PRIMO PIANO
CECCO ANGIOLIERI
(1260-1312 CA.)
Un poeta
del disordine
e del caos


      
Nel settimo centenario della scomparsa si ricorda l’autore senese in qualità di caposcuola della poesia ‘burlesca e giocosa’ e ‘comico-realistica’, esempio di una tradizione letteraria che non è mai stata adeguatamente valorizzata. La sua fu una poesia ‘di prima mano’ (Petrocchi), capace di verseggiare facendo uso di una ‘variatio’ linguistica che intende la scrittura come un atto naturale e non artistico, un atto non elevato ma consustanziale agli atti quotidiani (al bere, al giocare e al fornicare). Nella contemporaneità da qui trae la sua immagine migliore sia di scrittore che di uomo.
      



      


di Domenico Donatone

 

 

«In questo mondo, chi non ha moneta

per forza è necessario che si ficchi

uno spiedo per lo corpo o che si ’mpicchi,

se tanto è savio, che curi le peta

(C. Angiolieri, LXVI, Rime)

 

*

 

« […] l’Angiolieri riesce a raggiungere, con tale inconsapevole fedeltà alle immagini di un’altra e tutta diversa mitologia, quel mondo di figure ideali che è sola dimora dell’arte.»

(G. Cavalli, Rime di C. Angiolieri, Fabbri, 1997)

 

 

Che senso ha scrivere un articolo su Cecco Angiolieri nel 2012? A distanza cioè di secoli dalla sua morte? Ha senso anzitutto perché ricorre il settimo centenario della sua scomparsa (1312-2012) – e questo c’induce a non dimenticare anche chi è ormai sommerso dall’oblio del tempo – e ha ulteriormente senso perché la letteratura non si estingue come una civiltà o una cultura, ma rimane a testimoniare quella civiltà e quella cultura. Il nostro contributo come web magazine, insieme a quello di chi scrive, ha lo scopo di tornare a leggere con occhio interessato pagine di letteratura che si sono mostrate efficaci sia sul versante della comunicazione poetica (impossibile dimenticare il «S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo») e sia sul versante umano, pronto a restituire ai contemporanei l’immagine del poeta, dello scrittore, quale “attore” unico e indispensabile per il confronto costante con le cose della vita e della storia. In più ci sono riflessioni che sorprendentemente come un lampo tornano nella mente di chi scrive, avendo inevitabilmente vissuto un sistema di relazione scomodo tra i banchi di scuola, tale da classificare, sia pur con qualche senso di verità obiettiva, scrittore “minore” Cecco Angiolieri. Per affrontare la figura di questo “letterato improprio”, non così culturalmente formato come Dante e Petrarca, bisogna tornare a scuola, esattamente tra quei banchi di formica e in quel luogo in cui le ovvietà, spesso, assumono la caratura del sapere; quindi, come un professore, prima ancora di iniziare a spiegare, stabilire un ordine e incominciare ad ammonire gli alunni: «State zitti!, state in silenzio!, che oggi vi racconto la storia di un discolo più discolo di voi!».

Chi era, dunque, Cecco Angiolieri? Era figlio di messer Angioliero, banchiere di papa Gregorio IX e cavaliere dei signori di Siena, appartenente all’ordine dei Frati della Beata Gloriosa Vergine Maria (i cosiddetti “frati gaudenti”), e di monna Lisa dell’illustre casato de’ Salimbeni, un’altra famiglia nobile e potente di Siena. A Siena Cecco nasce nel 1260. Partecipa alla vita cittadina, diventa cavaliere e prende parte insieme al padre prima alla battaglia di Arezzo, nel 1288, e dopo a quella di Campaldino, nel 1289. La famiglia è di fazione Guelfa, quella che appoggia il papato, rispetto ai Ghibellini che sostengono l’imperatore. Nel 1289 Cecco conosce Dante Alighieri, che a sua volta partecipa alla battaglia di Campaldino. Grazie a determinate sinergie politiche avvenute in Toscana, prima che Dante, condannato in contumacia, iniziasse la sua esistenza di esule politico, i due scrittori si scambiano sonetti e battute sullo stile e sulla forma. Vera tenzone ci fu tra i due? I documenti storici ci sono poco d’aiuto in questo, perché nei sonetti di Cecco è ben viva l’immagine di Dante come poeta del “contrasto” (in un sonetto Cecco dirà «E se di tal materia vo’ dir piùe, | Dante, risponde, ch’i’ t’avrò a stancare, | ch’i’ son lo pugnerone, e tu se’ ‘l bue. ||[1]»). Il punto in cui Cecco diverge da Dante sta in alcune concezioni filosofiche troppo auliche, troppo affettate, come l’immagine della donna quale simbolo angelicato dell’amore. Nei testi di Dante, invece, Cecco non compare mai, neanche viene nominato. È possibile che Cecco si sia costruita una rivalità letteraria fittizia oppure che i testi di Dante in risposta si siano perduti. Cecco, ad esempio, all’amore quale valore sia morale che spirituale non ha mai prestato una grande attenzione e, se è possibile confermarlo in vitro per quella che è la tradizione cortese e cavalleresca, nessuno dei poeti legatosi ad una specifica cultura di così eccelsa ars amatoria ha mai inteso in termini possibilistici, consustanziali all’esistenza quotidiana, l’amore come un valore portante e irrinunciabile, piuttosto viene inteso come una profusione filosofica, un atteggiamento, un’azione nobile, un ideale da cui estrarre una cultura di riferimento fa bene alla letteratura e a determinare nuove relazioni socio-politiche. L’amor gentile, l’amore cavalleresco, l’amor servile, rappresentano concetti di nobiltà “cavalleresca e cortese” che hanno determinato una tradizione, ma oltre la pagina, impregnata di cotanto “amore”, permane un’indigenza storica avversa sia al cavaliere che al poeta, una miseria ed una povertà dentro cui Cecco si cala con il piglio dell’uomo da strada che “parla come mangia” e non teme il confronto con il passante. In questo senso egli stabilisce che l’uomo vive nella ragione dei suoi istinti. La natura cavalleresca è una natura avventurosa, baldanzosa, dedita alla conquista della donna e della terra, un “feudo morale” dentro cui le pulsioni umane tentano di conciliare il potere con l’ideale. La realtà però è più forte, la miseria si paga ogni giorno e soprattutto quel poco che si possiede in termini di ricchezza bisogna saperlo custodire prima che intervenga un rivale che miri a conquistare il tuo feudo e i tuoi territori. Tant’è che Cecco Angiolieri dentro questi schemi politici vive da confinato, avverte che molte cose vanno oltre la politica, oltre gli ideali, che tutta la letteratura dello Stil Novo posa in passerella come una dama di corte, si affetta, si atteggia, si astrae e punta alla elevazione del pensiero, mentre la vita pensa male e vive altrettanto, al punto che ogni confronto è spesso scontro e non soluzione.





Cecco Angiolieri


In questo senso Cecco è caposcuola dei poeti comico-realistici: realistico perché sa distinguere l’ideale dalla realtà e comico perché dentro la trama del vivere reagisce con marcata vis polemica. Egli si imbatte in cose che non vorrebbe esistessero ma che di fatto esistono. La condizione umana ritratta con sagacia nella poesia di Cecco fa sì che il pensiero diventi agitatore di proposte, mentre l’esistenza rimane effimera e dolente. Da codice penale è la vicenda che lo coinvolge nel 1291, quando, nel tentativo di mettere pace tra lui e Bernardo da Monteluco, quest’ultimo viene ferito da Cecco Angiolieri (con pugnale o spada non è dato saperlo) con la complicità di Biccio di Ranuccio, un calzolaio. Quest’ultimo viene condannato, mentre Cecco sfugge alla condanna, forse grazie alla tutela paterna influente presso il Papa e i tribunali. Certo la ricostruzione della vita del poeta avanza per congetture, come sostiene anche Gigi Cavalli, il quale scrive che «sulla persona di Cecco non è che una ricostruzione letteraria, sulla scorta dei sonetti a lui attribuiti – alcuni dei quali sicuramente non suoi – e del crudo, inconfondibile mondo irriverente e plebeo[2]». Giorgio Petrocchi a ciò aggiunge che «nessuno più crede, al giorno d’oggi, al colorito ritratto romantico di un Cecco brutale descrittore della propria abiezione morale e tragicamente incupito dalla consapevolezza di questo stato miserando; ovvero spregiudicatamente divertito a registrare in modo beffardo e umoristico i sentimenti più puri della vita e le tribolazioni. Sono questi, senza dubbio, i temi della sua poesia, ma non erompono da una individualizzazione autobiografica, sibbene da un vasto contenuto letterario[3]». Qui Petrocchi conferma il ragionamento di Cavalli. A noi però piace fare letteratura, e al critico è consentito tanto analizzare quanto promuovere uno scrittore. In questo caso le due cose si intrecciano, trovano un punto di contatto nella vicenda umana e nell’opera dell’Angiolieri. Vissuto ai margini del potere, pur facendone parte in quanto figlio di un banchiere, Cecco, come un esponente ante litteram della beat generation, odia il padre e vorrebbe fornicare con sua madre, così come Jim Morrison desiderava cantando la “fine” che altro non voleva essere che un nuovo inizio, una nuova emersione dal fango, una nuova identità culturale, forte e dissacratoria.

Cecco sfida il potere, soprattutto quello paterno, sfida esattamente il ruolo borghese che suo padre incarna essendo un potente cittadino senese. È su questo tema avversativo, di maledettismo ante litteram che si palesa la sostanza sia poetica che umana di Cecco Angiolieri, il suo essere giocoso, polemico, ossessivo. La sua persona è la sua poesia, il suo carattere è tipico di chi non è contro la vita ma è a favore di essa, ne esprime la logica e la cultura popolare godereccia “toscana”, che più toscana non potrebbe essere al meglio rappresentata. La Toscana è un luogo di piacere. Firenze, Pisa, Siena, Lucca, Pistoia, Prato, sono città bellissime e incantevoli! La Toscana è anche un luogo di invettiva linguistica, in cui la parola insegue costantemente il significato e mostra che nel linguaggio c’è apparentamento e non spergiuro. Così Cecco vive e se la gode, non è un banale “giovine” disoccupato, mostra i denti quando è il caso di farlo e mostra la sua sagacia quando bisogna superare ostacoli e dissenso. Crede fermamente nel potere dissacratorio dell’umorismo, perché il riso smaschera la tensione e getta sul viso il senso della tragedia troppo accuratamente nascosta dai “partigiani” del classicismo poetico. Cecco è un “poeta barbaro” che con Carducci condivide ante litteram la sostanza accentuativa del verso che deve battere e elevare: «Accorri accorri accorri, uom, a la strada! | Che ha’, fi’ de la putta? – I’ son rubato. | Chi t’ha rubato? – Una che par rada | come rasoio, sì m’ha netto lasciato[4]».  E al “netto”, di fatto, per concludere la vicenda esistenziale del poeta, egli ha lasciato i suoi figli, sperperando danaro e vendendo beni (una vigna!) che avrebbero dovuto sanare economicamente ciò che era evidentemente insanabile. Forse disperato in quanto uomo (e come non crederlo!), onesto nella disonestà di un mondo che ti spinge a delinquere anche se non vorresti, Cecco Angiolieri lo si dà per morto già nel 1310. Forse tra il 1312-1313 muore sicuramente. Le finestre temporali corrispondono a vuoti documentali che non escludono nuove ipotesi e nuove ricerche. La tradizione lo vuole sepolto nel chiostro romanico della chiesa di San Cristoforo a Siena.

 

 

 

 

Si è detto “discolo”, in relazione anche al rapporto che si instaura a scuola con le materie di studio. Questa rappresentazione romantica per Petrocchi ormai inopportuna, è, di fatto, ancora ciò che lega i contemporanei a Cecco Angiolieri, creando un fiume di emozioni empatiche che catapultano il lettore nella Siena del Trecento, in taverne arrangiate e prodighe di vino quanto di scazzottate! Una rappresentazione che spinge con più enfasi a identificare chi fu davvero Cecco Angiolieri. Gigi Cavalli a tal proposito scrive:

 

«Se è innegabile che l’indole del poeta, pur povera di sentimenti particolarmente elevati, doveva trovare nella poetica dei giocosi la sua naturale e, se si vuole, necessaria espressione d’arte, è pur vero che l’opera angiolieresca conobbe interpretazioni di gusto romantico, che ci diedero il ritratto di un poeta infelice, bizzarro, disperato, quasi un “poète maudit” avanti lettera, pronto ad affidare ai propri versi una sorta di cruccioso diario sentimentale, tutto sinceramente e cinicamente aperto ad una dolorosa scontentezza, tra la coscienza del male e l’invincibile attrazione di esso, tra il senso dell’inutilità e la sua lucida contemplazione; con il linguaggio volgare e le rabbiose imprecazioni come inevitabile corollario. Tali interpretazioni ne facevano poi quasi un fenomeno, un “caso” unico nella letteratura del suo tempo, laddove invece si può e si deve considerare, con più storica imparzialità, un caposcuola nell’ambito di tutto quel mondo culturale che va appunto sotto l’insegna dei poeti giocosi[5]».

 

Giorgio Petrocchi meglio corregge la soluzione:

 

«D’altra parte non si può rifiutare il ritratto umano di Cecco qual egli stesso ce lo propone; come se egli fosse un freddissimo letterato che registri un mondo della sua Siena senza parteciparvi e con distacco tecnico, quasi un Joyce di cui il Bloom e il Dedalus siano lo stesso poeta vagante per le strade di Siena. La carica di vitalità, la forza della collera sociale e le alternanze di stati psicologici diversissimi, rivelano un fondo di esperienza personale, mai smentito o respinto dall’Angiolieri. Che egli, nel tradurre la sua vita in un’espressione letteraria, deformi e amplifichi i fatti, li renda materia compiutamente “giocosa”, è circostanza che non si può negare. Lo studio del processo espressivo di Cecco deve essere basato in primo luogo sull’accertamento dei dati concreti dell’esperienza psicologico-sociale. Bisognerà poi sceverare il grado di translazione letteraria di quei dati. Ma questa translazione non l’ha condotto, a mio avviso, se non ad alterarli realisticamente e ad amplificarli; così da poter godere completamente di tutte le risorse dello stile comico[6]».

 

Insomma, Cecco Angiolieri è un poeta che un po’ finge e un po’ fa sul serio! Sicuramente egli così come si trastulla nelle taverne, allo stesso modo s’impegna a dare poeticamente senso alla sua scrittura. A ciò si aggiunga che egli non solo è il caposcuola di una tradizione non troppo tenuta in considerazione quanto dovrebbe, essendo la poesia italiana tutta figlia di Petrarca e di Dante: una tradizione burlesca e giocosa, comico-realistica, molto in voga dal XIII al XVII secolo, anticipatrice del Barocco e di istanze letterarie più leggere e meno acutamente introspettive da facilitare la fruizione dell’ironia, della commedia, del sarcasmo e della facezia quali antidoti vitali al dramma non meno trascurabile dell’esistenza. Soltanto nel Novecento una parte di quella tradizione assurge a codice espressivo riconosciuto, con Pirandello, Gadda, Palazzeschi e la cultura del controdolore. Nella letteratura del nuovo si definisce tanto la polemica quanto l’invettiva giocosa. Cecco Angiolieri anticipa molte di quelle che saranno inevitabili strade da percorrere perché espressione di motivi di contrasto sarcastici e sardonici con la letteratura classica. L’uso della battuta, l’uso della freddura, già evidente in Cecco e più avanti in Ruzante, Folengo, Pulci e Tassoni, (oltre che nei poeti del Duecento quali Rustico Filippi, Meo dei Tolomei, Niccolò del Rosso, Pieraccio Tedaldi, Pietro de’ Faitinelli, Folgòre da San Gimignano, tutti dediti ad esprimere una poesia fatta di codici antilirici e realistici) genera modelli di commedia intesi non più come soluzioni linguistiche mediane, ma specificatamente burlesche, popolari e lesive di quella seriosità principesca che nella penna di Pietro Aretino si farà “flagello de’ principi”.

Con Cecco Angiolieri tutta l’invettiva rimane vicina al lettore, gli viene sussurrata all’orecchio affinché esploda nel cuore, ogni elemento di battuta deve necessariamente corrispondere all’indole umana, non essere né fantasiosa e nemmeno astratta, ma cadere sul carattere, su circostanze precise, deve rappresentare verità inverse alla morale ma proporzionate al senso di afflizione e di godimento. Nei versi di Cecco Angiolieri l’uomo si sdoppia, è sia serio che scherzoso, sia forte che debole, sia felice che infelice, tant’è che si misura la poesia per la prima volta nella storia della letteratura non più sulla qualità ma sulla quantità. Per leggere Cecco e apprezzarlo un solo sonetto non basta!, bisogna leggerne tanti, andare a fondo, sentirsi attratti e respinti dalla sua carica espressiva, così come accade per Belli e per Porta. Bisogna andare anche a Siena se si vuole capire Cecco, stare in mezzo a piazza del Campo e ascoltare le voci della gente, catturarne l’espressione al punto che nessuna letteratura, sia pur scritta in volgare, in un proto-italiano ancora contaminato dal dialetto e dalle storture fonetiche del latino, è così vicina al vernacolo come statuto di verginità e di purezza. Cecco è un poeta da leggere perché è un poeta da assaporare, non è diverso da una pietanza che tanto gusto infonde al palato. Non è uno scrittore per schifiltosi, non è per chi intende la scrittura una parabola di perfezione, ma è per tutti coloro che sanno che l’uomo prima ancora di essere civile è animale primitivo, animale vagante alla ricerca costante di sé stesso, nel tempo di allora quanto non meno in quello di adesso.

È questa la mano che Cecco Angiolieri ci tende, nemmeno accorgendosi di quello che stava sul serio scrivendo, perché Cecco è uno di quei poeti, altrettanto moderno nella condizione di disadattato, che mentre scrive invece di liberarsi patisce, invece di gioire soffre. C’è in lui, così come ci sarà in seguito in Dino Campana e Dario Bellezza, un elemento di conflitto con la pagina che mentre si compone in versi sul foglio si avverte che qualcosa va contro chi scrive. Questa considerazione è certamente il risultato di una nozione romantico-decadente, secondo la quale la scrittura rispecchia un meccanismo conflittuale anziché liberatorio. Scrivere dovrebbe essere in qualche modo un piacere, portare alla conclusione che se pur si sta male quel dolore è espresso così bene che ti fa stare in sintonia con gli elementi della tua ispirazione per come si è riusciti a darli voce. Per alcuni scrittori tutto ciò è un lusso, un lusso troppo oneroso e gravoso. Cecco Angiolieri è uno di quegli scrittori che ritiene la fama poetica, connessa alla perfezione del “bello scrivere”, in senso stilnovistico, motivo principale di disaffezione dalla letteratura, presupposto amorale per borghesi benestanti e non esigenza reale per scrittori di coraggio. Egli è il primo poeta che intende la scrittura un atto naturale e non artistico, né creativo e nemmeno ricreativo (e la burla c’entra poco!), non elevato ma consustanziale agli atti quotidiani (al bere, al giocare e al fornicare) che non c’è tra le azioni una prevalenza possibile di una sull’altra, ma soltanto simultanea somiglianza di piacere quanto di avversione.





La poesia di Cecco Angiolieri, intessuta nella trama del sonetto, ha rapporti di forza con il tema dell’amore (di ispirazione cavalleresca e cortese), con i piaceri della vita, con il danaro, con il potere, con la famiglia (con il padre che ha specialmente in odio) e con la morte. Dentro questa fornace di versi, a cui manca a molti ancora un’attribuzione certa, autografa, la linea di riferimento è in ogni punto dell’opera il tono perenne lamentoso e iperbolico, fatto di sarcasmo e di iattura, tale per cui il più addestrato lettore dinanzi a Cecco fugge, perché pari sforzo non possiede per reggere un “corpo a corpo” di confronto che non è se non sussiste pazienza e costanza di analisi. Essere polemico è la prima cosa che interessa al poeta. Seguono lo scherzo e il tratto comico come alleggerimento della materia narrativa. La polemica è frutto di una procedura intellettuale nuova, esempio di ragionamento che smonta strutture codificate e accettate quali fondamenti di relazione inoppugnabile. Per questo motivo Cecco è come lo studente sofferente che non riesce a stare al passo con la classe, perché non accetta la soluzione poetica come banale ritratto oppure come espressione per menti affinate. Cecco sa che altrove la realtà investe l’uomo e, rimanendo in ambito scolastico, la stessa istruzione, (il peso dei libri!), non ce la fa a salvaguardare l’individuo dalla sciagura e dalla sfortuna. Egli diventa in tal senso poeta realistico perché saggia la realtà sulla sua esistenza, ed è burlesco e giocoso perché mentre coinvolge il lettore nella sua storia di provincia, estranea altrettanto chi lo legge, perché non il suo mondo ma il suo linguaggio produce tanta attrazione quanto intolleranza e dissenso. Di lui si può apprezzare la disponibilità al dialogo, al confronto, la sua innata natura burlesca di persona dedita a canzonare gli eventi piuttosto che accoglierli con serietà, motivo per cui non bisogna mai fidarsi ciecamente di Cecco Angiolieri! Bisogna avvicinarsi a lui per indicare tutte le sue forme di virtù e di vizio, che vanno dalla variatio linguistica (virtù) alla ripetizione sarcastica dei temi amorosi e sociali (vizio). Difetti Cecco ne ha tanti!, scrive per piacere ma anche per non piacere a nessuno (soprattutto al padre!), scrive per dipanare il tema dell’amore (rivolgendosi alla bisbetica Becchina) per rimanere ancorato alla propria idea di presente storico: scrive per chiarire quello che senza di lui potrebbe essere osteggiato e leso nella dignità.

Giorgio Petrocchi afferma in tal senso che «senza dubbio i poeti realisti furono letterati peritissimi[7]», a conferma del fatto che non è possibile sorbire la lezione dei burleschi, (realisti per affezione alla vita ma distanti dal proporre concetti nobili e politici che difficilmente ricadono con verità sull’uomo), unicamente come una lezione convenzionale e “minore”, aggiungendo che «è altrettanto rischioso serrarli in un impenetrabile laboratorio stilistico quanto risolverli biograficamente nei temi passionali e umani che essi celebrarono; né può soddisfare del tutto il racchiudere una siffatta tematica in forme di esperienza affatto retorica e libresca[8]». Sempre lo stesso Petrocchi in maniera oculata afferma che Cecco Angiolieri «rivela un abito professionale», a dire che il poeta ha una sua dignità letteraria e uno spessore lessicale e sintattico idoneo alla rappresentazione realistica senza sbavature imbarazzanti. «Se si pongono a confronto i risultati stilistici di Cecco con quelli del predecessore Rustico o del coevo Dante, si può affermare che gran parte del suo linguaggio poetico è di prima mano[9]». “Di prima mano”, quindi, originale, intrinseco e costruttivo. Personalmente aggiungo che all’originalità il poeta ha saputo unire una certa dose di coraggio, meglio traducibile in irresponsabilità e in conflitto ideologico-politico che oggi manca, forse, sopra a tutto, nel dire e nell’osteggiare quel perbenismo borghese che contagia i più e i meno attenti. Ecco perché si ricorda Cecco Angiolieri e in parte lo si celebra a distanza di secoli, perché egli fu il primo poeta capace di rompere gli schemi del classicismo e di fare letteratura andando oltre il sonetto, aggredendo strategicamente sé stesso e ponendosi sia come amico e sia come nemico della letteratura, ordinando la sintassi in un linguaggio scurrile e iperbolico che non manca di sbalordire quanto di fiaccare, definendo gesti che non sono dissimili dal pensiero. La sua verità poetica consiste nel non possederne nessuna di specie irrinunciabile, nessuna che possa intendersi capace di sortire efficacia e soddisfazione risolutiva, perché essere poeta per Cecco Angiolieri significa essere “uomo perdente”: nessuna vittoria conferma la letteratura e nessuna salvezza viene dai versi! Intendere i fatti della vita con tono burlesco significa stabilire che il dolore è sì importante ma è anche ridicolo, molta sofferenza spiace così come compiace chi si vede costretto a reagire. Tutto il discorso poetico dell’Angiolieri consiste in una continua e costante apprensione per il vivere quotidiano, ed è questo l’unico vero motivo per cui Cecco Angiolieri si legge a scapito di un Guittone d’Arezzo oppure di un Bonagiunta Orbicciani e di un Chiaro Davanzati, perché questi sono poeti d’ordine mentre Cecco è un poeta del disordine, un poeta del caos che rappresenta così bene al punto da rimanerne attratto quanto invischiato.

 

 

-       Accorri accorri accorri, uom, a la strada!

-       Che ha’, fi’ de la putta? – I’ son rubato.

-       Chi t’ha rubato? – Una che par che rada

come rasoio, sì m’ha netto lasciato.

-       Or come non le davi de la spada?

-       I’ dare’ anz’a me. – Or se’mpazzato?

-       Non so che ‘l dà, così mi par che vada.

-       Or t’avesse’ella cieco, sciagurato!

-       E vedi che ne pare a que’ che ‘l sanno?

-       Di’ quel che tu mi rubi. – Or va con Dio,

ma anda pian, ch’i’ vo’ pianger lo danno,

ché ti diparti. – Con animo rio!

-       Tu abbi ‘l danno con tutto ‘l malanno!

-       Or chi m’ha morto? – E che diavol sacc’io?[10]

 

 

 

 



[1] Cfr. Poeti del Duecento, a cura di G. Contini, Milano-Napoli 1960, t. II, p. 377.

[2] Vedi C. Angiolieri, Rime, a cura di B. Garavelli, introduzione di G. Cavalli, Fabbri editore, 1997.

[3] I poeti realisti, di G. Petrocchi, in La letteratura italiana, vol. I, a cura di E. Cecchi e N. Sapegno, p. 615, Garzanti, Milano, 2001.

[4]  Vedi C. Angiolieri, Rime, a cura di B. Garavelli, introduzione di G. Cavalli, Fabbri editore, 1997.

[5]  Ibidem a p. 3

[6] I poeti realisti, di G. Petrocchi, in La letteratura italiana, vol. I, a cura di E. Cecchi e N. Sapegno, p. 615, Garzanti, Milano, 2001.

[7] Ibidem, a p. 600.

[8] Ibidem, a p. 600.

[9] Cit. op. a p. 620

[10]«Questa vivacissima caricatura dell’amore come lo intendevano i poeti dello Stil Novo è tutta un gioco di battute rapide, a botta e risposta, fra il poeta e un passante, ai quali poi (dal v. 9) si aggiunge la donna che ha derubato il poeta: s’intende, lo ha privato del cuore e della tranquillità; e non contenta, ora si fa anche beffe dello sfortunato amante. La scena si svolge, ad alta voce, per la strada». Cit. op. Rime, di C. Angiolieri, a cura di B. Garavelli, introduzione di G. Cavalli, p. 13, Fabbri editore, 1997.

 




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