LETTURE
CATERINA DAVINIO
      

Il libro dell’oppio

 

puntoacapo Editrice, Novi Ligure (AL) 2012,
pp. 160, € 16,00

    

      


di Francesca Fiorletta

 

 

“Sì, dalla volontà perversa si genera la passione, e l’ubbidienza alla passione genera l’abitudine, e l’acquiescenza all’abitudine genera la necessità.”

 

L’incipit di Sant’Agostino mi sembra quasi una scelta necessaria per introdurre alla lettura di questo Libro dell’oppio, che è una raccolta di componimenti giovanili, scritti fra 1975 e il 1990, di Caterina Davinio, poetessa invero molto perspicace e carismatica.

L’oppio, dunque, che è sostanza allucinatoria, sedativa e straniante al contempo, funge bene da calzante metafora letteraria di una scrittura che sembra solo per un attimo aver smarrito il suo senso ultimo e storiografico, la sua pur cara metastasi critica, il suo specifico posto nel mondo.

Proprio il mondo, dunque, potrebbe apparire, in questo caotico andirivieni di “paradisi artificiali” (per citare un gigantesco nume tutelare, qual è Charles Baudelaire) un eccezionale viatico, punto di partenza e mai di arrivo, per stipulare o riorganizzare le più ardite sperimentazioni linguistiche, per riproporre o d’emblée inventare i più consoni schemi stilistici, che sappiano plasmarsi adeguatamente sia sulla forma che sulla sostanza profonda dell’essere umano, come anche, ovviamente, della vita e dell’arte tutta.

Così, forse, il lavorio adolescenziale della Davinio, concorre alla ricerca di una spiegazione logica all’illogica dicotomia del bene e del male, sia sul versante che diremmo speculativo (la droga come vizio, opposta alla virtù di una condotta morigerata, dunque) e sia soprattutto sul versante più strettamente corporale, che è magma viscerale, e sconquasso fisico.

Leggiamola, allora, sospesa tra il grido disperato e il sussurro compiacente:

 

Sì.

Ti dico di sì.

 

Fino all’ultimo stadio del male

Delizioso.

 

Mi sembra sostanziale l’utilizzo dell’aggettivo “delizioso” in riferimento a questo oscuro male, che collide col senso del dovere etico, con le responsabilità sociali, con l’andamento monoculare di un certo tipo debordante di alfabetizzazione letteraria, che è invero solo blandamente poetica.

Dalla postfazione di Mauro Ferrari, leggiamo infatti che:

 

Quella di Caterina Davinio è una poesia che gronda vitalismo, fisicità e corporalità, che credo ci faccia amare oltremisura la vita proprio perché affonda le unghie nell’azzardo e nella morte – nella sfida alla morte, anzi; tutto questo senza retorica, né nella costruzione dei versi né nella dimensione narrativa e assertiva di questa sorta di diario allucinato e lucido.

 

E proprio nella componente, per dir così, diaristica di questa raccolta di componimenti, che conservano costantemente un andamento ragionativo e sintatticamente equilibrato, mi sembra che risieda la spinta vitale più indomita e profonda del senso della scrittura per la Davinio.

Caterina non sta scrivendo (non solo, almeno!) per metabolizzare privatamente dei piccoli grandi accadimenti o rivolgimenti emotivi e autobiografici, la qual cosa, se restasse tale, assumerebbe comunque tutt’altro genere di connotati.

L’autrice si fa, in prima istanza, sostanzialmente relatrice: il suo ruolo è quello di traghettare il lettore in versi, accompagnandolo col ragionamento, lungo i lacerti di un’esistenza distopica, certamente esasperata nella trasfigurazione, ma mai così saldamente inospitale come si potrebbe dare a intendere in un primo momento.

Solo a lettura ultimata, dunque, si riesce a capire appieno il senso della seconda citazione incipitaria, con la quale la Davinio sceglie di aprire il suo Libro dell’oppio. 

Questo viaggio distorto attraverso la poetica della vita stessa, vuole essere un irriverente e deciso atto di comunicazione umana, singolare e collettiva al contempo, mai accondiscendente eppure ugualmente  rassicurante, come le parole di Thomas De Quincey:

 

La gioia si può comperare con due soldi, si può tenere nel taschino del panciotto: estasi portatile che si può imbottigliare a litri, pace dell’anima che si può spedire per posta.

 

Io, da parte mia, l’ho ricevuto in posta, questo libro. E ne sono lieta.




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