LETTERATURE MONDO
ALAIN MABANCKOU
Un piccolo, beffardo osservatore
del regime corrotto e tirannico
del Congo

      
Il romanzo “Domani avrò vent’anni” dell’autore congolese franco-americano, ha per protagonista una sorta di bambino-prodigio, Michel, evidente proiezione autobiografica dello scrittore, che si aggira con sguardo ironico e picaresco nei meandri pubblici e privati della repubblica africana dominata, negli anni ’80 e ’90, da una dittatura-fantoccio legata a interessi di sfruttamento imperialistico. Una narrazione totemica e sentimentale dell’oggi che è ieri, al di qua della/nella savana abitabile.
      




   

di Sarah Panatta

 

Arachidi autoctone e banane itineranti a microcredito gender. Lacca rossa e latrati bianchi di sogni tacitamente occidentalizzati, telecomandati a distanza infantile. Oppio simil comunista in infusione inter generazionale, inalato in dialoghi patriarcali sibilati da affascinante esoterismo enciclopedico. Solitudine incorrotta nei “diamanti” di iridi femminili ribelli (ri)fiutate. Contrattazioni arabe per accessoriate radio clandestine rateizzabili. Vicinato elitariamente indigeno e commercio libanese sacrilego. Gelosie delittuose e sensualità in orgogliosa svendita. Donne in pantaloni azzardati e uomini in abiti troppo corti, dal taglio confusamente meticcio. Leader incatenati al topos invitto e cautelato di riconoscibili calve pinguedini. Autoritarismo zombie rabbonito da onnipresenti litanie filo proletarie. Disciplina del “Flit” antizanzara in isole asfissianti trafitte da punture educativo-anestetizzanti. Morale repubblicana in pillole da cortile e inni robotizzati. Rivalità pre adolescenziale incanalata nell’agonismo di banchi gerarchici. Marx-Engels in posa smagliante nella vetrina muraria del cittadino modello; Victor Hugo declassato nel vuoto turpe di uno spazio cancellato dal desco casalingo. I reprimendi appetiti del maledetto Rimbaud e le chitarre trendy del proibito Bar Joli. Il succoso boccone di manzo e fagioli nel piatto del padre e la divorante promozione sociale dietro la reception lussuosa per i clienti europei, rapaci gentili e gratificanti. Gli alter ego di Georges Brassens e i dolori rattrappiti per un “albero” perduto. Tam-tam che riscuotono veglie funebri e sollevano muscolosi danzatori nell’aria. Anime ingenue inghiottite dagli specchi per il traffico installati da intelligenze meschine. Senza tetto filosofi che discettano sospetti, dal pulpito di cassonetti seriali, sulla prudenza premiata della modestia atavica. Il Cielo pregato delle sorelle senza nome e la “chiave” pretestuosa di impossibili parti. Il baritono asettico dell’immortale sovrano ispiratore Marien Ngouabi e l’esitante passiva replica dei discepoli governati. L’avventura oscura dei Sapeurs viaggiatori e i conti quotidiani delle botteghe resistenti.

 

Alain Mabanckou, lanciato scrittore congolese nutrito dalla scuola francese e da un onnivoro background letterario, professionalmente germogliato nell’università losangelina e discreto ma robusto esordiente editoriale in Italia, gioca filologico col maestro sentimentale Fanon selezionando in apertura il lessico della decolonizzazione, muovendosi con sostanziale seppur lieve scarto tra “dannati della terra” e “forzati della fame” nella dichiarazione beffarda del suo più recente Bildungsroman, Domani avrò vent’anni[1].





Domani, domata promessa. Domani, colorita didascalia dell’ordinario. Domani-oggi scimmiottato con coerenza risoluta dal bambino prodigio latente. Individuo emergente, di media prosperità, che legge parodie scurrili e che accosta rime raffinate da un indulgente acume; che aggira con eguale, soppesata razionalità le meschinità ormonali dei suoi compagni e le superstizioni imprevedibili dei suoi genitori[2], dribblando pretendenti imberbi in corsa per l’amore della sua vita; che brama l’ardimentoso treno operaio per la scuola media farcendosi di nozioni storico-politiche la lingua e di palette e camioncini immarcescibilmente natalizi lo zaino “elementare”. Domani trapuntato di illazioni, di travisamenti (s)eppure di sconcertanti rivelazioni, nel quadrato borghese borderline di una famiglia disfunzionale dunque sana. Michel, dominatore incontrastato e furbissimo narratore interno del romanzo ironicamente normalizzato e volutamente autobiografico di Mabanckou, è la guida forgiata dall’autore per una visita autoptica al Congo degli anni ’80-’90, proiettato in un indeterminato futuro da una dittatura fantoccio accovacciata su interessi/sfruttamenti commerciali internazionali. La visione ingannevole protetta dal sistema comunicativo datato ma efficiente del presidente congolese incapsula l’esuberante routine dell’entroterra, frantumato e rappezzato da paradossi pittoreschi ma drammatici, ai bordi della città tentacolari (Brazzaville su tutte, come i promiscui eldorado western e le nebbiose metropoli polar di una filmografia wasp/francofona ossessivamente assimilata dagli stessi personaggi). Nei dilatati agglomerati urbani sciolti nella savana depredata, alle periferie dell’impero giusto dell’imponderabile Repubblica congolese, macrogruppi e parentadi combattono/spartiscono tra i propri membri benessere reale e prospettato, ungendolo nelle mille pozioni del sapere popolare e incrostandolo di tecnologie oziose o di biblioteche-passaporto. Baracche affollate e quartieri serrati da cancellate e sorveglianti, drogherie sparute e hotel di maxi catene in accumulata convivenza. Pointe-Noire, cosmo mobile e percorso rituale del giovane Michel, è una terra intagliata da mappe europee, un fecondo stato in affitto identitario, inavvertitamente dilaniato da un ovvio istinto di conservazione tradizionale (riflesso nella vegetazione rampicante di idiomi tribali e dialetti locali correntemente parlati, insieme alle lingue ufficiali, da quasi tutti gli abitanti della nazione, analfabeti e non) continuamente strappato da invisibili tuttavia poderose fibrillazioni d’oltreoceano, alimento per smagliati opulenti disturbanti sogni di restaurazione, migrazione, importazione.

 

“Pionieri” di all news auricolari, strillate da un giornalista/vate inviato, e prede miniaturizzate di un arcaico babau uterino, i genitori di Michel sono componenti simbolici del sobborgo congolese. Satelliti generosamente avviluppati di un nucleo familiare e amicale allargato, frutto di una poligamia progressista nella quale i ruoli si mutuano/alternano con rigidità altruistica e in cui la prole è il centro operoso, silenziosamente perpetuante o sovversivo, certamente catalizzatore di una vita affettiva e sociale multipla. Sintomatica (seppur scaltra esaminatrice) di un habitat tra-vestito di seconde pelli, ammodernato su ibridazioni culturali prodotte da trascinamento approssimativo più che da adattamento cannibalico. Una rivoluzione dall’appeal post-[3], ammortizzata da acquisizioni surrettizie quindi indicibili, e da sconfinamenti controllati. Le infrazioni “di mercato” di una morigerata comunità endo gestita da un marxismo interpolato e tiranneggiata da un sedicente messia, “martire” di compromessi internazionali, sono espedienti di elevazione parallela alle predisposte “sovrastrutture” esternamente rispettate. Il piccolo Michel, studente elementare aureolato/arruolato tra i pericoli dei quartieri bene, è inseminato da un Mabanckou (stavolta) ricattatorio. Con una sensibilità psichica innegabilmente iper sviluppata, quindi empatica ma palesemente finzionale. Perché funzionale all’incarico intellettuale del ragazzino, Io sottile e catartico di uno scrittore che predilige la fabula decodificata con toni mansueti alla denuncia agra dettata da “cresciuta” schiettezza. Michel snocciola con competenza singolare ma non consciamente sarcastica[4], e con inalterata fiducia nell’apprendimento empirico, i traffici osceni di dittatori, generali e capitalisti, le imprese edulcorate del presidente congolese, lo scambio sotterraneo di diamanti sporchi, l’estradizione e l’aborto, come pure il menage scardinato ma paritario del papà adottivo e delle sue due fedeli mogli, o le insospettabili truffe monetarie del fratello minore. Michel cita ricorda ri-enumera nel suo reportage-assemblaggio, intrecciando apparentemente goffo, ma già meticoloso e settario, la barbarie strategica del sanguinario “re di Scozia” Idi Amin Dada, vessatore dell’Uganda e pietra rimpallata di scandalo mondiale, pedina compiacente degli inglesi e xenofobo torturatore; la “brigata” criminale di un aitante Belmondo; l’esilio malato del gabbato scià persiano, estromesso dal potere dal suo delfino Khomeini; il monumentale match sudafricano Muhammad Ali-George Foreman, teatro di scontro/divulgazione di una negritudine pronta al riscatto e insieme megafono planetario di opposte posizioni per accordi economico diplomatici, apparecchiati dal gangster manager Don King; le frizioni del machismo, in bilico sui tabù della civiltà, nelle liti di piazza scandite da tifoserie e incitamenti boxistici, nell’eco sfibrato delle gesta di Ali; le pianificazioni scrupolose di un matrimonio infantile sulle rive del fiume-frontiera.





La nostalgia del territorio del Mabanckou di Domani avrò vent’anni non è una lacerata sebbene esilarante trenodia del presente deteriore in memoria di un futuro rinnovabile. Non è una celebrazione/indagine cruda travolta dallo sguardo onirico di un bambino/entità[5], adagiato nel Tempo ma sganciato dai tempi infernali che non sapranno (formarlo). È un’intermittenza di ricordi essenziali, delicata, volatile e (troppo) cauta. Veicolata da un alter ego “inferiore”, trascurato dagli “altri” tuttavia capace di insediarsi nei loro costumi e manipolarli. Similmente, nella prova precedente, Memorie di un porcospino[6], vivificata da un inquieto realismo magico e dalla revisione comica di grandi firme (da Hemingway a Faulkner ad Allan Poe), Mabanckou si trasferiva in un doppio ironico, in tal caso animale, spettatore spigliato e spietato dell’umanità deragliata. La guerra tra razze, stirpi, nazioni, per la sopraffazione etnico-religiosa e socio-politica, si ribaltava lì catabatica nell’inestirpabile ostilità tra indigeni e porcospini (creature “nocive” perché aliene), inquilini della brousse[7]/capri espiatori, dettagliata dal monologo del totemico porcospino/Mabanckou, depositario dei difetti umani e animali, attore di un’integrazione trasversale e vagabonda, figlio di un’epoca in cui “lo spazio non era un ostacolo”[8]. Nell’infrazione dell’esclusività del linguaggio vince, sul balbettio intrigante del sagace Michel, la sintesi estrema dell’istintività inter-specie, reciprocamente “civile”. Bisbigliata dal porcospino, nella sua porzione oltre umana, al Babobab anziano, capostipite del dispatrio genetico dei mortali “altri” da se stessi.

 



[1] 66THAND2ND Editrice, Roma 2011, traduzione dal francese di Alice Volpi, pp. 333, € 20,00.

[2] La maternità negata e solitaria, l’esclusione sociale del femminino profano e profanato, l’indipendenza della donna lavoratrice e l’accettazione problematica ma equilibrata di schematismi sociali maschilisti, sono le corde più sentite e concrete della narrazione di Mabanckou, qui per la prima volta letteralmente sviscerate, nei nodi emotivi ma anche nella sovrapposizione critica tra superstizioni, credo scientifico e morale quotidiana.

[3] Post conflitti d’indipendenza esternamente manovrati dagli stessi ex coloni, post guerre interetniche a scadenza irregolare, post aste mercantili di ogni sorta, post cronici crolli insurrezionali contro illegittime autocrazie dalle parole anni trenta e dalle fattezze eternate da pose statiche quanto le ideologie filtrate da “fuori”. Il Congo-Brazzaville raccontato da Mabanckou è il paese ibernato pre-elezioni sorretto da capi di gusto francese, come De-Gaulle prima e Giscard d’Estaing ministro delle Finanze di Pompidou dopo.

[4] Per non infrangere la pellicola colta e accattivante che contamina e stringe, limitando, l’altrimenti fresco e divertito racconto di Michel/Alain, imprigionato nella favola non vibrante, come già da altri rintracciato, bensì incautamente esotica del bambino stregone che vede e spera. Trasformando il sincero ottimismo nell’imperfezione di una puerilità calcolata, l’epos iniziatico del dinamico Michel nell’ennesima parabola priva dell’abbagliante novità (ancora necessariamente post-, v. sopra, nota 2) di un’Adichie o della devastante irridente sublimazione di un (pur inarrivabile) Coetzee.

[5] Cfr Ben Okri, nello specifico La via della fame.

[6] Morellini Editore, Milano 2009, traduzione di Claudia Ortenzi e Michele Simeoni, pp. 192.

[7] Particolare ambiente/bioma che circonda gli spazi abitati, e che conserva alcune caratteristiche della savana. Trasformato da Mabanckou in topos letterario e in correlativo oggettivo della ferinità perduta dell’uomo, raccolta ed esacerbata dai suoi alter ego animali, richiamati dagli stessi essere umani per intraprendere azioni temerarie, ai confini della propria identità, altrimenti perdenti.

[8] Memorie di un porcospino, pg. 122, vedi nota 6.




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