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SERRAO - 2
Lettera ad Achille


      
Un’epistola scritta e inviata al destinatario diciotto anni fa, e finora inedita, in cui, nell’ambito di un rapporto tra poeti amici e sodali, si svolgono alcune riflessioni critiche relative alla scelta di poetare in dialetto, all’altezza dell’uscita del libro “’A Canniatura”.
      



      


di Marco Palladini

 

 

Roma, 20 / 09 / 1994

 

 

Caro Achille,

                        come promesso eccomi a stillare qualche modesta riflessione di lettore critico e solidale sul tuo libro ’A Canniatura.

Sicuramente mi sembra ragguardevole il tuo sforzo di appropriarti o, forse, riappropriarti del dialetto campano-caivanese, lingua delle radici, maternale e paternale al contempo. Sforzo che, vedo, hai affrontato con impegno e costrutto filologici. Ciò che è la riprova della tua serietà e acribia di poeta. Ma anche, mi sembra di capire, del tuo desiderio di essere ri-conosciuto dagli altri poeti in dialetto e di avere come suol dirsi “tutte le carte in regola” per essere legittimato dagli studiosi di letteratura dialettale.

 

Tutto questo è perfettamente comprensibile, ma pone, credo in qualche misura pure a te, il problema di quale rapporto abbia questo libro con la tua precedente e abbondante produzione in lingua. La scelta espressiva di un uso integrale del dialetto farebbe pensare a una volontà di palingenesi, di mutamento di pelle radicale. Ma a voce tu mi hai accennato che così non è.

Dunque, se non malintendo questo libro costituisce il risultato di una fase di immersione forte nel dialetto, propedeutica a un nuovo corso della tua ricerca dove lingua e dialetto interagiscano, s’interfaccino, si arricchiscano. ’A Canniatura non è una frattura, bensì un passaggio.

 

Se è questo il senso attuale del tuo lavoro poetico, cambia la mia chiave di lettura del libro. Diversamente da tanti autori, anche comuni amici, io non sono affatto pregiudizialmente contro il ricorso al dialetto. Anzi lo vedo come una risorsa viva, che può fecondamente dinamizzare ed espressivizzare il proprio linguaggio, ove si proceda a plurisemiche contaminazioni. Mi lasciano, però, perplesso le esperienze dialettali assolutizzanti o integriste e quando si presentano in forma di mero ricalco della tradizione e quando appaiono non necessitate da un effettivo legame con la koiné socio-linguistica, ma frutto di operazioni anche sofisticate, ma artificiali, virtuosistiche e virtuali.

 

Leggendo il tuo libro ho ravvisato chiaramente qual è il rischio che corre permanentemente l’autore che si tuffa nel dialetto. Quello di resuscitare fantasmi, di commerciare con gli spettri del tempo andato fino a scivolare, anche non volendo e senza accorgersene, in una sorta di lirica arcadia.

Gli è perché la stessa potenza fonetico-segnica del dialetto attrae e ti conduce in una certa direzione, ed è come se la coscienza diacronica dell’autore venga risucchiata dalla misteriosa, ma fortissima isocronia interna della lingua. Per spezzare il vampirico incantesimo del dialetto occorre, secondo me, estraniarlo, ibridarlo, coinvolgerlo in un atto creativo multicodice sul piano sia linguistico sia strutturale.

 

Ciò rilevato, aggiungo che nei tuoi testi ho apprezzato il gusto per una sonorità anche ancestrale, assieme al tracimare di una “pecundrìa”, di un sentimento o dissentimento splenetico che avvolge le tue poesie in una specie di mezza luce lontana dai bagliori violenti, “piedigrotteschi” dell’immagine dell’anima napoletana più vulgata e popolar-tradizionale.

Per concludere, con questo libro azzardo che tu abbia fatto i conti col tuo passato. Adesso mi attendo che esso apra una linea di credito col futuro.

 

                                                                                                                        Un abbraccio








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