PRIMO PIANO
EDITORIA ELETTRONICA
Modi e forme,
pro e contro
del ‘self-publishing’


      
L’auto-pubblicazione in rete, che vanta già molti portali, più che una vera e propria rivoluzione appare un capitolo che si sta scrivendo nell’evoluzione dell’editoria, dettata, ancora una volta, dall’innovazione tecnologica, la quale rende possibile ciò che prima lo era in forma limitata: la riduzione dei costi per autoeditarsi, la possibilità di essere presenti in vetrine potenzialmente internazionali e di autopromuoversi in digitale. Ma rimangono differenze fondamentali tra l’autore sconosciuto che si autopubblica online e uno scrittore arcifamoso come Stephen King che fa lo stesso per sue strategie pubblicitario-merceologiche.
      



      


di Fabio Mercanti

 

 

Avevamo imparato a chiamarla ironicamente vanity press. Si tratta di quel desiderio degli scriventi (presumibilmente presuntuosi, visto il “vanity”) di vedere il proprio nome sulla copertina di qualche libro, rivendicando l’autorità (seppur non i diritti patrimoniali al 100%) del testo che veicola e conserva. Desiderio ovviamente valido in ogni rapporto tra un creatore e la sua opera, ma che acquista particolari connotati nel caso l’autore scelga vie poco apprezzate dalla comunità intellettuale per arrivare all’ambito risultato[1].

Schematizzando, ciò potrebbe assumere due forme più o meno consolidate. La prima riguarda quella della vilipesa editoria a pagamento, rappresentata da (finte?) case editrici che dietro il pagamento di una somma di denaro da parte dell’autore si preoccupano di svolgere le tipiche mansioni da service editoriale, di dare il libro alle stampe, di commercializzarlo e, l’autore si augura, di promuoverlo. La seconda nasce dall’ovvia domanda che qualsiasi “vanitoso” si pone in base a quanto detto riguardo la prima: serve a qualcosa spenderci dei soldi? La risposta dipende dalla vanità e dalla disponibilità (economica) e indubbiamente dal valore che si attribuisce a quanto scritto. L’autore può inoltre chiedersi: ha qualche valore vedere il proprio nome scritto in copertina insieme al titolo del libro e al marchio di una editrice senza prestigio, magari sconosciuta o dichiaratamente “a pagamento”? Dato che molto probabilmente si risponderà con un “NO” o con un disilluso arricciamento delle labbra, l’autore vanitoso[2] molto probabilmente preferirà rivolgersi, con evidenti vantaggi, a uno dei tanti portali di self-publishing che sono sorti in rete da almeno dieci anni. Quali sono e cosa cambia?

Una delle prime realtà in Italia è stata Lampidistampa[3] nel 1998 offrendo un servizio di stampa su richesta (POD: print-on-demand) anche di una sola copia sia per uso personale che volto alla pubblicazione. Quest’ultima soluzione ha ovviamente un costo maggiore, ma al libro viene attribuito un codice ISBN e entra a far parte del circuito di distribuzione di Messaggerie Libri: sia il servizio di distribuzione che di self-publishing appartengono infatti alla Messaggerie Italiane Spa.

Successivamente sono divenute importanti altre piattaforme come Lulu[4] nata in Canada nel 2002, arrivata in Italia nel 2006, che offre la possibilità di stampare anche calendari e album personalizzati ed e-book (mentre Lampidistampa riguarda solamente l’editoria cartacea). Una realtà internazionale di questo tipo, con un marchio conosciuto in decine di paesi, ha aperto la strada a quella che oggi è forse la realtà più conosciuta: il Kindle Direct Publishing[5] (KDP) di Amazon. Il vantaggio di pubblicare con Amazon è di poter entrare nel circuito di vendita della più grande libreria on-line del mondo sia con un e-book (formato Kindle) sia con un libro cartaceo, con il servizio Create Space.

Altre realtà italiane sono Narcissus[6] e Ilmiolibro[7]. La prima fa parte del progetto Simpliccisimus Book Farm (azienda attiva dal 2006 nel mutamento del settore editoriale) e permette la pubblicazione di e-book commercializzabili nelle maggiori librerie on-line e di libri cartacei con il servizio POD Narcissus BookMaker[8]. Ilmiolibro è invece la realtà promossa da Kataweb e da Feltrinelli insieme alla Scuola Holden (che fanno parte della holding Effe 2005). Oltre alla pubblicazione di libri cartacei, ilmiolibro mette in contatto gli stessi autori acquisendo quindi una dimensione più social: nella community del sito gli iscritti si incontrano e discutono sia come autori, ma soprattutto come lettori. Altra realtà tutta italiana che vale la pena di ricordare è Youcanprint[9] che permette sia la stampa che la digitalizzazione dei propri libri, commercializzazione in molte librerie on-line e offre agli autori di interagire tra loro in una community dedicata.

Ognuna delle realtà presentate ha le proprie peculiarità, ma ciò che le differenzia sono soprattutto le possibilità di commercializzazione. Infatti, realtà di diverse dimensioni come ilmiolibro e il Kindle Direct Publishing hanno un circuito di distribuzione limitato alle possibilità offerte dal loro marchio o dai marchi appartenenti allo stesso gruppo[10].

 

L’autore vanitoso che vede rifiutato più volte il proprio manoscritto e che vuole tenersi alla larga dall’editoria a pagamento può rivolgersi quindi al self-publishing. Questa soluzione, che dovrebbe quindi apparire come una sorta di refugium peccatorum, in realtà è percepita (e presentata?)[11] come gesto eroico e ribelle. Ma contro chi e a favore di cosa?

Molto spesso si intende il self-publishing una forma di editoria indipendente che in un certo qual senso vada a contrastare l’editoria imprenditorialmente costituita, la quale, attenta ai soli profitti (o meglio, ai conti in generale) non apre gli occhi (non s’accorge, non legge abbastanza). Inoltre, non a torto, alcuni possono vedere nell’autopubblicazione un’attività che vada a scalfire il ruolo di mediatore dell’editore. Come è facile intuire, questo tipo di valutazioni nascono da errori molto comuni. Si finisce infatti per assimilare a ogni attività di mediazione i principi della disintermediazione propri dell’epoca digitale. E quindi si percepisce la possibilità di editarsi da solo come un’attività che leda  al livello teorico l’editoria e soprattutto che permetta di dimostrare alla suddetta “editoria dei profitti” la sua perdita di importanza. Ciò a maggior ragione se si pensa che le possibilità offerte dalla rete internet permettono all’utente/autore oltre che di vendere il proprio prodotto anche di promuoverlo.

La logica domanda che viene da porsi è se ciò non leda l’editoria a pagamento piuttosto che i grandi gruppi editoriali. L’autore sconosciuto non deve più pagare un editore per acquistare per una data cifra una serie di servizi editoriali di base (in realtà molto spesso si tratta dell’acquisto di innumerevoli copie del libro), ma può fare tutto a minor costo ed essere venduto sulle maggiori piattaforme di e-commerce.  Prima perplessità: dato che questi servizi possono offrirli anche le piattaforme di self-publishing non è difficile immaginare che queste vadano a sostituirsi agli editori a pagamento ma con altra veste, incentivando gli autori a richiedere servizi ulteriori e più costosi per migliorare la propria opera. Ma anche in questo caso, è bene far notare che all’autore resterebbe la libertà di scelta. Infatti usufruire di ulteriori servizi rispetto alla pubblicazione e commercializzazione non nega che l’opera esista e che sia quindi acquistabile[12].





Agostino Tulumello, Senza titolo, 2012


In questo caso perderebbe valore l’editoria che non fa ricerca (nemmeno di mercato e marketing, ma ne applica solamente alcuni principi base), non cresce e non fa crescere. E poi quei centinaia di concorsi letterari per inediti che mascherano un’editoria allo stesso modo a pagamento, ognuno secondo i propri escamotages. Bisogna però fare attenzione quando si parla di queste realtà: se si sono affermate è perché si sono venuti a creare dei presupposti, primo fra tutti quello della vanity. Queste, come sto cercando di sostenere, è probabile che perdano quote di mercato a causa di altre soluzioni di “autopubblicazione supportata” che meglio si confanno ai nuovi modelli e strumenti di comunicazione e divulgazione. Con o senza vanity.

Altro errore – che però permette di dare lustro al self-publishing – è quello di portare gli esempi di autori dai nomi altisonanti – uno tra tutti Stephen King – quando questi decidono di autopubblicarsi piuttosto che essere pubblicati. Il problema di chi usa una della piattaforme sopra ricordate, molto spesso è il completo anonimato e si pubblica con la speranza di essere notati (da qualcuno che collabori con un marchio prestigioso) e nel frattempo guadagnare qualcosa, sentirsi autori, ricevere apprezzamenti, conoscere qualcuno. King, semmai, ha un “problema” di royalties e magari anche di ricerca di stimoli e autonomia. Considerando inoltre che un autore famoso, facendosi un po’ pubblicare e un po’ autopubblicandosi si costruisca una diversa immagine: autore singolo che comunica con i propri lettori attraverso il blog (dal quale si può acquistare il libro) e non macchina del best-seller (magari costituita da un gruppo di editor e altre figure) al soldo dei colossi editoriali. Allo stesso modo anche giornalisti, opinionisti, intellettuali e professionisti possono accettare la sfida dell’autopubblicazione dandosi l’immagine della persona attenta al nuovo e non tradizionalista, indipendente e che non ama le oligarchie editoriali[13].

 

Il terzo errore che si vuole portare all’attenzione è forse uno dei più importanti e altrettanto importante è lo scenario che nasconde. Riguarda in generale l’offuscata percezione che si ha del self-publishing, la quale non permette di rendere evidenti alcune sue potenzialità e porta a considerarlo come un fenomeno altro rispetto all’editoria tradizionale piuttosto che un ulteriore ramo di questa, nato dalla tanto discussa e agognata mutazione dell’editoria.

L’immagine del ramo richiama per l’appunto l’idea di una editoria come attività imprenditoriale ampia e che investe settori a vario titolo attinenti alla comunicazione, e nello stesso tempo la ramificazione propria delle strutture aziendali, evidenti nei grafici che le rappresentano. Per fare qualche esempio: Lampidistampa fa parte del Gruppo Messaggerie, ilmiolibro fa riferimento a Kataweb e al Gruppo editoriale L’Espresso, l’americana Author Solution[14] (altra azienda di self-publishing) lo scorso luglio è stata acquistata dalla Penguin. Già da questi pochi esempi si comprende come possano esserci realtà che vengono inglobate da un gruppo o che nascono al suo interno. Altro caso interessante è quello del Kindle Direct Publishing che non nasce all’interno di un gruppo al quale fa capo un’azienda editoriale, ma un’azienda che si occupa già di vendita, logistica e strumenti di lettura: attività che le aziende storiche dell’editoria, considerate tradizionali(ste), hanno inglobato o creato ex novo nel tempo[15].

In generale, a rivoluzionare l’editoria, sono i nuovi attori che hanno sviluppato approcci alla realtà e gli strumenti utili per sostenerli, e che pertanto non hanno interesse nel mantenere in piedi approcci tradizionali. Il nuovo approccio è quello di dominare il canale, indirizzarvi i contenuti e attirare e accrescere gli utenti. Quindi poco importa se si è distributori, venditori, editori e si incoraggia il self-publishing.

Il problema dei grandi gruppi tradizionali(sti) – o quelli che vengono intesi come tali per quanto cerchino di innovarsi in base ai propri tempi – non è tanto il self-publishing, ma che si crei un polo aggregativo dal forte appeal, internazionale e reticolare, dal quale l’utente-autore-cliente difficilmente esce. E che questo riduca al minimo la possibilità di successo del proprio servizio di pubblicazione e di vendita.

Una realtà – almeno per quanto riguarda l’Italia – non legata a nessun gruppo editoriale è Youcanprint, marchio che fa capo a Borè[16] azienda che dal 2009 è legata all’editoria digitale e quindi, si potrebbe dire, a una nuova generazione editoriale. Lo stesso discorso può valere per Narcissus di Simplicissimus Book Farm. Quale futuro avranno queste aziende? Continueranno a reggere il passo con l’innovazione e continueranno ad avere i presupposti economici per continuare? O saranno inglobate da marchi più grandi? I loro utenti e i loro autori self, si sposteranno verso altre piattaforme, magari più blasonate, più riconoscibili, più pubblicizzate?[17].

Nel futuro, è presumibile che il self-publishing diverrà qualcosa di più decifrabile e verrà meno l’aura rivoluzionaria che si è creata attorno. E anche l’ironico vanity perderà di senso.

 

Le parole chiave per comprendere quello che potrà essere il ruolo del self-publishing nel mondo dell’editoria sono ancora una volta «coda lunga»[18], «social» (e community) e «marketing» (nelle sue appropriate applicazioni).

L’e-commerce librario ha fatto in modo che nella vetrina di ogni libreria on-line ci fosse esposto un enorme numero di titoli, evitando così i problemi di assortimento dei librai (delle librerie fisiche), e in più permettendo l’acquisto e il download rapido di e-book. Basta immaginare la gran mole di titoli in autopubblicazione in formato digitale che entrano a far parte dell’assortimento delle librerie digitali per rendersi conto di quanto questi, seppur vendano poche copie ognuno, riescano tutti insieme a costituire percentuale del fatturato, magari anche apprezzabile. Ciò è vero se si tiene conto di un fattore essenziale: il ruolo dei social network, delle community, dei blog e di quant’altro di social e partecipativo ci sia in rete. Non a caso le piattaforme di self-publishing  incentivano il dialogo organizzando e mettendo a disposizione degli utenti degli spazi virtuali di incontro. Oltre al «self» della pubblicazione c’è anche quello della promozione – tenendo sempre presente che della pubblicazione si occupa la piattaforma (chi ci lavora ovviamente) e anche la promozione può essere fatta da professionisti  (offerti dalla piattaforma o terzi) – ma chi si occupa della vendita è la libreria on-line. Il servizio, che nasconde l’editore dietro l’indipendenza dell’autore, si autopromuove da solo promettendo una percentuale di guadagno più alta rispetto all’editore tradizionale, invogliando così gli utenti-autori a pubblicare. In questo modo si raccolgono gli utenti, li si fa diventare autori-editori, li si lascia interagire – e più lo fanno meglio è – e la coda si allunga. Fermi restando i ricavi dei servizi offerti (stampa, editing, …).

Il self-publishing non deve essere considerato unicamente come un fenomeno assimilabile alla vanity press, e che quindi riguarda i soli romanzieri e poeti che credono di essere destinati alle prossime antologie – o almeno a un posticino in classifica nelle hit-parade del libro – ma anche a tutti quelli che per via di passioni e specializzazioni sono in grado di rivolgersi a una nicchia, che sia quella dei propri parenti o amici (vero anche per la narrativa e la poesia) o di specialisti o interessati. E magari farsi un nome, costruirsi un reputazione e dare una svolta alla carriera.

Se il self-publishing nasce dalla vanity – e chi crea piattaforme è stato in grado di intercettarla e interpretarla (come già gli editori a pagamento e chi organizza i più insignificanti concorsi letterari) – un self-publishing maturo può essere inteso anche come pubblicazione amatoriale e specialistica di interesse comunitario e non solo come lo sfogo di chi ha già inviato decine di manoscritti ad altrettanti uffici editoriali. Possono convivere quindi il romanzo squinternato, i racconti umili e sinceri di un escursionista che vuole condividere emozioni, la raccolta di poesie dedicate al paesino natale, la serie di romanzi di Amanda Hocking[19], e magari il romanzo letterariamente valido che però non trova spazi nell’editoria di mercato tradizionale. In questo ecosistema la troppa spazzatura non è d’ingombro per il venditore perché moltiplica enormemente le seppur poche unità vendute per titolo. Ma tra la tanta spazzatura possono anche esserci dei gioielli.

Monitorare le community e le discussioni al suo interno, e i dati relativi ai click di interesse e agli acquisti, permette a chi gestisce la piattaforma di osservare le mutazioni di gusto degli utenti e come queste si formano e si sviluppano: informazioni interessanti per una impresa editoriale. Per questo è importante organizzare un alto flusso di utenza.





Cosimo Ruggieri, Letture a dondolo in Chicago, (Chicago, Illinois, 2003)


Il grande marchio editoriale può quindi usare la piattaforma di self-publishing per fare attività di scouting di autori di vario genere da inserire all’interno dei vari progetti aziendali. Anche i dati e gli autori che pubblicano con piattaforme non direttamente legate a un marchio possono essere importanti per i gruppi editoriali, proprio perché all’interno di ambienti indipendenti possono muoversi realtà interessanti su cui investire (cfr. nota 15). La prima scrematura è comunque quella degli utenti-lettori grazie ai loro click e acquisti, aiutando a scoprire qualcosa di interessante e magari un futuro caso editoriale.

Edoardo Brugnatelli, che sarà alla guida della piattaforma di self-publishing  di Mondadori, non a caso (e in maniera volutamente sloganistica) ha detto che «un editore senza self-publishing non avrà più autori». E precisa che «l’idea di fondo del self-publishing non è tanto quella della visibilità e del profitto quanto quella dell’incontro […]»[20]. Sappiamo ormai quanto è importante in rete saper far incontrare la gente e farla interagire (basta l’esempio di Facebook).

 

Le perplessità avanzate finora riguardano soprattutto il modo in cui il self-publishing è percepito dagli utenti (che sono lettori, autori, navigatori, acquirenti), diversamente da quali potenzialità possano attribuirgli gli investitori. Non manca però chi ha dubbi ben più forti sullo stesso futuro successo del fenomeno. Come lo scrittore inglese Ewan Morrison che parla del self-publishing come di una bolla che scoppierà a breve. Ciò perché è impossibile riuscire a essere autori e contemporaneamente promotori delle proprie opere usando i social network (lo strumento prediletto) e cercando quindi di farsi un pubblico interagendo con esso. Chi non ha tempo per farlo – perché, ovviamente, vuole scrivere o perché ha altri impieghi – è magari allettato dall’idea che qualcuno lo faccia per conto suo, ovviamente dietro compenso e senza la certezza di un guadagno apprezzabile almeno per coprire queste spese (i like, si sa, sono utili ma non danno utile)[21].

Anche gli stessi sistemi che permettono a un libro di avere maggiore attenzione da parte degli utenti hanno in sé molto di pervertibile: basta auto-acquistare copie del proprio libro per scalare le classifiche di vendita, essere quindi più visibile per poi alzare il prezzo. È un’attività che costa, ma non dimentichiamo che la percentuale per l’autore è molto più alta di quella offerta dal libro pubblicato tradizionalmente. Una spesa comunque minore rispetto all’ingaggio di esperti di marketing in rete a caccia di commenti, like e share. Ma quante copie occorre acquistare? In un mercato ristretto basterebbero un centinaio di copie, in un mercato che si allarga ne occorrono di più[22].

Si può immaginare che gli entusiasmi di chi sogna una carriera letteraria fai-da-te andranno via via scemando.

 

Non è facile concludere con delle certezze riguardo a un fenomeno in evoluzione e così difficilmente classificabile. In questi casi, quando l’innovazione e le idee proliferano ma è difficile fare previsioni a lungo termine, molti si scalmanano in una corsa all’oro offrendo servizi e soluzioni vincenti.

Bisogna considerare inoltre come il fenomeno interessi diverse tipologie di prodotti ed esperienze editoriali e d’autore. Possiamo parlare di self-publishing riferendoci ai libri pubblicati con “vanità” (ma che non hanno valore nemmeno commerciale) allo stesso modo di quelli dell’acclamato autore di best-seller che decide di autopubblicarsi confidando nel suo già ampio e sicuro successo? E poi: come definire quelle miriadi di pubblicazioni ad uso locale, memorialistica paesana, etc. che possono trovare spazio nelle piattaforme? Possono essere considerate alla stregua dei progetti editoriali con grandi potenzialità di vendita (come quello della Hocking)? Si continuerà a parlare di self-publishing perché è tutto ciò messo insieme, ma tenendo presente che ogni occasione di scrittura e di lettura ha un proprio modo di relazionarsi all’impresa editoriale nelle sue varie forme.

Un fenomeno complesso che oggi riceve molte attenzioni ed è in grado di esaltare e mettere paura. Ad esaltarsi sono gli autori, molti dei quali credono – se non di essere contattati da una casa editrice “vera” – di ottenere un guadagno economico e ricevere qualche complimento. Sembra però un paradosso che per esistere come self-publisher indipendente è necessario essere molto presente sia come autore (quindi pubblicando romanzi o altro) sia come utente (promuovendosi e interagendo con le persone su vari luoghi virtuali): un lavoro a tempo pieno. E certamente sono dovute anche a ciò le perplessità degli autori che non credono nell’autopubblicazione: sanno che non può essere un sistema unico che potrebbe reggere[23]. Non un sistema in grado quindi di sostituirsi completamente a quello tradizionale, ma che può comunque avere il suo peso proprio perché interessa molti status d’autore.

Per comprendere realmente il fenomeno sarebbe inoltre necessario condividere dei criteri di misurazione, visto che i click per titolo possono essere molti, ma gli acquisti decisamente irrisori. E allo stesso modo contare il numero di autopubblicazioni non fa del self-publishing una realtà editoriale di senso compiuto, ma solo una vasta vetrina alla quale si può accedere con qualche spicciolo. Per comprendere poi quanto il fenomeno possa dar fastidio all’editoria di marchio, è opportuno capire quante copie di titoli autopubblicati vengono acquistate e lette al posto di libri pubblicati “tradizionalmente” e venduti in libreria, anche on-line, o altro. Calcoli non così immediati visto che è impossibile identificare una vera e propria “sostituzione” dell’acquisto-lettura. Considerare poi i dati relativi a oscillazioni e cali di acquisti di libri unicamente in relazione alla crescita degli acquisti di titoli self è ovviamente fuorviante.

Il self-publishing, più che una vera e propria rivoluzione sembra quindi solo un capitolo che si sta scrivendo nell’evoluzione dell’editoria, dettata, ancora una volta, dall’innovazione tecnologica che rende possibile ciò che prima lo era in forma limitata: la riduzione dei costi per auto pubblicarsi, la possibilità di essere presenti in vetrine potenzialmente internazionali e di autopromuoversi in digitale.

Quanto è stato scritto finora in questo capitolo di “storia dell’editoria” ha come protagonista l’editore-piattaforma che mette a disposizione a pagamento dei servizi base (e avanzati, a seconda delle esigenze) a quanti ne vogliano usufruire, mentre il procedimento tradizionale al quale siamo stati abituati vede l’investimento, da parte dell’editore (e spesso altre aziende o istituti), in un progetto nel quale si crede.

Amazon ha iniziato da tempo a scrivere la storia dell’editoria del futuro, di cui è e sarà indubbiamente uno dei protagonisti, anche senza fare l’editore (o forse proprio perché non lo fa, potrebbe dire qualcuno). Lo è  non per via del successo del KDP o del Kindle (dispositivo di lettura) stesso, ma per aver investito in un progetto iniziale che aveva alla base l’assortimento e la capillarità della distribuzione verso il cliente. Un tale sistema apre agli sviluppi successivi ed educa al prodotto digitale. E pone il cliente al centro di un ecosistema di marchio nel ruolo di utente, lettore, autore e recensore.

Interessante, sarebbe riuscire a cogliere se e quanto una editoria che investe nei singoli progetti editoriali e in tutto ciò che li rende ottimali e profittevoli, abbia costituito un fondamento a una realtà che può essere percepita dagli utenti come editoriale (quale è Amazon), ma che non investe direttamente nel progetto che viene venduto ma nel servizio offerto, il quale assume dimensioni globali. E quindi come questo possa trasformarsi in editoria, se ha interesse a farlo, e quale tipo di prodotti possano trovare un ruolo, senza dover rimpiangere le concentrazioni editoriali.

 

 

 

 

 



[1] Distinzione obbligata (ma non sempre evidente dall’esterno e da parte di chi è più sprovveduto) è tra chi paga per la pubblicazione senza che il proprio lavoro la valga, e chi invece ha consapevolezza e sa, magari per esperienza, che è necessario poiché è difficile che qualcuno pubblichi la sua opera, magari per via di un mercato eccessivamente ristretto. Da qui le ovvie considerazioni relative all’editoria digitale come opportunità per questo tipo di pubblicazioni (dato che vengono meno i costi di stampa – seppur se ne aggiungano altri – e la distribuzione e vendita si fa più agile).

[2] L’ironia continuerà ancora fino a quando non si cercheranno di comprendere meglio le forme del self-publishing.

[8] Interessante è il Crowdfunding, ulteriore possibilità messa a disposizione da Simolicissimus. L’autore può presentare il suo progetto editoriale e avviare una campagna di raccolta fondi per portare avanti la realizzazione del progetto. Qui alcune informazioni http://blog.narcissus.me/2012/06/06/il-crowdfunding-su-narcissus-guida-passo-passo/

[10] E così avremo le librerie Feltrinelli per ilmiolibro e Amazon per il Kindle Direct Publishing. Nel secondo caso si tratta ovviamente di un circuito riconosciuto internazionalmente.

[11] Su come il self-publishing viene presentato si potrebbe discutere a lungo, prima di tutto cercando di capire quali dinamiche di promozione ne sono alla base, a partire dalla stessa autopromozione delle proprie opere da parte degli autori stessi, fuori e all’interno dell’ambiente internet.

[12] Nel caso però vengano chiesti soldi per una maggiore attività di promozione allora bisognerà cercare di capire come questa avvenga, in un mondo (virtuale) dove coesistono SEM e SEO.

[13] Con il felice risultato di essere interessante anche per le nuove generazioni, farsi notare e far acquisire prestigio alla propria firma. Se si prende il caso degli autori di best-seller, a questi conviene mantenere i diritti sulla copia digitale e autopubblicarsi per avere percentuali più alte rispetto al cartaceo, i cui diritti vengono ceduti all’editore, il quale provvederà ovviamente a promuovere il titolo.

[14] http://www.authorsolutions.com/Home.aspx Sul sito l’azienda si presenta come «A Penguin Company» e come «indie publishing company». Ciò è interessante perché lascia intendere come l’indipendenza sia più propriamente quella dell’autore, il quale però può avvalersi di un servizio facente capo a un marchio prestigioso.

[15] Partendo proprio dagli sviluppi dell’editoria tradizionale (librerie di catena e franchising, distribuzione, vendita on-line), Amazon punta a essere uno degli attori (l’unico?) principali della mutazione del settore. Basta ricordare la recente controversia giudiziaria negli Usa sul modello agency e wholesale per quanto riguarda la modalità di vendita e prezzo degli e-book.

[17] D’ogni modo sono e saranno una importante officina anche di raccolta di informazioni. Antonio Tombolini, Ceo di Simplicissimus Book Farm ha detto «[…] gli editori dovranno rassegnarsi al self-publishing, usandolo piuttosto come un vivaio e iniziando a rinnovarsi dal punto di vista tecnologico. […] Ampliare Narcissus, fornendo statistiche, recensioni e analisi semantiche automatiche ad uso degli editori» al fine di «creare un ponte tra i due mondi», tra editori e autori che si autopubblicano. Cfr. http://www.corriere.it/cultura/12_giugno_21/tentazione-self-publishing-rastelli_e4a05e66-bb76-11e1-b706-87dd3eab4821.shtml (consultato il 7/11/2012).

[18] http://it.wikipedia.org/wiki/Coda_lunga Ovvio rimando è comunque il libro di Chris Anderson La coda lunga. Da un mercato di massa a una massa di mercati, Torino, Codice, 2007. Un articolo dello stesso Anderson fondamentale sul tema è al link http://www.wired.com/wired/archive/12.10/tail.html (consultato il 7/11/2012) e per approfondire c’è il blog dell’autore http://www.thelongtail.com/.

[19] Amanda Hocking è una giovane scrittrice statunitense che ha iniziato nel 2010 ad autopubblicare i suoi romanzi urban fantasy: è piaciuta, è stata notata e messa sotto contratto. In Italia è pubblicata da Fazi editore.

[20]http://www.lastampa.it/2012/03/24/cultura/libri/io-mi-pubblico-da-soloma-poi-chi-comprerarzXGnLlxQbwvbFr6xR7gQM/pagina.html (consultato il 7/11/2012). Non a caso Antonio Tombolini parla del self-publishing come di un «vivaio» per gli editori (cfr. nota 15).

[22] Per l’esperimento si può rimandare a quello fatto da Sergio Covelli. Se ne parla con ulteriori riflessioni al link http://www.lettera43.it/cultura/44640/la-bolla-del-self-publishing.htm (consultato il 7/11/2012)

[23] Non solo di narrativa, basti pensare alla saggistica e a uno storico che non trova tempo per fare ricerca visto che deve autopromuoversi per costruirsi una reputazione per poi continuare a promuoversi in ambienti più qualificati.




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