SPAZIO LIBERO
SULLA LETTERATURA ITALIANA (E NON)
Che cosa fa
di un libro
un grande libro?


      
Immersi in un panorama editoriale dominato dalla letteratura di consumo, destinata al rapido oblio, ci sembra oggi persino difficile concepire l’opera magna di vasto respiro. Una simile opera può dirsi compiuta soltanto quando riesca a fondere profondità di linguaggio e valori estetici. Ciò che, ad esempio, si può riscontrare nei “Cantos Pisani” di Ezra Pound o in “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez. In Italia abbiamo i libri narrativi di Umberto Eco, ma la grandezza sta nella loro lunghezza. Forse si potrebbe azzardare un paragone con “Danubio” di Claudio Magris.
      



      

di Ignazio Apolloni 

 

 

Ho letto da qualche parte che un autore non dovrebbe parlare mai di se stesso. Meno che meno dovrebbe parlare degli altri. Se lo facesse finirebbe col privilegiare la propria poiesis. Inevitabilmente si farebbe tanti nemici.

Per aggirare l’ostacolo (ma perché spinti talvolta da interessi non sempre limpidi) alcuni si avventurano sul terreno apparentemente più neutro della letteratura senza altra accezione. Ne viene fuori un giudizio che spesso denota la propensione dell’autore per un campo d’azione simile al suo. Sarebbe invero innaturale che si amassero i figli degli altri più dei propri. Meglio dunque blandirsi e pronunciare parole severe sugli altri sapendo che gli altri a loro volta faranno lo stesso.

Fatta questa premessa ed annunciata dunque la mia severità verso un mondo al quale non ritengo di appartenere (un po’ per nascita e un po’ per convinzione ormai radicata) vengo a delineare una demarcazione profonda tra ciò che appartiene alla quotidianità e ciò che invece appartiene alla profondità delle viscere. La letteratura che si nutre di personaggi alla moda (che fanno cioè moda; che colpiscono l’immagine; che fanno da testimonial al proprio tempo) è comunemente ed opportunamente chiamata consumistica. Ha una durata breve, limitata. Verrà sopravanzata da nuovi prototipi di eroi della domenica o dell’estate. Passato quel tempo più nessuno ricorderà di aver letto quel particolare libro. Nella struttura linguistica e sintattica del lettore ben difficilmente si sarà operata una crescita. La cultura di quel lettore sarà rimasta tale e quale.

Farei un torto già a me stesso se tentassi di recuperare dalla mia memoria un qualsiasi titolo. Preferisco seppellire definitivamente e mandare al macero dell’oblio le tante pagine stampate. Non ho ragione di sperare che lo stesso facciano i consumatori di ciò che si chiama letteratura rosa perché succederà malgrado tutto. Il gene della dissoluzione è contenuto in quei volumi in maggiore o minore quantità, ma ne fa inestricabilmente parte. Basterà attendere perché il thanatos distrugga la libido più che l’eros da cui è stato mosso l’autore.

Ma se questi sono i fantasmi (incorporee creature destinate a turbare i sonni di chi non riesce ad averne di tranquilli; destinate a dissolversi nel nulla dell’alba: quando invece dell’alba altri sanno fare tesoro) quali sono i corpi e quali le sculture? Cosa sostanzia un’opera letteraria e cosa ne fa un monumento alla genialità creativa che trova posto soltanto in alcune menti? Si è già detto che tutto ciò che è quotidiano è di per sé effimero. Ovvio quindi che la durata di un’opera è legata ad un tempo più lungo di quello che cade sotto i nostri sensi, e per tempus intendo tutto il passato conosciuto tanto quanto il futuribile probabile. Per esemplificare (ma senza fare esempi potenzialmente perniciosi) non possono più suscitare emozioni le storie legate alle vicende dell’ultima guerra, quali che siano i linguaggi o le forme. Diversamente accade per le vicende legate alla guerra dei cent’anni o per i massacri perpetrati dalle fazioni in lotta durante il Medioevo perché lì è chiamata ad una parte attiva la capacità immaginativa del lettore, il suo farsi proiezione della narrazione.

Quando gli Achei, o Menelao, o Agamennone, agiscono lo fanno in un territorio che solo la nostra fantasia può popolare di altri guerrieri, con ideali opposti ma nondimeno degni di rispetto. Quando le imbarcazioni di Ulisse iniziano un periplo senza un apparente punto di arrivo è la fantasia di Omero che dà corpo a un evento tra storia e mito. Quando di Priamo e della sua progenie si dice lo scempio è sempre la fantasia di Omero a governare la materia narrativa. Tutto comunque rimarrebbe apparenza, evanescenza, se non intervenisse la nostra immaginazione a vestire di panni gli eroi, a rialzare le mura di Troia, a dare sembianze al celebre cavallo del più astuto tra gli assedianti.

Detto questo posso intanto concludere affermando che non c’è opera letteraria di ampio e lungo respiro se in una qualche misura non ingloba tempo e fantasia. L’opera comunque ha bisogno di uno o più personaggi (maggiori o minori) e di un buon numero di comparse (nel senso che debbano comparire semplicemente di tanto in tanto) capaci di essere vestiti dall’immaginazione del lettore, ed agiti dalla sua fantasia. Una formula che prevedesse la descrizione minuziosa di tutto impedirebbe l’attivazione dell’immaginazione del lettore così come la sua carica fantastica sarebbe frustrata dall’eventuale koinè. Con quale insipienza o insignificanza non è difficile capire.





Dante Alighieri, padre della letteratura italiana


Ho detto all’inizio che mi sarei astenuto dal fare nomi, nomi di viventi ovviamente. Nessuno infatti se ne avrebbe o se ne avrà a male se dovessi citare tra i grandi produttori di letteratura, oltre ad Omero il nostro Dante, Shakespeare, Ariosto, Proust, Joyce o Kafka. Diverso sarebbe se tra i grandi ai quali ispirarsi dovessi includere, ad esempio, Umberto Eco perché a questo punto arriverebbero i distinguo. Non è il numero delle pagine che fa il monumento, ma la sua fattura; non è la cultura che vi è stata travasata a farne una sorta di giudizio universale; l’universalità non è data dalla mole, come dimostra la mole antonelliana.

Per alcuni Il nome della rosa è essenzialmente un giallo dotto; per altri Il pendolo di Foucault è un giallo prettamente scientifico; per altri ancora L’isola del giorno prima è una maratona di vicende inenarrabili. Solo i critici di mestiere – privi come sono di pathos – riusciranno a dire con maggiore serenità quanto sia gigantesca l’opera narrativa di questo nostro grande semiologo. Sebbene non sia un critico io attribuisco alla summa della produzione letteraria di Eco molto più della sufficienza: nel senso che non mi permetterei di accostarmi al suo mondo fantastico con la sufficienza di tanti minori: che molto spesso non l’hanno neanche letto.

So bene di avere usato appena sopra una litote. Non che gli scrittori italiani siano tutti vespe (di molti non si ricorda più nemmeno il nome, tanti altri sono stati risucchiati dalle case editrici di cui un tempo erano fieri avversari divenendone quindi direttori editoriali o manager; altri ancora, dopo il fulgore della cometa, hanno finito col diventare particelle inespressive della coda della cometa cui avevano dato vita) . C’è per la verità di tanto in tanto qualcuno che si divinizza attribuendosi qualità ignote persino ai suoi simili. È il caso di un certo Busi, e busi sia. Quanto io stimi la sua disomogeneità linguistica; la carenza strutturale dei suoi romanzi; il suo narcisismo alimentato da volgarità (e ancora più spesso da scurrilità) non ci metto davvero molto a dirlo. Lo dico infatti e basta. E con questo ho chiuso il discorso sull’infimo per ritornare alle alte vette del fare letterario. Senza però fare altri nomi più per paura di sbagliare l’analisi che per non urtare la sensibilità permalosa dei portatori di essi.

Cosa fa di un libro un grande libro, oltre alla già detta capacità di eccitare (o fare sgorgare) la fantasia e l’immaginazione del lettore? Cosa fa di Collodi, Andersen, i fratelli Grimm grandi affabulatori ma non anche grandi scrittori? Non è tanto il respiro breve o lungo (fosse per questo poeti come Montale o Zanzotto non avrebbero diritto di presenza nella grande letteratura). Ancora meno lo è l’aderenza alla realtà (buona parte dei libri di Kundera ne sono impregnati; molto meno che duraturo ha finito con l’essere l’Arcipelago Gulag di Solgenitzin). Si dice sempre più opportunamente che la trascendenza di un’opera è strettamente legata al linguaggio usato. Si dimentica però che solo la purezza e la rarefazione del linguaggio le danno (o non le danno) valore estetico. Ne consegue che un’opera può dirsi compiuta quando alle qualità di cui ho parlato sopra si aggiungano (e siano visibili e percepibili) linguaggio ed estetica. Sicuro di non dispiacere ad alcuno dirò che i Cantos Pisani di Ezra Pound hanno questi attributi. Altrettanto può dirsi, in grande misura per Cent’anni di solitudine del colombiano Garcia Marquez. Mi azzarderei a dire la stessa cosa per Danubio di Claudio Magris non fosse per gli anatemi che mi verrebbero scagliati contro ove lo facessi.





Mimmo Rotella, Senza titolo, dalla mostra "Opere su carta, 1945-1950" (2008)


Linguaggio scarno o retorico? (e la litote appena usata appartiene appunto alla retorica, con ciò tradendo la mia predilezione). Non esiste una regola fissa e valida per tutte le stagioni (e l’avanguardia, polverizzatasi appena dopo la sua apparizione, ne è la prova). Molto dipende, almeno in Italia, dal clima politico. Altrove è preponderante l’humus religioso (parlo ovviamente dei paesi arabi e dell’oriente). In paesi fortemente industrializzati è la problematica esistenziale a catturare più lettori che scrittori. L’America ha un posto di tutto rilievo, sicuramente un primato, nella scomposizione dell’essere, nelle fobie, nella fuga nei paradisi artificiali. Le fanno buona compagnia paesi come la Corea o il Giappone moderno: quello che si ispira ed ispira il grande Kurosawa (dopo la sublime stagione dei samurai e dell’introspezione alla ricerca dei codici di comportamento).

Ma per restare soltanto un attimo nella cinematografia – ed avere considerato trash, pattume letterario tutto ciò che ha sostanziato la cosiddetta commedia all’italiana – non si può non dire un gran bene del neorealismo. Purtroppo non si può dire la stessa cosa della narrativa. Lì occorre il diverso linguaggio, la velocità della fruizione, la tecnica del montaggio, le luci, la recitazione, il cast a farne qualcosa di universale (con il semplice doppiaggio della voce); qui il freno è costituito dalla specificità della problematica post-bellum, dalla riduttività asfittica di una lingua che non si era ancora aperta allo scientismo angloamericano o allo psicologismo di stampo austriaco. Non poteva certo bastare l’imperante marxismo e qualche venatura di esistenzialismo d’oltralpe a fare di un libro un tappeto di Astrakan.

Nego dunque valenza letteraria ed estetica all’impegno – e al corrispondente disimpegno finanziato e foraggiato dalle forze moderate. Nego spessore culturale al romanzo storico italiano (ad eccezione di tre o quattro, curati da scrittori ed esegeti allo stesso tempo, quali Sebastiano Vassalli e Luigi Malerba). Guardo con sospetto, se non addirittura con ostilità, il romanzo ambientato nel luogo di origine perché ciò tra l’altro è l’espressione del provincialesimo italiano duro a morire. Non dico dei gialli (alcuni sicuramente ben fatti), perché innescano semplice curiosità, abilità investigativa, acume anticipatorio. Altra cosa i film di Kieslowski in cui prevale il mistero, l’aporia, la perplessità ermeneutica. Ma con lui siamo in Polonia e che io sappia ben pochi scrittori italiani hanno letto altro che gialli di Agatha Christie o biografie di Simone de Beauvoir. Stento a credere che la massa di vecchi e nuovi letterati sappiano di Marguerite Yourcenar, mentre tutti sapranno chi sono stati i finalisti del premio Campiello o Strega (e magari proveranno un’invidia da scoppiare).

L’Italia è solo una parte di un continente più vasto il quale può vantare i natali di Michelangelo o Leonardo, Shakespeare o Molière, Goethe o Pessoa. Se si volesse citare un buon numero di persone alle quali doversi ispirare per evitare di scrivere o fare cose caratterizzate dall’insignificanza bisognerebbe leggere questo mio intervento in modo teatrale, scandendo cioè i nomi di almeno un migliaio di uomini che fanno l’orgoglio di questo continente. Non c’è posto però per le celebrazioni ma per il fare, per il poiein. È per questo che ho scritto Gilberte, il romanzo edito dalla Novecento.

 

 




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