PRIMO PIANO
ACHILLE SERRAO
(1936-2012)
Dalla lingua
al dialetto
per dialogare
con il padre morto


      
Un ricordo del 76enne poeta e narratore romano di origine campana, recentemente deceduto. Dopo una significativa e valorosa attività nell’ambito della ricerca letteraria post anni ’60, tra la fine degli anni ’80 e i ’90 egli consuma il suo passaggio sul versante della poesia dialettale, traslocandosi integralmente nel vernacolo caivanese, come omaggio e insieme meditata immersione nelle radici etno-culturali paterne. In questa nuova dimensione poetica egli sembrò trovare una soluzione a quella ‘ansia di superamento delle pastoie della quotidianità e del presente’ che si rintraccia nella sua produzione in italiano.
      



      


di Stefano Docimo

 

 

La maschera, donc.

 

 

donc questo sintagma della mia paura mors morso morsetto incantatore:

tutto bene Estebàn nonostante

tutto Estebàn via dell’Assietta quattro vorace

di glossari (olio di semi) se ci togli

(vari) se togli il doloretto acerbo che mi prende

nel petto giusto in mezzo sotto le dita a compasso

imperfetto ai bordi della, mon dieu ai bordi

della vita è naturale tanto qui non accade quasi mai

niente e la foglia perfino elude l’avventura slittando

circoncisa nell’acqua secondo le regole: come un rasoio nel palmo

della mano slittando: questo e non altro è

quanto mentre se avesse almeno assecondato

i ritocchi del vento delatore, la foglia, Estebàn. Pensa.

(Achille Serrao, Cartigli)

 

 

Ci riguarda, dunque, il corsivo della VARIAZIONE AL RITRATTO - TERZA (A. Serrao, 1989); mentre in una edizione precedente conserva quel “tondo” assai meno impreziosito[1]; un visuale omaggio all’amico pittore Vanni Rinaldi*, in una galleria di quadri intensi, in alternanza a pagine di scrittura altrettanto ricercata del nostro. Finché la testualita viene a emanciparsi da quella rotondità che ne mette a tacere il clinamen, prediligendo questa l’orizzontalità d’un immaginario totalizzante, in qualche modo rassicurato dalla presenza di quei caratteri sulla pagina. Anche se qui il corsivo interloquisce dove lo spazio sembra fluttuare “dalla mensola la maschera si sporge avvenente callida | e callipigia anche ( cos’è mai quell’andare e venire quel | guardarmi così...).”[2]  La dirittura morale di quel carattere tondo viene di fatto alienata un paio d’anni più tardi, con la seconda edizione de L’ALTROVE IL SENSO[3], a vantaggio d’una dialettica testuale meno uniforme quindi, come dimostrano i neo-corsivi del RITRATTO CON GORGIERA e della VARIAZIONE AL RITRATTO - SECONDA  (A fronte), - TERZA e - QUINTA (A fronte)[4]. Tali segni paragrafematici movimentano la testualità e, in specie in autori quali Achille Serrao, documentano l’attività puntigliosa sul lessico e sulle strutture sintagmatiche della lingua, oltre ad un’acribìa filologica presente in quantità non certo trascurabile nella produzione del nostro. Ed è certo che ad Achille non manca lo specillum[5], ad esaminare l’interno di ferite ancora aperte nella carne del Soggetto: “Soffre d’ablefarìa l’ora l’ipotesi (ancora) è che il luogo | non sia segnato sulle carte occidentali in folio e neppure (pour dire) | in incunabula typographiae del | von Beughem Cornelius e dunque donc:” ... Di quella maschera “nata per abiogènesi da | una resulta d’ossa abbrunate poco più di un mucchietto accidentale un ossimoro |[6]. Allora la parénclisi adotta quella funzione autoironica all’interno d’una consapevolezza élitaria, nel significato datole da Paolo Virno: “Chi vive in corsivo, ostenta una certa ripugnanza per la società di massa e le sue contraffazioni: coltiva la propria interiorità come una pianta da serra: predilige ciò che è unico e irripetibile. Si comporta in ogni occasione come il collezionista che, riconoscendo in una tela il tocco inconfondibile di Degas, decreta: autentico.” (Virno, 2002). Autoironia demolitrice che Achille mostrava con sagacia nel pronunciare in privato quel titolo (“L’altrove il senso”) parodiandone il tasso irrisolto di artificiosità, occludendo in abile manovra dissacrante – propria di una lingua italiana vista dal basso – la vocale aperta del termine sènso in quella chiusa di sénso, come avrebbero fatto Totò e Peppino De Filippo. Si tratta, donc di una idiosincrasia di origine etnico-antropologica, come viene evidenziato da Paolo Leoncini in Note sulla narrativa di Achille Serrao, dove “Il «naturismo» linguistico di Serrao nasce da una idiosincrasia nei confronti dell’uso «colto» della parola come concettualizzazione e come organizzazione razionale; è una idiosincrasia di origine etnico-antropologica che affonda le radici nel mondo arcaico, originario del Meridione nativo.”[7] Non solo Landolfi, dunque, anche se citato in esergo alle Scene dei guasti (1978): “La sofferenza è forse, sto per dire obbiettivamente, il meno volgare dei passatempi” (T.Landolfi, Rien va), come a dire che la costellazione scrittoria a cui fa riferimento il Serrao narratore, non si esaurisce qui; ma a gettare luci e ombre concorre surtout Antonio Pizzuto: “L’antecedente italiano visibile è Pizzuto più che Gadda, ma oltre, molto oltre, stanno esempi capitali del Novecento, dalla enumerazione ossessiva di Campana, alle cadenze allucinatorie della prosa novecentista (Gallian, Masino) ed ermetica (Gatto, Bigongiari, Luzi, Parronchi: dico La sposa bambina, Di Silvana a Miriam, Biografia a Ebe, Al di qua di una sera) fino al surrealismo di Joppolo; e sono quasi sicuro che Serrao non ha mai letto questi testi, tranne forse Gatto, ragion per cui non vi è nessuna influenza diretta, è una catena che si svolge, è il misterioso sdipanarsi della evoluzione letteraria che ora, con Serrao appunto, compie un singolare rovesciamento, prendendo quelli che furono moti di prosa lirica e facendoli ridiventare oggettualità e concrezioni di prosa strettamente narrativa. Pizzuto aveva fatto il contrario, passando dal concreto fitto fitto di Si riparano bambole alla pura astrazione metafisica e religiosa delle Pagelle” (Ruggero Jacobbi, Introduzione 1978).[8] A forza di specilli[9] nella carne viva della lingua nazionale, Achille in questo seguace dell’Ascoli, il quale a più riprese, negli Scritti sulla questione della lingua ricorre a quel “doppio inciampo della civiltà italiana: la scarsa densità della cultura e l’eccessiva preoccupazione della forma”, incontra l’abisso nel dialetto paterno, il caivanese che lo porta a tagliare i ponti con la cultura nazionale e con tutto ciò che per lui rappresenta. La distanza dal mondo originario resta emblematicamente la cifra stilistica del racconto Scene dei guasti, con il figlio lontano che ritorna al padre, alla famiglia, alla terra, sin dall’incipit: “Pronta la sua disperazione, del padre, fra le pieghe della fronte: eppure adesso parliamo di nostre tenerezze anche se a sguardi e a gesti. Teneri, dunque, entrambi con il favore dell’incontro desiderato a lungo e a lungo progettato per lettera,

( - Vieni? Quando?

- L’estate prossima.

- Ma è tardi. Di anno in anno sempre «l’estate prossima» soffiamo un fiato bianco fino ad un’altura e il padre disse: La terra... ( con amore, come immaginando un amore distante) e aggiunse: - Ricordi? Era... segnando con l’indice i luoghi"[10] . Così viene rivelato come “Il padre costituisce l’approdo alla dimensione primaria dell’esistenza («È certamente presso di lui il seme della mia malinconia», p.40), vede la scelta della distanza compiuta dal figlio come fuga e tradimento. Ma l’«origine» a cui il figlio ritorna è irrimediabilmente perduta («La terra... Ricordi?... Era ...», p. 39; alla sacralità dell’originario si sostituisce la realtà presente della perdita (...) Dinnanzi alla sconfitta «storica» della terra e delle origini, la reazione è quella di un appello fideistico all’arcaico, al sacrale, all’astorico.”[11] Una facies mùtila e franta, quella della scrittura serraiana, dentro cui la “tensione si infiamma (e si altera) tra i due poli del simbolo e della catastrofe.[12] Qui ritova quella che Gualberto Alvino chiama La parola verticale[13], immergendosi in quel dialetto paterno, o in ciò che Foucault chiamerebbe Il coraggio della verità, come inveramento della scrittura. In una intervista così spiega la sua scelta: “Alla scelta del dialetto come lingua di poesia, al suo impiego responsabile sono stato spinto, da un lato da un esigenza di concretezza operativa ed espressiva, con il proposito di immettere nel circuito esistenziale quei valori per troppo tempo inespressi e addirittura relegati ai confini della vergogna familiarsociale; dall’altro, e

 

 

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contemporaneamente, da un movente psicologico: la religiosa necessità di instaurare con il padremorto un dialogo di verifica del vissuto, dei ‘come’ dei ‘perché’, nell’unica lingua di possibile intesa rinvenuta nel luogo dove affondano le radici di famiglia, dove antropologia e memoria hanno lasciato sedimenti.”[15] Qui si ritrova quel privato che “trattato nel senso delle sue scorie minimali, non rappresenta una corazza di tartaruga contro le offese della Storia, ma appare irrimediabilmente costituito dagli stessi materiali miseramente deperibili o magnificamente resistenti. Si tratta, quindi, di un conflitto intestino, di una sorda lotta tra omologie. Il soggetto uccide il soggetto. Di più: cannibalescamente, il soggetto divora il soggetto. Il simbolo, allora, è impossibilitato a splendere e garrire come un drappo che trovi salvazione nel suo proprio splendore, e funziona esclusivamente come segno di disastro” (Lunetta, 1979).

Fedele quindi ai suoi anni di formazione, che hanno visto segnare una ripresa degli studi dialettologici, come testimoniano gli studi del Rohlfs su La grammatica storica della lingua italiana e ei suoi dialetti[16] e, da ultimo, con la presenza anche operativa e d’orientamento didattico, quell’XI CONGRESSO INTERNAZIONALE DI STUDI, organizzato dalla società di linguistica italiana (sli) a Cagliari, dal 27 al 30 maggio del 1977. dedicato a I DIALETTI E LE LINGUE DELLE MINORANZE DI FRONTE ALL’ITALIANO[17]; l’impegno di Achille nel monitorare con puntiglio lo stato della lingua che di volta in volta viene come a straripare, al di là del troppo esondante binomio Meridionalismo / Antimeridionalismo, predilige la calda cova del dialetto paterno, in aperta antitesi all’astrazione generica della lingua nazionale, che “qui appare in condizioni meno buone che non sieno quelle d’altre nazioni europee. L’Italia moderna non ebbe un centro in cui fervesse la vita della nazione intiera, e da cui per ciò sgorgasse continuamente un pensiero o un linguaggio assorbente e collettivo: Firenze non è stata Parigi (...) Perde allora il dialetto quanto sa di gergo (ma insieme una certa parte della sua freschezza), e viene a esprimere con sobrietà più riflessa, con elevatezza più sicura, il pensiero e il sentimento delle genti diverse che si confondono in una stessa vita nazionale. Ma quello che in Roma avveniva facilmente, non poteva cosí compiersi nelle regioni i cui dialetti distavan grandemente dal toscano”[18]; che oggi vedono la lingua inglese, più che l’ispanica né tantomeno l’italica, divenire linguaggio di scambio mercantile, e tout-court della comunicazione mediatica e generalistica,  dell’intero Impero questo sì, realmente esondante. In ciò quel barlumare della concretezza, di presa sul reale ricercata in una serie di svolte rinvenute impossibili dal verso alla prosa, dalla lingua al dialetto, alla commistione dei generi e delle forme: “Il caos materico con cui Achille Serrao si trova costantemente a fare i conti nella sua pagina e quasi – si direbbe – a evocare contro l’ordine fittizio di una normativa inerte imposta alle cose come alla scrittura, lascia intravvedere qua e là, inavvertita, un’aspirazione a contrariis per una misura di classicità, universo destituito di fondamento nella sua inevitabile coniugazione al passato, ma anche utopia possibile in quel gioco rovesciato, incontrollabile anche su altri registri, per cui passato e futuro – così diversi ma anche così simili – si tendono la mano nell’ansia di superamento delle pastoie della quotidianità e del presente”[19]. Quella di Achille, allora, come asserisce con critico realismo Mario Lunetta sembra somigliare più a una maschera bifronte[20]: “Fin dal titolo, Lista d’attesa di Achille Serrao enuncia al contempo la propria declinazione autopunitiva e la propria declinazione sarcastica. A quale «lista»  e a quale «attesa» si allude? A quelle, certo, invisibili se non sulla Carta del Desiderio, di una ipotetica felicità esistenziale che il mondo sembra organicamente inabilitato ad offrire, alle quali peraltro il poeta non crede, e che anzi irride scoprendole come dati di un bluff socio-culturale grondante di connivenze e di inattendibili impegni. Di qui, la necessità di indossare una maschera bifronte: quella dell’umiltà e quella del rifiuto sprezzante.”[21] Né potrebbe darsi altrimenti. Ma c’è anche un altra facies, quella della sonorità, non so quanto petrosa, o consonantica per raddoppio, che può servire come spiegazione di quell’altrimenti inspiegabile moto restaurativo, sul ciglio estremo degli anni Settanta, dopo la corruttela degli anni Ottanta e la deriva postmodernista degli anni Novanta, e che risulta consono, in questa nostra variegata provincia, come nella partitura artificiosa di quel dialetto, lingua all’origine più schietta che scritta, certamente più sonora ed evocativa che riflessa; in quanto Achille, sensibile alla sonorità del verso, come alla canzone napoletana che accompagna la sua voce con l’uso delle corde meno stridenti d’una melodia comunque ricercata, da poeta della contraddizione, come soprattutto viene ad evidenziarsi nelle Variazioni al ritratto[22], è poi costretto a fingersi in un appagamento epico. In realtà, la scissione non solo fonematico-sintattica, ma come si è visto, soprattutto esistenziale, è segnata da una originaria «difesa» di matrice ermetica[23], ma dall’«attacco» d’una sintassi sofferta fin nelle radici invisibili e oscure della koinè d’appartenenza; forse approfittando dell’anonimato d’una plaquette, in quello stesso anno 1989, quasi di soppiatto e come “in strada spingendo il barattolo davanti ai piedi”, anzi “pe via vuttanno ’a buattella nnanz’ ’e piere”, il richiamo de “L’uomo che vive a fatica una giornata”, anzi de “L’ommo che se fatica na jurnata” lo trascina con sé, perché quell’“Io vado” si possa placare in un “andiamo”: “I’ vaco | suspira cu na serchiampont’ ’a vocca | p’ ’o friddo”. O forse “sospira con una ferita in punta alla bocca | provocata dal freddo”.[24] Da allora in poi abbandona il carattere corsivo, installandosi in un dialetto campano a tutto tondo, riscrivendo ’A Jurnata, riattraversandone quella porta stretta, o “passaggio di fortuna”[25], precisandone e come impreziosendone l’architettura fonosemantica, anche nel doppio lavoro di traslitterazione in lingua, dove  l’identificazione  subitanea dell’italiano come lingua del dominio, a cui si contrappone il dialetto come lingua dei dominati, ma che anche, assumendone tutta la fatica si condanna ad una sorta di araldica, come quello strascico di nobiltà che travalica il plebeo, quando “L’ommo” diviene “Llommo” etc.  Da questo momento, con la pubblicazione di mal’aria[26]  il dialetto serraiano diviene più specchiato, più colto. In una parola, più scritto. Ma siamo appena agli albori della sua produzione.

 

 

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(Achille Serrao agli inizi del mese di luglio,1993)

 

 

 

 



[1] Achille Serrao, L'altrove il senso. Opere di Vanni Rinaldi, Rossi & Spera Editori S.r.l.. Roma 1987, p.24.

*Dalle Logge della Mercanzia in Siena, settembre '80, giusto al tempo della mostra La fabbrica di Narciso. (ivi, p.5).

[2] Cit. p. 24

[3] Achille Serrao, Cartigli, Forum/Quinta Generazione, Forlì 1989, pp.95-112

[4] v. supra pp.103, 106-107 e 109.

[5] Il termine mi è stato suggerito dal recente libro di Gualberto Alvino, La parola verticale, v. nota più sotto.

[6] id. p.107.

[7] Paolo Leoncini, Logèion (Note sulla narrativa di Achille Serrao), Grafica Campioli - Stamperia d'Arte. In copertina: Elogio della terra, acquatinta di Vanni Rinaldi. "Il presente saggio svolge e completa una nota sulla poesia di Serrao apparsa su «Italianistica» (I, 1981) e costituisce (insieme con l'articolo sulla Dal Zotto in «La Battana», 12 giugno '84) un primo tentativo di approccio alla problematica sperimentale.

[8] Achille Serrao, Scene dei guasti, edizioni della muda, Roma 1978, p.16. Introduzione di Ruggero Jacobbi. In copertina: Vanni Rinaldi, Moctezuma (1977)

[9] A ricordare qui gli acutissimi specilli che Gualberto Alvino applica con finalità allegorica al vortice chirurgico della scrittura di tre grandi "irregolari" della letteratura italiana contemporanea - Antonio Pizzuto, Vincenzo Consolo e Gesualdo Bufalino - quasi a significare, sin dal titolo La parola verticale, l'uso che i tre scrittori siciliani intraprendono della lingua come ferita della carne, da specillare al suo interno per conoscerne l'estensione. Dunque "non penne brandendo ma acutissimi specilli (donde il titolo di questa silloge)" lavorando "al trivio fra prosa, poesia e speculazione lato sensu filosofica, mirando alla rifondazione dell'arte narrativa in direzione antagonistica e di ricerca, ergo trasformando in capitale questione stilistica ogni minimo dettaglio del loro operare." (cfr. Gualberto Alvino, La parola verticale. Pizzuto, Consolo, Bufalino. Prefazione di Pietro Trifone, loffredo editore, Casoria (NA), 2012, p.12

[10] Achille Serrao, Scene dei guasti, cit., p.39

[11] Paolo Leoncini, Logèion, cit.

[12] Mario Lunetta, Serrao: una declinazione autopunitiva e sarcastica, v. nota più sotto, p.105

[13] v.supra, Gualberto Alvino, La parola verticale, cit.

[14] Achille Serrao (1936-2012) durante una lettura sulla terrazza dei Magazzini Generali a Roma, all'interno della rassegna Un verso per la città, curata per un intero anno, dal mese di luglio 1985, allo stesso mese dell'anno successivo, da Franco Cavallo, Stefano Docimo e Mario Lunetta. (Foto Magazzini Generali).

[15] cfr. Achille Serrao ci ha lasciato - Memoria di Anna Maria Farabbi, in cartesensibili, 20 ottobre 2012. Blog su WordPress.com.

[16] cfr. Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, I. Fonetica. Giulio Einaudi editore, Torino  1966. Traduzione di Salvatore Persichino. II. Sintassi e formazione delle parole. Giulio Einaudi editore, Torino 1969. Traduzioni di Temistocle Franceschi e Maria Caciagli Fancelli.

[17] cfr. Società di Linguistica Italiana, SLI 16/I-II, Bulzoni editore, Roma 1979.

[18] G.I.Ascoli, Dall' Italia dialettale, in Scritti sulla questione della lingua, Torino 1975, p.62. A cura, con introduzione e nota bibliografica di Corrado Grassi. «Archivio glottologico italiano», VIII (1882-85), pp. 98-128.

[19] Giancarlo Quiriconi, La destrutturazione critica e il rifiuto della mimesis, in «Misure critiche» - Anno XIII, n. 46-47, Gen-Giu. 1983. Cfr. Achille Serrao, Cartigli, cit. p.122.

[20] Cfr. Mario Lunetta, Da Lemberg a Cracovia. Di certi poeti di certe poetiche (1969 - 1982), Quaderni di Messapo. Collana diretta da Carlo Ferrucci, Giancarlo Quiriconi, Marco Marchi, Achille Serrao, Roma 1984, p. 105, v. "Serrao:  una declinazione autopunitiva e sarcastica"

[21] v. supra. Achille Serrao, Lista d'attesa, Siena, Messapo 1979.

[22] cfr. Poesia italiana della contraddizione. L'avanguardia dei nostri anni. 43 autori in una antologia. A cura di franco Cavallo e Mario Lunetta, Newton Compton editori, Roma 1989, pp.228-234.

[23] M. Lunetta, Serrao: una declinazione autopunitiva e sarcastica, cit.

[24] A. Serrao, 'A jurnata, Grafica Campioli - Monterotondo 1989 (per Maria Jatosti).

[25] a Giacinto Spagnoletti e a Franco Loi | che mi orientano in questo | "passaggio di fortuna" (dedica di A. Serrao).

[26] A. Serrao, mal' aria, ed. all'antico mercato saraceno, Treviso, marzo 1990. Prefazione di Franco Loi.




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