SPAZIO LIBERO
ROMAFILMFEST 2012
Un parco cinematografico ultra-espanso


      
Appunti sparsi sul cine-Festival Internazionale capitolino che, sotto la direzione di Marco Müller, ha raccolto quest’anno più critiche che consensi, insieme con un calo delle presenze degli spettatori. Un rapido e saettante diorama su alcune pellicole presentate nella rassegna: da “Back to 1942” di Feng Xiaogang a “A walk in the park” di Amos Poe, da “Suspension of disbelief” di Mike Figgis a “The motel life” di Gabriel e Alan Polski, agli italiani “S.B. Io lo conoscevo bene” di Giacomo Durzi e Giovanni Fasanella a “Alí ha gli occhi azzurri” di Claudio Giovannesi, dove l’ispirazione (troppo facilmente) pasoliniana si dissipa nella pochade.
      



      

di Sarah Panatta

 

 

Musa, Diana, Tyche, accosciata in uno strappo boschivo. Nella quinta prospettica sfiori nuda e spettrale l’artificio pedinato degli sguardi. Tendi senza scagliare. Subitaneo riverbero, ghermita, in sequenza retro-temporale, nel fotogramma multiplo ritorni.

Posa eloquente e promessa rapita. Il Festival Internazionale del Film di Roma 2012, rieditato sotto l’egida paterna dell’eclettismo apolide mülleriano, diventa scheggia fumetto citazione pupo nella sigla (nemesi a posteriori) del duo Zapruder, David Zamagni e Nadia Ranocchi. Che cosa resta adesso? Una “pallottola” spuntata alla testa. L’ombelico sfrontato di Renzo Piano come maschera ossigenata di un test/tour de force neo-galileiano. Un press book cumulativo prova schiacciante/schiacciata delle moli giustapposte in arduo galleggiamento di una manifestazione monstrum. Arena “maxxi” per un incontro muto di correnti bellicosamente soffiate (d)al passato. Una collazione collezionata di estetismi vintage, “provini”, docuformat invasivi, spettacolarizzazioni cinefile, close-up polemici, matematici coup de théâtre. Di cerebral-azioni letterarie, etichette-depistaggi, asiatiche bolle, est europee digressioni, lynchane “profezie”. Cantico devozionale, bolso, mistico, “sezionato”. Ma tra i versi-gesti riesumabili, urlano con pienezza affrancata alcuni ostaggi del Fest bulimico, prossimi (bramati) protagonisti di necessario banchetto su schermo, in scala planetaria, nazionale, locale, (almeno) interiore.





Un'immagine di Back to 1942 (2012), regia di Feng Xiaogang


Esterno notte, camera bassa, carrello rapido. Back to 1942 (Feng Xiaogang). L’olocausto cinese dell’Henan rurale pre-Mao. Bombardamento giapponese, embargo della fame, provincia implosa, esodo incalcolabile. La sfida del non detto, i rituali protervi e avvizziti delle gerarchie militari e delle contraffazioni politiche mondiali, l’esilio filosofico di un prete tra i ghiacci della misericordia fallita, la dignità straniante di un’umanità braccata quindi obliata. Centro Histórico (Aki Kaurismaki, Pedro Costa, Victor Erice, Manoel de Oliveira). Poema lusitano in quattro atti. L’uomo-da-taverna scruta stoccafissi e cancella lavagne. Poche lettere ricurve sulla solitaria stirpe di clienti comatosi, di un popolo inattuale. Ventura scappa, colono nero nel folto del nero, nella radura maceria, in fin di vita, malato d’assenza e di sconfitta, nell’ascensore febbrile ascende a purgatorio metallico, incastrata memoria la rivoluzione civile. Gli ex operai della “Fabbrica dei vetri rotti” raccolgono ricordi scritti e ripensati tra stanzoni riverniciati e foto di collettività schiave (del progresso fast food). Intanto il grande Re sorride ai flash sgraziati dell’invasione turistico-acritica della Storia.

A walk in the park (Amos Poe). Calpestata e digerita la satiriasi psicoanalitica alleniana, un’Alice drogata, vittima del consumismo emotivo di genitori depressi, mappa il suo rehab tra grattacieli-celle e jogging fotografico fuori dall’utero familiare, ricatto morboso. Nelle mura collassate radiografie, appunti storti, polaroid emendate, clip, monologhi, canzoni, video tremuli dall’orrore di un suicidio lento. Dopo Psycho, il maniaco-depressivo Brian Fass, bianconiglio dentro un circo(lo) prenatale, lamento di dipendenze wasp. Suspension of disbelief (Mike Figgis). Chi ha ucciso chi? Opera-palindromo in cerca di personaggi. Delitto muliebre su britannica Mulholland drive, vertigine di doppi incantatori, Eros e Tanathos dietro il ciak, sipari e controcampi nel pulp sottinteso di una lezione contro-hitchcockiana. Waves (Corrado Sassi). Stevensoniana interruzione marina(ra). Rap-session di fruscii e dialoghi spezzati. “Calma piatta” sulle increspature sensoriali di sconosciuti sospettosi. Un’isola-cava di lavoro illegale e di tesori mafiosi. Epilogo-vendetta dei mozzi-precari senza casa. S.B. Io lo conoscevo bene (Giacomo Durzi, Giovanni Fasanella). Montaggio pre-caduta della truffa del secolo, la scalata dell’immobiliarista accattone Berlusconi alle sinapsi catodiche del volgo. Docu-autopsia acuminata e algida. Docu-fantasma il Cavaliere-Presidente si “consente” attraverso le voci di dentro, di amici, ex delfini, avvocati, seguaci. Incredibili. Perché sincere. The motel life (Gabriel e Alan Polski). Irrisione faulkeriana su rotaie cieche, su fratelli gemelli dell’abbandono, su mutili paesaggi, di un’America minerale, disadattata, ballabile dramma country. Tre “amigos”, una femme fatale onirica e “schizzata”, racconti di/da ovest limacciosi, risacche della ri-conquista inattuabile. A glimpse inside the mind of Charles Swan III. Una risata musicata che seppellisce rose e stilemi pop nella glassa anni ’70 di un mito declinato e della sua sessuomania lacunosa. Un grafico misogino (Charles Swan-Sheen senza soluzione di continuità), un hot-dog da riposo, un sacco verde di scarpe “dirupate”, un paio di occhiali da sole da baldoria senile accettabile. Metti una sera a cena, Blake Edwards, Gene Kelly e Michel Gondry? Riflessi catartici vitali, sdegnati dagli specchi/giochi di giuria.





Una scena da Alì ha gli occhi azzurri (2012), diretto da Claudio Giovannesi


Lì altro spazio, altre regole. Se il prurito vagabondo e protointellettuale dell’antitesi (meramente) visiva di Paolo Bianchi, E la chiamano estate, è stato assolto e incoronato quale manifesto “coraggioso” di una cine-irruzione antiborghese della sessualità repressa e deliberatamente oltraggiosa, offesa, irrisolta, Alí ha gli occhi azzurri del giovane Giovannesi si accaparra premio speciale e premio miglior opera seconda. Assorbita-tradita con orgoglio non celato l’estetica sociale pasoliniana, grumo ideale labilmente appeso al titolo. Fictionata con la fotograf-isteria neo-realistica del sempre affidabile Ciprì, la vicenda biografica di Nader, “seconda generazione” egiziana (poco) convintamente musulmana, che non vuole “essere gentile”, che lotta ama uccide ai margini fuligginosi e bradi del “lido” romano, serra i lucchetti dello stereotipo anziché scarnificarli. Sotto il fuoco di fila di tanto citazionismo rivendicato il maestro di Casarsa digrignerebbe forse i denti e scaverebbe le palpebre dinanzi al “suo” Alì ridotto a tetra involuta pochade. Essi sempre umili / Essi sempre deboli / essi sempre timidi / essi sempre infimi / essi sempre colpevoli / essi sempre sudditi / essi sempre piccoli / essi che non vollero mai sapere...”. P.I.. Post-italiani, ancora non li (ci) conosciamo “bene”.

 




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