustre, attilio bertolucci puerulo esordì con un libro intitolato a Sirio, la stella che brucia. bertolucci fu sempre un allegorista. Sirio è la stella della poesia, che ti fa rivoltare nel letto in un bagno (si diceva a firenze) di sudore. e v’è anche il contrario. lo sapeva caproni, quia nominor georgius: il freddo delle mattine presto, il fiato che si cristallizza come un pupazzo di neve appena fatto in tempo ad uscirti di bocca. mi portavano a scuola (portavano è il verbo giusto, come un cadaverino o un collo di merce imballata) e io imploravo gemendo: nonna (scarpinava con me, tirandosi dietro l’ansia che la limava, l’eccesso melodrammatico – si chiamava ristori, come la grande attrice –, l’amore e l’odio turpe per me e per tutti suoi, la sua mammella unica povera amazone di periferia destinata alle unghie del cancro) tu che sai far di tutto, me lo faresti un cappuccino soffice per pararmi la punta del naso? era come una freccia di diaccio: se davo in un paletto, saltava via come quello del ‘maggiore’ Kovalev, vedi Gogol e il meno ripiegato Šostakovič. Quanto freddo nelle stanze di quel dopoguerra. lo scacciò l’Anno Santo. qualche cuscino di ciccia tornava a inzigommarsi. le ragazze non si facevan più il segno della calza con la matita. entravano nelle case con più normale frequenza il Candido mazziarossi (lo dirigeva con Guareschi quell’Alessandro Minardi che s’era fatto editore di Sirio), l’Epoca para-Life. Rizzoli, Mondadori... (sul campo dell’economico si battevano anche meglio, con la BUR leggendaria, con la BMM che riproponeva, fra i poeti, Carducci, Pascoli, D’Annunzio... Pascarella... ma anche Maupassant Goethe Shakespeare Cechov in traduzioni riprese a costo zero ma annasate con fiuto di una lingua non troppo letteraria da fumicarcisi né troppo familiare da non ‘vederla’) – in casa nostra il babbo, lettore inappagabile come tutti quelli che la scuola non poté rovinare (non ci erano andati... primum vivere), ammucchiava anche il Tempo, l’Europeo... non pensate a quelli di dopo la rotta dei Sessanta. con la stessa innocenza brucavo la morte della Petacci, il delitto della Bellentani, le cronache letterarie di De Robertis e di Cecchi, gli animaletti di Craveri sul Vittorioso, le prime strisce (‘adulti con riserva’) di Tex, che piaceva a mia madre... Mi chiedo che cosa ci avesse intravisto di diverso, lei che detestava i fumetti (prendevano posto...).





Fumetti fantasy


Com’è vero che il vecchio rimbambisce, ho ritrovato il piacere di starmene in camiciola e mutandine sotto una ventola; lo so lo so: guai se mi vedessero. con la barba sono anche più buffo. Cerco di darmi tempo.

 

Non smettono – ed è grazia – di visitarmi i poeti. Non mi son mai convinto di saperli leggere. So tacere, però, quando le loro voci tentano come ombre che si matèriano gli spazî della mia stanza. Mi cercano. Io, se mi muovo, tiro giù dalle scansie stracolme, periclitanti, i miei cari: Marlowe, Góngora, Uncle Ezra, Campana, Sereni... Ho imparato (e goduto) più da certe traduzioni di Ungaretti – Saint-John Perse, Racine, William Blake... – che da tutta la divina commedia... (ora sì che me la son data la mazza su’ piedi, strappatimi i corbezzoli con le mie forbicine...) E il cavalcanti di pound? Ma ci sono, ripeto, quelli che mi cercano. Così, a volte, seduto al computer, o dormicchiando avanti al giradischi, mi sento mordicchiare le bande dei calzoni ed è la Schizzo, la gattina sopravvissuta alla morte della sua e mia Miciona.

 

Il fatto è che in un mese o non molto di più ho letto, donatimi, libri di poesia di Adriano Accattino (Poesia dell’impoetico, Mimesis edizioni, Milano-Udine), di Nanni Cagnone (Le cose innegabili | Undeniable Things, translated by Paul Vangelisti – Drawings by William Anastasi, Edizioni Galleria Mazzoli, Modena) e, dello stesso Cagnone, a controcanto, la bellissima versione a fronte de I capi della città su fino all’etere, di Jack Spicer, a cura di Vangelisti e coi disegni di Luigi Ontani, ancora per le edizioni del gallerista modenese, poi l’ultimo, sorprendente libro di Giampiero Neri, con un titolo che potrebbe parere palazzeschiano ma, anche più, è degno di Satie (Il professor Fumagalli e altre figure, nello Specchio del Mondadori). Va da sé che né l’autore delle Sorelle Materassi né il musicista delle Gymnopédies c’entrano per nulla. Neri continua la sua riduzione all’infinitesimo e non è una speculazione numerologica. Mi ricordo, da studente di Walter Binni, (dovrò tornare sulla importante edizione dei suoi scritti politici, a cura del figlio Lanfranco, La disperata tensione, per le edizioni del “Ponte”), un tipo allampanato, prosciugato da smanie, di Pescia, che non beveva la tazzina del caffè senza aver nominato tre volte – in apertura, al sommo ed in fine – la sedia di van Gogh dell’esordiente (1948) Alain Resnais. Era un tòpo di cineteca (la sedia, ma anche il tipo...) e doveva avere origine aristarchica, ma potrei sbagliarmi. La mente d’un vecchio vacilla, tanto più quella di un pensionato con disonore (pare che tutti quanti abbiamo avuto una cattedra, e oggi, sulla base di quella, una pensione, l’abbiano demeritata, affamatori del popolo – mi conforta leggere, negli scritti di Fedele d’Amico: un corista regolarmente assunto in un ente lirico prendeva di partenza almeno negli anni 70 uno stipendio pari al massimo cui sarebbe addivenuto un barone universitario al culmine della carriera...); così non ritrovo, nella catasta dei miei fogli, la fotocopia di una poesia autobiografica (autogenerazionale) di Silvio Ramat. Non ne ho condiviso il chiaro talento ma l’esilio a vita dalla Firenze in cui crescemmo. In che peccammo bambini? Credo fosse Ramat a rievocare un tormentone dell’epoca: si doveva dire René o Resné? (da far pari con l’altro, come c... si pronunciasse Barthes: Barthès o Barth? e se lo confondevano allora col filosofo Karl? e Pierre Boulez era dunque un pierbulé?)

 

Leggo ancora Roberto Rossi Precerutti, La legge delle nubi (Crocetti editore):

 

“... la legge delle nubi ci abituò a lasciare indietro la pesantezza dell’astuzia, quando è inutile ogni lotta scomposta, e le lacrime velano funesti fabbricati di dovere. Un commuoversi cantando, dirai un attraversare la scena in lacrime, virtuosismo da antico melodramma”.

 

C’è chi considera ancora il Precerutti un gongorista torinese, un prestidigitatore della parola rosata. Ma questa sorta di poemetto in prosa, ch’è l’ultima parte del libro, ci dice soprattutto che nulla abbiamo di ‘vero’ da attenderci dagli storici. La loro prosa timorata e tutta già sgusciata li condanna. Di recente il poeta si è fatto traduttore di molto talento dei trovatori (Midons, edizioni Enrico Casaccia): Marcabru, Jaufre Rudel, Bernart de Ventadorn, Folquet de Marselha, Arnaut Daniel... la collezione di 45 giri insostituibili del trovatore dante aleghieri, quando metteva da parte le sinfonie di Beethoven dirette da Toscanini nei padelloni dell’RCA... La prima parte del libro è un altro poemetto, diciamo una suite – Un sogno di Lorenzo Lotto – di descrizioni in prosa di opere o soggetti d’arte; come una Galeria di Marino scrupolosamente raschiata d’ogni tentazione palatinesca o epigrammaticoide:

 

Il catino è abitato come da un vento nero, polare – Entrebescar los motz, intramare parole sotto gli sconosciuti moti del cielo, lungo acque funebri, così, per un destino miserevolmente sopportabile: ora, questo coltello si rivolta, morde con la sua forza idiota, neppure la fierezza del mattino sul lusso dei piccoli gesti disposti con cura, sugli oggetti scelti per eccesso di vita, per questa maschera d’ossa [...]

 

Il poemetto è dedicato ad Anna Banti (Lorenzo oblige...) ma più spesso a me fa tornare a mente certo andamento e lessico di Bufalino, di Consolo; che fanno terna, col mitico Pizzuto, nel bel libro del nostro Gualberto Alvino, La parola verticale (Loffredo editore). Lo leggo oggi (per premura dell’amico Gualberto) recensito su “La Repubblica” da un critico assai poco romanesco (son quei tre o quattro cocoriti sterminatamente parlanti parlanti sull’onda dei mari in troppo lunga bonaccia, i nomi non li faccio se no, come accadde in passato, vanno a far coccodè dall’avvocato, chiedon risarcimenti miliardari – a me! quando bene mi avessero rivoltato...), il siciliano Salvatore Ferlita. Ferlita si segnalò l’anno scorso con una bella provocazione, dare aria al granaio degli scrittori insulari ‘minori’ del secolo appena andato e incredibilmente lontanissimo. Le arance non raccolte (Palumbo editore). Una bella fortuna, quando uno scrittore nato ne incontra un altro; mi ha ridato animo dopoché, in mattinata, avevo letto le smorte venti righe scagazzate con mala grazia (c’è la critica dei malavoglia e sonci i malavoglia della critica) da un pennaiuolo per il libro, assai bello, di un amico e maestro mio caro, sopravvissuto all’università.





Da sinistra: Vincenzo Consolo, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino


Ferlita sta (dichiara) dalla parte degli scrittori orizzontali (secondo un indicativo titolo di Enrico Testa) e non ho ben capito se si identifica nella definizione che Baldacci, ‘il Gigi’ del loggione fiorentino, diede dell’ultimo Moravia (“lingua di plastica”). A me quella lingua di plastica piaceva, diciamolo schietto: le uniche cose che non mi piacciono sono gli atti dovuti. Io penso che un critico, oggi, debba star più vicino a un entomologo che a un parrucchiere elegante o ad un arbiter elegantiarum. Mi interessa degli atti del creato la meccanica più della bellezza. E, d’istinto, sto coi ‘minori’ (e non mi arrendo mai ai ‘maggiori’ per supremo dei numi o consiglio o decreto); certi umoristi o eretici, o anche certi ossessi, o certi improbabili, certi fuori-parte, da Beniamino Del Fabbro (Il crepuscolo del pianoforte, contro Benedetti Michelangeli, mai più ristampato dall’opportunista Einaudi, I bidelli del Walhalla, contro il valalla dei bidelli... Musica e verità, un diario-thriller su come si fa a perdere il posto al giornale se il critico si mette di traverso alla Scala...) a Maurizio Cecchetti più che testoriano nella sua critica d’arte espansionista, teologica (e nell’architettura deviata, Pelle di vetro. Il libro dell’antiarchitettura, giunge a punire tutti i proprii peccati), dal gran ‘libertino’ Cajumi, censurato perfino da Longanesi (i suoi ‘minori’? Carlo Bini Guerrazzi Tommaseo Eugenio Camerini Enrico Thovez Ernesto Ragazzoni... ci manca solo Imbriani per la colpa dell’essere napoletano...) a un Sergio Finzi psicanalista eretico, (ma senza l’eresia che psicanalisi è?), da un Ugo Ronfani (Il dissenso della poesia, 1980, con 12 tavole originali di Ernesto Treccani) ai nostri Accattino Bertoldo Carlucci (è in uscita un suo saggio, liberissimo, ‘da’ Rimbaud... dimentichiamoci Soffici, ma soprattutto gli ‘specialisti’ d’accademia, che vanno a Roma e non trovano il papa... ma conoscete Totem? un libro di Carlucci del 1990... v’incontro la definizione: poesia “ipotesi espiata”) ———

 

(Qui doventa l’elenco del telefono. I miei amici sono tutti ‘minori’. Lascio il compito al lettore preclarissimo di elencarmi in contrapposizione i suoi maggiori. Gadda, che non è solo una ‘funzione da dimenticare’ (Ferlita), supplicava che lo lasciassero nell’ombra. Contini gli si attaccò alle scarpe per farsi trascinare a un po’ di sole. Peccato, che per lui, e i suoi discepoli, fosse soltanto il sole del Premio Viareggio)

 

 

 

E il masala? In indiano. Gli inglesi lo chiamano curry, è un piatto che brucia la lingua, rende arzente il ventricolo, sale al cervel come il vino di Falstaff. Da noi lo si può assaggiare ma sarà sempre come un cacciucco imbandito a Montecatini. Sandokan, se voleva scioglier la chiacchiera a un prigioniero, quando colui si aspettava scuriade e jatagan, gli porgeva dei piatti imbanditi, variodipinti, odorosi di vertigine; quello, anche per la sorpresa, e l’emozione, se li ingollava, senza badare che non v’era a portata di mano manco una brocca d’acqua. E quando chiedeva da bere e non glie lo davano, vuotava altro che il sacco. Ma una volta póstici dal punto di vista di Alvino, e proprio a partire da un esempio eloquentissimo, quello del suo Pizzuto, non solo torna alla indistinzione originaria il brogliaccio minori/maggiori (trent’anni fa sostenni, a Roma, in una assise retta dal Sapegno, che dal 1630 tutta la letteratura italiana è da considerarsi ‘minore’ – qualcosa di simile aveva detto da mezzo secolo il Longhi per la pittura, quantomeno dal Tiepolo in avanti,  e basta una visita alla Pinacoteca Vaticana per vedere se aveva ragione! ma il Longhi era il Longhi e io rischiai il linciaggio, alla meglio il compatimento) ma va in vacca quella fra prosa e poesia. Non per nulla il distingue frequenter era una passione dei gesuiti. A noi superstiti il dovere (ci torneremo presto) di attraversare le barricate (ch’è locuzione del nostro direttore, Palladini), di metter campo mobile dove comincia il Messico (ancora ‘il’ – sic ! – Gualvino). Con lo stile e senza stile. Coi panni della domenica o gnudi come ce fece mamma. Ridotti all’osso o accecando con tutti i colori delle nostre piume possibili. L’altro gran pizzutiano d’Italia, Antonio Pane, ebbe l’ardire ironico di optare per un Pizzuto ‘leggibile’. Alvino credo lo preferirebbe ispido e masalato. Eppure, eppure. Provarsi a leggere Pizzuto isolandone un frammento dietro l’altro, come si guarda un film alla moviola. Riempiamo il frammento, ‘realizziamolo’, come un fotogramma o un riquadro di fumetto. Il fotogramma può essere di bergmanesca, o keatoniana, o viscontiana intensità e ‘astanza’ (così diceva Brandi). Il fumetto può esser di mano di pittore anche eccelso. Interrotta la ‘normalità’ (e, con essa, l’eventuale ostilità) della sequenza, la mente si gode in altro: la forma diventa struttura. Naturalmente, per chi sa vederlo. Si parlò, su queste pagine videalizzabili, di una mia recente edizione di alcune fra le principali opere del Bruno, san Giordano da campo de’ fiori. Ci avevo lavorato un sacco, i testi forniti non erano copiati da edizioni preesistenti (tutte, a mio creder, svianti e mediocri, perché infedeli alle grafie e alle interpunzioni d’Autore, nelle quali il Bruno si ritraeva nel suo anticonformismo, nella sua mercurialità), le note mi parevano soccorrevoli, i testi latini li avevo espressamente tradotti a fronte, e non presumo che non potesse esserci qualche abbaglio, qualche strafalcione, qualche misura lasca. In più, m’era piaciuto salvare il Bruno da quella condizione luttuosa, jettatoria, che vede in lui uno dei tanti messi al rogo, o altrimenti soffogati, e mette il silenziatore a quello che, più del suo sapere, gli fece intorno fiorire tante di quelle inimicizie. L’allegria. Era un iracondo, oltre che un visionario, ed era anche un mago Houdini, un Mr Barnum, un waltdisney. Avevo (credevo di avere) una amica in Francia. Due righe: ma non lo sa che del Bruno si era digià occupato ciucciocàrdine? Proprio per questo: avrei dovuto rispondere.





Stamani ho visto un film di cui conoscevo dalle storie soltanto il titolo (Un marito per Anna Zaccheo, di Giuseppe De Santis: 1953). Leggo su uno dei morandini di turno che ‘non è all’altezza del migliore De Santis’, solo che se dimando qual è il migliore De Santis, divagano. Affronta il ‘sentimento del fotoromanzo’ dall’interno invece che dall’esterno come Fellini fece con Lo sceicco bianco, uscito l’anno prima. Silvana Pampanini vi è bellissima, col volto d’una lollo e gambe assai più belle della sophia, che l’una e l’altra le fecero lo sgambetto col folklorismo falso (De Sica... basta la parola...) dei film col pane e amore. Pane amore e marmellata: la merenda degli taliani. Così la bella Silvana (alla sua altezza metterei soltanto l’anche più bella Rossi Drago), ch’era nipote d’un grande soprano pucciniano e ‘verista’, Rosetta Pampanini, e aveva delle doti per mettersi sulle tracce della zia, come fu sua primaria ambizione, si ridusse a fare la ‘spalla’ di Totò e anche meno. Quanto a De Santis, aveva tutte le carte in regola, politiche e letterarie, per affermarsi come regista-simbolo del nuovo corso. Tutti conoscono Riso amaro (in fatto di bellissime, De Santis aveva l’istinto predace di Lattuada... qui è Silvana Mangano, mondina o naiade, purtroppo dal successo convertita in una sorta di Callas o Magnani dei salotti ‘bene’, pasoliniani, ai piedi del marito potentissimo), ma se chiedete il nome del regista non ce l’hanno nemmeno sulla punta della lingua. Del resto, tutti conoscono quella gran cagata di Roma città aperta. Gli chiedete il regista? Fellini. Anzi no, mi scusi: De Sica. Christian De Sica? Sì. No? Forse (che scema).

 

Sto leggendo (anche; donatomi o fatto donare dal sirventista di Viterbo, antonello ricci) il libro di Maria Jatosti, stata compagna del Bianciardi, e molte altre cose; Tutto d’un fiato (ora ristampato da Stampa Alternativa, dopo 35 anni dalla sua prima uscita per gli Editori Riuniti). Prefazione di Mario Lunetta.

 

“Sono arrivata e ho finito. [...] Ti ho messo un libro sul comodino. Ti prego, leggilo”.

 

Il fatto che ogni scrittura, al masala o al finocchio, altro non è che eresia.

 

................................................................................................................................................................

 

E verità.

 

 

 




Scarica in formato pdf  


      
Sommario Primo Piano

Il contatore dei visitatori Shiny Stat è attivo da dicembre 2006