LETTURE
MAURO PONZI
      

Il palazzo di Cnosso


Robin Edizioni, Roma 2012, pp. 173, € 10,00

    

      


di Mario Lunetta

 

 

Un aggirarsi catastrofico (e lucidissimo) tra I piaceri della carne e Il palazzo di Cnosso

 

Una raccolta molto mossa e tormentata come I piaceri della carne di Mauro Ponzi (Onyx Editrice, 2011) parodizza (fino a un certo segno) un detto di senso comune con l’adozione di una lingua narrativa e problematica a sintassi orizzontale, siglando con fermezza la presenza dell’eros come linfa vitale e operatività del desiderio. Ma nel libro la dialettica privato-sociale precipita le due sfere l’una nell’altra in un’indistinguibilità che non è confusione, anzi si fa tramite a un’altra totalità – qualcosa come una sorta di intelletto onirico, si direbbe – che implichi l’impatto costante nella dimensione politica (frustrazione, disgusto, rifiuto dell’esistente capitalistico-borghese, macchina sempre in via di grippaggio e tuttavia capace di produrre senza tregua disastri ulteriori). Mauro Ponzi (poeta, romanziere, saggista di cose soprattutto tedesche), rovescia nel magma della sua lingua poetica il sogno di una cosa ripensato attraverso la complessità di un pensatore come Walter Benjamin, figura grande e grandemente ricorrente sia nei suoi testi inventivi in prosa e in versi che nei suoi studi disciplinari.

    

A poco più di un anno da quel libro, Ponzi ci offre una nuova raccolta di precedente stesura, dal titolo quasi oltraggiosamente archeologico (Il palazzo di Cnosso, Robin Edizioni, Collana “I libri di poesia” diretta da Mario Quattrucci): qualcosa che – mi viene ghiribizzosamente da pensare – ad esempio, a un alfiere del Romanticismo lombardo come Ludovico Di Breme, nemico giurato di mitologie e mitologemi e tuttavia impudicamente capace di rivolgersi a un iperclassicista della stazza di Vincenzo Monti con servile deferenza (“A Lei, mihi magnus Apollo, bacio mani e piedi”, Milano 20 luglio 1816 ca), avrebbe provocato più di un sospetto.

È ovvio che lo sguardo tagliente del Di Breme, così fortemente ingaggiato nei travagli politici dell’Italia e dell’Europa del suo tempo, si sarebbe certo ravveduto alla lettura del libro di Ponzi. Ma queste, mi si perdoni, sono ipotesi troppo ex post, e valgono al massimo come  digressioni tra scherzose e futilmente erudite. Perché in verità, lo voglia o no l’autore, anche un titolo come Il palazzo di Cnosso funziona al pari di un’etichetta perfino troppo scoperta sul groviglio delle sue contraddizioni, delle sue certezze, dei suoi dubbi e delle sue ubbìe. Voglio dire che l’intero libro – che è alla fine un percorso mentale e ideo-biologico, non un semplice resoconto turistico in versi, e piuttosto una verifica, quasi una saldatura di conti in sospeso per decenni – agisce al pari della sinopia di un grande affresco che è impossibile compiere perché lo impedisce prima di tutto lo Zeitgeist, lo spirito di questo nostro tempo che non contempla la compattezza, ma la dispersione caotica in cui tutto finisce per essere uguale a tutto il resto, in un’equivoca e drammatica opacità del senso. La strategia del frammento può allora esserne la versione nobile, in quanto (iuxta Benjamin) si prova a fondare un’altra drammatica libertà come critica  permanente del dettaglio che punta all’essenziale.

Si sa quanto l’affresco, anche quello meno votato all’enfasi, contenga nella sua natura specifica e nella sua destinazione una percentuale (esplicita o sommessa) di celebratività: e il nostro tempo, che parla solo per via di frammenti (magari talora a inclinazione critica) risolve nel Kitsch la pulsione celebrativa, con una degradazione allusiva assai poco critica. Sì, perché questa nostra età cosiddetta postmoderna, è alla fine l’età del Kitsch. E anche su questo terreno deve operare una sottile dialettica degli opposti. Per cui, a scanso di equivoci, la Gioconda coi baffi di Duchamp non va incamerata nel magno salone dell’arte Kitsch: è al contrario una parodia sarcastica e irriverente della serena contemplatività rinascimentale perduta per sempre (ammesso che ci sia mai stata), quindi uno schiaffo al gusto dominante nel primo Novecento borghese, secondo cui la dimensione estetica deve andare immune dal contagio della conflittualità, sublimandone gli effetti.

 

Un poeta come Ponzi, dotato insieme di immaginazione visionaria e di riflessione critica, si aggira in una Grecia triturata di frantumi mitici e di realtà socialmente aspre. Egli non è un flaneur carico di stupore, né si pensa come tale. C’è quindi nella sua scrittura, inevitabilmente, un insistito battito (un itto, direbbe il grande Edoardo Cacciatore) sulla ripetizione (insoddisfazione e ricerca di un quid che continua a sfuggire): una sorta di mantra ad andamento quasi catalogico, allusivo in modi decisamente sguinci allo scudo dell’Achille omerico costruito da Efesto. Le divinità di un pantheon dissolto non sono che larve insensate a rischio massmediatico. La memoria non più innocente di Afrodite, Minerva, Giunone, Marte, Apollo, Dioniso non può ormai funzionare che alla stregua di una schiera di figurine scolorite che non propiziano la fuga dall’assalto delle Erinni del presente. Perfino Nike, che Ponzi avverte come una pulsione sempre più ravvicinata, agisce ormai come rovesciata e inefficace divinità dello spirito della Vittoria (“Strappate dal contesto / immagini di miti antichi / vivono / per un istante / ancora nel canto della Nike. / L’angelo della storia / ha le ali impigliate nel vento / e fissa le macerie del passato“).  Non resta quindi che la consapevolezza dell’impossibilità di stringere la “distanza / incolmabile / tra noi e l’antico”.

Insomma, oggi il mito non può che cedere all’allegoria vuota di cui parla Benjamin, in una  visione laica nella quale resistono esclusivamente tormentati residui di nostalgia per una totalità perduta (Dioniso vs Apollo) sotto la pressione distruttiva di una storia non più raccontabile se non in termini di frantumazione, sconnessione, caos.

Così la catamodernità (in quanto catastrofe della modernità e insieme immersione massima, audace, sperimentale nei suoi linguaggi sfuggenti e contraddittori), come la chiama Muzzioli nella sua bella, problematica prefazione – non può che trattare fuori di ogni aura (quindi, criticamente) il mito, per via di ferma consapevolezza demistificatoria. Se ne incarica in questo libro soprattutto il poemetto “Dalla parte della regina”, in cui Clitennestra getta brutalmente sul tavolo in versetti malvagi le carte false dell’epos glorioso che celebra la fondazione mitica della potenza achea: “Visto / dalla parte della regina / il mito è un po’ diverso / da come si racconta. / Questo re dalla barba appuntita / pensa solo al potere / e non è la storia di Elena / su cui già se ne dicono tante / e poi / sai che gliene frega del fratello / che ha sempre considerato / un cretino./ Si tratta invece del mare / e del commercio / finalmente un pretesto / per controllare tutto / da Corinto a Troia…”

Quella di Ponzi non è una vacanza turistica, ma un’esplorazione di confronto e di riconoscimento fra la propria cultura meticciata e sofisticatissima, la riscoperta del proprio sé e l’effimero riaffiorare del mito che lo stesso viaggiatore avverte riflesso per via visiva e intellettuale nelle rovine e nei reperti dell’Ellade, fino al momento-choc in cui il poeta, che si sente di tanto in tanto invaso dalla sua thèia manìa (divina follia), subisce l’impatto dell’incontro immaginario col Minotauro àrreton (sacro, indicibile).             

    

Nel libro c’è un continuo raffronto fra l’Ellade classica e la degradata Grecia odierna, il piccolo universo mitico e lo sconfinato mondo globalizzato dell’oggi, nell’alternarsi aspro di paesaggio naturale e paesaggio sociale scoperti come prede di una stessa speculazione e di uno stesso sfruttamento violento che massacra tutto, senza rispetto, con la ferocia di un cinismo assolutamente strategico. Ed ecco perché, nella malinconia di sinistra di Ponzi, l’irruzione del sentimento politico si accende anche nelle frequenti occhiate sguince e sarcasticamente indignate sulla situazione dell’Italia durante gli anni di Berlusconi: il tutto, sul filo di una scrittura a sintassi per così dire “orizzontale” (come nel libro precedente), paratattica, pressoché sillabata in versi brevi il cui arco sembra quello di un sasso scagliato da una mano al tempo stesso robusta e fragile: e dove la speranza è davvero una fiammella residuale, in cui bruciano la delusione e il senso di sconfitta rispetto a una possibile soluzione di contraddizioni che appaiono sempre meno governabili.

Nel Palazzo di Cnosso circola un’ironia costante che non può non rivolgersi anche all’autore perso nei suoi labirinti. E quasi a mo’ di appendice esplicativa dell’intero percorso, appaiono le isole Eolie forse come possibile pausa al malessere dominante. A smentire quest’ultima aspettativa liberatoria con una gestualità da comica finale charlottiana, pone fine una caduta in mare dagli scogli di Stromboli dello stesso Mauro, piccola catastrofe da cui il poeta salva a malapena il quaderno dei suoi versi e dei suoi appunti, recuperandoli tuttavia fradici, scoloriti e quasi illeggibili: un’allegoria involontaria dell’inanità del rapporto della poesia con l’imprevisto del reale e del vissuto. “Tutto è fumo”, siglò all’interno di un portasigarette donato a una sua amica il poeta del Notturno, autore che forse non è nelle corde più vibranti di Ponzi. Il quale, in chiusura di libro, sembra rispondere al nihilismo del Vate: “Non si può programmare il vulcano / esplode quando vuole / e allora / inarrestabili / rotolano le parole / arrotondate / dalla loro stessa / caduta / verso il mare / dove finalmente / si spengono / si solidificano / secondo un ordine / nero / secondo un senso / lucido / e ancora calda / dentro / si sente la passione / del fuoco”.   




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