SPAZIO LIBERO
CINEPRIME - “IO E TE”
Ultimo ballo
nella cantina


      
Tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti edito da Einaudi, il nuovo film di Bernardo Bertolucci, dopo trent’anni di pellicole girate in lingua straniera, segna il ritorno all’idioma nostrano e ad attori italiani. L’opera che riflette lo stato di costrizione del regista ormai costretto alla sedia a rotelle, adombra temi come l’ambiguità sessuale e l’incesto già toccati in passato dall’autore emiliano. Ma il risultato appare comunque felice, grazie anche alla convincente prova dei due giovani interpreti: Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco.
      



      

di Enzo Natta

 

 

Indubbiamente a Bernardo Bertolucci piace il mondo dell’adolescenza (Novecento, L’ultimo imperatore, Il piccolo Buddha), carico di tutti i problemi di un’età teneramente introversa, ma anche simbolo di una trasparenza che lascia intravedere l’innocente anticonformismo che lo caratterizza.

Nove anni dopo The Dreamers ecco il suo ritorno con Io e te. Ancora crisi giovanili, ancora acerbe forme di ribellione contro un mondo rifiutato per la sua ipocrisia, i suoi falsi valori, i suoi riti borghesi, i suoi luoghi comuni.

Tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti edito da Einaudi, il film ha per protagonista Lorenzo, brufoloso quattordicenne introverso, che vive con estrema difficoltà i rapporti con genitori e compagni di scuola. Un contrasto talmente spigoloso che si trasforma in sfrenato desiderio di isolamento e questo, a sua volta, nel folle progetto di un’insolita “vacanza”: nascosto in cantina con i suoi giochi e i suoi libri preferiti, in compagnia delle sue amate formiche che conserva in una teca, mentre la madre lo crede partito per la settimana bianca organizzata dalla scuola. Per sette giorni filati conflitti e pressioni per trasformarlo in un adolescente “normale”, come tutti gli altri, resteranno fuori dalla porta. Ma, alla porta, bussa l’imprevisto e l’imprevisto è Olivia, la sorellastra quasi sconosciuta, che in quella cantina viene a cercare tutte le sue cose, là ammucchiate in conseguenza di un appartamento sgomberato dal padre dopo la separazione con la moglie.   





Bernardo Bertolucci


Olivia ha venticinque anni, è una ragazza ribelle, vulnerabile, che una vita confusa, randagia e la tossicodipendenza hanno trasformato in una persona scontrosa e aggressiva che alterna scatti di rabbia improvvisa a momenti di profonda depressione. Favorito dallo spazio angusto e buio della cantina, lo scontro è inevitabile. La convivenza forzata fa scoppiare litigi, fa affiorare rancori latenti, provoca gelosie e ripicche, riapre vecchie ferite, ma rivela anche qualcosa di empatico fra i due portando allo scoperto una fragilità estrema e una comunanza fatte di reciproco bisogno d’affetto, dato che Lorenzo e Olivia sono entrambi privi di un calore familiare spentosi da tempo per essere sostituiti da timori e instabilità, nonché da un senso di sgomento e paura. 

Come in The Dreamers tutto si svolge nel chiuso di quattro mura, una gabbia forzata che favorisce un teatro da camera, una forma di kammerspiel che alimenta atmosfere di intimità e di confronto-scontro a causa di interni ristretti e soffocanti che ben si prestano a far crescere lo stato ansioso dei protagonisti. La forzata convivenza si traduce così in una specie di  lunga seduta psicoanalitica alla quale non sfugge lo stesso autore, visto che riprendono corpo certe pulsioni represse presenti nel Conformista e nella Luna (l’ambiguità sessuale, l’incesto). Ma non solo: la cantina è anche un deposito-specchio della storia d’Italia con l’ombra di Mussolini e del militarismo a testimoniare una presenza costante, pur se in mezzo a tanti oggetti in disuso e solo apparentemente scartati. In questo scenario, la naturale claustrofobia trasmessa dall’ambiente si trasforma poco alla volta nell’opposto, una una specie di claustrofilia, dove la cantina diventa un ventre materno protettivo, che favorisce l’intimità, la sicurezza, il senso di protezione. Un luogo-simbolo di un’adolescenza che si chiude in sé stessa per evitare la sofferenza e che consente a Bertolucci di esplorare aree di solitudine e di abbandono facilmente suggestionabili, popolate da personalità fragili e bisognose di riconoscimenti quali sono gli adolescenti.





Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco in Io e te (2012)


Io e te non può non essere un film sincero e non può non esserlo per un paio di motivi. Intanto la malattia e la conseguente immobilità che ha costretto Bertolucci a muoversi su una carrozzella e poi per la disarmante autocitazione con cui tale condizione è esibita fin dalla prima scena, quando il protagonista si trova al cospetto di uno psicoanalista sulla sedia a rotelle. Psicoanalista che si identifica nella duplice figura del padre e dell’autore.

Dopo trent’anni di film girati in lingua straniera, Io e te segna il ritorno all’idioma casalingo e ad attori italiani. Anche questo un sintomo-segnale di trasparenza che continua con l’ambiente chiuso, la cantina che funge da set, ma che per il suo specchio angusto  sottolinea nello stesso tempo la limitazione di movimento e l’impedimento-prigionia dell’autore.

Da segnalare la bella colonna sonora di Franco Piersanti e la convincente prova dei due giovani interpreti. Lui, Jacopo Olmo Antinori, copia di un Malcolm McDowell giovane che va oltre la semplice somiglianza; lei Tea Falco, dotata di un magnetismo animale che carica come una molla il suo personaggio.

Ma, al di là di tutto questo, c’è un’altra osservazione da fare. Io e te è anche un film che non può non indurre a soffermarsi sulle conseguenze delle crisi coniugali, sullo sfascio delle unioni familiari, sulla naturale esigenza, avvertita dai figli, di rimettere assieme i cocci di matrimoni andati in frantumi. Riflessioni che, venendo da una fonte laica, suonano in modo piuttosto curioso. Dallo “scandalo” (Ultimo tango a Parigi) alla provocazione?

                                                                                             




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